L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 luglio 2022

Di sicuro siamo di fronte ad una resa dei conti, se parziale o definitiva, lo vedremo

09 LUGLIO 2022
Ridi, pagliaccio!



C’è un simbolismo perverso tra l’assassinio di Shinzo Abe e la contemporanea fine dell’allegra politica monetaria mondiale. Nei 12 anni tra il 2008 e il 2020, la Federal Reserve americana ha creato dal nulla l’equivalente di 600 anni di moneta rispetto agli standard del secolo precedente, ma anche l’ex premier giapponese è stato un importante interprete di quel tipo di politica monetaria, tanto che solo per lui fu coniato un termine: Abenomics. Non è stata l’oceanica liquidità mondiale a provocare l’attuale inflazione (in Giappone l’inflazione per ora è sotto controllo, con e senza Abenomics), ma quella politica di “kick the can down the road”, rimandare a future generazioni il saldo del conto, ora obbliga le Banche Centrali a camminare su una sottile linea di terra tra due precipizi: inflazione da una parte, recessione dall’altra, e l’impossibilità di tornare indietro, o fermarsi.
Per un oscuro scherzo del destino, uno dei più feroci critici dell’allegra politica monetaria, il politico tedesco Wolfgang Schauble, nel 1990 subì a sua volta un gravissimo attentato quando era Ministro dell’Interno. Sopravvisse, ma rimase su una sedia a rotelle, e la sua mascella fu ricostruita, dandogli una maschera di durezza che probabilmente ne ridimensionò le ambizioni politiche.
Durante la crisi del debito europeo di inizio anni Dieci, l’allora Ministro delle Finanze incarnava con quella dura maschera il perfetto parafulmine per chi non era tedesco. C’era il buono, Mario Draghi, che da Presidente della BCE salvò l’euro con la famosa frase del “whatever it takes”, e poi c’era lui, il cattivo Schauble, che si opponeva al salvataggio dei Paesi insolventi tramite lo stampo di moneta e l’acquisto dei loro titoli di stato. Non ho un’opinione univoca a proposito: da un lato credo davvero che Draghi abbia salvato la moneta comunitaria, dall’altro ho sempre pensato che fosse uno scherzo da prete rimandare il pagamento del conto a una futura generazione, nella speranza che nel frattempo qualche importante scoperta tecnologica riassorbisse miracolosamente tutta quella liquidità. Dallo scherzo da prete alla politica del pagliaccio il salto è breve.
Con la fine dell’allegra politica monetaria, finirà anche l’era dei pagliacci che diventano politici e i politici che si travestono da pagliacci? Non se ne può più. Per rigenerarsi tocca guardare su YouTube le noiosissime tribune elettorali degli anni Settanta (qui), dove uomini austeri non concedevano nulla alla distrazione, al ricciolo, al fronzolo. Se in Italia il comico Beppe Grillo sta assistendo allo sgretolamento della sua creatura politica, in Gran Bretagna il dimissionario Boris Johnson ha incarnato l’essenza dello statista travestito da saltimbanco. Il Primo Ministro, tra l’altro, era colui che a inizio pandemia invocava invano l’immunità di gregge; nei giorni scorsi, invece, l’immunità è stata negata a lui da quello stesso gregge che Boris ha citato due volte con elegante rancore nel suo discorso di addio: «The herd instinct is powerful, and when the herd moves, it moves».
A proposito di mandrie, Helmut Kohl quando negli anni Novanta riunì le due Germanie sembrava un pastore tedesco che governava un gregge di decine di milioni. Angela Merkel, con tutto il rispetto per una persona seria come lei, nei sui 16 anni di governo pareva una pecora governata da decine di milioni di pastori tedeschi. Colpisce il candore dell’ex cancelliera nella sua prima intervista da privata cittadina: «Ho sempre saputo che Putin voleva distruggere l’Europa». Se lo sapeva, perchè insieme ai lucrosi affari con il satrapo russo, non ha contemporaneamnente spinto per la formazione di un esercito europeo? Mia figlia Petra quando era molto piccola aveva una sintesi tutta sua sulla fiaba di Cappuccetto Rosso: «Prima di entrare nel bosco, bisogna prendere il lupo per mano». Non credo però che le opinioni di Angela e Petra bambina siano un campione sufficiente esteso per stilare una statistica su cosa esattamente pensano le donne.
Conosciamo invece l’opinione di un’importante analista di relazioni internazionali. Secondo Constanze Stelzenmüller, la sorprendente frase della Merkel dimostra l’approccio tenuto dell’ex cancelliera nell’affrontare i problemi: comprenderli a fondo, per poi scegliere di gestirli piuttosto che risolverli (Financial Times, 22 Giugno 2022). In politica monetaria, l’illusione di procrastinare la risoluzione dei problemi è stata uccisa dall’inflazione. Quella di Angela Merkel, da una guerra.

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