L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 giugno 2022

I governi di Euroimbecilandia sono dipendenti dal FENTANYL neanche il Narcan li potrebbe svegliare dal loro torpore irreale. Inflazione+Recessione=STAGFLAZIONE

ECONOMIA ITALIANA
Giulio Sapelli: l’arretramento della produzione industriale nel primo trimestre (0,9%)? È solo la punta dell’iceberg…
di Laura Magna ♦︎ 
I governi hanno distribuito incentivi a pioggia senza pensare a una politica industriale per fare reshoring. Mentre l’Ue sta emettendo sanzioni che fanno male di più alle economie che le impongono. La soluzione? Favorire le produzioni strategiche: microprocessori, robotica, nucleare. E dare vita a un internet delle merci…
31 Maggio 2022

L’arretramento della produzione industriale nel primo trimestre? Solo la punta di un iceberg. E non è da escludere che possa essere il preludio della recessione. A dirlo a Industria italiana è Giulio Sapelli, professore alla Statale di Milano di Storia economica, di cui è uno dei massimi esperti in Italia. Sapelli ci ha concesso un’intervista nel corso della quale non ha risparmiato strali ai governi che si sono succeduti negli ultimi anni e «che si sono limitati a distribuire incentivi a pioggia senza pensare a una seria politica industriale mirata a riportare le produzioni industriali strategiche in Italia».

Verso l’Ue che assume decisioni, in particolare sui temi legati al conflitto ucraino e al taglio del gas russo, irresponsabili, perché «la guerra non si vince con le sanzioni, e le sanzioni fanno male di più alle economie che le impongono». Dunque fanno bene coloro che aprono il conto in rubli per continuare a rifornirsi di energia da Mosca, «perché fanno il bene del proprio Paese». E ci ha spiegato come, dal suo punto vista, si può cambiare rotta.

D. Professore, partiamo da un’analisi dei numeri. Dopo il forte recupero del 2021, la produzione industriale torna a rallentare nel 2022. Lo stimano Intesa Sanpaolo e Prometeia nel recentissimo rapporto di “Analisi dei settori industriali”, secondo cui la crescita 2022 sarà del +1,5% dal +4,9% stimato lo scorso ottobre. Lo dicono i dati rilevati da Istat, che a marzo mostrano una produzione flat rispetto a febbraio e un calo dello 0,9% nel primo trimestre 2022 rispetto all’ultimo 2021 e una riduzione dell’indice di fiducia delle imprese. Cosa significano questi numeri?

Giulio Sapelli, economista e accademico

R. Si tratta di una tipica frenata che dipende dall'aumento dei costi di produzione. I costi energetici sono aumentati del 400% e molte produzioni non possono essere condotte a termine perché mancano le componenti e c’è la fila di navi ferme nei porti e i manager degli acquisti non si sono attrezzati per farvi fronte, nonostante la lezione pandemica, né hanno previsto l’aumento esponenziale dei costi dei noli marittimi. E direi che questa è solo la punta dell’iceberg.

D. Cioè, cosa abbiamo davanti? Il rischio di una recessione?

R. Non è da escludere. Negli ultimi trent'anni, ovvero sostanzialmente quelli della globalizzazione, c’è stata una colossale diminuzione dei costi di trasporto e un aumento della velocità con cui era possibile movimentare merci da un punto all'altro del globo: due effetti della tecnologia. È fortemente aumentato anche il trasporto su gomma, che ha fatto esplodere la produzione di CO2. Poi, prima la pandemia e oggi la guerra, hanno frenato il sistema. E c’è un elemento aggiuntivo da considerare. La questione di fondo è che i prezzi di energia e materia prima sono fondati non più sulla dinamica della domanda e dell’offerta, ma su quella dinamica delle aspettative, dunque sulla speculazione sui future. I prezzi sono alle stelle in conseguenza di questo fenomeno finanziario dominante. Un Paese come il nostro che ha scelto di non sfruttare il petrolio e non cercare gas pur essendo immerso in una bolla di gas e petrolio, e che ha puntato sulla produzione a bassi salari facendosi dominare dai componenti a basso prezzo in arrivo dalla Cina, non può che soccombere.

A marzo il valore dell’indice destagionalizzato della produzione industriale rimane immutato rispetto a quello di febbraio mentre il primo trimestre dell’anno si conclude con una flessione congiunturale dello 0,9%. Fonte Istat

D. Oggi, tutto questo è acuito dalla guerra ucraina che minaccia la fornitura di gas russo, da cui dipendiamo per il 40%…

Regione di Leningrado / Russia. Lavori di costruzione di un tunnel sotto il canale Saimaa per il gasdotto Nord Stream. Tubi con il logo di Gazprom, predisposti per il trascinamento e la posa

R. Innanzitutto, ritengo che il modo in cui l’Europa sta affrontando la crisi sia opinabile: le sanzioni non hanno senso, anche Napoleone aveva fatto il blocco continentale e sappiamo com’è finita. Le sanzioni fanno più male a noi, la guerra bisogna vincerla sul campo di battaglia. E per questo motivo, dobbiamo continuare a comprare il gas russo. Eni fa benissimo ad aprire il conto in rubli presso Gazprom Bank e ad aggirare di fatto le sanzioni: guarda l’interesse del Paese facendo conti in rubli. Non credo affatto nella politica che sta conducendo l’Europa in questa come in altre situazioni. E anche Draghi si sta dimostrando deludente: si illude di risolvere i problemi mettendosi contro il Parlamento, ma le cose si cambiano con il Parlamento. L’unico che ha una certa ragionevolezza è il presidente francese Macron, che fa gli interessi del suo Paese e che tutti dovremmo imitare.

D. C’è anche un altro tema, forse sottovalutato: la nuova crisi cinese da Covid e i lockdown che stanno frenando le produzioni e bloccando le movimentazioni delle merci.

R. La Cina è una costante che ha condizionato l’industria italiana negli ultimi venti anni. Prima le industrie italiane cercavano fornitori vicini poi poter verificare la qualità lungo la catena del valore e personalizzare i componenti. A un tratto questa logica da filiera è sparita. Ma rifornirci dalla Cina a basso costo non è stata una panacea: ci sono casi in cui per un rotore prodotto in Cina e importato in Italia, un primario produttore nel settore aeronautico riscontrava uno scarto del 40-50%, perché arrivava materiale che non funzionava. Oggi, il Paese è in una crisi profonda che insieme alla speculazione, causerà ulteriore pressione sui prezzi delle materie prime. La fabbrica del mondo non produce più e se produce non può esportare: tutti questi fenomeni segnano l’inizio di un cambiamento secolare nelle cui spire l’Italia rischia di essere inghiottita.

La dipendenza dalla Cina è aumentata: l’import di prodotti cinesi in uso all’industria nel 2021 è aumentato a 4,7 miliardi di euro a gennaio 2022 dai 2,9 miliardi di gennaio 2021 e ammonta a 38 miliardi nell’intero 2021, un dato superiore al 2020 ma anche al 2019.

D. Non è forse un caso se la nostra industria ha perso dal 2008 un quarto del suo valore complessivo. Possiamo ancora fare qualcosa?

R. Bisogna smettere di dare soldi a pioggia alle imprese, ci vuole una politica industriale per favorire le produzioni mancanti e strategiche. Come per esempio i microprocessori in cui con Stm eravamo primi al mondo; le fonti energetiche. La robotica in cui siamo stati i primi al mondo con la Comau; il nucleare. La Olivetti, la Fiat: aver perso tutte queste produzioni ci colloca nella situazione attuale. E su questo bisognerebbe lavorare perché anche nel mondo del digitale, l’industria è sempre necessaria e lo sarà sempre. Anche se non si potrà riportare indietro l’orologio, è possibile arginare l’esodo ulteriore.

In termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, la dinamica resta positiva sia nel mese di marzo (+3,0% rispetto a un anno prima), sia nel complesso del primo trimestre, in aumento dell’1,3% rispetto ai primi tre mesi del 2021. Fonte Istat

D. Tutto questo è attuale e funziona, a suo avviso, anche nel mondo digitale in cui viviamo?

R. Certamente. Bisogna ricostruire l’Iri in chiave digitale: dare vita a una internet delle merci, alle autostrade informatiche; bisogna rispondere con l’aumento della tecnologia, guidato dalla programmazione della ricollocazione delle produzioni in Italia. Basta guardare agli Usa, dove il processo è già iniziato con alcune decine di migliaia di imprese che sono tornate a casa. Noi preferiamo distribuire incentivi a pioggia che ci porteranno inesorabilmente verso anni di crisi industriali, che potremmo evitare se usassimo le risorse per fare reshoring.

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