L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 luglio 2022

È molto difficile che alla Pelosi riesca la provocazione a Taiwan

Cina: la Pelosi e la Cia ci provano fin dal ’91



Piazza Tienanmen ci è stata sempre venduta come una spontanea rivolta del popolo cinese contro il potere, ed è così diventata una sorta di passaporto simbolico dell’imperialismo occidentale per cercare di arginare in tutti i modi la Cina e la sua ascesa. In realtà a Pechino si scontrarono in quei giorni di trent'anni fa due diverse fazioni del partito comunista, ma dentro quella battaglia erano già presenti forze estranee che tentavano di creare durissimi scontri e perciò i presupposti per un cambio di regime. Come adesso sappiamo dai documenti e dalle testimonianze l’operazione di trasformare un dissidio interno in una sorta di rivolta generale era stata organizzata dal padre del concetto di rivoluzione colorata, Gene Sharp, che si trovava personalmente a Pechino in quei mesi, consulta i leader della protesta, ma che già due anni tesseva la sua rete. Dopo che il tentativo fallì completamente, la CIA organizzò l’uscita di centinaia di agenti della protesta reclutati da Sharp e il loro trasferimento a Hong Kong dove molti di loro – poco più che adolescenti all’epoca dei fatti – hanno messo radici, allevato nuove leve e anche in prima persona sono stati protagonisti dei tentativi di rivoluzione colorata nel 2020. Fallita anche questa sono stati trasferiti a Taiwan.

Questa migrazione di agenti provocatori ormai esperti anticipa tutte le mosse di Nancy Pelosi, che era a Pechino nel 1991 e ha tentato una provocazione in Piazza Tienanmen srotolando assieme a tre altri membri del congresso e assistenti vari uno striscione davanti ai media internazionali, appositamente richiamati il quale diceva: “A coloro che sono morti per la democrazia in Cina”. In realtà non ci sarebbe stato alcun morto senza le provocazioni organizzate da Sharp nella speranza di far saltare le polveri. Pelosi non è andata ad Hong Kong, ma nella sua funzione di portavoce del congresso statunitense ha affrontato numerose volte l’argomento per esaltare una rivolta in realtà pagata dai boss della mafia locale che temevano di essere tradotti nella Cina continentale e accogliendo spesso nei suoi uffici capi della rivolta: i vecchi amici di Tienanmen così come le nuove leve.

E adesso che l’esercito dei cambiatori di regime della Cia ha trovato ricetto a Taiwan ecco che la Pelosi vuole fare di nuovo la sua comparsa ben sapendo di provocare Pechino al massimo grado. Ma questa ostinazione che è la stessa dell’amministrazione di Washington che evidentemente è l’ispiratrice del viaggio annunciato della Pelosi a Taipei, è la prova migliore del fatto che i neocon statunitensi sono incapaci di capire che i giorni dell’egemonia statunitense sono finiti, che non si tratta di agitare uno striscione nella principale piazza di un Paese che si considerava buono solo a fornire mani e braccia alle corporation statunitensi. E che ormai in molti luoghi della terra non ci cascan

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