L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 9 giugno 2022

e attraverso lo spread ci incateneranno sempre di più al Progetto Criminale dell'Euro, grazie soprattutto al VOSTRO Mario Draghi

SPY FINANZA/ Un altro 2011: la “letterina” della Bce pronta per l’Italia
Pubblicazione: 09.06.2022 - Mauro Bottarelli
Oggi è un giorno chiave per l’Italia e la Bce. Occorre però capire chi ha acquistato Btp nei giorni scorsi mentre lo spread saliva

La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Dunque, stando al Financial Times, oggi la Bce svelerà l’ennesimo bazooka. In questo caso, un lanciamissili portatile. Una sorta di nuovo scudo per tutelare gli spread dei Paesi più indebitati ed esposti ai marosi del rialzo dei tassi globali ed evitare una pericolosa frammentazione in seno all’eurozona. Tradotto, si teme la replica del 2011. E il timing è abbastanza simile. Fu infatti nel mese di luglio di quell’anno che la Bce prese carta e penna e scrisse al Governo Berlusconi, di fatto dettandogli l’agenda. Altresì ricorderete come lo spread fosse già in fibrillazione, mosso al rialzo dall’elefante nella stanza delle vendite tedesche di Btp annunciate proprio a giugno e che nel breve arco dei mesi estivi costruirono le basi per quei 745 punti base che a novembre spalancarono le porte di Palazzo Chigi a Mario Monti. Eravamo sull’orlo del baratro greco.

Ora la questione è differente. Però, la ricetta appare simile. Nel senso che, forti della rivoluzione lanciata nella primavera dell’anno dopo (2012) da Mario Draghi con il suo Whaetevr it takes, si interviene prima per evitare lo stesso epilogo. Ma come, l’Italia non era il poster boy dell’Economist con il 6,6% di crescita? Direte voi, tutta colpa della guerra. E anche un po’ dell’ultima variante di Covid, quel colpo di coda che ha imposto restrizioni che si sperava di evitare. Vero. Ma non basta.

Guardate gli ultimi dati del Pil, quelli che vedono il nostro Pil comunque in crescita per quest’anno di un +2,8% che solo fino a 5 anni fa sarebbe stato salutato come obiettivo lunare. Cosa garantisce la tenuta? L’edilizia. Per il resto, c’è ben poco di cui essere ottimisti. Quindi, tutto doping residuo da superbonus. Il quale, lo ammette lo stesso Governo, è destinato a veder terminare il proprio effetto boost in tempi brevi. E, attenzione, lasciando strascichi di manipolazione nelle dinamiche di mercato che rischiamo da pagare caro, soprattutto alla luce di inflazione e questione energetica per l’autunno. Ma la Bce apparentemente viene ancora una volta in nostro aiuto. Nostro e degli altri membri storici dei Pigs: quindi, Portogallo, Spagna e Grecia. Alla fine, ciclicamente, si torna sempre lì.

E sapete perché? Perché si pensa di disintossicare un alcolizzato con il whisky. Detto fatto, si peggiora soltanto il livello di dipendenza. Certo, il paziente pare un pochino rinvigorito sul momento, i tremori alle mani passano, le paranoie si attenuano. Ma poi, tutto precipita di nuovo. Guardate questo grafico, il quale ci mostra l’andamento del nostro Btp di lunedì scorso. A inizio contrattazioni, un’ondata di vendite che spedisce il nostro differenziale alle stelle rispetto al Bund: 134 punti base dai 111 di chiusura del venerdì precedente. Poi, qualche manina interviene e si chiude in area 220. Comunque alta, troppo alta e troppo vicina alla soglie di insostenibilità del 3,5% di rendimento per la nostra carta benchmark. Quantomeno, se pensiamo che a palazzo Chigi ci sono i Migliori capitanati dal Migliore (l’anima di Palmiro Togliatti mi perdoni).


Sono due le criticità serie che ci racconta questo grafico. Primo, le cinque ore di morte apparente nelle contrattazioni del nostro titolo sovrano di riferimento. Guardate quella linea, sembra l’encefalogramma piatto di un paziente ormai prossimo alla morte cerebrale. Poi, qualche segnale di vita finale, quasi uno spasmo. Ma prima di quel congelamento, degno della totale mancanza di trading generata dalla Bank of Japan con i suoi acquisti onnivori, un picco di vendite che richiama i crismi della sell-off in grande stile. E preordinata, perché vendere con quei volumi a inizio contrattazioni del primo giorno di attività di mercato dopo il fine settimana non rappresenta una reazione istintiva a qualche notizia. È una scelta fatta a freddo. Pessimo segnale.

Seconda criticità, paradossalmente occorre preoccuparci di chi ha comprato e non di chi ha venduto. Per quanto ci siamo pettinati l’ego per mesi con la profezia di Jamie Dimon sull’Italia di Mario Draghi come El Dorado dell’investimento globale, i clienti esteri ci hanno già abbandonato. Solo nei primi due mesi di quest’anno, vendite di Btp per 10 miliardi circa di controvalore. Lunedì, altra fire sale prima che i prezzi calassero troppo. Ma chi ha comprato, subito dopo? E, soprattutto, il giorno dopo, quel martedì che ha visto lo spread restringere addirittura sotto quota 210, quasi le vendite fioccassero dal cielo?

O la Bce attraverso un’azione mirata del programma App nei nostri confronti oppure banche e società di assicurazioni italiane, costrette dal Tesoro a un ritorno forzato al doom loop. Nel primo caso, ecco spiegato il presunto piano annunciato dal Financial Times. Gli acquisti in seno all’App, infatti, dovrebbero formalmente terminare il prossimo 30 giugno. Quindi, oggi la Bce dovrebbe dire una parola chiara al riguardo, essendo il prossimo board fissato per il 26-27 luglio. Ma la realtà è stata chiara, chiarissima: l’Italia non regge una navigazione in mare aperto senza la scialuppa di salvataggio di Francoforte. Pensate che non ci saranno condizionalità o garanzie da fornire, al fine di far digerire al fronte dei falchi un nuovo esborso per sostenere i debiti e finanziare i deficit dei soliti noti? Lo pensate davvero, stante un’inflazione nell’eurozona che a maggio ha toccato il massimo storico di +8,1%? Ci saranno, eccome. Certo, non verranno comunicate en plein air oggi da Christine Lagarde, altrimenti l’effetto boost sugli spread svanirebbe a tempo zero e tutto sarebbe stato inutile. Ma tranquilli, fra qualche settimana, in piena sosta estiva e con l’attenzione dell’opinione pubblica concentrata unicamente su ferie e calciomercato, dalla Bce arriverà – come nel 2011 – una bella letterina.

Nel secondo caso, ovvero il sostegno di banche e assicurazioni italiane attraverso acquisti più o meno convinti, ricordiamoci sempre una cosa: i soldi non si fabbricano, quindi gli attivi che si spostano sui Btp vengono meno altrove. Ad esempio, concessione del credito. Tradotto, credit crunch. In piena stagione pre-recessiva per l’intera eurozona e con il nostro Pil già passato dal 6,6% del 2021 all’attuale previsione (ottimistica) del +2,8%. Senza prestiti, mutui e fidi come si affronterà l’autunno della crisi energetica e dell’inflazione? La quale certo non tornerà in area 2% in tre, quattro mesi con la bacchetta magica e la Russia che gioca a poker con l’energia e il grano.

Come vedete, c’è da preoccuparsi più di chi compra i nostri Btp in questa fase contingente che di chi vende. Il quale, si sa, ha nome e cognome: investitori esteri, gli stessi che Mario Draghi avrebbe dovuto incantare come il pifferaio magico. Dio non voglia, poi, che la Bce stia totalmente bluffando e oggi non sia in grado di reggere la sciarada nelle sue comunicazioni al mercato. In quel caso, la missiva da Francoforte arriverà prima. Molto prima. E sarà un nuovo 2011, per quanto si continui strenuamente a negarlo.

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