L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 2 giugno 2022

Inflazione+recessione=STAGFLAZIONE. La guerra, per gli Stati Uniti, dovrà obbligatoriamente proseguire il più possibile, al fine di evitare che una recessione certa si trasformi prima del mid-term di novembre in depressione de facto, affinché il comparto produttivo delle armi possa dare sollievo ad una economia schiantata

Contrordine, JP Morgan chiama l’uragano. Il 15 giugno la Fed può spedirci all’inferno

1 Giugno 2022 - 20:55

A un anno dall’ode all’Italia, Jamie Dimon invita tutti ad allacciare le cinture e prepararsi all’impatto. E con il Pil Usa che crolla, un nuovo segnale da falco sui tassi sarà letale. Attenti ai Btp


Apparentemente, tutto sembrava preparato alla perfezione. Un po’ di spavento da instillare sul mercato, un approccio da falco che sostenesse la pantomima e poi, giunti sull'orlo del baratro, il passo indietro. C’è un problema, però. Se infatti la Fed appare convinta nel proseguire l’applicazione del proprio playbook, questo grafico

Andamento del tracciatore in tempo reale del Pil Usa (secondo trimestre) Fonte: Atlanta Fed

mostra come il crollo dei dati macro degli ultimi dieci giorni abbia portato il tracciatore del Pil in tempo reale della Fed di Atlanta (GDPNow) per il secondo trimestre a scendere dall’1,9% del 27 maggio al’1.3% di oggi. Insomma, la Fed sta di fatto alzando i tassi nel pieno di un processo recessivo ormai in formazione e pronto a schiantarsi contro la riva.

E sempre dalla filiale della Georgia della Banca centrale Usa è arrivata oggi la seconda doccia fredda, come mostra questo altro grafico:

Prezzatura di mercato (via futures) relativa al rialzo dei tassi Fed Fonte: Bloomberg/Zerohedge


dopo aver rassicurato tutti rispetto a una logica da incidente controllato, parlando a chiare lettere di una possibile pausa del QT già in settembre, il numero uno di Atlanta, Raphael Bostic, ha rispedito in orbita le prezzature di mercato per una marcia a tappe forzate verso la normalizzazione del costo del denaro (9 aumenti nel 2022) dichiarando come le sue parole non siano assolutamente da interpretare come un Fed Put da qui a tre mesi. Boom. E questo terzo grafico

Correlazione fra andamento del GDPNow e aspettative dell’inflazione a 1 anno Fonte: Bloomberg/zeroehdge

mette plasticamente in prospettiva il rischio di stagflazione all'orizzonte. Praticamente, una quasi certezza. E questo nonostante il supporto garantito alla crescita Usa dal comparto delle difesa, come a dire che la guerra dovrà obbligatoriamente proseguire il più possibile, al fine di evitare che una recessione certa si trasformi prima del mid-term di novembre in depressione de facto.

E tanto per stare sereni, oggi ha parlato anche il numero uno di JP Morgan, quel Jamie Dimon divenuto familiare anche al pubblico di casa nostra per il clamoroso endorsement dello scorso luglio al governo Draghi, quando dalla colonne del Sole24Ore sancì l’inizio dell’epoca d’oro per gli investimenti in Italia. Intervenendo a un incontro con analisti e investitori, Dimon ha ammonito tutti ad allacciare le cinture di sicurezza e prepararsi all’impatto, esattamente come sta facendo JP Morgan che sta divenendo estremamente conservativa a livello di bilancio. Ciò che sta di fronte a noi è un uragano economico. Ciò che prima appariva un insieme di rischi che formava un banco di nuvole minacciose, ora si è trasformato in un vero e proprio uragano che ci attende alla fine della strada. Sta venendoci incontro. Resta solo una cosa da capire: se sarà di minore entità e potrà essere declassato a tempesta tropicale o se ci troveremo di fronte a una super-tempesta come Sandy.

Insomma, il gioco si sta facendo decisamente pericoloso. Perché se anche la prossima settimana la Bce prenderà ulteriormente tempo, a fronte di un’inflazione dell’eurozona al record assoluto di +8,1%, paradossalmente persino questa inazione emergenziale potrebbe non bastare a frenare l’accelerazione della crisi. Perché esattamente una settimana dopo, la Fed riunirà il comitato monetario e potrebbe confermare il suo approccio da falco nel pieno di un quadro di dati - fino a ieri rivendicati come unico riferimento delle scelte di politica monetaria - che invece richiederebbe mosse espansive. E un taglio dei tassi. Insomma, benzina volontariamente gettata sul fuoco. Se anche il mercato si farà forte della sua convinzione per un incidente controllato, i rendimenti cominceranno a esplodere. E la sell-off è pressoché garantita. Attenzione allo spread fra Btp e Bund, l’avvisaglia della possibile tempesta estiva per il nostro Paese potrebbe essere alle porte. Anzi, l’uragano.

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