L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 20 giugno 2022

Ma cosa si aspettava Macron e tutti i suoi tifosi a cominciare da quelli italiani, ne ha fatto di cotte e di crude ed è riuscito a mantenere la Presidenza solo grazie ad una legge elettorale che conserva chi il potere già lo detiene

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RISULTATI ELEZIONI FRANCIA 2022/ Macron sconfitto, governo “prigioniero” di Le Pen e Mélenchon
Pubblicazione: 20.06.2022 Ultimo aggiornamento: 06:43 - Gianluigi Da Rold
Risultati Elezioni Francia 2022 per l’Assemblea nazionale: sconfitta di Macron: persa la maggioranza assoluta, dietro di lui Mélenchon e Le Pen

Jean-Luc Mélenchon davanti a un gruppo di suoi sostenitori (LaPresse)

Terremoto o “tempesta perfetta”? Le immagini per descrivere la situazione drammatica delle democrazie occidentali si sprecano con le similitudini più pessimistiche. Mentre la guerra in Ucraina continua con violenza tragica, mentre non si vede alcuna via d’uscita di carattere diplomatico, al secondo turno delle elezioni legislative per l’Assemblea nazionale in Francia, “l’enarca”, cioè un intrepido prodotto dell’Ena (celebre scuola della classe dirigente francese), Emmanuel Macron, comparso alla ribalta dopo la scomparsa dei partiti tradizionali, si esibisce in un crollo devastante.

In Francia, come è abbastanza noto, vige un sistema semipresidenzialista. Al primo turno si vota per il presidente, che ha poteri superiori a quelli di una classica democrazia parlamentare, al secondo turno si vota per l’Assemblea nazionale, il Parlamento. È evidente che presidente della Repubblica e presidente del Consiglio devono avere una certa sintonia di scelte e vedute politiche.

Macron è stato riconfermato al primo turno, ma nel secondo, nel voto per il governo all’Assemblea nazionale, è letteralmente franato, travolto. Nel suo primo mandato, Macron godeva di una maggioranza di 341 deputati, di fronte a una maggioranza necessaria che si attesta nell’Assemblea nazionale francese sui 289 deputati. Oggi secondo gli exit polls e le prime proiezioni, Macron si è fermerà tra i 210 e i 230 deputati. A incalzare Macron ci sono tre avversari agguerriti, che denotano lo stato d’animo della Quinta repubblica francese, quella che varò il generale Charles De Gaulle, richiamato a furor di popolo da una sorta di auto-esilio.

Chi sono i tre avversari di Macron? Difficile stabilire un ordine di priorità. In chiusura di elezioni, i votanti sarebbero stati il 42% dell’elettorato, quindi una grande minoranza, spaventosa per qualsiasi democrazia che si rispetti. Ma poi, subito dopo, incalza la coalizione di sinistra, la Nupes guidata da Jean-Luc Mélenchon che si aggiudicherebbe tra i 170 e i 190 seggi. Infine c’è un terzo incomodo più pericoloso, che è rappresentato dal Rassemblement National di Marine Le Pen che raggiunge un risultato storico, decuplicando la sua rappresentanza all’Assemblea nazionale con una “forchetta” tra gli 80 e i 95 seggi.

Per trovare un risultato simile in qualsiasi democrazia, senza il concorso della magistratura politicizzata come in Italia, bisognerebbe rileggere due secoli di storia. Questo risultato non è improvvisato, ma è maturato con il tempo, dopo le violente contestazioni alla politica di Macron, al movimento dei “gilet jaunes” che continua da anni, anche se non se ne parla su giornali e televisioni (disinformazione del clero televisio, del Circo mediatico)

A questo punto si potrà pure arrivare a una convivenza (forse) tra Macron e i piccoli movimenti che restano della Quinta repubblica, ma lo tsunami è partito e l’astensione in Francia è di tale portata che la “patria della grande rivoluzione” non può tollerare tutto questo neppure con una visione di sinistra. A questo punto il futuro per i francesi è più incerto che mai. Chissà quali e quanti condizionamenti subirà il governo di Élizabeth Borne.

Ma questo crollo democratico non riguarda in questo momento solo la Francia. Abbiamo ancora negli occhi i tre statisti che si sono recati giovedì scorso a Kiev, da Zelensky: Draghi, Scholz e appunto Macron. A questo punto tutti e tre, con i problemi che hanno, devono essere apparsi meno convincenti che mai. Perde quota Macron in modo troppo vistoso, fino al crollo, perde quota nei sondaggi anche Mario Draghi (e poi ha il grande problema dello scontra tra i due “giganti” Conte e Di Maio). Infine sembra una comparsa venuta fuori per caso il tedesco Olaf Scholz.

Ma la questione è ancora più ingarbugliata, perché tutti si ricorderanno in questi anni il famoso asse franco-tedesco dell’Unione Europea, al punto che la visita di Draghi sembrava, rispetto al passato, una sorta di “foglia di fico” messa in atto dall’Unione per riparare agli sgarbi del passato.

Ma se si guarda attentamente dal 2008, anno della grande crisi economica ai giorni nostri, le figure di Macron e della signora Merkel hanno delineato tutte le scelte europee, tra austerità, affondamento della Grecia, politica di aggressione alla Libia accanto agli Stati Uniti. E poi ancora promesse, ormai secolari, su politica estera comune, esercito comune, giurisdizione comune, una costituzione che funziona in modo che Malta può bloccare le scelte di 27 Stati. L’asse franco-tedesco, quello dalle Merkel e di Macron, ha raggiunto livelli da catastrofe, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, i contatti i con la Russia per l’energia, le “Vie della seta” sposate al primo colpo. Puro opportunismo.

Il vero rischio è che il terremoto francese a cui stiamo assistendo sia solo il preludio del terremoto europeo che si profila all’orizzonte con tutte le divisioni e le contraddizioni di un mondo “regalato” al liberismo più comico e sciagurato, che ha creato disuguaglianze di ogni tipo e ha inaugurato la povertà anche nella vecchia, grande e ricca Europa.

Si rivolteranno nella tomba Schuman, De Gasperi, Adenauer, i fratelli Rosselli, che erano liberalsocialisti che guardavano sempre a John Maynard Keynes. L’enarca e i suoi soci hanno sempre guardato al potere della finanza e delle singole competenze. Di politica non capiscono nulla. Ecco il risultato.

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