L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 2 maggio 2022

La Bilancia commerciale parla chiaro gli Stati Uniti continuano a vivere al di sopra delle loro possibilità e ci riescono solo grazie all'imperativo dollaro se questo crollasse e crollerà, questo paese va in fallimento e Euroimbecilandia resterà, come sempre, con il cerino in mano. Mentre il VOSTRO lacchè Mario Draghi va a Washington a prendere ulteriori ordini

Lo spettro recessione per l’economia americana getta l’Europa nel panico
PIL USA in calo nel primo trimestre contro ogni aspettativa. La recessione non è più un rischio, bensì una realtà per l'Europa.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 01 Maggio 2022 alle ore 06:59


Il dato sul PIL USA nel primo trimestre, pubblicato giovedì scorso, ha sorpreso un po’ tutti molto negativamente. Ci si attendeva una crescita annuale di circa l’1%, mentre l’economia americana si è contratta dell’1,4% per la prima volta da due anni. Suona l’allarme recessione persino per la prima economia mondiale, la quale eppure godrebbe di ottima salute, almeno stando ai numerosi dati macro che avevano preceduto quello di questa settimana. La curva dei rendimenti a stelle e strisce si direbbe che non menta mai. La sua inversione sul tratto 10/2 anni generalmente predice l’inizio della recessione, pur in anticipo di diversi trimestri di tempo.

Le condizioni dell’economia americana

Nel dettaglio, le importazioni sono salite e le esportazioni scese, per cui il saldo commerciale ha sottratto ben 3,2 punti di PIL. Le scorte hanno fatto il resto sottraendo un altro 0,82%. Al contrario, i consumi delle famiglie sono cresciuti del 2,7%. E parliamo di una componente che negli USA sfiora il 70% del prodotto interno lordo.

Secondo gli analisti, l’economia americana non sarebbe sull'orlo di una nuova recessione. Il calo del PIL conseguirebbe a un temporaneo aumento delle importazioni per rimpinguare le scorte. Se questo è vero, non si può non notare che l’inflazione americana, salita all’8,5% a marzo, rischia di colpire proprio i consumi privati, cioè l’ossatura della ripresa post-pandemia. E il super dollaro non aiuta certo le esportazioni, anzi sostiene proprio le importazioni americane.

Recessione in vista per l’Europa

Ma, soprattutto, il dato USA getta un’ombra cupa sull’economia europea. Non è un mistero che questa non fosse in forma smagliante già prima della guerra tra Russia e Ucraina.A differenza dell’America, la domanda aggregata interna nell’Area Euro è debole e il contesto bellico non dà certo una mano. Dovremmo confidare sull’export, specie verso gli USA, che incide per oltre un centinaio di miliardi di dollari netti solamente tra Germania e Italia. Se rallentasse anch’esso, magari perché le famiglie americane iniziano a stringere la cinghia tra inflazione e rialzo dei tassi, la caduta del PIL sarebbe senza freno.

Nel primo trimestre, il PIL nell’area è aumentato dello 0,2%, il ritmo più basso dal ritorno alla crescita dopo il secondo trimestre del 2020. La Germania ha schivato la recessione tecnica, mentre la Francia è finita in stagnazione e l’Italia ha registrato un calo del PIL per il contributo negativo arrivato dalle esportazioni.

Dicevamo, il super dollaro – per converso, la debolezza dell’euro – spinge almeno a guardare con relativo ottimismo alle esportazioni. Ma da sole non bastano. I rincari delle materie prime, specie di petrolio e gas, stanno colpendo i livelli di produzione, mandando in orbita i costi e i prezzi finali. E l’incertezza sulla durata della guerra non aiuta. La speranza che la Russia voglia chiudere entro il 9 maggio, giorno di celebrazione nazionale della vittoria sul nazismo, sembra mal riposta.

La spada di Damocle della guerra sul PIL europeo

Putin avrebbe intenzione di puntare su Odessa dopo avere quasi del tutto espugnato Mariupol. Ciò farebbe montare l’escalation militare con l’Occidente, perché la città portuale è importante per i traffici commerciali della Turchia, per le esportazioni della stessa Ucraina e si trova fin troppo vicina alla Transnitria, regione russofona moldava nei fatti indipendente dal 1992. In pratica, anziché avvicinarci a una qualche soluzione, staremmo andando verso una fase ancora più drammatica e pericolosa del conflitto. Nel frattempo, Svezia e Finlandia faranno richiesta di adesione alla NATO e la Russia potrebbe reagire cercando di alzare il tiro su Kiev e mettendo nel mirino proprio la Transnistria.

Il prolungamento della guerra porterebbe nel migliore dei casi alla recessione, che tecnicamente si avrebbe con il calo congiunturale del PIL per due trimestri consecutivi. E il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha iniziato ad adombrare tale scenario, fino a pochi giorni fa respinto quasi aprioristicamente dalle istituzioni italiane. Germania e Italia rischiano più di tutte per la loro eccessiva dipendenza dal gas russo. Già con il DEF, le stime sul PIL italiano per quest’anno sono state tagliate da +4,7% a +3,1%. Ci saranno tempi e modi per abbassare ulteriormente le previsioni.

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