L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 luglio 2022

Con il VOSTRO Mario Draghi, lo spread è tornato, la crescita del PIL sembra arrestarsi, l’inflazione è alle stelle e l’ottimismo del primo anno di esecutivo è svanito del tutto. Il VOSTRO Mario Draghi sempre meno popolare e appannato tra bollette salate, carburante alle stelle e fine dello spandi e spendi dell’ultimo biennio di pandemia. Finite le prebende da elargire a destra e a manca, anche il VOSTRO governo Draghi è entrato in crisi

La fuga da Draghi è iniziata, non c’è più limone da spremere
Il governo Draghi è più debole che mai. La crisi della maggioranza si potrà solo aggravare, il premier ha i mesi contati.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 02 Luglio 2022 alle ore 06:54


Giuseppe Conte minaccia esplicitamente la crisi di governo dopo che il fondatore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, ha raccontato di avere ricevuto una telefonata del premier Mario Draghi, il quale gli chiedeva di far fuori l’ex premier dalla guida del partito. Anche Matteo Salvini manifesta insoddisfazione verso l’esecutivo, tanto da avere sbottato con un significativo “così non si può più andare avanti”. La situazione è così grave che il premier mercoledì scorso ha dovuto lasciare con un giorno di anticipo il vertice NATO a Madrid. Ufficialmente, per rientrare a Roma e tenere il Consiglio dei ministri tra l’altro sul caro bollette. Ma l’immagine che ha offerto al mondo è stata di un capo di governo in fuga per sedare una rivolta interna alla sua maggioranza. In effetti, il giorno seguente è dovuto salire al Quirinale per riferire al capo dello stato dopo che lo stesso aveva fatto in precedenza proprio Conte. Quest’ultimo medita seriamente l’uscita del Movimento 5 Stelle dal governo e l’appoggio esterno. Un’eventualità che, invece, porterebbe quasi certamente alla fine anticipata della legislatura.

La figura di Draghi si appanna

Al di là dei singoli “casus belli”, il governo Draghi appare davvero al capolinea. Era nato per implementare la campagna vaccinale contro il Covid e per ottenere i 200 miliardi del PNRR. Ha svolto egregiamente entrambi i compiti, sebbene l’erogazione dei fondi europei non sia garantita, se non dietro il varo di decine e decine di riforme di tranche in tranche. Ma lo spread è tornato, la crescita del PIL sembra arrestarsi, l’inflazione è alle stelle e l’ottimismo del primo anno di esecutivo è svanito del tutto. Dopo la rielezione di Sergio Mattarella, poi, lo stesso premier ha perso vistosamente pazienza e smalto.

I partiti dell’amplissima maggioranza parlamentare non concordano praticamente su nulla. Non lo hanno mai fatto, ma almeno fino a qualche mese fa si nascondevano proprio dietro la figura di Draghi, dinnanzi agli italiani. Figura diventata sempre meno popolare e appannata tra bollette salate, carburante alle stelle e fine dello spandi e spendi dell’ultimo biennio di pandemia. Al contrario, la prossima legge di Stabilità sarà già all’insegna del rigore fiscale. L’Europa ha sospeso il Patto di stabilità fino anche a tutto il 2023, ma già pretende l’avvio del percorso di rientro dagli alti deficit dei governi.

Le tensioni politiche sono così forti che Draghi potrebbe anticiparne l’approvazione in estate o al massimo a settembre. Metterebbe i conti pubblici al riparo dalle liti e dopodiché potranno anche tenersi elezioni anticipate di un semestre. Non ci saranno tagli draconiani alla spesa pubblica, né aumenti vistosi delle imposte. Ma la ricreazione è finita. Niente più nuovi sussidi sotto mentite spoglie, stop ai prepensionamenti tramite quote, insomma inizia una nuova fase. I partiti dovranno riposizionarsi in vista delle elezioni.

Italia tra inflazione e crisi economica

La Lega rischia di presentarsi alle urne a mani totalmente vuote, non credibile neppure per il suo storico elettorato del Nord. Il Movimento 5 Stelle ha tradito tutto ciò che avrebbe potuto tradire, per cui è a caccia di consensi per risollevare le infime percentuali a cui è sprofondato. A maggior ragione dopo la dolorosa scissione ad opera di Luigi Di Maio. Restano PD e Forza Italia. Ad entrambi Draghi va bene, andrebbe bene persino dopo le elezioni. Ma Enrico Letta non saprebbe con chi allearsi se venisse lasciato solo al governo dai “grillini”, mentre Silvio Berlusconi riuscirà ad eleggere una pattuglia discreta di parlamentari solo alleandosi con Lega e Fratelli d’Italia. E Giorgia Meloni già gli chiede di scegliere tra Draghi e la coalizione di centro-destra.

Finite le prebende da elargire a destra e a manca, anche il governo Draghi entra in crisi. A dirla tutta, l’Italia in questi mesi sembra una nave senza nocchiere. Le divergenze di vedute tra i partiti che lo sostengono impediscono al premier di proferire parole certe su lavoro, giustizia, fisco, ecc. L’Italia sembra “congelata” in attesa di nuove elezioni. Si fa lo stretto necessario per non essere accusati di omissione di atti d’ufficio. Ma ci sono la recessione alle porte, la crisi energetica, l’inflazione, lo spread, un mercato del lavoro malconcio, la questione salariale, tutti temi che esploderanno dopo l’estate. I partiti lo sanno e iniziano a mollare Super Mario. Quel che poteva (loro) dare, lo ha già dato. La riverenza verso il salvatore dell’euro sta per finire.

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