L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 giugno 2022

O ci svegliamo e cominciamo ad usare una nostra moneta sovrana ed usciamo dall'euro che è una moneta straniera o continuiamo a distruggere il tessuto industriale ed agricolo e diventeremo una terra povera gestita da multinazionali che mungeranno turisti e si porteranno nei paesi d'origini i profitti lasciandoci sempre di più a mendicare

L’economia italiana rallenta ancora, stiamo perdendo 20 anni
L'economia italiana crescerà quest'anno meno del previsto e i rischi per l'ISTAT restano al ribasso. PIL ancora sotto i livelli del 2007.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 10 Giugno 2022 alle ore 06:53


Il PIL nel primo trimestre è stato rivisto al rialzo: +0,1% sul trimestre precedente, anziché il -0,2% delle stime preliminari. L’economia italiana è momentaneamente scampata alla recessione, ma le sue prospettive a breve restano flebili. L’ISTAT ha rivisto al ribasso le stime di crescita per quest’anno da +4,7% a +2,8%. Il dato risulta inferiore al 3,1% indicato nel DEF dal governo Draghi, a sua volta rivisto da +4,7%. Per l’anno prossimo, poi, è prevista una crescita dell’1,9%. Secondo l’istituto di statistica, i rischi restano “elevati” tra inflazione, esportazioni e rialzo dei tassi. Praticamente, in un solo colpo stanno venendo meno tutte le direttrici della crescita del decennio passato.

Per l’economia italiana, prospettive abbastanza fosche. Nel 2019, l’anno precedente alla pandemia, il nostro PIL reale era ancora di quasi il 4% più basso del 2007, l’anno che precedette la crisi finanziaria mondiale. Nel 2020, esso crollò del 9%, risalendo del 6,6% nel 2021. Questo significa che nel 2021 il PIL reale italiano era del 3% inferiore al 2019 e di circa il 6,5% più basso del 2007. Se le previsioni ISTAT fossero confermate, al termine di quest’anno le dimensioni dell’economia italiana resteranno inferiori a quelle pre-pandemia. E alla fine del 2023, saranno ancora una volta inferiori a quelle del 2007 per oltre il 2%. Di questo passo, saranno trascorsi quasi 20 anni prima di avere recuperato i livelli di ricchezza precedenti alla grande crisi finanziaria mondiale.

Economia italiana tra debito, tassi e PNRR

Questa sfilza di numeri serve a spiegare un concetto: al di là delle crisi cicliche o provocati da eventi imprevisti, che tendono a colpire simmetricamente tutti i paesi, l’economia italiana non mostra capacità di recupero. Ci siamo entusiasmati per il rimbalzo del PIL dello scorso anno, ma abbiamo omesso di ricordare che esso fosse un recupero parziale delle perdite accusate l’anno precedente. Inoltre, nel resto d’Europa le cose sono andate complessivamente meglio nel biennio considerato. Infine, il +6,6% è stato possibile con un deficit pubblico superiore al 7% del PIL, mentre nel 2020 abbiamo registrato un disavanzo del 9,5%.

In parole semplici, a fronte di un indebitamento che al termine del 2022 sarà salito di 370 miliardi in tre anni, non siamo stati capaci neppure di recuperare appieno il PIL perduto a causa della pandemia. E dopo il 2023, i tassi di crescita per l’economia italiana sono attesi “normalizzarsi” con il venir meno dell’effetto rimbalzo post-pandemia. E dire che abbiamo suonato la fanfara per accogliere il varo del PNRR, che a dire dei più stimolerà la crescita e ridurrà il gap con il resto dell’Eurozona. Sta accadendo il contrario. E il peggio dovrà arrivare con tassi d’interesse e cambio più alti. L’economia italiana nel decennio passato si è retta in piedi su bassi tassi ed euro debole. Quell’epoca volge del tutto al termine.

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