L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 giugno 2022

L’impegno dei mille individui ha invece generato o raccolto la spaccatura sociale. Popolo e istituzioni incredibilmente separati. LORO/NOI non credono/crediamo più. Sanno/sappiamo che lo stato non li/ci rappresenta. La spaccatura è ora una voragine

La spaccatura
di lorenzo merlo
25 giugno 2022

L’impegno di alcuni a fare presente che le cose non erano proprio come ce le raccontavano pare non abbia graffiato neppure la vernice governativa. Eppure, ci sono segni per pensarla diversamente. Piccolo campione di redenzione sociale.

Il 16 maggio 2022 ho visto La Spezia.

Non erano studenti arrabbiati, facinorosi black bloc, non c’erano caschi e scudi improvvisati, né spranghe, mazze da baseball e bottiglie accese. Erano persone comuni, quelle che ci incrociano in tutte le strade tutti i giorni, con famiglia, responsabilità, rate, mutuo e anziani a carico. Non avanguardie bombarole, ma individui consapevoli fuoriusciti dall’amebico barilone del benpensiero.

Lo si capiva dai vestiti, dal taglio dei capelli, dal comportamento. Dall'età media, brizzolata e un po’appesantita. Segni di una matrice, se possibile, di polo opposto a quello sovversivo, strumentale, extraparlamentare, provocatorio. Segni di persone e basta – loro sì la maggioranza – incapaci di violenza. Alzavano le braccia contro il ministro della salute in visita alla città levantina. Urlavano “vergognati” perlopiù, e “assassino”. Unione spontanea di voci non organizzate, non politicizzate, facilmente dette no-vax.

Apparentemente, le molteplici e reiterate denunce informali e formali alle scelte e imposizioni relative alla protopandemia del governo e della politica, emesse da coloro che non hanno voluto né potuto sottomettersi al verbo venduto come scienza, non hanno prodotto granché. Nessuno schieramento parlamentare ha voluto rivedere le proprie posizioni prendendo le distanze dall’ordine governativo. Nessuno di questi ha creduto di dover denunciare l’estromissione di se stesso dal processo decisionale e democratico. Come un rompighiaccio timonato da remoto, la motonave Italia – nonostante le molteplici e reiterate denunce informali e formali – non ha modificato di un punto la rotta comandata.

“Apparentemente” però.

È La Spezia che lo segnala, lo dice, lo urla.

Se i numerosi argomenti relativi a intrugli, restrizioni, coprifuoco, confinamenti, tessera a punti, didattica a distanza, obbligo delle maschere, vigile attesa, censura, radiazioni, eroismi, ossigeni sicari, messe in scena, proclami di garanzie vaccinali, criminalizzazione e ciarlatanizzazione dei dissenzienti, effetti collaterali, great reset, 5G, digitalizzazione non sono riusciti ad arrivare al timone, hanno quantomeno avuto diffusione sufficiente affinché gente comune alzasse i pugni e urlasse “vergogna”. In un certo senso sociale, si tratta forse del maggior sintomo di un profondo dissenso visto in Italia.

Ma il tanto sopra elencato, composto da punti di convergenza di mille autori e critici, nonostante le evidenze a loro favore che il tempo ha già fatto emergere, non ha avuto la forza sufficiente a contrastare le linee guida ultragovernative, non ha ottenuto granché, neppure l’idea su come unirne il peso in un’unica testa d’ariete. Si potrebbe parlare di insuccesso se l’ottica fosse di tipo produttivistico. Ma insuccesso non è.

L’impegno dei mille individui ha invece generato o raccolto la spaccatura sociale. Popolo e istituzioni incredibilmente separati. Così come la dominante politica progressista si era liberata dei lavoratori, ora vediamo questi prendere le distanze dalle istituzioni. Se la storia è una risultante, non ci si può più esimere dal constatare il pieno disastro statale.

Nel processo di demolizione delle istituzioni, l’asservimento dei media – per quattro denari di governo – lascia interdetti, così quello dell’Ordine dei giornalisti, dei medici e di altro. Ma non è una spaccatura indesiderata. Non abbiamo a che fare con stupidi suicidi del palazzo. I nostri interlocutori sono oculati socio-architetti. Ciò a cui stiamo assistendo non è composto da tessere scriteriate.

Pare che qualcuno a La Spezia se ne sia accorto. La speranza è che si estenda. Ciò che non hanno potuto Sgarbi, Freccero, Agamben, Cacciari, Mattei, Mini, Orsini (quanto è valso per il Covid, vale ora per guerra della Nato), pare nei poteri di tutti i signor Rossi. Loro non scrivono, non rilasciano interviste, non partecipano a infect-show. Loro non credono più. Sanno che lo stato non li rappresenta. Sanno invece che quanto sentiranno dagli esponenti delle istituzioni sarà cosa di cui dubitare, cercheranno il vero significato oltre le parole.

L’ha detto la tv, da formula di verità è divenuta voce da cui guardarsi.

La spaccatura è ora una voragine.

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