L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 maggio 2022

Succede sempre quando si tratta di leggere il mondo con strumenti superati dalla velocità della realtà di essere completamente nel mondo della fantasia del METAVERSO

A chi serve, oggi, il PNRR?
Solo l'Italia si indebita tanto, per 200 miliardi di euro di nuovo debito

20 maggio 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


A differenza degli altri Paesi europei, solo l'Italia ha chiesto di attingere con tanta decisione ai loan, ai debiti europei che servono per finanziare il PNRR: una scelta già azzardata in tempi normali, che ora va decisamente bloccata. Sono tanti soldi, troppi: la Nuova Cortina di ferro che si sta erigendo per isolare la Russia ci costringe a riscrivere le priorità. In ogni caso, bisogna fermarsi finché la guerra in Ucraina non sarà terminata ed il quadro geopolitico definito.

Dobbiamo guardare in faccia alla realtà: la guerra sta modificando radicalmente il quadro geopolitico e le prospettive strategiche dell'Italia e dell'Europa.

Stiamo tornando indietro rispetto alla Globalizzazione, un mondo iniziato con la dissoluzione dell'URSS nel 1991, giusto trent'anni fa: un mondo apparentemente senza frontiere, dominato solo dal Mercato, in cui tutti potevano fare commercio con tutti, spostare capitali a piacimento, mettere su fabbriche dovunque, con la libertà assicurata da una Lex Mercatoria che non veniva mai intaccata da niente e da nessuno.

Fino all'autunno scorso, le priorità erano quelle del COP26, la transizione globale verso la decarbonizzazione della produzione per fermare il riscaldamento ambientale. Nonostante il biennio di pandemia, per il Covid-19 che ha bloccato le economie e le società soprattutto occidentali gettandole in una nuova recessione, il futuro sembrava dischiudersi secondo equilibri nuovi.

Erano sfide complesse, ardite, ma fondate su una prospettiva di pace e di armonia: soprattutto tra l'Uomo e la Natura.

Siamo caduti all'indietro, di schiena, all'improvviso: la guerra in Ucraina ci ha riportato alla fine della Guerra mondiale, alla divisione dell'Europa decisa a Yalta, ad una nuova Cortina di ferro che scende tutta a ridosso della Russia: dalla Finlandia alla Svezia, passando per le tre repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, e poi giù con la Polonia e la Ucraina. Solo la Bielorussia è rimasta a far parte di quello che una volta era il Blocco sovietico.

Occorre fare i conti con questa realtà, che ci piaccia o meno: la Russia è tornata ad essere un nemico dell'Occidente. Le sanzioni sono destinate a durare a lungo, per sempre: almeno finché l'Occidente non sarà in grado di conquistarla, mettendo le mani sulle sue risorse energetiche e minerarie. Lo stesso vale per la Cina: non basta fare commercio con un Paese che ha un Partito comunista che decide tutto, dalle priorità della crescita allo sviluppo internazionale, lasciando al Mercato solo il compito strumentale di produrre ma mai di indirizzare lo sviluppo in un senso o nell'altro.

Mentre era in corso una politica che aveva come priorità assoluta la decarbonizzazione completa dell'economia, ora l'obiettivo a brevissimo e lungo termine è rendersi autonomi dalle fonti energetiche proveniente dalla Russia, carbone, petrolio e gas, cercandolo dappertutto. Ma il quadro si fa ancora più complesso se si guarda alla altra cintura che sta cingendo attorno alla Cina, per ridurre al minimo le esportazioni occidentali di tecnologie avanzate nel settore informatico e di ridurre al minimo la dipendenza dell'Occidente dalle produzioni cinesi.

In modo molto indiretto, il PNRR ci aiuterebbe pure di fronte a queste due sfide: la transizione verso le energie rinnovabili e quella verso le tecnologie informatiche ci svincolerebbero dalle fonti fossili di qualsiasi provenienza e dalle importazioni dalle grandi corporation della Cina. La verità è che è tutto fondato su ipotesi, dall'idrogeno verde alla stessa tenuta di una economia che abbandona la manifattura e la agricoltura per sviluppare esclusivamente i servizi in rete.

Questo è il punto: ora si parla di gravi carenze nei rifornimenti di grano, non solo dalla Ucraina ma anche dalla Russia, con l'India che chiude anche le sue frontiere alle esportazioni; di mancanza del mangime per gli allevamenti di animali e dei concimi per i nostri campi, per non parlare dei prezzi stratosferici di tutte le altre importazioni di materie prime.

Bisogna essere realisti: finché il quadro internazionale non si chiarisce, rischiamo di continuare a spendere troppi soldi, presi a debito, per priorità superate.

Forse, domani, chissà… Ma oggi no, proprio no.

Solo l'Italia si indebita tanto, con 200 miliardi di euro di nuovo debito

A chi serve, ancora, il PNRR?

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