L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 2 maggio 2022

Economia della sopravvivenza

L’analisi di Sapelli: sarà economia della sopravvivenza. Ci salveranno le piccole e medie imprese


La paralisi dei traffici e le ripercussioni del conflitto in Ucraina. «Economie più interconnesse, si saranno più disoccupazione e povertà»

PIERCARLO FIUMANÒ 02 MAGGIO 2022

«Guerra e pandemia ci costringeranno a una sorta di economia della sopravvivenza. Ci salveranno le piccole e medie imprese»: Giulio Sapelli, storico ed economista, analizza lo scenario complesso dell’Occidente alle prese con un conflitto nel cuore dell’Europa ma anche i rischi di una paralisi dei traffici globali che si scoprono sempre più “regionalizzati”. Anche qui con una concatenazione fra pandemia e guerra: «La Spagnola si è sviluppata nelle trincee della Grande Guerra. La guerra dei Cent’anni ha provocato la peste».

Professor Sapelli, vede rischi di recessione?

«Siamo di fronte a una situazione mai vista. Prima della guerra la pandemia aveva già provocato uno choc esterno all'economia paralizzando gli spostamenti delle persone e bloccando la mobilità delle merci. L’economia cinese, costretta a severissimi nuovi lockdown, rischia il declino. A Shanghai 26 milioni di abitanti sono rinchiusi nelle loro abitazioni e nei Covid-center costretti a pagare un elevatissimo costo umanitario e sociale e non solo economico. Siccome le economie sono interconnesse ci sarà più disoccupazione e povertà».

Oggi non è più così conveniente delocalizzare le produzioni in Paesi come la Cina sfruttando il basso costo della manodopera. Pandemia e guerra stanno bloccando la logistica mondiale.

«Migliaia di navi sono ferme in attesa di ripartire. Questa paralisi dei traffici sta provocando un aumento esponenziale dei noli marittimi e dei costi della catena della logistica. Questo a mio avviso è un pericolo più serio dell’inflazione perché rischiamo il blocco delle attività produttive. Ecco perché questa crisi non si risolve con i sussidi indiscriminati che provocano soltanto povertà e iper-inflazione».

Secondo l’ultimo report di Srm (Studi e ricerche del Mediterraneo) e Intesa San Paolo lo scorso anno i noli marittimi sono aumentati del 22,6%. Con quali conseguenze?

«L’aumento dei noli marittimi pone un problema anche di tipo normativo e gestionale. L’assetto di proprietà delle banchine non dovrebbe più essere pubblico o privato».

La guerra ha fatto implodere la questione energetica mondiale.

«Questo conflitto si definirà fra trent'anni nei manuali di relazioni internazionali come una guerra di aggressione con crimini di guerra della Russia nei confronti dell’Ucraina. Gli analisti del futuro si accorgeranno che durante questo conflitto i russi continuavano a vendere il gas all’Occidente. Ma è evidente che per fermare Putin dovremmo cessare di comprare il suo petrolio».

Una crisi come nel 2008?

«Sono due crisi differenti. Nel 2008 abbiamo visto una crisi finanziaria determinata dalla speculazione dei subprime e da un eccesso di bolla speculativa e irrazionalità borsistica. Oggi invece siamo di fronte a un blocco commerciale e produttivo. Basti ricordare che Ucraina e Russia sono i più importanti produttori mondiali di grano e di semi di girasole che sono essenziali anche per molte componenti nella chimica e nella farmaceutica».

Dovremo tornare al carbone?

«Sarà inevitabile il ricorso al carbone come fonte di produzione di energia elettrica perchè non ci siamo preoccupati di valorizzare in tempo le fonti energetiche alternative. Abbiamo commesso l’errore di abbandonare la produzione di elettricità attraverso le fonti cinetiche: vento, sole e mare. Ora sarà una condizione indispensabile».

Vedremo una crisi energetica anni Settanta?

«Come negli anni Settanta i Paesi produttori dell’Opec cercarono di controllare l’offerta di petrolio, mettendo in crisi l’Occidente, così oggi l’Unione Europea è in crisi a causa della eccessiva dipendenza dai giacimenti di gas della Russia. Un problema difficilmente risolvibile anche causa delle speculazioni sull'energia. Il prezzo della maggior parte dei beni energetici non si basa infatti sulla quantità disponibili, o sul gioco fra domanda e offerta, come accadeva negli anni Novanta, ma si stabilisce alla Borsa di Amsterdam. Mi riferisco alla decisione dell’Olanda di spegnere il sito di Groningen per il rischio sismico. Parliamo del più grande giacimento di gas d'Europa che garantiva una produzione annua di 50 miliardi di metri cubi, un terzo di quello che tutta l'Ue importa dalla Russia».

Con rischi economici per settori pesanti come la siderurgia.

«Soprattutto se pensiamo che la Russia è il più grande Paese importatore di acciaio. Purtroppo le sanzioni rischiano di avere un costo economico pesante per l’Europa, una catastrofe economica di lungo periodo».

Il porto di Trieste torna a collocarsi nell’area della Mitteleuropa e viene premiato dall’accorciamento delle catene della logistica mondiale che tornano a guardare al Mediterraneo. La globalizzazione si restringe?

«La regionalizzazione dell’economia e dei traffici è un fenomeno ormai globale. Il mondo sta tornando alle zone di libero scambio degli Sessanta-Settanta del Novecento. Ma perché si possa vedere l’esito finale di questo processo sarà necessario attendere a lungo. Lo scenario potrebbe di nuovo cambiare, speriamo, con la fine della guerra».

Chi si salverà?

«Si salveranno le piccole e medie imprese che sono come piccoli alberi nella grande foresta perché essendo fondate sulla persona, la flessibilità e il ruolo dell’azienda familiare come le antiche cooperative possono cambiare in modo più flessibile i modi di organizzare la produzione. In questo senso sono le vere protagoniste dell’economia circolare: mi riferisco alla nuova economia green che valorizza gli scarti produttivi e riesce a fare economia sui costi. Le Pmi potranno porre un argine alla crisi attraverso i business plan, mettendo in campo forme di microcredito attraverso le banche cooperative di territorio».

Come definirebbe questa nuova economia di guerra?

«Economia della sopravvivenza. Per garantirci un futuro sociale ed economico nei prossimi trent'anni dovremo passare a una nuova fase attraverso bassi costi di produzione e una austerità sociale. Impariamo a risparmiare e a vestirci con poco».

La Vecchia Europa?

«L’Europa non esiste più nel senso che intendevano i suoi padri fondatori. Abbiamo perso una grande occasione e invece siamo ancora troppo dipendenti dagli Stati Uniti. Oggi l’Europa avrebbe dovuto mediare per la pace in Ucraina ma stiamo perdendo ancora una volta l’opportunità di fare sentire la sua voce».—

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