L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 giugno 2022

Grazie all’abbondante liquidità disponibile dopo anni di stamperie delle banche centrali la speculazione gonfia i prezzi. L'invenzione covid è servita per raffreddare l'economia ma questa istantaneamente ha ripreso a correre appena c'è stato un po' di tregua aiutata dalla crisi della catena d'approvvigionamento e dalla guerra ucraina. Ridurre la domanda si può con aumenti delle tasse e tagli pubblici e la recessione, già in atto, si alimenterebbe facendo diventare la crisi sociale esplosiva. Il baratro ci attende e l'atterraggio sarà duro, molto duro

I sussidi di Draghi possono mandare l’inflazione fuori controllo
L'inflazione in Italia rischia di andare fuori controllo proprio per i sussidi e vari aiuti del governo Draghi all'economia
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 29 Giugno 2022 alle ore 06:26


Il governo Draghi estenderà il taglio delle accise fino al prossimo 2 agosto. Inizialmente pensata per durare appena un mese e concludersi così alla fine di aprile, la misura è ormai prorogata mese dopo mese per cercare di placare l’inflazione in Italia. A maggio, è salita al 6,8%. Non era stata così alta dal 1986. E dire che l’economia ha beneficiato proprio dell’abbassamento delle accise per 25 centesimi al litro su benzina e diesel, una cifra che sale a 30,5 centesimi includendo l’IVA al 22%. In questi giorni, invece, il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha spiegato che ridurre le accise sul carburante sarebbe una misura costosa per i conti pubblici nazionali, definendoli “in stato di allerta”.

Pioggia di sussidi contro l’inflazione

Nelle prossime settimane, 30 milioni di italiani riceveranno il bonus da 200 euro come sostegno proprio contro l’alta inflazione di questi mesi. Tuttavia, pur essendo molto antipatico scriverlo, queste misure nate da buone intenzioni rischiano di aggravare il problema. La pioggia di sussidi elargiti a questa e quella categoria sociale è stata la forte concausa della risalita veloce dell’inflazione in tutto l’Occidente. Gran parte della popolazione è stata pagata per non lavorare, così da ridurre la socialità e ridurre i contagi da Covid.

Non appena le restrizioni sono state allentate, la domanda è ripartita alla grande proprio in virtù dei risparmi accumulati nei mesi precedenti e alimentati dai sussidi. L’offerta è rimasta in molti casi al palo, complici le lunghe catene di valore nell’era della globalizzazione produttiva. Poi è arrivata la guerra, che ha in realtà esacerbato un’inflazione già al galoppo dai primi mesi del 2021. Leggere i dati macro per avere idea.

Nessuno vuole la recessione

Adesso, le banche centrali stanno reagendo alzando i tassi d’interesse dopo avere definito per mesi l’inflazione come “transitoria”. Tutte ammettono che il problema sia l’offerta, ma allo stesso tempo che serva colpire la domanda speculativa sui mercati. Essa sta gonfiando all’inverosimile i prezzi delle materie prime grazie all’abbondante liquidità disponibile dopo anni di stamperie delle banche centrali. Tuttavia, sta mancando una certa coordinazione tra politica monetaria e fiscale. Governatori e governi puntano, infatti, a disinflazionare le economie senza farle entrare in recessione. L’operazione è al limite dell’impossibile. Il calo deciso dell’inflazione, infatti, si avrebbe proprio nel caso in cui l’economia si “raffreddasse” al punto da tagliare la domanda di beni e servizi. Ed ecco che i prezzi andrebbero giù.

Viceversa, il governo Draghi – per restare in Italia – sta perseguendo una politica di sostegno ai redditi, pur tra le note ristrettezze fiscali. Tra sussidi e taglio delle accise, tutto possiamo affermare, tranne che stiamo colpendo la domanda. Lo dimostra il prezzo di benzina e diesel alla pompa, tornato sopra 2 euro al litro. Senza il taglio delle accise, sarebbero già in area 2,40 euro. Accadrebbe che molti automobilisti ridurrebbero i km percorsi, limitandoli allo stretto necessario. E di riflesso la minore domanda spingerebbe le compagnie a calmierare i prezzi. Se, poi, questo fosse il trend in tutti i mercati nazionali, le quotazioni internazionali si abbasserebbero, avviando un vero processo di disinflazione.

Domanda resta alta, prezzi non scendono

Invece, Draghi sta aumentando la liquidità interna a debito, nei fatti riproponendo le cause stesse dell’inflazione. Ancora più lampante il caso delle bollette. Per milioni di famiglie, il loro costo è rimasto inalterato. Giustissimo sul piano sociale, ma profondamente inefficiente su quello economico. Significa tenere alti i consumi, finendo tra l’altro per aggravare la crisi energetica. Nel primo trimestre, risultano essere cresciuti del 3,5%, mentre a maggio Terna segnala +5,5%. Non sarebbe stato possibile senza i sussidi contro il caro bollette.

In definitiva, gli aiuti del governo stanno rendendo un po’ più accettabile l’alta inflazione di questi mesi, ma rischiando di mantenerla intatta per un periodo più prolungato di quanto non avverrebbe in loro assenza. Non dimentichiamo, infine, che trattasi di tutti sostegni in deficit, cioè che vanno ad alimentare la domanda aggregata interna. Altra cosa se fossero stati varati tagliando alcune voci di spesa o incrementando le entrate. In quel caso, si sarebbe trattato di una redistribuzione di risorse pubbliche, con ogni probabilità senza alterare in misura significativa la domanda complessiva e disinflazionando un po’ l’economia. Ma ciò significherebbe quasi certamente recessione, parola che nessuno tra banche centrali e governi vuol sentire pronunciare.

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