L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 15 giugno 2022

La Federazione Russa ha vinto, il multipolarismo ha vinto, le materie prime non saranno più depredate ma detteranno le regole, il dollaro è ridimensionato. Il mondo è stanco dei soprusi degli anglostatunitensi e ha memoria

La Russia ha vinto la guerra

di Storia Segreta
6 giugno 2022

Il primo a rompere le righe nella narrativa ufficiale delle classi dirigenti occidentali, fino ad allora unidirezionale e indifferenziata, è stato Carlo De Benedetti.

Ad inizio maggio, in una intervista a Lilli Gruber a La7 e in una successiva intervista al Corriere della Sera (qui), De Benedetti ci ha rivelato che non è interesse degli europei fare la guerra alla Russia.

«Questo conflitto si sovrappone a una recessione molto severa con effetti catastrofici. No all’invio di armi, serve una soluzione negoziale… Carestia e fame in Nord Africa e in larga parte dell’Africa australe. Costretti a scegliere tra morire di fame e rischiare di morire in mare, gli africani rischieranno di morire in mare. Altro che 500 al giorno; arriveranno a decine, a centinaia di migliaia. La nostra priorità assoluta dev’essere fermare la guerra…

Gli interessi degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito da una parte, e dell’Europa e in particolare dell’Italia dall’altra, divergono assolutamente. Se Biden vuol fare la guerra alla Russia tramite l’Ucraina, è affar suo. Noi non possiamo e non dobbiamo seguirlo».

La Nato non ha più senso e serve un esercito europeo:

«E siccome per avere una forza di difesa occorrono dieci anni, bisogna prendere quella che già c’è. A questo punto, tanto vale che gli Stati Uniti escano dalla Nato (!!!), e che gli europei assumano la responsabilità della propria sicurezza… Ma l’Europa ha un interesse comune: fermare la guerra, anziché alimentarla. Se gli Usa vogliono usare l’Ucraina per far cadere Putin, che lo facciano. Se i russi vogliono Putin, che se lo tengano. Cosa c’entriamo noi?»

Ci vuole una soluzione negoziale in cui «L’Ucraina perderebbe i territori russofoni e russofili, e avrebbe in cambio la garanzia americana e britannica di pace e prosperità… La Russia non è il vero pericolo che, per gli americani, è la Cina… Non è una mia opinione personale; è quello che pensano in Germania… Basta guerra».

Si è trattato di dichiarazioni bomba che hanno rivelato che nelle élite finanziare mondialiste esiste una drammatica spaccatura: da un lato il gruppo guerrafondaio facente capo a Victoria Nuland e a Biden, dall'altro una parte della finanza europea (De Benedetti non parla per sé ma per una parte rilevante del capitale ebraico europeo) che, a tre mesi dall'inizio della guerra, si è abbondantemente pentita di essersi accodata silenziosamente al progetto dei dem americani.

E le dichiarazioni di De Benedetti non sono rimaste isolate.

Se i Rothschild hanno ribadito il loro appoggio alla guerra in una lettera al governo britannico, poi smentita (qui), Macron ha ribadito il suo atteggiamento dialogante, la Germania appare sempre più riottosa a sostenere attivamente il conflitto e i repubblicani americani, per bocca di Rand Paul, hanno bloccato al senato il piano di aiuti proposto da Biden (qui).

Fino ad arrivare alle altrettanto clamorose dichiarazioni di Henry Kissinger al World Economic Forum di Davos, in cui si stigmatizza la guerra la Russia come un tragico errore strategico. In questo modo infatti si costringe la Russia ad avvicinarsi alla Cina e all’Asia e a fare fronte comune contro l’Occidente. Compattare i nemici è pura stupidità perché la prima regola da rispettare in un confronto geopolitico è cercare di dividerli (qui).

Che ci si debba ridurre a ritenere saggi i consigli di un uomo di 99 anni (!!!) come Kissinger la dice lunga sul livello qualitativo attuale delle leadership occidentali.

Cosa è successo all’arrogante e compatto atteggiamento bellicista di tutte le componenti il potere in Occidente, dalla politica, alla finanza, alla stampa, che aveva caratterizzato le fasi iniziali del conflitto tra la Russia e la NATO?

Una prima ipotesi è che gli interessi si siano diversificati: gli europei ci stanno rimettendo molto dalle sanzioni e sono molto meno convinti di portare avanti una guerra a oltranza, come nei desideri di Biden.

Le contromosse russe alle sanzioni occidentali sono state devastanti. L’obbligo a pagare in rubli petrolio e gas e il suo aggancio all’oro hanno reso la moneta russa la più forte del mondo in poche settimane (qui e qui) e già sta minacciando il ruolo prioritario del dollaro e dell’euro nelle transazioni mondiali.

Ma è possibile che nessuno avesse previsto queste mosse di Putin?

È Possibile (mai sottovalutare la stupidità), ma è improbabile.

La solita ipotesi che le nostre élite usano per giustificare le loro malefatte (‘Scusate, ci siamo sbagliati, siamo tutti coglioni’) questa volta è davvero poco convincente.

Crediamo che invece si debba guardare al fatto nuovo che ha sconvolto gli equilibri interni delle oligarchie occidentali e che poteva anche non essere previsto in queste dimensioni: la Russia ha vinto la guerra.

Infatti dopo le iniziali serie difficoltà (qui) l’esercito russo si è riorganizzato e, lentamente ma implacabilmente, sta disintegrando quello che resta dell’esercito ucraino.

In una dettagliata e competente analisi di Limes si precisa che le forze ucraine sono a rischio accerchiamento nella zona di Slovjansk, e che non hanno più munizioni né carburante, tanto da rendere problematica anche una loro ritirata.

Se gran parte delle truppe accerchiate in Donbass dovessero arrendersi ci sarebbe il problema di trovare altri uomini da mandare al fronte ma sembra che i riservisti siano poco motivati a morire per Zelenski.

Corrono voci di diserzioni e rese di massa, anche perché le truppe non professioniste hanno la sensazione di essere mandate al massacro senza adeguate risorse. Serpeggia anche l’accusa che siano proprio le truppe professioniste banderiste ad arrendersi per prime e ciò non può certo piacere ai soldati di leva che si troverebbero ad essere immolati inutilmente sull’altare della guerra di Biden e dei dem americani.

Ciò nonostante l’Ucraina insiste per difendere ad oltranza le ultime città del Donbass (Severodonetsk, Kramatorsk e Backmut) perché sa che, perse loro, non sarà più possibile organizzare una difesa efficace se non sul Dnepr. La resistenza infatti, in una nazione pianeggiante, senza vallate né montagne, come l’Ucraina, può essere organizzata solo nei centri urbani. Persi quelli perso tutto.

La conquista delle rimanenti città del Donbass rende molto probabile un crollo delle difese ucraine, costrette a ritirarsi dietro al Dnepr, il grande fiume che divide in due il paese, almeno nel quadrante sud-orientale. A questo punto i Russi avrebbero conquistato quasi la metà del paese e potrebbero fermarsi, forti di una grande vittoria e di aver riportato a casa le popolazioni a maggioranza russofona. Il destino di Odessa e Karkiv non è predeterminato e potrebbe far parte delle trattative.

Putin comunque sta programmando una russificazione forte nelle zone occupate, imponendo l’uso del rublo (stipendi e pensioni sono già pagati in rubli), distribuendo passaporti russi, controllando le TV e cellulari (si vedono solo canali russi e funzionano solo cellulari russi), obbligando all’uso della lingua russa anche nelle scuole (il Sistema di Bologna sulla armonizzazione delle scuole europee è già stato abbandonato). Insomma sembra proprio che qui i russi siano arrivati per restare.

La guerra è perduta e questo finalmente spiega perché tutti quelli che fino ad ieri erano partiti ‘baldanzosi e fieri’ siano diventati all’improvviso tutti ‘pompieri’: bisogna trattare, subito, subito, la parola ora spetta alla diplomazia, è urgente porre fine immediatamente alla guerra (prima che le armate russe dilaghino nel paese ovviamente).

Addirittura l’Italietta di Draghi si è permessa di ipotizzare un fantomatico piano di pace, perdendo l’ennesima occasione per tacere.

Zelenski ha sempre sostenuto che, senza la restituzione dei territori occupati, non si può trovare alcun accordo ma questo non è un problema perché la sua sostituzione con personaggi più malleabili è alle porte. Infatti non è neppure invitato alle riunioni americane ed europee in cui si prendono le vere decisioni. Già ai primi di luglio, potrà ritirarsi comodamente nelle sue ville miliardarie in Svizzera e sarà ricordato nella storia come il comico che, al soldo dello straniero, ha portato alla distruzione della sua patria. Sempre che riesca ad uscirne vivo.

È pur vero che la fazione americana più guerrafondaia insiste per proseguire il conflitto a tutti i costi, ‘fino all’ultimo ucraino’ e ‘fino all’ultimo europeo’, ma ormai l’Europa si è svegliata, Biden subirà una pesante sconfitta alle elezioni di mid-term a novembre, il verdetto del campo di battaglia è inappellabile e le loro speranze sono ridotte al lumicino.

NATO e Stati Uniti sono riusciti a perdere l’ennesima guerra, dopo quelle afgane e siriane.

Ma la cosa peggiore è che, da questa guerra, si è usciti con sanzioni difficilmente reversibili, con un allontanamento della Russia dall’Europa, con una minaccia esiziale al signoraggio del dollaro e dell’euro e con la crisi definitiva della pretesa americana di conservare l’ordine unipolare del mondo.

Il mondo ha capito che il gigante USA ha i piedi d’argilla e non se lo dimenticherà tanto facilmente.

Mala tempora currunt sed peiora parantur.

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