L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 maggio 2022

Dal 19 settembre del 2019 la Fed ha iniziato a inondare di miliardi il mercato finanziario, effetto collaterale inflazione a go go. Per mesi e mesi la Fed ha nascosto la testa nella sabbia gridando, l'inflazione è transitoria, smentita dai fatti. Oggi corre velocemente a cercare di porre rimedio al suo attendismo, al suo guadagnare tempo che ha certamente peggiorato la situazione. Arriva la RECESSIONE e non è detto che l'inflazione venga domata, STAGFLAZIONE in cui già siamo immersi

Fed: sconfiggere inflazione anche con rischio recessione. Euro affondato da Powell e Russia: parità dollaro ormai è qui

13/05/2022 13:38 di Laura Naka Antonelli

Chi teme uno scenario di hard landing-recessione per l’economia Usa con rialzi dei tassi troppo aggressivi da parte della Fed si metta l’anima in pace. In un’intervista rilasciata a Marketplace nelle ultime ore è stato lo stesso numero uno Jerome Powell ad ammettere che la priorità della Federal Reserve è di sconfiggere le fiammate dell’inflazione e che nessuna garanzia può essere data sulla capacità di alzare i tassi e di assicurare allo stesso tempo un “soft landing”, ovvero un atterraggio morbido senza grandi traumi.

“Riuscire a controllare l’inflazione non sarà facile e non c’è nessuna garanzia di riuscire ad assicurare un soft landing”, ha detto Powell. Che ha poi spiegato che un “soft landing è riuscire a tornare a una inflazione del 2%, mantenendo solido il mercato del lavoro. Ed è un compito piuttosto difficile riuscire a farlo in questo momento”.

I mercati per ora non la prendono male, dopo essere stati assediati per giorni dalla paura di un hard landing.

Il dollaro continua a salire, e alcuni strategist si interrogano sulle conseguenze che il rally del biglietto verde potrebbe avere non solo sugli Stati Uniti, ma anche sull’Europa.

ING: giunto il momento di parlare della parità EUR-USD

Gli analisti di ING si soffermano nello specifico sul trend del rapporto di cambio, che viaggia ormai a un soffio dalla parità, a $1,038, dopo essersi avvicinato al minimo dal 2017 di $1,034.

A tal proposito vale la pena sottolineare che l’euro, grande vittima della guerra tra Russia e Ucraina, a causa delle incertezze sul destino dell’economia europea, è capitolato anche nei confronti dello yen nelle ultime ore, cedendo fino a -2,5% e soffrendo, nello scontre il sentiment di “risk off”, la perdita giornaliera più forte dal 2016.

ING ricorda che una rottura di $1,034 porterebbe la moneta unica ad affondare al minimo record in quasi 20 anni. Gli strategist sul forex Francesco Pesole e Frantisek Taborsky, insieme a Chris Turner, responsabile globale dei mercati, tutti del team di ING, commentano l’avvicinamento dell’euro alla parità, un evento che avrebbe una portata storica:

“L’euro-dollaro è vicino al supporto chiave di 1,0340, al di sotto del quale la prospettiva di una parità diventa piuttosto significativa. Il supporto potrebbe tenere oggi, visto il trend al rialzo degli asset di rischio. Ma la parità nel breve periodo non sarebbe uno shock“.

Viene ricordato che ieri il rapporto EUR/USD ha rotto il supporto chiave di 1,0500, in un contesto in cui l’incertezza sulle implicazioni della guerra in Ucraina sull’Europa rimane elevata.

“Ora – rimarcano da ING – il prossimo supporto importante è il minimo del gennaio 2017, pari a 1,0340. Una rottura al di sotto di questo livello renderebbe il rischio di un EUR/USD toccare la parità piuttosto significativo”.

E, “come abbiamo detto la scorsa settimana, non saremmo scioccati di vedere la parità di 1:1 nel breve termine. Di fatto, dopo aver perso l’ancora di $1,05, la volatilità dell’EUR/USD potrebbe tornare a crescere”.

Un tale fenomeno non dovrebbe verificarsi nella sessione odierna. Gli analisti di ING sottolineano anche che “l’euro sta facendo fatica, in modo palese, nel riuscire a beneficiare in modo tangibile dei toni sempre più hawkish dei funzionari della Bce: fattore che, a nostro avviso, porta a smorzare le aspettative già piuttosto aggressive sul ciclo del rialzo dei tassi nell’area euro, con i mercati che prezzano a pieno una stretta di 80-85 punti base entro la fine dell’anno) e che, anche, prolunga l’incertezza su quanto la Bce riuscirà ad alzare i tassi più volte, visto il deterioramento dell’outlook economico” dell’Eurozona.
Powell: priorità sedare l’inflazione per ripristinare stabilità prezzi

Tornando al numero uno della Fed Jerome Powell, accusato di essersi mosso troppo tardi, e di aver fatto praticamente “too little too late” quando ha annunciato lo scorso 16 marzo la prima stretta in Usa dal 2018, alzando i tassi di 25 punti base , per poi mostrarsi più determinato con un successivo rialzo dei tassi di 50 punti, il banchiere centrale vuole confermare tutta la sua determinazione nella lotta contro l’inflazione che, stando agli ultimi dati di aprile appena resi noti – indice prezzi al consumo e indice prezzi alla produzione – ha sì rallentato il passo negli Stati Uniti, ma meno delle attese.

Powell è ben consapevole del fatto che tassi più elevati sui fed funds provocheranno effetti collaterali, ma la sua priorità è agire contro l’inflazione, probabilmente anche per ripristinare parte di quella credibilità che la Fed ha perso quando lui stesso, mesi fa – così come ha fatto la Bce di Christine Lagarde – ha insistito sul fatto che la crescita dell’inflazione fosse un fenomeno temporaneo-transitorio.

“Il nostro obiettivo, ovviamente, è quello di riportare l’inflazione al 2% senza far andare l’economia in recessione o, mettetela in questo modo, a fronte di un mercato del lavoro che rimanga ben solido. E’ questo quello che stiamo cercando di fare. – ha continuato Powell – Credo tuttavia che se c’è qualcosa su cui davvero non possiamo fallire sia riuscire a ripristinare la stabilità dei prezzi, senza la quale nell’economia non funziona nulla, e senza la quale l’economia non riesce a funzionare per nessuno”.

Praticamente, Powell ha sdoganato il rischio di un hard landing, che lui in primis mette in cantiere tra gli effetti collaterali del ciclo di rialzo dei tassi che ha da poco lanciato.

Durante l’intervista, Powell ha ricordato anche la dichiarazione rilasciata nella conferenza stampa successiva al secondo rialzo dei tassi, a maggio, ovvero quella secondo cui una stretta monetaria della Fed di 75 punti base non sarebbe ora sul tavolo: erano state proprio queste parole a rassicurare i mercati, prima che tornassero a prevalere i forti sell.

Nel ricordare quanto detto, il numero uno della Fed ha sottolineato di “non essere sicuro di quanta differenza avrebbe fatto” agire in modo più veloce, aggiungendo che “abbiamo fatto il meglio che potevamo fare” e che “ora, vediamo il quadro in modo molto chiaro, e siamo determinati a utilizzare tutti i nostri strumenti per tornare alla stabilità dei prezzi”.

Debach (eToro) su dollaro Usa e rischio più inflazione in Europa

Gabriel Debach, market analyst di eToro, commenta le ripercussioni che la politica monetaria della Federal Reserve sta avendo, in particolare, sul mercato del forex, e sul rapporto euro-dollaro:

“Le preoccupazioni sul futuro della crescita economica, così come sulle divergenze di politica monetaria, continuano ad essere dominanti nella crescita del dollaro statunitense. La coppia euro/dollaro scambia su valori a cui non assistevamo da gennaio 2017, al di sotto dei 1,04, mentre il dollaro statunitense sul franco svizzero scambia sopra la parità (l’ultima volta risaliva al 2019). Il continuo rafforzamento del dollaro statunitense, con l’US Dollar Index che scambia sopra i 104 (sui valori a cui non assistevamo dal 2002), potrebbe generare maggiori pressioni sull’economia a stelle e strisce, esacerbando il deficit commerciale (la principale causa dello scivolone sulla crescita del Pil nel primo trimestre), nonché sugli utili societari (danneggiando le esportazioni e la conversione dei profitti all’estero da parte delle società statunitensi)”.

“Rincari del dollaro – spiega ancora Debach – potrebbero essere anche causa di ulteriori pressioni inflazionistiche in Europa, con molte materie prime legate proprio al biglietto verde americano – pensiamo facilmente al Gnl americano, che in questo momento risulta essere il salvatore in patria del deficit di gas europeo. Di qui forse le parole da falco da parte della BCE. Situazione da equilibrista, comunque, quella della Lagarde, tra ulteriori pressioni inflazionistiche e rischi di un deciso deragliamento economico che l’escalation russa – vedi le dichiarazioni della Finlandia – potrebbe maggiormente causare. Di sicuro qualsiasi decisione dovesse essere presa, sarà senza ombra di dubbio, notevolmente criticata. Impossibile salvare tutti”.

Un commento su ‘recessione sì-recessione no’ è arrivato intanto da Keith Wade, Chief Economist & Strategist di Schroders :

“Gli economisti e la Fed non sono riusciti a prevedere la portata e la persistenza delle pressioni inflazionistiche. È quindi ora di preoccuparsi dell’inflazione? E tutto ciò rende una recessione più probabile? Nonostante i dubbi sul fatto che le banche centrali non siano totalmente focalizzate sull'obiettivo di ridurre l’inflazione, esse hanno segnalato di essere impegnate a ripristinare la stabilità dei prezzi. Tra i vari commenti da parte dei banchieri centrali, il vice-Presidente della Fed Lael Brainard, noto per la sua posizione da ‘colomba’, ha dichiarato che “l’inflazione è molto alta, farla scendere è la priorità”. È forse vero che la Fed è stata lenta nell’avviare il tightening, ma dopo il decollo ha comunicato una serie di rialzi dei tassi insieme alla riduzione del suo bilancio attraverso il quantitative tightening”.

Dunque, quale outlook sui tassi ci si può aspettare?

Schroders: rialzo tassi con soft landing? Più facile a dirsi che a farsi

Così lo strategist di Schroders:

“Ci aspettiamo che la Banca Centrale statunitense alzerà i tassi dei fed fund in ognuno dei prossimi meeting di quest’anno, dopo il rialzo di 50 punti base di maggio, che ha portato il costo del denaro all’interno di un range tra lo 0,75% e l’1%. La Fed riuscirà a garantire un ‘soft-landing’, ovvero ridurre l’inflazione senza innescare una recessione? Sostanzialmente la Banca Centrale deve ristabilire l’equilibrio tra domanda e offerta, in modo che il rallentamento dell’economia sia sufficiente ad allentare le pressioni sui salari e sui prezzi. Per garantire il ‘soft landing’, la Fed dovrà fare tutto ciò in maniera graduale, portando quindi a un rallentamento del tasso di crescita al di sotto del trend, e non a una recessione con un calo della produzione e un rapido aumento della disoccupazione. Tuttavia, è più facile a dirsi che a farsi“.

“La storia – spiega ancora l’esperto – ci insegna che le recessioni degli anni ’80 e ’90 sono state conseguenti a un brusco aumento dell’inflazione, come quello che stiamo vivendo oggi. Sebbene anche allora si parlasse molto di ‘soft landing’, ciò non avvenne”.

E “ci sono tre motivi per cui le probabilità di una recessione sono attualmente elevate. In primo luogo, sembra che l’inflazione si stia consolidando. L’inflazione è elevata e diffusa, mentre il mercato del lavoro è rigido. L’aumento dei prezzi ‘vischiosi’ è particolarmente preoccupante, poiché per loro natura si muovono più lentamente e impiegano più tempo a scendere. Ciò consentirebbe di avere più tempo per lo sviluppo di effetti di secondo round, in cui i salari seguono i prezzi più alti, portando a un’ulteriore serie di aumenti dei prezzi. Di conseguenza, il compito delle banche centrali di riportare l’aumento dei prezzi verso il target è più difficile: la politica monetaria deve essere più restrittiva per allineare la domanda all’offerta. In questo contesto, potrebbe essere necessaria una recessione per far scendere l’inflazione.
In secondo luogo, la politica monetaria è uno strumento poco incisivo. Per la maggior parte degli ultimi quarant’anni, le teorie di Milton Friedman hanno fatto sì che le politiche monetarie si siano accreditate come uno strumento per domare l’inflazione. Tuttavia, Friedman sosteneva che la politica monetaria agisce con ritardi lunghi e variabili. Anche gli effetti di fiducia giocano un ruolo importante. Il timore di una recessione può ad esempio diventare una teoria che si autoavvera, con conseguenti tagli alla spesa. I modelli delle banche centrali forniscono ai policymaker un’indicazione di quanto siano lunghi questi ritardi, ma non sono precisi. Giudicare quanto debba essere restrittiva la politica monetaria è difficile e la tentazione è quella di continuare ad alzare i tassi finché non succede qualcosa. Questo è stato il modello degli anni ’80 e ’90.
Infine, questa decisione sulla politica monetaria oggi è resa più complessa da ciò che sta accadendo altrove: La politica monetaria sta vedendo o è destinata a vedere un inasprimento in tutto il mondo in risposta all’inflazione, non solo negli Stati Uniti. Di conseguenza, gli scambi commerciali a livello globale e la domanda esterna saranno più deboli; L’attività economica in Europa risente in modo significativo della guerra in Ucraina e degli sforzi per imporre un embargo sull’energia russa; L’aumento dei prezzi delle materie prime agisce come una tassa sui consumi, riducendo i redditi reali e la spesa in tutto il mondo; la Cina non sta inasprendo la politica monetaria, ma la politica ‘zero Covid’ sta pesando sull’economia. Infine, la politica fiscale sta facendo marcia indietro dopo il massiccio sostegno nella fase più acuta del Covid”-

“Pertanto – conclude Schroders – il compito di garantire un ‘soft landing’ sembra particolarmente impegnativo al momento. I tassi di interesse saliranno ancora, poiché partono da livelli bassi, inferiori al tasso di ‘equilibrio’. Quando un’economia è a pieno regime, questo è il tasso necessario per evitare un’eccessiva stimolazione (con possibili indebite pressioni inflazionistiche) o una sotto-stimolazione (con possibile contrazione economica e rischio di deflazione). Prevediamo altri cinque rialzi consecutivi dei tassi, con un picco dei tassi sui fed funds al 2,5-2,75% a fine anno. Alcuni ritengono che questi valori siano coerenti con una politica neutrale della banca centrale. Tuttavia, visti gli attuali venti contrari, la stretta potrebbe essere tale da causare un ribaltamento dell’economia degli Stati Uniti. L’inflazione sarà sotto controllo, ma il prezzo da pagare potrebbe essere una recessione”, dunque quell’hard landing tanto paventato.

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