L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 maggio 2022

Il presidente Zelensky, poi, è fantastico. Continua a chiedere armi e soldi, vaneggia vittorie finali, ma si dice pronto a incontrare Putin, nonostante le stragi e le atrocità russe.

SPY FINANZA/ Il bivio della Bce mette l’Italia con le spalle al muro
Pubblicazione: 03.05.2022 - Mauro Bottarelli
Che la Bce decida di aumentare i tassi o di dare sostegno all’economia, per l’Italia si genereranno comunque conseguenze negative

La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

La realtà è una brutta bestia. La resistenza ucraina era dipinta da tutti come indomita e pronta al supremo sacrificio: il battaglione Azov ha visto il suo leader scrivere a tutti, tranne forse Babbo Natale, pur di ottenere una mediazione che sblocchi la situazione dell’acciaieria di Mariupol. E aver salva la vita. Braveheart sul tavolo delle torture me lo ricordo un po’ più eroico e stoico. Almeno stando all’agiografia dei giornalisti con l’elmetto, quelli che ci hanno spiegato come un neonazista che legge Kant sia meno neonazista del solito.

Il presidente Zelensky, poi, è fantastico. Continua a chiedere armi e soldi, vaneggia vittorie finali, ma si dice pronto a incontrare Putin, nonostante le stragi e le atrocità russe. Ovviamente, il leader del Cremlino invece – oggi come oggi – non vuole vederlo nemmeno dipinto. Strano poi come a Kiev abbiano già fatto calcoli per la ricostruzione, stimando la cifra iniziale attorno ai 60 miliardi di dollari. Vuoi vedere che, non avendo voglia di indebitarsi ulteriormente con il Fmi e intravedendo un brutto epilogo argentino, il governo ucraino abbia trovato il modo per evitare che la gente lo vada a prendere per chiedere conto di come ha ridotto il Paese, fra corruzione e indebitamento alle stelle che hanno preso rapidamente il posto dei begli ideali di Piazza Maidan?

E lo so, è sgradevole dire certe cose. Faceva più comodo a tutti la narrativa di Davide che batteva Golia o, quantomeno, non si arrendeva, tenendo stretta in mano la sua fionda contro l’invasore. E invece, piano piano, i dubbi serpeggiano. Fatti salvi alcuni casi clinici o di malafede interessata e conclamata, ci si comincia a porre delle domande persino fra giornalisti e analisti. E, forse, è il caso. Perché le parole di Serghei Lavrov sull’Italia sono state chiare. E i russi hanno una particolarità come popolo: non dimenticano. E sono terribilmente vendicativi.

In compenso, date un’occhiata a questo strappo: ci mostra le parole pronunciate dal vice-presidente della Bce, Luis de Guindos, nel corso di un’intervista rilasciata nel weekend.


Quella appena cominciata è la settimana del Fomc della Fed, mentre l’Eurotower si riunirà solo a inizio giugno. Per questo è interessante valutare e soppesare bene quella frase, partendo dal presupposto che la guerra sta offrendo uno straordinario diversivo alla Banca centrale Usa, non fosse altro perché mercato azionario e obbligazionario insieme hanno bruciato dai massimi solo dello scorso novembre qualcosa come 25 trilioni di dollari, il tutto senza che la gente (e i media, soprattutto) nemmeno se ne accorgesse. Esattamente ciò che serviva a Jerome Powell, una cortina fumogena e un’arma di distrazione di massa che garantisse uno sgonfiamento della bolla senza panico.

La scorsa settimana il Nasdaq ha vissuto la sua peggiore settimana dal 2008, mentre il portfolio stock/bond addirittura dal febbraio horribilis 2009: nessuno pare essersene nemmeno accorto. Ovvero, siamo in pieno trend da post-Lehman sui mercati, ma l’unica preoccupazione sono le atrocità russe. Ora, poi, è terminata la finestra di divieto per i buybacks, quindi prepariamoci a un bel rimbalzo tecnico da partita di giro sulla liquidità. Ma torniamo alla Bce. Cosa dice il vice-presidente? Di fatto, palesa la sua predisposizione verso un aumento dei tassi già a luglio, ma getta un diplomatico seme del dubbio, rimandando tutto a una valutazione macro da tenersi nel mese di giugno. Insomma, decideranno i dati.

Quali? L’inflazione che gli analisti dell’Eurotower già vedono ulteriormente al rialzo o la crescita, ormai in palese stagnazione con picchi già in negativo sul trimestre per alcuni Paese, fra cui il nostro? La differenza non è da poco. Anzi. Se prevalesse il timore per il trend dei prezzi, saremmo in pieno campo da policy error alla Trichet: ovvero, alzare i tassi alla vigilia di una recessione. Tradotto, spread italiano alle stelle, calcolando che in contemporanea sarebbe confermato lo stop totale anche agli acquisti minimi tramite l’App a fine estate. Se invece fossero i dati di crescita a richiedere la maggiore attenzione, allora si potrebbe pensare a una nuova manovra di stimolo o quantomeno di sostegno. Il famoso Recovery bellico che l’Italia dei 209 miliardi chiede disperatamente da settimane. A quel punto, però, dove andrebbe a finire l’inflazione, se sull’incendio dei prezzi si gettasse la benzina della liquidità con l’idrante? E il potere d’acquisto dei salari? Quale erosione comporterebbe per le famiglie, il voler schermare gli spread sovrani, quindi i deficit? E poi, basterebbe una simile mossa per garantire all’Italia nuovo scostamento di bilancio, stante l’attuale no di Bruxelles?

E qui si apre un’altra partita, parallela. Perché ovviamente la Bce si muoverebbe proprio per coordinare gli sforzi ed evitare il proliferare di manovre a deficit a macchia di leopardo da parte dei Paesi membri più in difficoltà e indebitati, prodromo di eventuali spill-overs degli spread in stile 2011. Ma con l’inflazione al 7,5% e con prospettive quantomeno di stagnazione al rialzo, basti pensare al disastro sulla supply chain che sta prospettando la situazione Covid in Cina e l’ipotesi di embargo energetico alla Russia, la Germania non potrà che mettere dei paletti.

Il motivo? Lo mostra questa tabella: la popolarità del Cancelliere, Olaf Scholz, è letteralmente in caduta libera, a tutto beneficio della componente dei Verdi.


Ecco spiegata quindi la capriola sulle armi all’Ucraina consumata al vertice di Ramstein e l’apertura a un bando graduale almeno sul petrolio russo, lasciando per ora fuori il gas. Insomma, chi pensava che il post-Merkel si sarebbe tradotto in una passeggiata nel parco, è servito. L’Europa è totalmente nel caos e senza guida. Se non quella silenziosa e in attesa della zampata finale di Emmanuel Macron, felicissimo di stare in disparte a osservare i guai di Berlino e Roma.

Non sarà che la scelta europea di dar vita al sesto pacchetto di sanzioni includendo il petrolio sia unicamente propedeutica alla creazione artificiale di condizioni macro che garantiscano un’ennesima inversione a U della Bce da qui a luglio? Viene da chiederselo, quantomeno stando alle indiscrezioni relative alle tempistiche reali dello stop al greggio degli Urali: di fatto, acquistabile senza rischio di sanzioni fino a dicembre. Ovvero, una farsa. E una manna per Mosca e le sue casse. Non sarà che la Bce sia veramente con le spalle al muro, questa volta? E attenzione, perché l’Italia appare già nella classica situazione lose-lose. Ovvero, perde sempre. Se la Bce alza i tassi già a luglio, lo spread esplode e state certi che con esso anche il Governo, optando per una corsa alle scialuppe elettorali per non dover essere responsabili di manovre lacrime e sangue ben peggiori di quelle del Governo Monti. Se invece sarà nuovo sostegno, facendo prevalere la crisi macro della crescita e incolpando ovviamente Putin, ecco che la Germania metterà chiaramente dei paletti ai nuovi prestiti, vincolandoli alle emissioni del Mes riformato. E quindi a condizionalità a dir poco stringenti per chi ne facesse richiesta.

Sarebbe davvero paradossale e ricorderebbe la frase della canzone di Antonello Venditti, quella che ci ricorda come certi amori facciano dei giri immensi e poi ritornino. L’Italia avrebbe fatto di tutto per evitare di attivare il Mes innocuo pre-riforma e ora sarebbe giocoforza costretta a far ricorso a quello strapieno di condizionalità in stile Troika. Signori, parafrasando Piero Chiambretti, comunque vada siamo fregati. Meglio prepararsi. Esattamente come la narrativa sugli errori colossali della strategia militare russa e sull’eroica resistenza ucraina, ridottasi già ora a pietire i buoni uffici di Recep Erdogan per salvare la ghirba, anche la favoletta del Recovery Fund e del Pnrr pare giunta alla resa dei conti. Parole di Luis de Guindos, una colomba in casa Bce. E questo la dice lunga.

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