L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 giugno 2022

Gli italiani non investono i loro risparmi nei titoli di stato in quanto il rapporto di fiducia si è troncato, consumato da anni. Quando uno stato non difende gli interessi del proprio popolo ma quelli di Euroimbecilandia, della finanza straniera come si può pensare che questo popolo tartassata, malmenato, preso in giro, covid docet, possa prestare i soldi alla istituzione massima?

Il segnale non è buono: i risparmi degli italiani non salveranno il debito pubblico
L'emissione del BTp Italia 2030 ha confermato quanto già fiutiamo da anni: non saranno i risparmi degli italiani a salvare il debito pubblico
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 26 Giugno 2022 alle ore 06:25


Ci sono due dati emersi questa settimana e che meritano una certa attenzione. Anzitutto, l’Associazione bancaria italiana ha comunicato con il suo report mensile che a maggio i risparmi degli italiani in banca erano diminuiti di un paio di miliardi di euro, ma restando elevati: 1.861,7 miliardi. E da lunedì a mercoledì, il Tesoro ha tenuto la Prima Fase del collocamento del BTp Italia 2030, il bond indicizzato all’inflazione italiana. Ha raccolto 7,26 miliardi di euro, poco più della metà dei 14 miliardi della precedente emissione. Tutto questo, nonostante le famiglie siano a caccia di protezione dalla corsa dei prezzi al consumo.

Risparmi degli italiani lontani dal debito pubblico

Definirlo flop o meno non importa. L’aspetto più interessante di questi numeri risiede nella presa d’atto che i risparmi degli italiani continuino in grossa parte a restare infruttiferi, mentre in minima percentuale sono impiegati per l’acquisto dei titoli del debito pubblico. Sarebbe intorno ai 150 miliardi di euro il valore dei BTp nei portafogli delle famiglie, almeno direttamente. E questo a fronte di una ricchezza privata di 10.000 miliardi, di cui sui 4.800 miliardi di natura finanziaria.

Nell’ultimo decennio, lo stato se n’è inventate di cose per cercare di attirare i risparmi degli italiani. Nel 2012, debuttò sul mercato sovrano il primo BTp Italia, un bond rivolto inizialmente alle sole famiglie e poi esteso agli investitori istituzionali. Due anni fa, fu la volta del BTp Futura, anch’esso un retail e con parte del rendimento alla scadenza indicizzato al tasso di crescita del PIL nominale. Nel frattempo – siamo nei mesi del governo “giallo-verde” – si è dibattuto sui cosiddetti Conti individuali di risparmio (CIR), un piano per incentivare gli acquisti di BTp tra le famiglie.

Cambiano i nomi, non i risultati: i risparmi degli italiani non prendono la via del debito pubblico. Non c’è neppure una qualche timida avvisaglia di ritorno agli anni Novanta, quando fino al 90% dei BTp erano in mano alle famiglie. Perché questo atteggiamento restio? C’entra in buona parte il crollo dei rendimenti nell’ultimo decennio, così come hanno avuto un forte impatto l’apertura dei mercati dei capitali, l’evoluzione della finanza e la maggiore educazione finanziaria (pur ancora bassa) tra gli italiani. Ma il freno più grande è dato dalla scarsa fiducia verso il debito pubblico (verso lo stato). Non puoi pensare che i risparmi degli italiani siano investiti in un asset, di cui quotidianamente ne parliamo con toni negativi e finanche di sprezzo.

Sfiducia nel sistema Italia

Soprattutto, il cittadino medio sa cosa sia il debito pubblico. E’ un prestito che lo stato chiede ai mercati per finanziare la sua spesa pubblica. E poiché la qualità di quest’ultima diventa sempre più dubbia, mentre la quantità non accenna a stabilizzarsi, è forte il sospetto che tale debito non sia nelle condizioni di essere restituito agevolmente. Vedremo se la risalita dei rendimenti almeno attirerà nei prossimi mesi più risparmi degli italiani verso il finanziamento dello stock. I primi segnali appaiono deludenti.

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