L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 maggio 2022

Le economie che si basano su beni beni reali i quali hanno un concreto valore d’uso oltre che di scambio non hanno bisogno di interferire con altri , mentre quelle finanziarie possono sopravvivere solo sfruttando gli altri e solo imponendo dovunque la propria logica.

La guerra dietro la guerra del gigante d’argilla americano



Oggi che è domenica mi posso prendere una pausa e tentare di spiegare quali sono i caratteri della guerra di fronte alla quale ci troviamo, la quale si combatte con le armi in Ucraina, ma che in realtà infuria in tutto il mondo: il conflitto è tra il virtuale e il concreto, tra un’economia fatta quasi solo di denaro che moltiplica se stesso e un’altra fatta di cose tangibili, ovvero materie prime, manufatti, lavoro. Tra finanza e produzione. Tra un impero di carta potenzialmente infinito e uno dove al contrario è proprio il limite a definire l’attività umana. Tra un cultura occasionalistica e di mercato e una invece che ha profonde radici. E’ la battaglia tra un eterno presente privo di prospettive e una visione dialettica della storia e del mutamento. Potrei continuare a lungo in questo elenco di dicotomie, ma voglio cominciare da dove magari non si immagina, ovvero dal Pil una misura di econometria nata nei suoi connotati attuali dal neoliberismo e dunque adatta a celebrarne le glorie, senza però dire nulla riguardo alla ricchezza reale delle popolazione generale che invece è essenzialmente determinato dalla politica. Il Pil si definisce come il valore totale di tutti i beni e servizi dei prodotti finali di un Paese al netto di tutti i consumi intermedi, ma dentro questa formula si nasconde un verme burlone perché significa che il Prodotto interno lordo comprende anche cose che non apportano alcun valore aggiunto dal punto di vista dell’economia reale. Ad esempio, una commissione che un agente immobiliare riscuote per l’intermediazione di un appartamento aggiunge valore economico? No, perché non crea spazio abitativo aggiuntivo, fornisce un servizio utile, ma la sua commissione non crea alcun valore aggiunto per l’economia, perché l’appartamento affittato esisteva già e il proprietario lo avrebbe affittato anche da solo. Tuttavia, fa Pil e ciò vale per una quantità quasi infinita di attività, compressi i servizi finanziari:: ma che valore reale si aggiunge se le azioni vengono scambiate in borsa da programmi informatici per la gioia degli speculatori? Ma anche questo fa Pil.

Ora è ben noto che il prodotto interno lordo dei Paesi occidentali è essenzialmente formato dai servizi, molti dei quali creano un valore solo fittizio che non ha relazione col mondo reale e con la creazione di beni reali. L’esempio più clamoroso è quello degli Usa: guardando i numeri dettagliati del PIL degli Stati Uniti che raggiunge grosso modo i 20 trilioni dollari l’anno, vediamo che il 60% abbondante è dato dall’insieme del settore finanziario, assicurativo, immobiliare, locativo e leasing che contribuisce con quasi 11,4 trilioni di dollari; a ciò si aggiungono le aree “Federal Reserve Banking, Credit Intermediation and Related Activities” (1,1 trilioni), “Titoli, contratti su merci e investimenti” (0,8 trilioni), “Compagnie assicurative e attività correlate” (1,4 trilioni), “Fondi , trust e altri strumenti finanziari” (0,2 trilioni): nell’insieme su arriva al il 75% del Pil. Tutto questo significa che l’attività economica “reale”, cioè la produzione industriale o agricola e il commercio, sono fattori minoritari e per giunta in via di estinzione. La stragrande maggioranza del prodotto interno Usa deriva dal movimento di denaro senza che venga aggiunto un valore reale. Alcune di queste transazioni generano anche valore aggiunto, ma non tutte. O per dirla in altro modo: qual è il valore aggiunto per il PIL se un titolo emesso anni fa aumenta di prezzo? Nessuno, poiché questo non produce una merce aggiuntiva né fornisce un servizio aggiuntivo, senza tralasciare il servizio del commerciante di borsa che vende e compra in continuazione il titolo. Eppure la quasi totalità del 10 per cento della popolazione più ricca che possiede quasi la stessa quota di ricchezza del rimanente 90 per cento fa i soldi senza creare economia reale se non in piccola parte. Per rimanere con l’esempio precedente un titolo, ad esempio un’azione, ha un effetto economico solo al momento della sua emissione, perché in quel momento fornisce a chi lo emette denaro fresco con cui può investire in qualcosa di concreto: la successiva speculazione con il titolo in borsa può portare profitti agli speculatori, ma non apporta più alcun valore economico aggiunto. E infatti il valore fittizio rimane nelle tasche degli azionisti e non entra pienamente nel ciclo economico.

Come sappiamo esiste un Pil nominale e un Pil reale che tiene conto dell’inflazione, anche se non sempre, anzi quasi mai viene specificata la misura adottata, ed esiste anche un Pil calcolato in base alla parità di potere d’acquisto, ma forse bisognerebbe introdurre una nuova misura, ovvero quella del Pil effettivo che misuri la sola produzione di valore reale. Ora però il calcolo del Pil fa sembrare che i Paesi occidentali siano più ricchi degli altri, ma sotto questo belletto sparso dal regime neoliberista, viene nascosto il fatto che non sono più il vero fulcro dell’economia mondiale e non esprimono il vero tenore di vita delle persone. Prendiamo come esempio la Russia: sebbene i salari siano più bassi che in Occidente, il russo medio può permettersi lo stesso prezzo di una persona media in Occidente. Il russo medio ha un appartamento (per lo più in un condominio,), un’auto e va in vacanza una volta all'anno e ha una vera assistenza sanitaria gratuita. Quindi non è importante quanti soldi guadagna qualcuno, ma cosa ci si può permettere con questi soldi nel proprio paese. Il ragionamento vale anche per la Cina dove i salati in molte zone fortemente industrializzati sono appena inferiori a quelli europei, ma con un potere di acquisto molto superiore da cui nasce per così dire l’auto alimentazione dell’economia cinese. I “media di qualità” continuano a dirci che l’economia russa è piccola e debole, e che la grande Russia ha ancora meno potere economico della piccola Italia. Questo è vero, ma solo quando si calcola il PIL nominale, se si calcola il Pil in base al potere di acquisto la Russia balza al sesto posto e lascia l’Italia al 12°. Se poi volessimo creare un Pil effettivo basato sui beni reali dei vari Paesi, compresi quelli energetici, minerari e produttivi la Russia sarebbe seconda dopo la Cina.

Ora il problema è questo e si sta manifestando nella guerra: le economie che si basano su beni beni reali i quali hanno un concreto valore d’uso oltre che di scambio non hanno bisogno di interferire con altri , mentre quelle finanziarie possono sopravvivere solo sfruttando gli altri e solo imponendo dovunque la propria logica. Ecco perché lo pseudo gigante Usa ha bisogni di mandare gli ucraini al macello: perché la disobbedienza rispetto all'ordine finanziario di cui sono i padroni è un pericolo mortale per loro. L’Europa si trova nel mezzo perché non è ancora abbastanza finanziarizzata e ha ancora una produzione manifatturiera che la potrebbero collocare a metà strada, ma è costretta a rimanere nella gabbia della Nato con conseguenze catastrofiche.

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