L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 luglio 2022

Abe il Moro giapponese


L’ASSASSINIO DELL’ARCIDUCA SHINZO ABE
I globalisti hanno passato il Rubicone
By Markus On 21 Luglio 2022 30,676


AVVISO PER I LETTORI: Abbiamo cambiato il nostro indirizzo Telegram. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale ufficiale Telegram .


Emanuel Pastreich
emanuelprez.substack.com

L’8 luglio nell’antica capitale del Giappone era una giornata afosa. Shinzo Abe, la figura più potente della politica giapponese, stava tenendo un discorso per un candidato locale del Partito Liberal-Democratico di fronte alla stazione ferroviaria di Nara Kintetsu, quando improvvisamente si era sentito un forte botto, seguito da una strana nuvola di fumo.

La reazione era stata incredibile. Tra la folla, insolitamente numerosa, non c’era stata una sola persona che fosse corsa al riparo o che si fosse buttata a terra in preda al terrore.

Le guardie del corpo di Abe, che, durante il suo discorso, erano stranamente rimaste lontane da lui, lo avevano guardato impassibili, senza fare alcuno sforzo per fargli da scudo o per portarlo in un luogo sicuro.

Pochi secondi dopo, Abe si era piegato in due e si era accasciato a terra, rimanendo immobile nella sua giacca blu standard, la camicia bianca, ora macchiata di sangue, e il distintivo blu di solidarietà con gli ostaggi giapponesi in Corea del Nord. Molto probabilmente era rimasto ucciso all’istante.

Solo allora le guardie del corpo avevano catturato il sospettato, Yamagami Toruya, che si trovava alle spalle di Abe. La colluttazione con Yamagami era sembrata quasi una danza coreografica per il pubblico televisivo, non un arresto eseguito in modo professionale.

Yamagami era stato immediatamente identificato dai media come un ex membro di 41 anni della Forza di autodifesa marittima che aveva dei rancori personali con Abe.

Yamagami ha raccontato tutto alla polizia senza esitazione. Non ha nemmeno cercato di scappare dalla scena e, quando le guardie del corpo lo hanno bloccato, era ancora in possesso della stupida pistola artigianale.
Anche dopo che Abe era caduto esanime sul marciapiede, non una sola persona tra la folla era scappata o si era guardata intorno per capire da dove provenissero gli spari. Tutti sembravano sapere, magicamente, che la sparatoria era finita.

Poi era iniziata la commedia. Invece di far salire Abe su un’auto e portarlo via, quelli che gli stavano intorno si erano limitati a interpellare gli astanti, chiedendo se tra loro ci fosse un medico.

I media, per questo omicidio, hanno immediatamente abbracciato la tesi dello “sparatore solitario,” ripetendo la divertente storia di come Yamagami fosse associato a Toitsu Kyokai, una nuova religione fondata dal carismatico sciamano Kawase Kayo, e perché incolpasse Abe, che aveva rapporti con quel gruppo, dei problemi di sua madre.

Poiché Toitsu Kyokai ha seguaci della Chiesa dell’Unificazione fondata dal reverendo Moon Sun Myung, il giornalista Michael Penn è giunto alla conclusione che la cospirazione che ha portato alla morte di Abe era il risultato della sua collaborazione con i seguaci di Moon.

Anche se i media mainstream hanno accettato questa storia fantastica, la polizia e l’apparato di sicurezza giapponesi non sono riusciti a stroncare le interpretazioni alternative. Il 10 luglio, il blogger Takashi Kitagawa ha pubblicato del materiale che farebbe capire che ad Abe era stato sparato di fronte, non di spalle, come avrebbe fatto Yamagami, e che i colpi dovevano essere stati sparati con una traiettoria angolata dalla cima di uno, o di entrambi, gli alti edifici ai lati dell’incrocio di fronte alla piazza della stazione ferroviaria.

I post di Takahashi Kitakawa:




L’analisi di Kitagawa sulle traiettorie dei proiettili è stata più scientifica di quella offerta dai media, che hanno sostenuto, senza alcun fondamento, che Abe era stato colpito una sola volta, fino a quando, la sera stessa, il chirurgo non aveva annunciato che i proiettili erano due.

Le probabilità che un uomo in mezzo alla folla sia stato in grado di colpire due volte Abe con una rozza pistola artigianale da più di cinque metri di distanza sono basse. Il personaggio televisivo Kozono Hiromi, anch’egli esperto di armi, ha osservato nel suo programma “Sukkiri” (il 12 luglio) che una simile impresa sarebbe stata incredibile.

Un’attenta visione dei video suggerisce che sarebbero stati sparati diversi colpi con un fucile munito di silenziatore dalla cima di un edificio vicino.

Il messaggio al mondo

Per una figura come Shinzo Abe, l’attore politico più potente del Giappone e la persona a cui i politici e i burocrati giapponesi si erano rivolti in risposta all’incertezza senza precedenti nata dall’attuale crisi geopolitica, essere ucciso con dei colpi d’arma da fuoco senza una seria scorta nelle vicinanze non ha senso.

Forse il messaggio non è stato recepito dagli spettatori in patria, ma è stato chiarissimo per gli altri politici giapponesi. Del resto, il messaggio è stato chiaro anche per Boris Johnson, che è stato costretto a lasciare il potere quasi esattamente nello stesso momento in cui Abe veniva colpito dai proiettili, o per Emanuel Macron, che l’11 luglio è stato improvvisamente coinvolto in uno scandalo riguardante alcuni favori fatti ad Uber e ha dovuto affrontare richieste di rimozione dall’incarico, dopo che mesi di proteste di massa non erano riusciti ad influenzarlo in alcun modo.

Il messaggio era scritto in rosso sulla camicia bianca di Abe: l’adesione al sistema globalista e la promozione del regime COVID-19 non sono sufficienti a garantire la sicurezza personale, nemmeno per il leader di una nazione del G7.

Abe è stato finora la vittima più importante di quel cancro nascosto che corrode la governance degli Stati nazionali di tutto il mondo, una malattia istituzionale che sposta il processo decisionale dai governi nazionali ad una rete di banche private gestite da supercomputer, a gruppi di private equity, società di intelligence con sede a Tel Aviv, Londra e Reston, e a pensatori strategici assunti dai miliardari del World Economic Forum, dalla NATO, dalla Banca Mondiale e da altre incredibili istituzioni.

La quarta rivoluzione industriale è stata la scusa utilizzata per trasferire il controllo di tutte le informazioni in entrata e di tutte le informazioni in uscita dai governi centrali a Facebook, Amazon, Oracle, Google, SAP e altri in nome dell’efficienza. Come aveva osservato J. P. Morgan, “Tutto ha due ragioni: una buona ragione e una vera ragione.”

Con l’assassinio di Abe, questi tiranni della tecnologia e i loro padroni hanno attraversato il Rubicone, dimostrando che coloro che sono investiti dell’autorità statale possono essere impunemente tolti di mezzo, se non eseguono gli ordini.

Il problema del Giappone

Il Giappone è considerato l’unica nazione asiatica sufficientemente avanzata per entrare a far parte dell'”Occidente,” per essere membro dell’esclusivo club del G7 e per essere qualificato a collaborare con il programma di condivisione dei servizi di intelligence più importanti, quelli dei “Five Eyes,” e farne parte. Ciononostante, il Giappone ha continuato a sfidare le aspettative e le richieste dei finanzieri globali e dei pianificatori all’interno della cintura di Wall Street che lavorano per il Nuovo Ordine Mondiale.

Sebbene in Asia la Corea del Sud sia stata costantemente rimproverata da Washington come un alleato non all’altezza del Giappone, la verità è che i super-ricchi impegnati a prendere il controllo del Pentagono e dell’intera economia globale stavano iniziando a nutrire dubbi proprio sull’affidabilità del Giappone.

Il sistema globalista della Banca Mondiale, di Goldman Sachs o del Centro Belfer per la Scienza e gli Affari Internazionali dell’Università di Harvard ha un percorso prestabilito per le migliori e le più brillanti “nazioni avanzate.”

Le élite australiane, francesi, tedesche, norvegesi o italiane imparano a parlare correntemente l’inglese, trascorrono un periodo a Washington, a Londra o a Ginevra presso un think tank o un’università, si assicurano un posto di lavoro in una banca, in un’istituzione governativa o in un istituto di ricerca che garantisca loro un buon reddito e prendono come vangelo la prospettiva di buon senso e pro-finanza, offerta dall’Economist Magazine.

Il Giappone, tuttavia, pur avendo un proprio sistema bancario avanzato, pur avendo una padronanza delle tecnologie avanzate che lo rende l’unico rivale della Germania nel settore delle macchine utensili e pur avendo un sistema educativo sofisticato in grado di generare numerosi premi Nobel, non produce leader che seguono questo modello di nazione “sviluppata.”

L’élite giapponese, per la maggior parte, non studia all’estero e il Giappone ha circoli intellettuali sofisticati che non si affidano ad informazioni provenienti da fonti accademiche o giornalistiche estere.

A differenza di altre nazioni, i Giapponesi scrivono sofisticati articoli di stampa interamente in giapponese, citando solo esperti giapponesi. In effetti, in campi come la botanica e la biologia cellulare, il Giappone ha riviste di livello mondiale scritte interamente in giapponese.

Allo stesso modo, il Giappone ha una sofisticata economia interna che non è facilmente penetrabile dalle multinazionali – per quanto ci provino.

La massiccia concentrazione di ricchezza dell’ultimo decennio ha permesso ai super-ricchi di creare reti invisibili per una governance globale segreta, rappresentata al meglio dal programma Young Global Leaders del World Economic Forum e dal programma Schwarzman Scholars. Queste figure emergenti della politica si infiltrano nei governi, nelle industrie e negli istituti di ricerca delle varie nazioni per fare in modo che l’agenda globalista vada avanti senza ostacoli.

Anche il Giappone è stato colpito da questa forma subdola di governance globale. Eppure, i Giapponesi che parlano bene l’inglese o che studiano ad Harvard non sono necessariamente destinati a fare carriera nella società giapponese.

La diplomazia e l’economia giapponesi sono ostinatamente indipendenti, cosa che ha destato preoccupazione nel gruppo di Davos durante le campagne per la COVID-19.

Sebbene l’amministrazione Abe (e la successiva amministrazione Kishida) avesse seguito le direttive del World Economic Forum e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per quanto riguarda i vaccini e il distanziamento sociale, il governo giapponese è stato meno intrusivo nella vita dei cittadini rispetto alla maggior parte delle altre nazioni e ha avuto meno successo nel costringere le varie organizzazioni a richiedere la vaccinazione obbligatoria.

Anche l’uso di codici QR per bloccare i servizi ai non vaccinati è stato più limitato in Giappone rispetto ad altre nazioni “avanzate.”

Inoltre, il governo giapponese si rifiuta di attuare pienamente l’agenda della digitalizzazione obbligatoria, negando così ai colossi tecnologici multinazionali quel controllo sul Giappone che esercitano altrove. Questo ritardo nella digitalizzazione del Giappone ha indotto il Wilson Center di Washington D.C. ad invitare Karen Makishima, ministro dell’Agenzia digitale giapponese (lanciata su pressione della finanza globale nel settembre 2021), affinché spiegasse perché il Giappone era stato così lento a digitalizzarsi (13 luglio).

I Giapponesi sono sempre più consapevoli che la loro resistenza alla digitalizzazione, all’esternalizzazione su larga scala delle funzioni del governo e dell’università ai giganti tecnologici multinazionali e alla privatizzazione dell’informazione non è nel loro interesse.

Il Giappone continua a gestire istituzioni in lingua giapponese che seguono le vecchie usanze, compreso l’uso di documenti scritti. I Giapponesi leggono ancora i libri e non sono così innamorati dell’IA come i Coreani e i Cinesi.

La resistenza del Giappone può essere fatta risalire alla restaurazione Meiji del 1867. Il Giappone aveva deciso di creare un sistema di governo in cui le idee occidentali fossero tradotte in giapponese e combinate con concetti giapponesi, per creare un complesso discorso interno. Il sistema di governo istituito con la restaurazione Meiji è rimasto in gran parte in vigore, utilizzando modelli di governo basati su principi premoderni derivati dal passato del Giappone e della Cina e tratti dalla Prussia e dall’Inghilterra del XIX secolo.

Il risultato è un approccio feudale alla governance, in cui i ministri supervisionano feudi di burocrati che custodiscono con cura i propri bilanci e mantengono le proprie catene di comando interne.

Il problema di Abe

Shinzo Abe è stato uno dei politici più sofisticati della nostra epoca, sempre aperto a scendere a patti con gli Stati Uniti o con altre istituzioni globali, ma sempre cauto quando si trattava di rendere il Giappone oggetto delle imposizioni globaliste.

Abe covava il sogno di riportare il Giappone al suo status di impero e pensava di essere la reincarnazione dell’imperatore Meiji.

Abe era diverso da Johnson o Macron in quanto non era interessato ad apparire in TV, ma a controllare l’effettivo processo decisionale all’interno del Giappone.

Non c’è bisogno di glorificare il regno di Abe, come alcuni hanno cercato di fare. Era un insider corrotto che aveva spinto per una pericolosa privatizzazione del governo, per l’esautorazione dell’istruzione e per un massiccio spostamento di beni dalla classe media a quella benestante.

Il suo uso del forum di estrema destra Nihon Kaigi per promuovere un’agenda ultranazionalista e per glorificare gli aspetti più offensivi del passato imperiale del Giappone è stato profondamente inquietante. Abe aveva dato il suo appoggio incondizionato a tutte le spese militari, per quanto insensate, ed era disposto a sostenere quasi tutte le iniziative americane.

Detto questo, come nipote del primo ministro Nobusuke Kishi e figlio del ministro degli Esteri Shintaro Abe, Shinzo Abe si era dimostrato un politico astuto fin dall’infanzia.

Utilizzava in modo creativo un’ampia gamma di strumenti politici per portare avanti il suo programma, e riusciva a coinvolgere leader aziendali e governativi di tutto il mondo con una facilità che nessun altro politico asiatico era in grado di raggiungere.

Ricordo vividamente l’impressione che avevo ricevuto da Abe nelle due occasioni in cui l’avevo incontrato di persona. A prescindere dalla politica cinica che poteva promuovere, irradiava sul suo pubblico una purezza e una semplicità accattivante, quella che i giapponesi chiamano “sunao.” I suoi modi suggerivano una ricettività e un’apertura che ispiravano lealtà tra i suoi seguaci e che potevano sopraffare coloro che erano ostili alle sue politiche.

Insomma, Abe era una figura politica sofisticata, capace di mettere una parte contro l’altra all’interno del Partito Liberal Democratico e della comunità internazionale, pur apparendo un leader premuroso e benevolo.

Per questo motivo, i Giapponesi ostili al nazionalismo etnico di Abe erano tuttavia disposti a sostenerlo, perché era l’unico politico che ritenevano in grado di restituire al Giappone la leadership politica globale.

I diplomatici e gli ufficiali militari giapponesi si preoccupano all’infinito della mancanza di visione del Giappone. Sebbene il Giappone abbia tutte le carte in regola per essere una grande potenza, dicono, è gestito da una serie di laureati dell’Università di Tokyo poco incisivi; uomini bravi a fare esami, ma non disposti a correre rischi.

Il Giappone non produce nessuno come Putin o Xi, e nemmeno un Macron o un Johnson.

Abe voleva essere un leader e aveva le conoscenze, il talento e la spietatezza necessari per svolgere questo ruolo sulla scena globale. Era già il primo ministro più longevo della storia giapponese e, quando è stato colpito, aveva in programma una terza candidatura a primo ministro.

Inutile dire che i poteri che stanno dietro al World Economic Forum non vogliono leader nazionali come Abe, anche se conformi all’agenda globale, e questo perché sono in grado di organizzare la resistenza all’interno dello Stato nazionale.

Cos’è andato storto?

Abe era stato in grado di gestire, con gli strumenti tradizionali della gestione statale, l’impossibile dilemma che il Giappone aveva dovuto affrontare nell’ultimo decennio, quando erano aumentati i suoi legami economici con la Cina e la Russia, mentre l’integrazione politica e di sicurezza con gli Stati Uniti, Israele e il blocco NATO procedeva a passo spedito.
Era impossibile per il Giappone essere così vicino agli Stati Uniti e ai suoi alleati mantenendo allo stesso tempo relazioni amichevoli con Russia e Cina. Eppure Abe ci era quasi riuscito.

Abe era rimasto concentrato e freddo. Aveva sfruttato tutte le sue capacità e le sue conoscenze per ritagliare uno spazio unico per il Giappone. Lungo il percorso, Abe aveva fatto ricorso alla sofisticata diplomazia del suo pensatore strategico, Shotaro Yachi, il Ministero degli Affari Esteri, per assicurare che il Giappone trovasse il suo posto al sole.

Abe e Yachi avevano utilizzato strategie geopolitiche contraddittorie, ma efficaci, per coinvolgere sia l’Oriente che l’Occidente, facendo un ampio uso della diplomazia segreta per siglare accordi a lungo termine che avevano riportato il Giappone nel gioco delle grandi potenze.

Da un lato, Abe aveva presentato a Obama e Trump un Giappone disposto a spingersi oltre la Corea del Sud, l’Australia o l’India nel sostenere la posizione di Washington. Abe era disposto a subire enormi critiche interne per la sua spinta verso una rimilitarizzazione che si adattasse ai piani statunitensi per l’Asia orientale.

Mentre impressionava i politici di Washington con la sua retorica filoamericana, accompagnata dall’acquisto di sistemi d’arma, Abe si era anche impegnato ai massimi livelli con la Cina e la Russia. Non era stata un’impresa da poco, e aveva comportato un sofisticato lavoro di lobbying all’interno della cerchia politica, a Pechino e a Mosca.

Con la Russia, nel 2019 Abe aveva negoziato con successo un complesso trattato di pace che avrebbe normalizzato le relazioni e risolto la disputa sui Territori del Nord (le Isole Curili per i Russi). Era stato in grado di garantire contratti energetici per le imprese giapponesi e di trovare opportunità di investimento in Russia anche quando Washington aveva aumentato la pressione su Tokyo per le sanzioni.

Il giornalista Tanaka Sakai aveva osservato che ad Abe non era stato impedito di entrare in Russia dopo che il governo russo aveva vietato l’ingresso a tutti gli altri rappresentanti del governo giapponese.

Abe si era anche impegnato seriamente con la Cina, solidificando i legami istituzionali a lungo termine e portando avanti i negoziati per l’accordo di libero scambio, che avevano raggiunto una svolta nella quindicesima tornata di colloqui (9-12 aprile 2019). Abe aveva facile accesso ai principali esponenti politici cinesi, che lo consideravano affidabile e prevedibile, anche se la sua retorica era aspramente anti-cinese.

L’evento critico che probabilmente ha innescato il processo che ha portato all’assassinio di Abe è stato il vertice NATO di Madrid (28-30 giugno).

Il vertice NATO è stato un momento in cui gli attori nascosti dietro le quinte hanno dettato il ruolino di marcia per il nuovo ordine globale. La NATO è in rapida evoluzione, da alleanza per la difesa dell’Europa si è trasformata in una potenza militare non imputabile che lavora con il Global Economic Forum, i miliardari e i banchieri di tutto il mondo, come un “esercito mondiale,” che opera come faceva la Compagnia Britannica delle Indie Orientali in un’altra epoca.

La decisione di invitare al vertice NATO i leader di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda è stata una parte fondamentale di questa trasformazione della NATO.
Queste quattro nazioni sono state invitate a partecipare ad un livello di integrazione della sicurezza senza precedenti, che comprende la condivisione dell’intelligence (esternalizzata alle grandi multinazionali della tecnologia), l’uso di sistemi d’arma avanzati (che devono essere gestiti dal personale di multinazionali, come Lockheed Martin), esercitazioni congiunte (che creano un precedente per un oppressivo processo decisionale) e altri approcci “collaborativi” che minano la catena di comando all’interno dello Stato nazionale.

Quando Kishida era tornato a Tokyo, il primo luglio, non c’è dubbio che uno dei suoi primi incontri sia stato con Abe. Kishida aveva spiegato ad Abe le condizioni impossibili che l’amministrazione Biden aveva richiesto al Giappone.

La Casa Bianca, tra l’altro, è ora interamente nelle mani dei globalisti, come Victoria Nuland (sottosegretario di Stato per gli Affari politici) e altri provenienti dal clan Bush.

Le richieste fatte al Giappone erano di natura suicida. Il Giappone doveva aumentare le sanzioni economiche contro la Russia, prepararsi ad una possibile guerra con la Russia e con la Cina. Le funzioni militari, di intelligence e diplomatiche del Giappone dovevano essere trasferite al gruppo emergente di appaltatori privati che si riuniscono a banchettare ospiti della NATO.

Non sappiamo cosa avesse fatto Abe nella settimana precedente la sua morte. Molto probabilmente si era lanciato in un sofisticato gioco politico, utilizzando tutte le sue risorse a Washington D.C., Pechino e Mosca, così come a Gerusalemme, Berlino e Londra, per elaborare una risposta a più livelli che avrebbe dato al mondo l’impressione che il Giappone fosse totalmente al fianco di Biden, mentre, dalla porta di servizio, cercava la distensione con la Cina e la Russia.

Il problema di questa risposta era che, dato che le altre nazioni erano totalmente sotto controllo, un gioco così sofisticato da parte del Giappone lo rendeva l’unica grande nazione con un ramo esecutivo semi-funzionale.

La morte di Abe è molto simile a quella del sindaco di Seoul, Park Won Sun, scomparso il 9 luglio 2020, esattamente due anni prima dell’assassinio di Abe. Park aveva preso provvedimenti nel municipio di Seoul per contrastare le politiche di distanziamento sociale COVID-19 imposte dal governo centrale. Il suo corpo era stato ritrovato il giorno successivo e la morte era stata immediatamente dichiarata un suicidio dovuto all’angoscia per le accuse di molestie sessuali da parte di una collega.

Cosa fare ora?

Il pericolo della situazione attuale non deve essere sottovalutato. Se un numero crescente di Giapponesi percepirà, come suggerisce il giornalista Tanaka Sakai, che gli Stati Uniti hanno distrutto la loro migliore speranza di leadership e che i globalisti vogliono che il Giappone si accontenti di una serie infinita di primi ministri dalla mentalità debole, dipendenti da Washington e da altri attori nascosti della classe parassitaria, un tale sviluppo potrebbe portare ad una rottura totale tra Giappone e Stati Uniti, con un conseguente conflitto politico o militare.

È significativo che Michael Green, il più importante esponente del Giappone a Washington D.C., non abbia scritto il tributo iniziale ad Abe pubblicato sulla homepage del CSIS (Center for Strategic and International Studies), il suo istituto di origine.

Green, veterano del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Bush e titolare della cattedra Henry A. Kissinger del Programma Asia del CSIS, è l’autore di Line of Advantage: Japan’s Grand Strategy in the Era of Abe Shinzo. Green è stato uno stretto collaboratore di Abe, forse il più stretto fra tutti gli Americani.

L’omaggio ad Abe è stato redatto da Christopher Johnstone (presidente del CSIS per il Giappone ed ex agente della CIA). Questa strana scelta suggerisce che l’assassinio è un caso così delicato che Green ha voluto istintivamente evitare di scrivere il tributo iniziale, lasciandolo ad un professionista.

Per gli intellettuali e i cittadini responsabili a Washington, Tokyo o altrove, c’è solo una risposta possibile a questo oscuro assassinio: la richiesta di un’indagine scientifica internazionale.

Per quanto doloroso possa essere questo processo, ci costringerà ad affrontare la realtà di come i nostri governi siano stati sequestrati da poteri invisibili.

Se, tuttavia, non riuscissimo ad identificare i veri attori dietro le quinte, potremmo essere trascinati in un conflitto in cui la colpa viene proiettata sui capi di Stato, un conflitto in cui vari Paesi sono costretti ad entrare per nascondere i crimini della finanza globale.

L’ultima volta che il governo giapponese aveva perso il controllo delle forze armate, era stato, in parte, a causa degli assassini del primo ministro Inukai Tsuyoshi, il 15 maggio 1932, e del primo ministro Saito Makoto, il 26 febbraio 1936.

Per la comunità internazionale, il caso più rilevante è come le manipolazioni di un’economia globale integrata da parte dei Rothschild – Warburg e di altri interessi bancari avessero creato un ambiente in cui le tensioni prodotte dall’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Ungheria, il 28 giugno 1914, erano state incanalate verso una guerra mondiale.

Emanuel Pastreich

Fonte: emanuelprez.substack.com
14.07.2022
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Nessun commento:

Posta un commento