L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 giugno 2022

Lo spread mette a nudo le euroimbecillità. Salveranno l'Italia all'ultimo minuto facendogli pagare il conto salatissimo se vogliono salvare il Progetto Criminale dell'Euro

Troppi Otto Shock
Covid, Transizione ecologica, Inflazione, Svalutazione, Guerra in Ucraina, Borse e Tassi, Debiti pubblici, Fiducia
15 giugno 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Assistiamo all'accavallarsi di troppi eventi avversi, violenti, che hanno inciso profondamente sulle economie, sui sistemi finanziari, creando effetti perversi. Il primo shock è stato determinato dalla crisi sanitaria. Due anni di pandemia, la più grave da un secolo a questa parte, ha prodotto a partire dal primo trimestre 2020 una caduta generalizzata della produzione, con la brusca interruzione di molti processi industriali e commerciali, modifiche comportamentali profonde come il lavoro e l'insegnamento a distanza, la interruzione della totalità dei trasporti passeggeri per via aerea e quella di intere catene logistiche, per via terrestre e via nave. Ciò ha comportato nuove perdite, in alcuni casi l'abbandono dell'attività.

I sostegni fiscali dei governi e quelli monetari delle banche centrali hanno immesso in circolazione nuova liquidità, prestato garanzie sui prestiti, ridotto nuovamente i tassi di interesse, che in taluni casi erano ancora fermi per via degli interventi assunti per contrastare la doppia crisi del 2008-2010.

E' stata accumulata da parte delle famiglie una enorme capacità di spesa: una parte dei sussidi ricevuti è stata tesaurizzata in via precauzionale, accrescendo ulteriormente il risparmio ulteriore che è tipico dei momenti di crisi. Si sono aggiunte ulteriori "somme non spese" per via della impossibilità di fruire di molte attività turistiche e ricreative (ristoranti, spettacoli, partite sportive, cinema, teatri).

Gli operatori economici, le imprese, hanno rinviato gli investimenti, limitandosi alla razionalizzazione dei processi produttivi fortemente compromessi dalla crisi sanitaria e dalle misure restrittive volte al contenimento dei contagi.

Il secondo shock è stato innescato dalle politiche finalizzate alla transizione energetica, per evitare il riscaldamento ambientale eccessivo, che hanno introdotto condizioni ulteriori di discontinuità nelle strategie aziendali per via della decarbonizzazione della produzione.

I sussidi pubblici per investimenti innovativi nel settore ambientale e delle tecnologie informatiche, nell'ambito dei programmi NGUE in Europa e BBB negli USA hanno appesantito i bilanci con nuovi impegni di spesa ed ulteriori debiti, che sono stati considerati positivamente in quanto favoriscono la crescita economica e la ripresa dopo la pandemia.

Sono stati creati nuovi mercati finanziari, da quelli che piazzano e scambiano i "green bond" a quelli relativi ai diritti ambientali, come quelli di emissione della CO2.

Il terzo shock si è avuto alla ripresa della attività, nel corso dei primi mesi del 2021, per un aumento dei prezzi delle materie prime, della energia e della logistica. Questo fenomeno si è mostrato violento ed esteso, a livello globale.

Il quarto shock, di natura valutaria, è stato determinato sempre a partire dal primo trimestre del 2021, già dagli annunci della Fed in ordine alla cessazione delle misure eccezionali di accomodamento. Il dollaro ha preso a rafforzarsi sulle altre monete, per via dello spostamento dei capitali in vista di un aumento dei tassi di interesse.

Nel giro di un anno, l'euro si è svalutato all'incirca del 20%. Anche lo yen è precipitato ai livelli di cambio più bassi di sempre, come pure la sterlina britannica. Queste svalutazioni hanno reso ancora più grave il fenomeno inflazionistico determinato dall'aumento dei prezzi all'importazione delle materie prime, dei prodotti energetici ed agricoli che sui mercati internazionali sono quotati in dollari. Per Paesi manifatturieri e di trasformazione come Germania ed Italia, questo ha comportato un aumento elevatissimo dei prezzi alla produzione, incrementati anche del 30-40% in capo ad un anno.

Il quinto shock, che ha colpito in prevalenza l'Europa, è stato determinato dalla guerra in Ucraina, per via della invasione della Russia iniziata il 24 febbraio scorso. Le sanzioni che le sono state via via comminate, e la previsione di dover rinunciare progressivamente a tutti i rapporti commerciali, ed in particolare all'import di carbone, di fertilizzanti e di prodotti agricoli, nonché il blocco delle esportazioni dalla Ucraina, ha determinato un ulteriore aumento dei prezzi e difficoltà di approvvigionamenti.

Il sesto shock è quello che sta colpendo i corsi azionari ed il settore dei bond: deriva dalle decisioni delle banche centrali di adottare politiche monetarie restrittive per contrastare l'inflazione. Ci sono forti critiche sull'efficacia di queste misure in Europa, visto che il fenomeno dell'aumento dei prezzi ha caratteristiche molto diverse negli Usa rispetto all'Europa: in America dipende da una spesa pubblica particolarmente sostenuta in un contesto di bassissima disoccupazione, mentre in Europa e soprattutto in Italia il livello di disoccupazione e l'inflazione dipende dai costi all'importazione.

Le Banche centrali temono da una parte il prolungarsi del contesto inflazionistico e dall'altra di provocare una recessione che sarebbe catastrofica, visto che non ci sarebbe affatto spazio per una nuova politica monetaria accomodante: i tassi di riferimento della BCE sono ancora pari a 0%, e dovrebbero essere portati al +0,25% a luglio ed al +0,50/0,75% a settembre.

Il settimo shock è quello che può colpire i debiti pubblici, per il combinarsi di una recessione indotta dalle manovre monetarie restrittive, in un contesto di elevata disoccupazione e con un consistente incremento degli spread del costo del servizio del debito pubblico. Ci sono margini di manovra ridottissimi: l'inflazione, gonfiando nominalmente il PIL, fa migliorare il rapporto dal punto di vista aritmetico, ma anche questo risultato positivo viene compromesso a mano a mano che i tassi di interesse sul debito aumentano.

Il punto è che ci sono Paesi che hanno un debito assai contenuto, come la Germania che arriva al 70% del PIL: i suoi titoli a dieci anni rendono interessi troppo bassi, attorno all'1,7%, visto che l'inflazione è superiore all'8%. E' assolutamente ovvio che i tedeschi chiedano di aumentare i tassi, portandoli al livello di quelli americani e dunque attorno al 3,3%.

L'Italia, invece, che ha un rapporto debito/PIL del 135%, ha quotazioni sul mercato dei titoli a dieci anni tali che il loro rendimento sia arrivato già al 3,5/3,8%. Farli salire, in parallelo a quelli tedeschi, di altri 3 punti percentuali significa fare esplodere la spesa degli interessi: si tornerebbe alla situazione del 2012.

Non ci sarebbe solo il default dell'Italia in vista, ma il collasso dell'euro in una condizione di caos generale: tutta la costruzione europea andrebbe in pezzi.

La BCE sa che c'è questo pericolo. Ma, pur preannunciando la sua disponibilità ad adottare misure volte ad evitare la frammentazione dei mercati, non ha precisato niente altro. Ed i mercati sono entrati in fibrillazione. Lo farà, in via di emergenza.

L'ottavo shock è quello più pericoloso di tutti: deriva dalla complessità della situazione determinatasi. La risposta, pur corretta, ad uno shock, può essere sbagliata se correlata alla soluzione di un altro problema. Inizia a vacillare la fiducia dei cittadini, delle imprese e dei mercati sulla capacità di tenuta del sistema.

Covid, Transizione ecologica, Inflazione, Svalutazione, Guerra in Ucraina, Borse e Tassi, Debiti pubblici, Fiducia

Sono Troppi Otto Shock

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