L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 maggio 2022

Gli indennizzi per i balneari sono a forte rischio di essere classificato nella categoria a babbo morto. L'importante è vendere le spiagge italiane ai grandi gruppi finanziari stranieri. Politici all'acqua di rose

Con il veto Ue sul deficit, come troveranno gli indennizzi dei balneari? A babbo morto

26 Maggio 2022 - 19:56

La crisi si avvicina a larghe falcate? L’accordo sul Dl Concorrenza e la corsa alla Delega fiscale evitano un voto di fiducia che farebbe saltare tutto prima delle amministrative. Ma dopo le urne..


A Giorgia Meloni non deve essere parso vero. Perché un assist come quello che il governo le ha servito sul piatto d’argento, normalmente lo si attende da un alleato. Invece, ecco che l’esecutivo ha deciso di giocare la carta del non facciamoci troppo male. Perché ottenere il via libera al Dl Concorrenza con l’unica promessa di una delega governativa che si occupi in un secondo tempo di decidere gli ammontare degli indennizzi per i balneari colpiti dalla riforma delle concessioni, equivale ad ammettere che ormai si sta sbracando. Ma che occorre salvare le forme.

E la corsa contro il tempo per trovare un accordo anche sulla Delega fiscale che garantisca un approdo in Aula la prossima settimana, al fine di rispettare la scadenza di fine maggio, lo conferma. Ormai il governo è saltato. Resta insieme solo per calcolo. Perché appare chiaro che accettare un compromesso al ribasso del genere è servito unicamente a rimandare il redde rationem di un voto di fiducia che avrebbe giocoforza mandato sotto (e, conseguentemente, a casa), l’esecutivo. A due settimane dal voto amministrativo e dei referendum e affossando due provvedimenti-bandiera richiesti dall’Ue in ossequio al patto su Recovery Fund e Pnrr. Tradotto, spread a 400 entro metà settimana prossima. Un suicidio.

Per tutti. Ma appare chiaro che, alla luce del doppio avvertimento di Commissione Ue e Fmi sull’impossibilità italiana di ricorrere a nuovo scostamento di bilancio e deficit, quegli indennizzi per i balneari sono a forte rischio di essere classificato nella categoria a babbo morto. Se per rendere meno impresentabile il decreto - ben più urgente e meno settoriale - contro il caro-energia si è infatti dovuti ricorrere all’una tantum sugli extra-profitti energetici, l’unica ipotesi praticabile per non tramutare quella promessa in un pagherò insolvente è una tassa di scopo che garantisca saldi invariati. Praticamente, una mini-finanziaria mirata per indennizzare chi gestisce da sempre demanio pubblico pagando cifre irrisorie per le concessioni dello Stato. Praticamente, l’assicurazione di una rivolta inter-classista.

Così, invece, tutto viene congelato. I balneari difficilmente daranno vita a forme di protesta eclatanti proprio alla vigilia della stagione estiva e dopo due anni di restrizioni e i partiti di governo che da sempre promettevano le barricate in difesa di quei privilegi (Lega e Forza Italia) contano sul fatto di andare al potere alla prossima tornata elettorale, rimettendo quindi mano a quanto ingoiato giocoforza oggi. Mero calcolo. Non a caso, stigmatizzato con durezza estrema da Giorgia Meloni, a sua volta sulle barricate in difesa dell’italianità degli stabilimenti balneari e ben felice di assestare un bel calcio negli stinchi agli alleati di centrodestra alla vigilia delle amministrative.

Ormai il conto alla rovescia è iniziato. E Mario Draghi appare quanto mai intenzionato a chiudere con una vittoria tutti i capitoli ancora aperti e che rappresentano altrettante conditio sine qua non per evitare procedimenti di infrazione europei e, soprattutto, il potenziale blocco delle prossime tranche di fondi per inadempienza. Portato a casa questo risultato, il suo lavoro sarà concluso. E il fatto che dopo settimane intere di oltranzismo atlantista sulla questione delle sanzioni, proprio oggi il presidente del Consiglio abbia parlato al telefono con Vladimir Putin, il quale avrebbe garantito flussi ininterrotti di gas al nostro Paese e lo sblocco dei carichi di grano in caso di ammorbidimento delle sanzioni, appare quasi una compensazione rispetto all'agenda eterodiretta da Bruxelles posta in essere finora. Come dire, me ne vado ma sarò stato io a garantire che i termosifoni non siano gelati il prossimo inverno.

Quando si staccherà la spina, però? E, soprattutto, chi lo farò? Saranno le amministrative a costringere i partiti della coalizione più litigiosa del mondo a un serio e drastico calcolo costi/benefici sulla prosecuzione della legislatura fino a scadenza? Il fatto che sempre oggi sia giunta la notizia dell’accordo fra PD, M5S e Sinistra per primarie uniche in Sicilia sembra confermare l’avviamento dei motori della campagna elettorale. Insomma, un’accelerazione difficilmente occultabile e che sembra vedere d’accordo anche Palazzo Chigi, interessato unicamente a portare a casa entro fine mese io provvedimenti richiesti di Bruxelles. Poi, si scateni pure l’inferno. Con una colossale variabile di fronte a noi: cosa farà la Bce? Perché al netto di un veto europeo su deficit e scostamento, il disimpegno totale di Francoforte aprirebbe scenari da uncharted territory. E con una potenziale crisi di governo in contemporanea. Apparentemente, un disastro. A meno che qualcuno non punti segretamente a restare a Palazzo Chigi. E finire il lavoro cominciato nel 2011.

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