L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 giugno 2022

La spesa pubblica non è interamente addebitabile al divorzio del 1981, ma agli Stati Uniti che per recuperare le masse di moneta che avevano messo in circolazione, creando inflazione a go go, per farla rientrare aumentarono spaventosamente i tassi d'interessi e tutto il mondo dietro arrancando. E affidandosi al mitico Mercato questi voleva interessi alti alti alti mentre prima erano regolamentati dagli acquisti della Banca centrale italiana. Rovesciare il discorso non è buona cosa. Tutto nacque con la separazione del dollaro dall'oro fatto ad agosto del 1971 sempre da loro, gli Stati Uniti. La bassa crescita dovuta all'uso di una moneta straniera, l'Euro

La grande bufala sul debito pubblico italiano negli anni Ottanta

Il debito pubblico italiano esplose negli anni Ottanta, ma da troppo tempo gira sul web una bufala sulle ragioni di tale boom
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 03 Giugno 2022 alle ore 06:32



Pochi giorni fa è morto uno dei principali protagonisti della storia politica italiana della Prima Repubblica. Ciriaco De Mita fu ministri in diversi dicasteri, segretario della Democrazia Cristiana per gran parte degli anni Ottanta, presidente del Consiglio per poco più di un anno e mancato presidente della Repubblica, forse per sua stessa volontà. Il periodo di suo maggiore successo coincide con quello in cui il debito pubblico italiano letteralmente esplose. Lo stesso dicasi per figure della portata di Giulio Andreotti, Bettino Craxi e Arnaldo Forlani. E questa coincidenza fu tutt’altro che casuale, perché sullo spandi e spendi di quegli anni si costruirono molteplici carriere politiche, anzi si consolidò il radicamento dei partiti dell’arco costituzionale dopo il periodo buio del terrorismo.

Da quando siamo costretti a parlare di crisi del debito pubblico italiano, sul web gira incessantemente la bufala secondo cui esso sarebbe stato un fenomeno auto-inflitto. In altre parole, un atto di masochismo finanziario legato al famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro nel 1981. A cosa ci riferiamo? Agli inizi di quell’anno, il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, scrisse al governatore Carlo Azeglio Ciampi. Gli comunicò con una lettera che l’istituto non sarebbe più stato obbligato, come accadeva dal 1975, ad acquistare i titoli di stato rimasti invenduti all’asta.

Debito pubblico italiano e spesa per interessi

I detrattori di quella lettera sostengono che a seguito di quel divorzio, la spesa per interessi esplose e fece schizzare anche il debito pubblico italiano. Fu così? I dati ufficiali dicono che essa era al 4,2% del PIL nel 1980, mentre culminò a oltre il 12% nel 1993. Ma questi numeri non tengono conto di due fatti: la ragione a monte che spinse Andreatta e Ciampi a quella decisione e gli altri fattori che incisero sulla crisi fiscale.

L’inflazione a inizio anni Ottanta galoppava al ritmo del 20% all’anno, vuoi per le due crisi petrolifere del 1973 e del 1979, vuoi anche per i tassi reali negativi imposti dalla Banca d’Italia. In pratica, gli interessi pagati dal Tesoro sul debito erano fino al 10% più bassi dell’inflazione. Per questo, non si trovava sufficiente domanda per vendere tutti i titoli di stato all’asta. Voi investireste soldi in perdita? Di conseguenza, Bankitalia acquistava i titoli invenduti, cioè monetizzava il debito pubblico italiano. Ciò provocava il boom dell’inflazione, dato che aumentava la massa monetaria in circolazione.

Nel 1981, quando Ronald Reagan arrivò alla presidenza degli Stati Uniti, la Federal Reserve di Paul Volcker cambiò politica monetaria: tolleranza zero contro l’inflazione. I tassi d’interesse furono aumentati drasticamente. Le altre banche centrali la inseguirono per non far perdere terreno ai rispettivi tassi di cambio. Andreatta e Ciampi temettero che la lira sarebbe uscita dallo SME, il Sistema Monetario Europeo. Già svalutata ogni due e tre, senza la fine della sciagurata monetizzazione del debito pubblico italiano sarebbe precipitata negli abissi, trascinando l’economia italiana nel baratro.

Il boom della spesa pubblica

Tuttavia, l’aumento della spesa per interessi incise solo in parte sul rapporto debito/PIL. Negli stessi anni, crebbe senza sosta anche la spesa corrente (al netto degli interessi), passata dal 32,7% del PIL nel 1980 al 37,9% nel 1989. Ben cinque punti abbondanti in più, a fronte di una crescita più modesta della spesa in conto capitale (da 4,4% a 5,1%). In pratica, la spesa pubblica esplose di oltre il 9,5% del PIL in meno di un decennio. Nel frattempo, le entrate crebbero di otto punti di PIL. Tutta la spesa per interessi pagata dall’Italia tra il 1980 (escluso) e il 1989 (incluso) ammontò a circa 312 miliardi di euro attuali, a fronte di un aumento del debito pubblico italiano di 490 miliardi.

In altre parole, il rapporto debito/PIL crebbe solo in parte a causa dell’alta spesa per interessi. A Roma di chiudere i bilanci in pareggio primario non volevano sentirne parlare. E l’esplosione di questa voce di bilancio non è interamente addebitabile al divorzio del 1981. Risente un po’ del trend dei tassi sul piano internazionali, un po’ dell’accresciuto rischio sovrano percepito sui mercati. Poiché i governi non si mostravano fiscalmente responsabili, gli interessi pretesi dal mercato per finanziarli aumentavano. E così, il rapporto debito/PIL s’impennò dal 37% del 1970 al 120% del 1994.

Dal 1992 al 2008, siamo stati l’unico Paese in Occidente ad avere sempre chiuso i bilanci in avanzo primario. Abbiamo registrato deficit solo in occasioni di una congiuntura negativa internazionale, come nel 2009 con la crisi finanziaria e il 2020-21 con la pandemia. Ma i danni prodotti dagli sconquassi negli anni Settanta e Ottanta non sono stati ancora riparati, tant’è che continuiamo a pagare interessi troppo alti su un debito pubblico schizzato al 150% del PIL, complice la bassa crescita dell’economia italiana.

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