L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 maggio 2022

Il mondo rifiuta il dollaro e questo porta la sua inflazione a livelli parossistici. Gli atlantisti euroimbecilli si sono affidati agli Stati Uniti per il suicidio assistito

Scenari
di Andrea Zhok
23 maggio 2022

Più passa il tempo e più si manifesteranno le implicazioni – da molti viste immediatamente – dell’operazione “Ucraina”.

1) La Russia porterà avanti il suo decoupling dall’Occidente e dall’Europa nello specifico, reindirizzando le proprie relazioni commerciali (e politiche) verso oriente – Cina in primis.

Questa non era per la Russia la prima scelta, visto che la complementarità tra l’Europa Occidentale – massima area di trasformazione industriale, e la Russia – massima sorgente di risorse naturali, sarebbe stata ovviamente di mutuo beneficio.

Però è andata così.

Dopo anni di provocazioni, Putin ha tagliato il nodo gordiano e deciso che le relazioni con l’Europa non potevano più essere salvate, vista la totale sudditanza nei confronti degli USA. Questo ha un costo nell'immediato per la Russia, ma è un costo che era stato preventivato, visto che è dal 2014 che la Russia ha iniziato a ridurre la propria dipendenza tecnologica dall’Europa, riportando “autarchicamente” sul proprio territorio gran parte della produzione strategica.

2) Dal punto di vista americano l’operazione è un successo strategico – visto che riporta integralmente l’Europa sotto la propria ala – tuttavia corre due rischi che forse erano stati sottovalutati, ovvero la destabilizzazione indiretta prodotta dalla crisi e la riduzione del ruolo internazionale del dollaro.

L’incremento dei costi dell’energia elettrica e della produzione alimentare crea due effetti significativi per gli USA: accelera il processo inflattivo già in corso e destabilizza molte aree del mondo in cui gli USA hanno interessi diretti, Nord-Africa e medio-oriente in primis, ma anche il Pakistan.

Inoltre il comportamento spregiudicato degli USA sul piano finanziario, con requisizioni di beni e asset nazionali, ha dato una spinta che al momento sembra potentissima verso la “dedollarizzazione” dell’economia mondiale. Questo significa che un numero decrescente di contratti vengono stipulati avendo come valuta di pagamento il dollaro, e questo riduce la domanda di dollari e aumenta quella di altre monete forti (il rublo vale oggi il 20% più che all'inizio della guerra). Questo effetto potrebbe portare l’inflazione statunitense fuori controllo, se la perdita di valore del dollaro dovesse risultare cospicua.

Paradossalmente questa è la prospettiva che dà più speranza, perché potrebbe indurre l’amministrazione americana a cercare una via di allentamento della tensione internazionale.

3) Infine l’Europa, che ha prodotto una politica perfettamente suicida, ed è l’area del mondo che – salvo miracoli – uscirà con le ossa rotte da questa vicenda.

L’UE, infatti, ha adottato una strategia tragicamente appiattita sui desiderata americani; e questo ha alcune semplici implicazioni:

a) nel breve periodo si sta già producendo una carenza di approvvigionamenti energetici e (meno importante) un crollo degli scambi commerciali con Russia e Ucraina;

b) nel medio-lungo periodo i costi di produzione europei sono destinati ad aumentare violentemente, il che, per un’area del mondo che finora ha puntato tutte le sue carte sulla propria capacità “mercantilista” di invadere gli altri con le proprie merci, significa spararsi una mitragliata nei piedi.

c) il decoupling in corso coinvolgerà almeno in parte anche la Cina, che è un mercato enormemente più importante per l’Europa della Russia. Se, come sembra al momento, il rigetto dell’unipolarismo americano finirà per coinvolgere tutti i BRICS, l’Europa subirà un tracollo pauroso nelle esportazioni, qualcosa di mai visto dal 1945.

La questione davvero interessante, che qui mi pongo, è la seguente. Non tutti quelli che ci governano – in Italia ed Europa – sono degli imbecilli. Questo significa che alcuni di quelli che contano hanno già capito che nel prossimo autunno – se non ci sono rapide correzioni di rotta – ci troveremo alle soglie della peggiore crisi economica di sempre, con tutto ciò che ne consegue in termini di turbolenze sociali con potenziale esplosivo (oltre un certo livello di malessere sociale le leggi restano sulla carta e in strada resta solo la rabbia).

Ecco, la mia domanda è: posto che questo esito è del tutto prevedibile, come pensano di tenere la situazione sotto controllo? Quale soluzione hanno in mente?

L’esca del PNRR poteva essere sufficiente – forse – a tenere sotto controllo i postumi della crisi Covid, promettendo a chi si comporterà in modo diligente secondo gli usuali canoni neoliberali una ricompensa in valuta forte (euro).

Ma la dinamica che si è avviata sta portando da un lato a ridurre drasticamente il valore reale di quelle cifre (il valore dell’euro si riduce negli scambi internazionali), e dall'altro i problemi che si presenteranno andranno a coinvolgere innanzitutto settori lontani dalle “linee di spese” del PNRR (con la stragrande maggioranza dei fondi destinati a digitalizzazione e “ambiente” difficilmente si riusciranno a mitigare decine di migliaia di esuberi nella meccanica o nel terziario).

Dunque, se questo è lo scenario, come pensano di tenere sotto controllo un’esplosione sociale in corso?

Certo, alcuni, sul piano individuale – come il nostro presidente del Consiglio – probabilmente hanno un piano di fuga che li deve portare al sicuro in qualche prestigioso incarico internazionale (cioè “deterritorializzato”, virtualmente indipendente dalle crisi dell’economia reale). Ma queste sono soluzioni disponibili a pochi, dunque come pensano di evitare un’onda di piena che porterà le loro foto sugli stendardi?

Qualunque risposta mi venga in mente mi preoccupa non poco.

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