L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 luglio 2022

Dollaro carta straccia era ancorato alla compravendita del petrolio è scomparso quel pallido legame. E ora l'Occidente è rimasto solo con se stesso, rabbioso e rancoroso ogni paese con interessi diversi e uniti, per ora, solo dall'obbedienza, ab torto collo, al comando del padrone Stati Uniti

La logica della crisi corrente
di Andrea Zhok


Per cercar di comprendere la situazione attuale e le sue tendenze di sviluppo è necessario alzare lo sguardo almeno all’altezza degli ultimi tre lustri, ricollegandoci alla crisi finanziaria del 2007-2008.

La crisi subprime ha mostrato, innanzitutto, nella maniera più chiara, chi detiene la sovranità effettiva nel mondo odierno. Alle origini della crisi sta la deregolamentazione del sistema finanziario americano avvenuto almeno a partire dall’abolizione dello Glass-Steagall Act (1999, presidenza Clinton), con cui si sono aperte le ultime dighe al predominio della finanza speculativa (processo iniziato sin dagli anni ’70). Quell’atto di delegificazione era stato auspicato da tempo dai principali attori finanziari statunitensi, ma solo alla soglia del 2000 le pressioni ottennero pienamente l’esito desiderato.

Da allora si è avviata una stagione di speculazione ruggente che ha prodotto un incremento costante del peso dell’economia finanziaria rispetto all’economia reale, promuovendo la creazione della pazzesca bolla immobiliare esplosa a fine 2007.

In quell’occasione per il sistema finanziario si trattava di capire una sola cosa, ovvero se, o in quale misura, gli stati avrebbero compensato per i rischi speculativi privatamente presi. Quando il governo americano decise (con molti tentennamenti) di lasciar fallire la Lehman Brothers, come "esempio" contro il "moral hazard" del sistema bancario, i vertici del sistema finanziario presero un discreto spavento. Per qualche lunghissimo giorno si percepì la possibilità di un effetto domino, di un collasso totale con il successivo fallimento del gigante AIG, che sarebbe stato incontenibile nelle conseguenze. Questa propagazione venne sventata dal governo USA all’ultimo momento, con la prima di una prodigiosa serie di “iniezioni di liquidità”.

L'UE rispose alla crisi con straordinaria flemma, mantenendo inizialmente alti i tassi di interesse e attendendo 4 anni prima di acconsentire ad un'operazione simile di immissione di liquidità (il "whatever it takes"). Questi 4 anni servirono al monetarismo tedesco per imporre il proprio dominio disciplinare incontrastato, spezzando le reni alla Grecia e avviando il processo di svendita in saldo degli ultimi pezzi pregiati dell'Italia.

Ottenuti i desiderati risultati disciplinari, l'UE ha governato gli effetti della crisi in maniera sostanzialmente sovrapponibile agli USA, secondo modalità spettacolarmente fraintese da chi ha parlato di un "rinnovato ruolo dello Stato" - o addirittura di "socialismo di stato". L’intervento statale di questi anni è invece un epitome dell’approccio neoliberale: lo stato può intervenire anche in modo estremamente invasivo e poderoso, questo non è mai stato un problema per l’impianto neoliberale, purché tali interventi siano ufficialmente giustificati come supporto a questo o quel meccanismo di mercato.

Perciò le banche centrali entrarono sì pesantemente in gioco, ma quest'operazione non dev'essere fraintesa come se si fosse trattato di una manovra anticiclica di tipo keynesiano. Un’operazione di tipo keynesiano avrebbe creato credito per destinarlo al consumo e all’investimento diretto. Qui invece il "credito facile" concesso dalle banche centrali venne riversato sul sistema finanziario, destinandolo al ripianamento e contenimento delle voragini aperte dalla speculazione. La funzione dell’intervento pubblico fu solo ed esclusivamente quella di mantenere in vita lo status quo finanziario.

La complessità del sistema della "cartolarizzazione" dei crediti aveva peraltro generato una situazione in cui non era neppure ben chiaro chi avesse quanti "titoli tossici", quanti crediti inesigibili, e questa condizione di estrema incertezza indusse banche ed assicurazioni ad utilizzare la straordinaria apertura di credito delle banche centrali soprattutto per "consolidarsi", mentre solo una piccola fetta del credito ricevuto giunse ad alimentare con tassi agevolati la produzione e il consumo.

I) Gli esiti della crisi subprime

La crisi subprime ha perciò generato un esito complessivo riassumibile come segue:

1) I soggetti che hanno provocato la crisi - cioè i maggiori gruppi finanziari americani, - ne sono usciti quasi tutti, non solo indenni, ma con una dotazione di liquidità accresciuta.

2) Gli stati invece ne sono usciti con un indebitamento fortemente cresciuto, appeso come una minaccia incombente sul proprio futuro: per salvare i “mercati” gli stati si sono consegnati mani e piedi al condizionamento dei “mercati”. Insomma, il “premio” per aver salvato il sistema finanziario è stato che quest’ultimo ora è nelle condizioni per esercitare molta più forza di prima su chi lo ha salvato. (Stendiamo un pietoso velo su chi, a fronte degli indebitamenti statali, ciancia ancora dell’"aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità").

3) L'economia reale, dopo una crisi occupazionale pesante, ha recuperato faticosamente le perdite, senza però mai riprendere slancio. L’economia primaria (materie prime e alimentari) e quella secondaria (trasformazione industriale) è stata asservita integralmente ad un singolo settore, quello finanziario, dell’economia terziaria (servizi).

Questo quadro, pur con diversità tra paese e paese, è comune all'intero mondo occidentale.

Come sempre accade nei sistemi capitalistici, alcune compagini statali, quelle con maggiore potenza contrattuale, ne sono uscite comparativamente meglio. Gli USA, in cima alla catena alimentare dell’Occidente, se la sono cavata accettabilmente, così come ha fatto la Germania e i suoi satelliti, a scapito delle province dell'impero americano, mediterranee in primis.

A bocce ferme, all’indomani dell’esaurirsi degli effetti diretti della crisi subprime, la situazione appariva dunque la seguente.

a) Si è compreso in modo definitivo come un sistema finanziario "Too Big to Fail" non può essere pienamente contenuto da nessun governo, neppure dal governo americano. E tuttavia quest’ultimo rimaneva l'unico attore politico ancora in grado di premiare o punire singoli grandi attori finanziari. Di conseguenza, questi rapporti di forza consentono di identificare con precisione l'odierno nucleo di potere nel mondo occidentale; esso sta nelle interazioni tra i vertici del potere finanziario transnazionale e il governo americano. Questo blocco di potere politico-finanziario lo chiameremo nel prosieguo “il Blocco”, senza ulteriori aggettivazioni.

b) Esistono enormi capitalizzazioni potenzialmente disponibili, ma impossibilitate ad essere messe pienamente a rendita, perché i tassi di crescita dell'Occidente rimangono bassi e sono destinati a rimanere tali. Queste capitalizzazioni potenziali, ma improduttive rappresentano un serio problema per le istituzioni finanziarie.

II) L'essenza del denaro e il capitale moderno

Per apprezzare questo punto bisogna comprendere la natura del denaro.

Il denaro è, si dice un medio di scambio, ma esso è innanzitutto un segno, rappresentato da una quantità numerica, che esprime la fiducia nella possibilità che quella quantità sia convertita in beni e servizi. Di per sé, com’è ovvio, il denaro non è nulla e non vale nulla. È per questa ragione che il denaro può essere “creato dal nulla” da una banca (centrale, ma non solo). Ed è per questa ragione che sui mercati finanziari ci possono essere crescite stratosferiche del denaro un giorno e roghi di denaro altrettanto stratosferici il giorno successivo. Ciò che cresce vertiginosamente o brucia vertiginosamente non è niente di reale, salvo la fiducia degli agenti economici nella capacità di una prospettiva, di un investimento, di un titolo di proprietà di crescere di valore. (Il funzionamento dei mercati è, in certo modo, un trionfo metafisico - di una metafisica nichilista.)

Ora, però, è importante comprendere che il denaro delle capitalizzazioni finanziarie di norma si trasforma in beni e servizi concreti solo in piccole percentuali. Normalmente rimane a fluttuare in una sorta di esistenza parallela, dove semplicemente produce altre copie di sé stesso (fa crescere altro denaro).

Nonostante legalmente un euro di profitto finanziario e un euro di guadagno da lavoro abbiano esattamente lo stesso valore, in effetti il primo è stato creato da un gioco di aspettative in un ambiente artificiale (mercato secondario dei titoli), mentre il secondo è il corrispettivo di un bene o servizio realmente fornito.

La quantità di capitale disponibile sul piano finanziario è sempre un multiplo della quantità di beni e servizi disponibili ad essere acquistati. (Per intendere le proporzioni, alla vigilia della crisi subprime la capitalizzazione sui mercati finanziari rappresentava 14 volte il PIL mondiale.) Questo significa che la “bolla” è la condizione naturale latente nell’esistenza stessa dei mercati, non un’episodica eccezione.

III) I crucci del potere e le sue vittime

Qual è dunque la preoccupazione del Blocco in presenza di un mondo reale dove le promesse di crescita sono modeste? La preoccupazione è triplice: c’è il timore di assistere ad una drastica svalutazione dei propri tesori nominali; c’è il timore che la gente comune perda fiducia nel sistema stesso, ritirando i propri risparmi in contanti (“corsa agli sportelli”); e c'è il timore di una sollevazione incontrollata di fronte al progressivo impoverimento di gruppi sempre più estesi e al venir meno della visione che si è proposta per anni come l'unica verità della storia.

Se la prospettiva verso cui ci si muove è quella di una stagnazione durevole, o di una decrescita / recessione stabile, allora per il Blocco si affaccia la prospettiva che la propria posizione di potere sistemico sia prossima a collassare.

La risposta canonica in una cornice neoliberale da parte del capitale finanziario è stata, negli ultimi 50 anni, di chiedere operazioni che garantissero sussulti del PIL (le principali sono state la deregolamentazione dei mercati e la globalizzazione della produzione). Ma la situazione odierna comporta la percezione diffusa che i tempi che potevano garantire una crescita stabile e duratura dell’economia siano passati e che le possibilità di spingere più in là la deregolamentazione o la globalizzazione siano compromesse.

A questo punto la domanda guida per comprendere il presente diviene: cosa dobbiamo aspettarci da parte del Blocco, di quelli che attualmente detengono il potere politico-economico in Occidente e che, naturalmente, non vogliono perderlo? Una semplice risposta passiva incrementerebbe il loro rischio di collasso, improvviso o graduale, e dunque per enti abituati a muoversi guidati dalla massimizzazione razionale degli interessi, questo atteggiamento passivo è escluso. E allora, cosa ci dobbiamo attendere?

Io credo che questo quadro spinga tutti i principali attori verso alcune strategie, che poi possono combinarsi in vari modi.

1) La smaterializzazione del commercium. Innanzitutto assistiamo ad una spinta ulteriore alla dematerializzazione delle relazioni e degli atti di compravendita. Questa tendenza è in corso da tempo, ed è legata allo sviluppo tecnologico, ma viene ulteriormente alimentata dalla situazione attuale. La ragione di questo indirizzo è semplice: essa aumenta la struttura monopolistica del sistema e con ciò aumenta la capacità di manipolare e controllare il sistema stesso (prodotti e prezzi). Se il commercio è mediato da grandi sistemi di comunicazione ed intermediazione, esso diviene dipendente da una macrostruttura proprietaria (telecomunicazioni, e-commerce). Si tratta di sistemi centralizzati, controllabili, che di principio non dipendono più dalla fiducia del pubblico per riuscire a vendere i propri prodotti, visto che ne controllano sia l'unica fornitura, sia l’informazione commerciale.

2) La smaterializzazione del denaro. Accanto a questo processo, classico, si deve assistere ad un secondo processo, con tratti affini, ovvero un processo di dematerializzazione del denaro. Qui le motivazioni sono più sottili. Il denaro in formato elettronico è denaro integralmente controllato a livello centrale, dagli organismi creditori, che a loro volta sono legittimati a farlo da concessioni statali. La virtualizzazione della moneta equivale ad una centralizzazione terminale del controllo sulla stessa. Per quanto sin dal primo conio il ruolo degli organismi centrali sia stato determinante per l’erogazione della moneta, il fatto che essa circolasse in forma materiale creava un contropotere nelle mani di un’utenza diffusa, che poteva ad esempio esprimere la propria sfiducia non acquistando certi beni (vedi punto sopra) o ritirando i propri soldi da un istituto di credito (“corsa agli sportelli”). La seconda possibilità viene sostanzialmente disattivata in presenza di un’integrale virtualizzazione della moneta: tutto ciò che si può fare in caso di mancanza di fiducia nell’istituto è chiedere il trasferimento del conto ad un altro istituto, ma con il crescere delle concentrazioni finanziarie tale opzione è un'alternativa sostanzialmente illusoria.

3) Il decoupling sistemico. L’opzione (2) chiama in campo una terza tendenza, ovvero l’esigenza monopolistica di non avere in campo altri attori finanziari che non siano quelli afferenti al Blocco. Se lo spettro di una crisi di sistema vuole essere evitato, bisogna impedire che la concentrazione monopolistica (tecnicamente oligopolistica, ma in effetti monopolistica) non sia infranta dalla possibilità di trasferire il proprio capitale in altre valute o presso istituzioni finanziarie non subordinate alla catena di comando occidentale. Finché la globalizzazione prometteva di essere un perenne ampliamento di potere del blocco USA-Finanza Occidentale, la globalizzazione era promossa come una ridente prospettiva. Nel momento in cui si configura la possibilità che altri attori internazionali offrano resistenza alle decisioni del Blocco, questi legami vanno rescissi il più nettamente possibile (“decoupling”).

4) La rimaterializzazione degli asset finanziari. A fronte di una potenziale perdita di valore prossimo venturo delle colossali capitalizzazioni create nel sistema finanziario dal gioco dei mercati, viene ad accelerarsi il processo (anch’esso in corso da tempo) di far scendere in terra quei capitali consolidandoli in proprietà materiali (immobili, terreni, aziende). Questa spinta può, paradossalmente, accelerare la crisi dell’economia reale occidentale, in quanto l’interesse primario per i grandi attori finanziari è ora non tanto quello di investire in titoli con prospettive di crescita, quanto quello di investire in entità reali tutelate dal diritto di proprietà. Anche beni destinati a rimanere infruttiferi, sul modello del vecchio latifondo, tendono a divenire appetibili. Questo processo ha in prospettiva le caratteristiche di un “infeudamento” del potere finanziario.

5) La guerra. Infine, ma tutt’altro che trascurabile, è importante vedere come tutte queste tendenze invochino quella che è la più classica delle soluzioni alle crisi del capitale, ovvero la guerra. La stagnazione dell’economia europea di fine ‘800, iniziata intorno al 1875, condusse ad un intensificarsi della conflittualità tra le allora maggiori potenze, prima in forma di conflitti geopolitici (conflitti coloniali) e poi giungendo al confronto diretto della Prima Guerra Mondiale (NB: la Seconda Guerra Mondiale fu semplicemente la conclusione delle questioni irrisolte nella prima). Oggi, la stagnazione europea avviata a metà degli anni ’70 del ‘900 spinge in una direzione analoga, innanzitutto nella forma di un esacerbarsi del conflitto geopolitico (questa volta non più propriamente coloniale, ma nella versione odierna del colonialismo, come “sfere d’influenza”). Se questa spinta procederà ad un conflitto frontale pieno, se la guerra in Ucraina sarà il nostro conflitto tra Serbia e Impero Austroungarico, è ancora presto per dirlo, però anche qui è importante comprendere dove convergono gli interessi. E oggi gli interessi del Blocco vanno in una direzione caratterizzata da tre aspetti:

a) la spinta a sfruttare, ora o mai più, il proprio residuo vantaggio comparativo sul piano militare-industriale (in via di erosione);

b) la spinta a disciplinare centralmente e tenere sotto controllo i rivolgimenti interni attesi (disoccupazione, maloccupazione, incipienti crisi energetica e alimentare), cosa che l'emergenzialismo bellico consente di fare in modo ottimale;

c) la spinta a creare una fonte primaria di spesa che non dipenda dalla domanda di mercato, ma da commesse vincolanti obbligate da un “interesse superiore indiscutibile”. (E nell’ottica di quest’ultimo punto è rilevante osservare come la logica della vaccinazione di massa sia identica alla logica bellica: in entrambi i casi vengono attivate commesse statali fuori mercato, dettate da un presunto interesse superiore, e capace di disciplinare possibili rivolgimenti interni.)

Nota conclusiva: queste tendenze hanno una logica interna. Esse perciò si coordinano spontaneamente anche senza la presenza di un piano complessivo, che perciò non è utile né produttivo cercare. La mancanza di un piano complessivo è un elemento di maggiore, non minore, pericolosità, perché permette a queste tendenze di avere maggiore elasticità, e di esplorare varie soluzioni provvisorie, senza fissarsi su una sola.

Nessun commento:

Posta un commento