L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 maggio 2022

Il Sud colonia del Nord

I briganti di Cernobbio


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà per quale colpa ci siamo meritati la dannazione del ceto politico più stolto, incapace, ipocrita e avido della storia, una classe dirigente che da più di un secolo ripete gli stessi indecenti stereotipi, inanella le stesse promesse fallaci, ritratto col calice di bollicine, sorridente e compiaciuto a margine dei riti durante i quali ci sacrifica in nome dei suoi conflitti di interessi e per conto di padroni che l’hanno scelto in veste di cagnaccio affamato e feroce.

Ieri come ogni anno di è ripetuta la celebrazione del Forum dello studio Ambrosetti, il primo e ancora il più influente dei think tank padronali. L’incontro internazionale “di discussione su temi principalmente economici” che si tiene ogni anno dal 1975 nella prima settimana di settembre nella Villa d’Este di Cernobbio, si è trasferito estemporaneamente a Sorrento per dimostrare quanto l’oligarchia ci tenga al nostro Mezzogiorno, e ha rappresentato la festosa occasione di sciorinare il bric à brac di luoghi comuni stantii e offensivi del comune decoro sui nostri giacimenti, sulle nostre forze vive, sulle miniere di potenzialità non sufficientemente sfruttate per via di atavici ritardi, vizi antropologici e istinti ribellisti che hanno impedito una crescita omogenea a un paese troppo lungo.

C’era proprio tutta la crème de la crème, gli ingegni più duttili, creativi e dinamici: la Carfagna, patronessa dell’evento (dobbiamo a lei l’icastico slogan: il Mezzogiorno deve diventare l’hub del Mediterraneo) durante il quale è stato presentato il Libro Bianco “Verso Sud – La strategia europea per una nuova stagione geopolitica, economica e socio-culturale del Mediterraneo”, Mattarella entusiasta: “questo Forum è l’ossigeno per il nostro Sud”, e poi mezzo governo, parlamentari vestiti a festa e la lunga lista di sponsor disinteressati: Gruppo FS Italiane, Intesa Sanpaolo, Gruppo MSC, Gruppo Adler, Mediocredito Centrale.

Ma la scena è stata rubata da lui, il becchino, che ormai predilige gli stessi stilemi comunicativi della concorrenza di Taffo, particolarmente sorridente e affabile, per via dell’occasione di sibilare il repertorio di sconcezze criminali che ormai accompagnano ogni sua prestazione da sicario di qua e di là dall’oceano.

Andiamo per temi, al primo posto la teoria attribuita ai cinesi come l’uso di mangiare topi vivi: ogni crisi rappresenta un’opportunità e dunque oggi abbiamo la facoltà di immaginare e costruire un altro Sud. Secondo filone, la discolpa: è vero tra il 2008 e il 2018, la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno si è più che dimezzata ed è passata da 21 a poco più di 10 miliardi, e subito dopo l’autocelebrazione: per la prima volta da tempo possiamo aumentare la spesa in infrastrutture fisiche e digitali, nelle fonti di energia sostenibili, con le risorse di Next Generation EU che si aggiungono ad ulteriori programmi europei e ai fondi per la coesionemettendo a disposizione altri 96 miliardi per il Sud nei prossimi anni.

Infine una lavata di capo all’establishment meridionale: abbiamo imparato che tante risorse non portano necessariamente alla ripartenza del Mezzogiorno, adesso tutti gli attori in campo con l’aiuto dell’Esecutivo devono impegnarsi per il completamento delle opere pubbliche, che in Italia erano state avviate ma non completate in numero di 647, il 70% delle quali localizzate al Sud.

Ma la condizione per raggiungere questi traguardi consiste nella volontà comune e condivisa di recuperare “la fiducia nella legalità e nelle istituzioni, siano esse la scuola, la sanità o la giustizia”.

Anni fa fu terreno di confronto un libro di uno storico e politico particolarmente illuminato, Luciano Cafagna, intitolato “Nord e Sud”, sottotitolo “Non fare a pezzi l’Unità d’Italia”, nel quale l’autore guardava con speranza alla nascita di un meridionalismo di “riscossa civica” capace di produrre una cultura della giustizia e della iniziativa economica.

Non si faceva scrupolo di criticare certi atteggiamenti vittimistici da contrastare almeno quanto la spinta al separatismo settentrionale, così come lamentava che l’occupazione da parte dei figli della piccola e media borghesia meridionale dell’apparato statale centrale, del sistema burocratico e della pubblica amministrazione non avesse inciso sulla farraginosa barbarie del processo decisionale e amministrativo, anzi avesse approfittato di inefficienza, clientelismo e familismo per aggravare le piaghe proverbiali che caratterizzano la nostra autobiografia.

Ma ciononostante lasciava intendere che i ritardi del Sud, la scelta assistenzialistica, i benefici a pioggia o consegnati in regime di opacità discrezionale, andavano visti come l’esito di una strategia, oggi diremmo di un complotto. E avremmo ragione, perché in sostanza si tratta dell’applicazione interna di procedure e misure di marca colonialista, dell’adozione su scala dell’imperialismo a misura di nazione.

Oggi si capisce ancora meglio l’ostinazione nel mantenere il Sud in uno stato di soggezione ricattabile e di ritardo allo scopo evidente di attribuirne la colpa ai difetti antropologici della sua popolazione, nel sottolineare discrasie differenza, al fine di alimentare conflitti interni, nel non dare mai conclusione a una narrazione di successo secondo la quale malaffare, criminalità corruzione familismo amorale sono malattie endemiche che là traggono origine e poi contagiano la nazione.

Oggi che nuove e antiche miserie, sacrifici imposti e negazione di diritti che si ripetono, fanno pensare che si sia raggiunta una uniformità al livello più basso, si capisce meglio che il peso morto di metà paese condannato a propaggine africana fa parte di un canone precostituito che legittima la decisione che questo è un paese di serie B condannato a andar dietro alla sua zavorra, insalvabile e dunque destinato a essere spinto sempre più, relais per oziosi oligarchi come vengono chiamati quelli dell’est, o mecenati se sono californiani, sterminati campi da golf, itinerari turistici per credenti 5stelle, parchi tematici e cielo aperto, bacino di un esercito mobile da spostare dove padrone comanda.

Non ci resta che sperare nel brigantaggio, in chi si ribella per amore della roba di tutti, nei ragazzi che si battono contro il Muos , contro la guerra di fuori e di dentro.

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