L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 giugno 2022

Ci siamo fatti prendere in giro da Grillo e da chi ha partorito questo piano ingegnoso per rubarci tempo e toglierci la speranza. Per il momento hanno vinto le oligarchie politiche anglosionistestatunitensi

Cosa resta del Movimento 5 Stelle, la più grande truffa elettorale nella storia d’Italia
Con l'addio di Luigi Di Maio il Movimento 5 Stelle può essere dichiarato ufficialmente defunto. Finisce una brutta pagina di storia italiana.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 23 Giugno 2022 alle ore 06:59


Ci avevano creduto in tanti, per l’esattezza ben 11 milioni di italiani. Tanti furono gli elettori ad essere rimasti affascinati dal Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche del 2018. Tre mesi più tardi nasceva il primo governo di uno sconosciuto Giuseppe Conte, autoproclamatosi “avvocato del popolo”. Sorretto anche dalla Lega di Matteo Salvini, avrebbe dovuto scardinare “l’Europa dell’austerità” o portare l’Italia fuori dall’euro. I mercati finanziari andarono in fibrillazione, lo spread esplose e rimase altissimo fino alla primavera dell’anno successivo. La battaglia sul deficit fu drammatica e a tratti grottesca. Luigi Di Maio, portavoce dei “grillini”, lottò strenuamente con l’Europa per ottenere un disavanzo fiscale al 2,4% del PIL. Gliene accordarono uno al 2,04%. Si sa, i numeri dopo la virgola contano poco. Così avrà pensato lo stesso Di Maio, che poté festeggiare sul balcone di Palazzo Chigi per avere “piegato Bruxelles”.

Dal “no euro” a Ursula von der Leyen

Il governo Conte-1 portò a casa due misure-bandiera dei partiti della maggioranza: reddito di cittadinanza e quota 100. Gli appetiti elettorali di Nord e Sud erano così stati soddisfatti. E chi se ne frega dei conti pubblici! Un anno più tardi e qualche drink di troppo, Salvini dichiarò finito il governo dall’autorevole location del Papeete Beach e semi-nudo per il caldo mentre cantava l’Inno d’Italia in versione deejay. Contrariamente alle sue attese, il Movimento 5 Stelle si accordò nel giro di un minuto con l’odiatissimo Partito Democratico, quello “di Bibbiano”, “dei poteri forti”, ecc.

Fu un momento di grande verità e un capolavoro politico di Matteo Renzi. L’ex premier dimostrò in pieno agosto che, pur di non mollare la sedia, il Movimento 5 Stelle si sarebbe alleato persino con Belzebù, sconfessando fino all’ultima virgola delle proprie promesse elettorali.E così fu. Niente doppio mandato grazie all’invenzione del “mandato zero”; stop alle pubblicazioni dei versamenti per la restituzione delle indennità di parlamentare; fine della politica anti-euro; degli attacchi all’Europa, ecc. Anzi, prima ancora che cadesse il primo governo Conte, il Movimento 5 Stelle aveva votato all’Europarlamento per Ursula von der Leyen a capo della Commissione, risultando determinante. In pratica, voleva “abbattere l’Europa della finanza” eleggendo alla massima istituzione il braccio destro dell’allora cancelliera Angela Merkel.

Alleanza anche con PD e al governo con Draghi

Poi venne la pandemia e qui la sconfessione del proprio credo fu totale. Da movimento “no vax”, i 5 Stelle divennero grandi difensori delle restrizioni anti-Covid e naturalmente delle vaccinazioni di massa obbligatorie per godere del ritorno alla normalità. L’ennesima giravolta nel gennaio 2022: caduto anche il secondo governo Conte, il Movimento 5 Stelle appoggiava niente di meno che il premier Mario Draghi, “l’uomo delle banche”, insieme al nemico di sempre: Forza Italia. Roba che ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate. Infine, alle elezioni per il Quirinale sosteneva nel gennaio scorso la rielezione niente di meno che di Sergio Mattarella, per cui Di Maio era arrivato a chiedere l’impeachment a inizio legislatura.

Alla fine dei conti, il Movimento 5 Stelle si è rivelato senza dubbio la più grande truffa elettorale di tutti i tempi in Italia. E dire che la nostra storia è piena di personaggi e partiti da operetta. Mai nessuno aveva tradito ogni promessa e proclamo elettorale nel giro di così pochi anni. Di Maio è stato definito con sprezzo classista “bibitaro” dagli stessi che oggi quasi lo percepiscono uno statista. Una sorte speculare è toccata a Conte. Da pericoloso estremista divenne uno “statista” e “punto di riferimento del progressismo” nel cambio tra primo e secondo governo, salvo tornare ad essere considerato una nullità politica adesso che se ne percepisce l’irrilevanza.

Il lascito del Movimento 5 Stelle

Sul Movimento 5 Stelle non può esistere alcun giudizio politico seriamente positivo. Era stato votato in massa, specie al Sud, per la carica di speranza circa un ambito rinnovamento della classe politica. Gli italiani erano stanchi di partiti trasformisti, incapaci e meschini. Tuttavia, il miracolo di Di Maio, Conte, Roberto Fico e Alessandro Di Battista è stato di averci fatto rivalutare tutti i predecessori a Palazzo Chigi e in Parlamento, persino i più chiacchierati.

Cosa resterà di questo movimento di “scappati di casa”? Il nulla. Anzi, qualcosa resterà ad essere sinceri: la consapevolezza che affidarsi a demagoghi del “vaffa” senza alcuna competenza sia la strada maestra per restare delusi nel migliore dei casi o per andare dritti al fallimento nel peggiore. La cattiva politica si combatte con la buona politica, non con l’anti-politica di personaggi in cerca d’autore venuti dal nulla.

La stessa morte del Movimento 5 Stelle avviene su un pretesto a dir poco ridicolo. Di Maio vuole garantirsi un futuro politico puntando sulla difesa dell’atlantismo, fingendo di non conoscere il proprio recente passato di sostenitore dei gilet gialli in Francia e di responsabile di un partito che flirtava apertamente con il Venezuela di Nicolas Maduro, nonché con la Cina di Xi Jinping fino ad oggi. Il movimento trasformista fondato dal comico genovese non merita neppure la “damnatio memoriae” riservata nell’Antica Roma agli imperatori considerati più imbarazzanti.

Nessun commento:

Posta un commento