L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 8 giugno 2022

Nelle elezioni politiche del prossimo anno gli italiani batteranno un colpo e come, altro che influenti e vaffanculo Euroimbecilandia

Sovranità politica italiana perduta tra Bruxelles e Francoforte
Le elezioni politiche del 2023 rischiano di rivelarsi ininfluenti per via della totale perdita di sovranità nazionale dell'Italia.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 07 Giugno 2022 alle ore 06:31


Quando nell’estate scorsa l’Italia ricevette la prima tranche dell’anticipo di prestiti e sussidi erogati dalla Commissione europea con il Recovery Fund, il premier Mario Draghi definì quel giorno “dell’orgoglio” alla presenza della presidente Ursula von der Leyen. Già quella dichiarazione la dice lunga sul livello di totale dipendenza finanziaria a cui è sprofondata l’Italia da molti anni a questa parte. Subito dopo l’arrivo della pandemia in Europa, Bruxelles dovette inventarsi il cosiddetto Next Generation EU da 800 miliardi di euro per evitare il crac del Bel Paese. E nel frattempo la BCE varava il PEPP fino a 1.850 miliardi di euro con l’intento di sottrarre i BTp alla speculazione dello spread.
Italia in balia degli aiuti esterni

Ammesso che esista nelle forme prospettate da qualche leader politico, risulta difficile immaginare che l’Italia possa ritagliarsi uno spazio di sovranità nazionale da esercitare dentro e fuori i propri confini. Se Bruxelles ci tiene in vita con prestiti a basso costo e sussidi a fondo perduto e la BCE acquista i nostri titoli di stato per tenerci basso il costo del debito, quale potrà mai essere la sovranità tanto ambita?

Peraltro, proprio in queste settimane si discute da un lato di varare un nuovo piano di emissioni europee per reagire ai costi legati alla guerra, dall’altro di dare vita a un preciso piano anti-spread per alzare i tassi d’interesse senza far schiantare i BTp. L’Italia è come mai prima l’elefante nella cristalleria. Con la pandemia ha raggiunto un rapporto debito/PIL di oltre il 150%, mentre non ha affrontato alcuna delle sue criticità legate alla bassa crescita economica. Tra il 2007 e il 2019, il PIL reale italiano era diminuito di oltre il 4%. Gli stipendi medi reali tra il 1990 e il 2020 sono diminuiti del 3%.

Il presupposto essenziale della sovranità nazionale consiste nella capacità dei governanti di assumere decisioni senza dovere rispondere a entità esterne. Ma se qualcuno al di fuori dei confini ti tiene in vita finanziariamente con misure ad hoc, l’esercizio di tale sovranità diventa impossibile. Gli aiuti saranno pur sempre condizionati o formalmente attraverso il rispetto di clausole dettagliate o informalmente per il tramite di una pretesa remissività politica.

Sovranità ed elezioni politiche

Tra meno di un anno, l’Italia celebrerà le elezioni politiche. Goldman Sachs ha messo in guardia che, a differenza della Spagna, i partiti a Roma non sarebbero unanimemente convinti della bontà del Recovery Fund. Pertanto, ritiene che il passaggio delle urne possa comportare rischi a carico del debito pubblico. Per quanto si possa dibattere su tali dichiarazioni, il problema resta lo stesso: l’Italia è percepita una nazione in balia degli aiuti stranieri. Ed è così. Non si tratta di un complotto, se non auto-inflitto.

La perdita totale di sovranità politica risale agli anni Ottanta (1981 separazione della Banca d'Italia dal Tesoro), quando una classe politica intera gettò i conti pubblici nel caos per ragioni squisitamente clientelari. I governi costruirono un debito monstre triplo dei livelli medi europei. I margini di manovra fiscali si azzerarono e l’ingresso nell’euro fu vissuto da noi come un’urgente necessità per rimetterci in sesto dopo decenni di spandi e spendi, inflazione fuori controllo e svalutazioni frequenti della lira. La colpa della Seconda Repubblica fu non essere stata in grado di rimediare a tale scempio. Con la crisi finanziaria mondiale del 2008-’09, il declino italiano fu conclamato. Con la pandemia e la guerra in appena un biennio, siamo ai titoli di coda.

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