L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 19 luglio 2022

è l’Occidente a non voler essere pagato, non la Russia insolvente. E ripeto: chi investe davvero, certe panzane buoniste non se le beve. Ma la Germania può sempre scegliere di aprire il Nord Stream 2, poi se ha deciso di soffrire, va bene così

SPY FINANZA/ Perché non c’è la Russia tra i 25 Paesi a rischio default?
Pubblicazione: 19.07.2022 - Mauro Bottarelli
Una classifica stilata da Bloomerg sul rischio default a livello globale mostra l’inutilità delle sanzioni alla Russia, che hanno anzi nuociuto all’Europa

Vladimir Putin, Presidente Russia al Cremlino (LaPresse, 2022)

La pantomima dovrebbe finire in tempi rapidi. E con essa, si spera, la canonizzazione ex ante di Mario Draghi, sinceramente più patetica che insopportabile. Ciò che resterà oltre la data spartiacque di domani alle Camere, è la guerra. Di cui, come immagino vi sarete accorti, non interessa più nulla a nessuno. Basta vedere le scalette dei tg: politica, caldo record e poi un pochino di Ucraina. Tra meno di un mese, poi, inizierà il campionato da calcio. E che l’aria che tira sia cambiata lo testimonia il solito Zelensky, lesto nel ricordare ai Governi occidentali caduti in disgrazia politica di inviare comunque le armi e gli aiuti. Nel frattempo, piovono missili ed esplodono bombe. E la Russia alza il tiro. Perché può permetterselo, quantomeno in questo momento. E la ragione è chiara: gli Usa sono entrati in modalità mid-term, l’Europa in quella dell’emergenza energetica in vista dell’inverno. E di colpo, Kiev non pare più il baluardo mondiale della libertà da difendere a ogni costo. Whatever it takes.

Ancora più interessante è dare un’occhiata a come i mitologici mercati guardano a quanto sta accadendo, perché si sa che sangue chiama dollari e viceversa. Bene, date un’occhiata a questa tabella, la quale ci mostra la classifica delle 25 nazioni più a rischio di default nell’anno in corso. E attenzione, è frutto dell’elaborazione di Bloomberg e si basa su criteri fissi, quali rendimenti medi dei bond governativi, spread del credit default swap a 5 anni, spese per interessi sul debito rispetto al Pil e debito governativo rispetto al Pil.


Bene, per caso vedete la Russia fra quelle 25 nazioni? Non mi pare. Eppure, ci avevano detto che le sanzioni avrebbero colpito durissimo le casse del Cremlino. E dopo, qualcuno aveva magnificato l’intuizione proprio del divino Mario Draghi di congelare i conti della Banca centrale russa, al fine di provocare quasi a tavolino un default su scadenze di debito estero. Come tutti sappiamo, formalmente Mosca ha già fatto default su una cedola. Eppure, il sole è continuato a sorgere. E tramontare. E nessuno fra chi investe realmente è stato così idiota da richiedere l’attivazione dei credit default swaps sul debito russo, semplicemente perché Mosca sguazza nel contante grazie all’export energetico. Anzi, non ha mai conosciuto un surplus commerciale come quello attuale. Semplicemente, le sanzioni non le permettono di pagare il dovuto in dollari o euro e le transazioni in rubli non vengono processate dalle banche intermediarie a causa delle sanzioni. Tradotto, al netto dell’ideologia e della stupidità: è l’Occidente a non voler essere pagato, non la Russia insolvente. E ripeto: chi investe davvero, certe panzane buoniste non se le beve.

In compenso, all’ottavo posto di quella classifica c’è l’Ucraina. E questa seconda immagine mette plasticamente in prospettiva il livello di ottusità dell’Occidente. Se infatti El Salvador sconta, oltre a numeri poco entusiasmanti a livello macro, il suo status azzardato di Bitcoin nation, Kiev porta in dote una garanzia di default a 5 anni pressoché totale. E la cosa non stupisce, stante solo il debito nei confronti del Fondo monetario internazionale.


Ma si sa, ora c’è la ricostruzione. E dall’Ucraina, come avrete letto, hanno non a caso già sparato numeri grossi. Dalla conferenza ad hoc tenuta due settimane fa a Lugano, il vice-premier ha quantificato in 750 miliardi di dollari le necessità. Praticamente, ricostruiranno i ponti in platino. Ora, lasciate da parte per un attimo la propaganda strappalacrime e fate due più due fra quella classifica e questa richiesta di finanziamento: se infatti l’ottava posizione rappresenta un ranking aggravato oggettivamente dalla guerra, non pensiate che senza evento bellico Kiev avrebbe potuto godere di una posizione molto migliore. O non comparire del tutto nel ranking. E le scadenze eventualmente da rinegoziare incombono.

Mettendo da parte in punta di cinismo ogni ragionamento sul conflitto, davvero pensate che a Kiev nessuno stia furbescamente sfruttando l’operazione militare di Mosca come alibi per risolvere una volta per tutte il pantano di debito in cui incapacità, corruzione e malversazione hanno fatto precipitare il Paese dal golpe di Maidan in poi, un vero Bengodi per affaristi, oligarchi e capitani di ventura di ogni risma e nazionalità? E poi, ripeto, la questione è quasi paradossale: di quella lista conta più chi è assente che presente. La Russia, a detta di Bloomberg, non rischia affatto il default quest’anno. Quindi, a cosa diavolo sono servite le sanzioni, se non a garantire un paradossale surplus commerciale record a Mosca e accelerare la sua diversificazione della clientela energetica, muovendo i flussi verso Est, cioè verso Cina e India che stanno comprando con il badile e a sconto il petrolio di Mosca?

Del gas, meglio non parlarne. Anzi, parliamone. Questo grafico finale mostra quale dinamica sia in atto da lunedì della scorsa settimana in Germania: Uniper, l’utility dell’elettricità caduta in disgrazia e costretta a richiedere un salvataggio statale da 10 miliardi di euro, ha cominciato a drenare gas dagli stoccaggi per evitare di svenarsi ulteriormente sul mercato spot.


Tradotto, al fine di garantire un servizio normale ad aziende e famiglie, ma anche a mantenere liquidità in cassa, il gigante energetico tedesco pesca dalle riserve strategiche. Le stesse che, in vista dell’inverno, dovrebbe invece riempire. E non all’80% entro il 1 novembre come tutti i Paesi dell’eurozona, bensì al 90%, stante il carattere pesantemente energivoro dell’industria teutonica. E il vice-presidente del Consiglio di sorveglianza di Uniper, parlando proprio con Bloomberg, è stato chiaro: Se il Governo non interviene subito, un’insolvenza è questione di giorni e non di settimane. Volevano spingere al default la Russia, mentre in quella condizione ci è finita con tutte le scarpe l’utility energetica più importante dell’economia-locomotiva dell’Europa.

Serve che faccia un disegnino o finalmente l’avete capito quale sia l’agenda parallela dell’intero conflitto o quanti siamo idioti come europei? Attenzione, perché il tempo comincia davvero a correre. E fra poco, a volare. E non basterà Mario Draghi a salvarci dalla recessione più nera dal Dopoguerra.

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