L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 15 luglio 2022

La politica ha delle regole, alcune elementari. Due sono le cose o l'istituzione Mattarella Mattarella e la disinformazione Mentana e a seguire tutto il corteo "pecorenesco" non le conoscono o hanno fatto finta di niente, vedete un po' VOI. La forza politica maggioritaria appoggia il governo in Parlamento e detiene un tot numero di ministri. Questa forza si spacca, e bisogna verificare e in Parlamento e nel governo se c'è coerenza tra il precedente appoggio parlamentare e il nuovo. Guarda caso non è stato fatto!

DIETRO LA CRISI/ La “svista” del Quirinale che ha fatto saltare la maggioranza
Pubblicazione: 15.07.2022 Ultimo aggiornamento: 06:52 - Giulio M. Salerno
Il gruppo parlamentare di Di Maio ha cambiato la fisionomia della maggioranza, ma non c’è stata nessuna verifica. Contro tutti i precedenti. Crisi di governo voluta?

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (LaPresse)

Tutte le forze politiche hanno lo stesso e cruciale interesse nelle crisi di governo che possono condurre allo scioglimento anticipato delle Camere: scaricare la responsabilità sugli altri. E lo stesso vale per il capo dello Stato e per il presidente del Consiglio. Il primo, perché deve dimostrare di aver operato per la stabilità delle istituzioni; il secondo, perché il suo futuro dipende dalla capacità di mostrarsi incolpevole rispetto alla crisi che ha colpito il suo governo.

Nell’attuale situazione di crisi la ricerca delle responsabilità si ingarbuglia. Perché, al di là di qualunque ipotesi complottistica, tutto è precipitato con la frattura del M5s ad opera dei nuovi gruppi parlamentari creati attorno alla figura del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Frattura, per di più, giustificata da ragioni politiche esposte con particolare durezza dallo stesso ministro. A cascata, ne è derivata la divaricazione tra l’originaria composizione della coalizione di maggioranza e la nuova articolazione dei rapporti di forza in Parlamento. Ed è diventato immediatamente obsoleto l’accordo che aveva determinato la struttura dell’esecutivo e dunque la distribuzione degli incarichi ministeriali.

Nella storia repubblicana, innanzi a questi episodi di riarticolazione e redislocazione delle forze parlamentari rispetto all’originaria coalizione di maggioranza, si è sempre ricorso alla repentina “verifica” istituzionale, spesso sollecitata dallo stesso capo dello Stato. Ricordiamo, ad esempio, il caso di Follini che si allontanò dalla coalizione di governo, o quello dei “responsabili” che invece vi si aggiunsero. Nel primo caso venne avviata la formazione di un nuovo Governo; nel secondo caso, le Camere rinnovarono la fiducia al medesimo Governo con l’ufficializzazione della mutata composizione della maggioranza parlamentare. In altre parole, di norma è stato necessario un passaggio istituzionale per ristabilire o per confermare ufficialmente la coerenza tra l’esecutivo e la mutata maggioranza parlamentare.

Stavolta nessun passaggio chiarificatore è stato avviato, né è stato richiesto dal capo dello Stato. Con l’effetto inevitabile che la frattura interna al M5s si è repentinamente riflessa sul Governo, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Perché ciò non sia avvenuto non è chiaro. Forse il Colle ha temporeggiato perché il presidente del Consiglio non si è mostrato disponibile ad affrontare questa sfida?

In effetti, alcuni elementi depongono a favore di questa ricostruzione. Soprattutto se si pensa alle tre rigide condizioni poste dal presidente del Consiglio proprio prima del voto di fiducia in Senato sul decreto-legge “Aiuti”. Avrebbe posto termine al suo incarico se il M5s fosse uscito dalla maggioranza; non avrebbe accettato di formare un nuovo governo con una maggioranza diversa dall’attuale; e non avrebbe continuato a guidare un esecutivo se fosse stato sempre più indebolito dalle fibrillazioni prodotte dalle opposizioni interne.

Draghi, insomma, si è voluto sottrarre dal pubblico confronto con il cambiamento della coalizione. Il perché è chiaro: non è disposto a riscrivere la formula di maggioranza, la composizione dell’esecutivo e gli impegni di governo. Ma l’ottimismo della volontà, come noto, raramente coincide con la durezza della realtà. E allora, la parlamentarizzazione della crisi, che si preannuncia in queste ore, potrebbe ridursi ad uno strumento improduttivo o, al più, meramente certificatorio di una fine annunciata o addirittura voluta. Salvare il Governo Draghi è diventata un’operazione sempre più difficile.

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