L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 17 giugno 2022

17 settembre creazione di miliardi con un clic altrimenti il Casinò di Wall Street si blocca. L'influenza covid doverosa per raffreddare un'economia surriscaldata. Dopo due anni la recessione ha fatto il suo ingresso insieme all'inflazione, dovuta alla montagna di soldi messi in circolazione. Oggi recessione+inflazione=STAGFLAZIONE. Rialzo degli tassi d'interesse per cercare di bloccarla

Perché il rialzo dei tassi può portare alla recessione e non esistono alternative
La stretta monetaria attraverso il rialzo dei tassi è obbligata per combattere l'inflazione e probabilmente causerà una nuova recessione
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 16 Giugno 2022 alle ore 06:17


Anche ieri la Federal Reserve ha alzato i tassi d’interesse per la terza volta consecutiva e dello 0,75% a 1,50-1,75%. E non poteva essere altrimenti con un’inflazione americana esplosa all’8,6% a maggio, la più alta dal 1981. Le borse stanno ripiegando di brutto nelle ultime sedute, scontando il rischio di una recessione dell’economia globale a distanza di appena due anni da quella provocata dalla pandemia. Il rialzo dei tassi è una mossa obbligata per tutte le principali banche centrali, checché ne dicano illustri economisti intenti più a compiacere governi squattrinati che non a compiere ragionamenti razionali. E’ vero, come ha di recente affermato Francesco Giavazzi, che a differenza degli USA l’Eurozona non abbia un’inflazione da domanda, bensì causata dal boom dei prezzi delle materie prime. Tuttavia, un costo del denaro più elevato riduce la liquidità sui mercati e, di conseguenza, anche la speculazione rialzista su petrolio, gas, metalli industriali e persino prodotti alimentari.

Il rialzo dei tassi serve tipicamente per rendere più conveniente il risparmio, a ovvio discapito dei consumi. Esso segnala al mercato, poi, la volontà della banca centrale di combattere l’inflazione, “raffreddandone” le aspettative. E negli USA, il “breakeven” a 5 anni si attesta ancora sopra il 3,10%, per cui il mercato starebbe scontando per il prossimo quinquennio un’inflazione media annua pari al 50-60% più alta del target della FED al 2%.

Recessione economica, ecco come

Ma la stretta monetaria ha effetti collaterali indesiderati, per quanto inevitabili e, in un certo senso, condizione necessaria per disinflazionare l’economia. Il rialzo dei tassi, dicevamo, tende ad accrescere i risparmi e a comprimere i consumi. Allo stesso tempo, disincentiva gli investimenti delle imprese. E per un’economia esportatrice come l’Eurozona, agisce negativamente anche innalzando il tasso di cambio, rendendo meno competitive le esportazioni.

Dunque, il rialzo dei tassi colpisce la domanda aggregata, persino pubblica. Il maggiore costo di emissione del debito riduce gli spazi di manovra fiscale dei governi. In Italia, ad esempio, già è scattato l’allarme spread. Fino a qualche mese fa, la politica italiana dibatteva su come impiegare allegramente deficit sempre più elevati. Adesso, il “mood” è cambiato. Poiché indebitarsi costa già molto di più di inizio anno, serve limitare le spese in eccesso.

Ed ecco che la recessione rischia di essere servita. Accadde anche agli inizi degli anni Ottanta, quando le amministrazioni Reagan e Thatcher rispettivamente negli USA e nel Regno Unito provocarono una crisi “pilotata” dell’economia per abbattere i tassi d’inflazione. Funzionò. Rispetto ad allora, però, le banche centrali si sono arrogate molti più compiti di quelli che erano stati loro assegnati dagli statuti. La lotta all'inflazione nell’Eurozona non è più percepita dai mercati quale unico mandato della BCE, bensì terzo in graduatoria dopo la difesa dell’economia e la stabilità finanziaria.

Errori di banche centrali e governi

Trovare un equilibrio tra stabilità dei prezzi, dell’economia e dei mercati finanziari appare difficilissimo in questa fase. Se le banche centrali riuscissero nell’intento, sarebbe forse più un caso fortuito. La peculiarità di questa stretta consiste nel fatto che sia stata avviata o stia per essere avviata proprio mentre i segnali dall’economia appaiono indeboliti. In genere, prima di arrivare a tanto i governatori hanno già alzato i tassi di qualche punto percentuale, per cui riescono a fermare la corsa dell’inflazione e a limitare i danni per l’economia. In questa occasione, dovranno scegliere chi salvare: l’economia o la stabilità dei prezzi.

La scelta è tutt’altro che agevole. In primis, perché rischiano di perdere definitivamente credibilità rispetto all’obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi. E una banca centrale non può permettersi di disancorare le aspettative del mercato. Secondariamente, di questo passo sarà la stessa alta inflazione a provocare la recessione dell’economia, colpendo il potere d’acquisto e riducendo così i consumi privati. Un pasticcio inevitabile, diranno i banchieri centrali. Non esattamente. Se fossero intervenuti prima e non avessero ecceduto con gli stimoli monetari, forse non saremmo arrivati a tanto, guerra o non guerra. E se i governi non avessero reagito alla pandemia con sussidi a pioggia e chiusure di attività prolungate e a singhiozzo, ci sarebbe stato un mercato dei beni e dei servizi più equilibrato e tale da non innescare la fiammata dei prezzi di questi mesi.

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