L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 aprile 2022

Seguo quotidianamente i programmi televisivi sull’argomento che mi lasciano una forte preoccupazione e una sensazione sconsolante, non solo per l’unilateralità dell’interpretazione, tutta prevalentemente favorevole all’Ucraina eal suo presidente Volodymyr Zelensky, ma soprattutto per il carattere totalmente ideologico, manicheo e fondato sull’emotività che contraddistingue il “contenuto”, si fa per dire dei dibattiti, nei quali i “moderatori” sono spesso più faziosi della gran parte degli intervenuti e non si curano nemmeno di nascondere pudicamente questa mancanza di imparzialità.

Considerazioni sulla guerra in Ucraina e sugli Stati Uniti
Scritto da Giuliano Mignini Categoria: Speciale Pubblicato: 23 Aprile 2022


(ASI) Sono passati oltre cinquanta giorni dall’inizio dell’”operazione” russa sull’Ucraina e l’intera Europa si è trovata, dall’oggi al domani, immersa in una situazione paradossale, perché, più o meno uscita dal “Covid”, viene costretta a combattere una guerra, con tutti i problemi ad essa connessi, senza sapere esattamente di cosa si tratta, quali sono le sue cause prossime e remote.

Seguo quotidianamente i programmi televisivi sull’argomento che mi lasciano una forte preoccupazione e una sensazione sconsolante, non solo per l’unilateralità dell’interpretazione, tutta prevalentemente favorevole all’Ucraina eal suo presidente Volodymyr Zelensky, ma soprattutto per il carattere totalmente ideologico, manicheo e fondato sull’emotività che contraddistingue il “contenuto”, si fa per dire dei dibattiti, nei quali i “moderatori” sono spesso più faziosi della gran parte degli intervenuti e non si curano nemmeno di nascondere pudicamente questa mancanza di imparzialità.

C’è stato addirittura un noto politologo statunitense (di formazione) che si è cimentato in argomenti teologici, sulla concezione cattolica della guerra, con risultati desolanti, vista la sua totale impreparazione sull’argomento, ma ormai ci si è abituati.

Quando si discute, ed è bene che ciò avvenga, purché chi lo faccia sia preparato, perché, se il dialogo si mantiene entro gli alvei della razionalità,dà un contributo alla comprensione dei fenomeni storico-politici, quando si discute, dicevo, bisognerebbe sforzarsi di abbandonare la vituperata e contagiosa “logica circolare” della petizione di principio e non dare nulla per scontato ma analizzare ogni fenomeno e solo, alla fine ed in coerenza col ragionamento, fornire le proprie conclusioni. E invece, le conclusioni vengono poste come premessa indimostrata, difesa con un accanimento manicheo e con la pretesa che l’interlocutore accetti il punto di partenza e le conclusioni del “dialogante”.

E il più delle volte, per carità ci sono eccezioni ma vedo che sono proprio coloro che si schierano nel campo “democratico-liberale-atlantista” ad essere così emotivi e “circolari” nelle loro considerazioni, per cui quello che dovrebbe essere un confronto si trasforma inevitabilmente in due monologhi, a cui si aggiunge l’ulteriore monologo di appoggio del moderatore che dovrebbe guidare e regolare il dialogo e invece si schiera con uno dei due, interrompendo sistematicamente il malcapitato sostenitore delle ragioni della Russia a cui viene impedito di concludere le sue considerazioni.

Vi sono, per fortuna, delle lodevoli eccezioni, cioè personaggi che cercano di ragionare e motivare.

E, tra questi, oltre ai generali, come Marco Bertolini, su tutti e ai corrispondenti di guerra, il sempre lucido e motivato Francesco Borgonovo e, recentemente, l’esponente “comunista” Paolo Ferrero, che si esprime come Borgonovo, pur nella diversità di opinioni e, come l’altro, cerca di ragionare e non di etichettare e, tanto meno, insultare. E ciò induce a riflettere come cercherò di fare.

Forse, qualche eccezione mi sembra di coglierla, tra i presentatori, in Paolo Del Debbio, aiutato da un indubbio buon carattere e dall’ironia tutta toscana, lucchese, nella fattispecie, del giornalista che dà un prezioso contributo di stile e di sdrammatizzazione dei toni.

Mi si perdoni questo sfogo, ma ne sentivo il bisogno.

Sono tanti gli aspetti che potrebbero essere esaminati di questa vicenda, ma in questa sede voglio tornare asoffermarmi sullo straordinario “rimescolamento” di posizioni, fino ad ora, più o meno abbastanza chiare, che questa vicenda ha prodotto nell’opinione pubblica occidentale.

Cercherò di definire in altra occasione questo termine di cui oggi sono pieni i dibattiti televisivi, declinato in termini “apologetici” dai sostenitori della NATO e, quindi, dell’Ucraina e, viceversa, in termini aspramente critici dai commentatori russi.

Finita la Seconda Guerra Mondiale, le guerre che sarebbero scoppiate avrebbero visto sostenitori “coerenti” con il quadro entro cui sarebbero stati inseriti gli episodi bellici, un quadro “alla Yalta”.

Nella guerra civile cinese e poi coreana, ad esempio,i governi e le opinioni pubbliche “occidentali” avrebbero sostenuto e, i primi, appoggiato,rispettivamente la Cina nazionalista di Chiang Kai –Schek e la Corea del Sud, mentre quelli dell’Europa dell’Est la Cina “popolare” e la Corea del Nord.

Più tardi, lo stesso sarebbe avvenuto con la guerra in Vietnam. Addirittura, quello che sarebbe divenuto il segretario del MSI e poi di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, ha confessato di avere operato la sua “opzione politica”, sotto l’impressione del film “Berretti verdi”, contestato dalla sinistra, film che celebrò le gesta degli appartenenti alle United States Army Special Forces, cioè alle Forze Speciali statunitensi, dai caratteristici baschi verdi, nella guerra in Vietnam, contro i vietcong e l’esercito del Nord Vietnam.

Con la guerra tra la Russia e la NATO, o, meglio ancora, gli USA, per il tramite dell’Ucraina, il quadro si è alterato in profondità ed oggi vi sono formazioni di estrema destra, come “Casa Pound”, in Italia, e, in Ucraina, il partito e l’organizzazione paramilitare di impronta nazista come Pravyj Sektor, sorto alla fine di novembre 2013, nelle proteste dell’Euromadian, a Kievo l’ancora più agguerrito “Battaglione Azof, un’unità militare e di polizia, che dispone anche di una compagnia corazzata, a sostegno delle ragioni dell’Ucraina.

In Italia, il movimento “Forza Nuova” e in Russia il Gruppo Wagner, unità paramilitare privata russa, hanno un orientamento analogo ma si contrappongono invece alla NATO e all’Ucraina.

Perché ? Perché, quando entra in ballo la Russia, si ripropone quella caratteristica ambivalenza e sincretismo politico che si manifesta oggi nel movimento L’Altra Russia di Êduard Limonov, nel quale è confluito il Partito Nazional Bolscevico, di cui quest’ultimo è stato cofondatore, assieme ad Aleksander Dugin.

Senza arrivare a tale posizione estrema, una posizione nella quale possono ritrovarsi una certa sinistra, nostalgica dell’Unione sovietica e, soprattutto, una destra, non tanto “nazistoide”, ma che rimpiange il passato imperiale e zarista della Russia, c’è anche nel partito di Vladimir Putin. “Russia Unita”.

La superpotenza euroasiatica combatte direttamente contro l’Ucraina, dietro la quale, in modo neppure troppo discreto, si celano gli Stati Uniti di Biden e la NATO, i sostenitori ad oltranza della guerra, nemici irriducibili, specie i primi, di ogni tentativo di negoziato e tutti fornitori all’Ucraina, da ben prima dell’intervento russo dello scorso 24 febbraio, di equipaggiamenti e di istruttori militari, di ogni tipo contro cui si è scontrata l’Armata russa. E l’Ucraina, da parte sua, in passato, è stata parte riottosa dell’ex Unione Sovietica, talmente riottosa da avere promosso la costituzione della 14. Waffen Grenadier Division der SS (ukrainische n. 1 dell’Esercito Nazionale ucraino) e da avere espresso un uomo come Stepan Bandera, leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini” (OUN) e fondatore dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), di chiarissima marca nazista. Si è visto quale sia l’attuale situazione dell’Ucraina.

E’ come se fosse veramente finita la II Guerra Mondiale e si fosse aperta una fase del tutto nuova di cui non riusciamo a scorgere i contenuti ed i confini.

E questo rimescolamento di posizioni che vede vecchi “nemici” dell’epoca della II Guerra Mondiale fianco a fianco, ora a sostegno della Russia, ora dell’Ucraina e, quindi, della NATO e, quindi, del suo paese “guida”, gli Stati Uniti, si accompagna ad una intollerabile operazione russofobica, che parte dagli Stati Uniti, cioè dall’espressione più diretta di un certo tipo di “Occidente”, quello a impronta anglosassone, sorto vincitore politicamente in un conflitto in cui il contributo militare e di sangue è stato russo.

E se, nello scorso secolo e fino alla metà della II Guerra mondiale, l’impero britannico, allora vincente, aveva come “nemico” il cugino mondo germanico, fatto oggetto di un’operazione di demonizzazione che ha raggiunto il culmine nel processo di Norimberga, presieduto dal britannico Geoffrey Lawrence, dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale, il Regno Unito, pur vincitore, ha visto un drastico suo ridimensionamento e chi è emerso dal conflitto sono stati gli USA che hanno assunto, come nemico, l’Unione Sovietica e poi la Confederazione Russa, con il dichiarato compito di distruggerla. E ciò appare incomprensibile: logica vorrebbe che, venuto meno il comunismo, che era una sorta di “sovrastruttura” del nazionalismo russo e tornata la Russia libera dal sovietismo, gli Stati Uniti avrebbero dovuto attenuare la loro acredine russofobica. Anche perché, secondo uno schema logico di pensiero, gli Stati Uniti avrebbero semmai tutto l’interesse a “tenersi stretta” la Russia ed a isolare la Cina, che è un paese assolutamente estraneo al mondo occidentale, mentre la Russia ne fa invece parte.

E invece no.

Non solo gli Stati Uniti non danno il benché minimo contributo al ristabilimento della pace, ma, nella persona dell’ormai screditato Joe Biden, le cui continue gaffes, anche di percezione sensoriale,vengono presentate come “intelligenti” manifestazioni di calcolo politico dagli “atlantisti” di carriera e di complemento, mentre si tratta di penose espressioni di un uomo che dovrebbe contare fino a dieci prima di parlare, invece di sfogare la sua russofobia.

Da dove viene questa incredibile isteria del vertice politico militare degli Stati Unitie, ahimè, anche del Regno Unito?

Neocon, quando addirittura, non ci si trovi in presenza della loro espressione religiosa, cioè dei teocon, una “fauna” che ha trovato alimento e favore popolare negli Stati Uniti e che rappresenta un autentico pericolo per la pace mondiale di cui i protagonisti dei dibattiti televisivi sembrano non essersi accorti.

Neocons indica i “neoconservatori americani”, che, provenendo dalla sinistra, anzi dal mondo liberal e addirittura da quel serbatoio di pensiero antisovietico e antirusso che è il trotskismo, hanno elaborato un movimento teso all’utilizzo della forza militare per sostituire governi autoritari con democrazie, senza alcun serio approfondimento concettuale e con una totale assenza di realismo e di un minimo di atteggiamento prudenziale, oltre alla esaltazione del tutto acritica del modello “occidentale” e al disprezzo riservato a modelli organizzativi esterni allostesso e in particolare all’Islam, specie sciita.

Non sono affatto un pacifista e sostengo l’uso legittimo della forza, in un’ottica difensiva, ma coniugo tale atteggiamento con una doverosa prudenza quando in ballo ci sono potenze nucleari che dispongono di migliaia di testate nucleari, veicolate da missili, da semoventi, da sommergibili e da bombardieri.

E invece, soprattutto dagli Stati Uniti e dal suo presidente democratico, vengono rovesciate tonnellate di “benzina” su una situazione incendiaria, con insulti, continue provocazioni e il dichiarato intento di realizzare la “filosofia neocon”, attraverso la riduzione della Russia, nella fattispecie, a “potenza meno che regionale” e la sua fagocitazione da parte della Cina comunista.

E già, perché l’assoluta irrazionalità di questo movimento e l’isteria russofobica di personaggi come Biden, di fronte a due potenze alternative agli Stati Uniti, tende, come ho detto, a gettare quella più vicina, dal punto di vista storico e culturale, all’”Occidente” come la Russia nelle braccia del polo comunista cinese, invece di avvicinarlo a sé, come sarebbe logico, il tutto utilizzando in questa “guerra per procura” un paese come l’Ucraina, che dette vita ai primi nuclei della nazionalità russa entro i confini di uno Stato che prese il nome di Rus di Kievche si convertì al cristianesimo attraverso San Vladimiro di Kievil quale impose alla sua famiglia e alla popolazione di Kiev il battesimo nelle acque del Dnepr, attorno al 988.

In questo grande Santo e nella sua Rus di Kiev,le due entità che oggi si scontrano furiosamente erano riunite e indistinguibili e la Rus era formata da tribù vichinghe, slave, finniche e baltiche, cioè dagli antenati degli svedesie dei finlandesi, oltre che dei lituani, dei lettoni e degli estoni. La storia, se la si conosce, porta con sé dei risvolti oggettivamente umoristici come il fatto che Kiev fu eletta a madre delle città russe dal principe variago Oleg di Novgorod.

Molti oggi, in Ucraina, sembrano averlo dimenticato, attratti da un mondo extraeuropeo del tutto estraneo alla sua storia, quella creazione calvinista che sono gli Stati Uniti d’America, nati, al più indietro nel tempo, nel 1620, circa 632 anni dopo il battesimo della Rus.

Mi auguro che gli ucraini e i russi se lo ricordino e traggano lo spunto, da questa comunanza di origini, per una vera pace e parlino, tra loro, senza insultarsi e senza minacciarsi. E’anche il nostro interesse di europei, di tutti noi europei.

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