L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 20 luglio 2022

“La Russia non può vincere, la Russia non deve vincere” è il ritornello dei governi NATO, tuttavia sono tutti ben consapevoli che uno scontro diretto con la Russia porterebbe alla catastrofe nucleare

Come sta andando
13 luglio 2022

Il capitalismo occidentale a guida angloamericana sta perdendo il confronto con il capitalismo orientale a guida sino-russa. Tale confronto, iniziato nei primi anni del nuovo millennio, è andato progressivamente trasformandosi in scontro aperto, con una particolare accelerazione nell’ultimo periodo, caratterizzato da una guerra in atto dallo scorso Febbraio in territorio ucraino e che vede schierati gli USA e la NATO a supporto delle forze armate ucraine contro quelle russe. Oltre l’ingente fornitura di armi e munizioni, l’invio di istruttori e consiglieri militari nonché di combattenti irregolari (mercenari), l’impegno occidentale s’è concentrato su tutta una serie di misure sanzionatorie miranti ad infliggere il maggior danno possibile all’economia russa, con l’obiettivo dichiarato di generare un cambio di regime in quel paese.

Valutata a diversi mesi di attuazione, questa strategia decisa dalle élite occidentali si sta rivelando velleitaria, controproducente e di conseguenza perdente. Vediamo perché.

Sul versante dello scontro militare la Russia continua inesorabilmente a sottrarre territorio al controllo delle forze armate ucraine, anche se ciò avviene con lentezza, non si può escludere che tale strategia sia stata decisa fin dall’inizio allo scopo di minimizzare le proprie perdite, sfruttare al massimo la supremazia aerea per annientare centri logistici e depositi di armi disseminati in Ucraina nel corso dell’ultimo decennio anche grazie all’impegno USA/NATO, incrinare la fiducia dei vertici militari e della popolazione verso un governo incapace di assicurare quella vittoria che ha sempre millantato, spalleggiato dai suoi istigatori occidentali, e che tante vittime e distruzioni sta causando al suo paese. A conferma di ciò anche l’altissimo numero di profughi ucraini (circa 4,8 milioni, secondo l’UNHCR) fuggiti in Europa e provenienti in maggior parte dalle zone occidentali del paese, per nulla o quasi coinvolte negli scontri armati, per ora limitati alla parte sud-orientale. Considerando che l’Ucraina aveva una popolazione di circa 42 milioni di persone (incluso il Donbass), si può comprendere bene quale sia la portata di tale esodo, alimentato probabilmente anche da chi non intende imbracciare le armi e combattere per volontà del governo Zelens’kyj e dei suoi istigatori occidentali. “La Russia non può vincere, la Russia non deve vincere” è il ritornello dei governi NATO, tuttavia sono tutti ben consapevoli che uno scontro diretto con la Russia porterebbe alla catastrofe nucleare, in Europa in primis e nel mondo subito dopo, pertanto combatteranno fino all’ultimo ucraino disposto a sacrificarsi. Dopo, quando Zelens’kyj avrà terminato la sua parte ed uscirà di scena, sarà inevitabile trattare con la Russia.

Per ciò che riguarda il versante economico le cose stanno andando per l’occidente USA/NATO, se possibile, ancor peggio. Le sanzioni imposte alla Russia, lungi dal causare i danni prospettati, hanno fatto aumentare incredibilmente il suo surplus commerciale, il rublo ne è uscito rafforzato e l’asse commerciale si è velocemente riposizionato ad oriente verso Cina ed India. Le sanzioni contro la Russia non sono il frutto di una deliberazione ONU e molte nazioni nel mondo si sono rifiutate di applicarle, negando di fatto quell’isolamento internazionale auspicato dalle élite occidentali.

La Cina, che è l’altro bersaglio dello scontro in atto, ha stabilito a Giugno il proprio record nel surplus commerciale, con circa il 18% in più rispetto all’anno scorso. La sua economia vola allegramente verso il sorpasso di quella nordamericana, che è già avvenuto in termini di PIL a parità di potere d’acquisto.

Viceversa, le sanzioni stanno facendo molto male all’Europa, che senza le forniture energetiche a buon mercato dalla Russia finirà quasi certamente in recessione, oltre a perdere terreno nei confronti dei suoi concorrenti globali, che potranno avvantaggiarsi dei maggiori costi di produzione europei, costretta ad importare GNL dagli Stati Uniti ad un prezzo molto più elevato di quello russo. L’inflazione è balzata al 9,1% negli USA (dato più elevato da 40 anni a questa parte), in Germania è al 7,6% mentre in Spagna è arrivata al 10,2%, ciò significa che salari e risparmi tendono rapidamente a perdere valore. In Italia siamo all’8%.

Infine i valori di borsa, in tutti i paesi occidentali sono in calo da inizio anno. Negli Stati Uniti l’indice Dow Jones ha subito sette settimane di calo consecutivo, che non avveniva dal 1982, mentre lo S&P 500 ha registrato il peggior inizio anno dal 1962. In Europa il calo dei listini è compreso tra il 10 e il 15%. Molte grandi aziende hanno perso una buona fetta del proprio valore in borsa, che ne determinava anche il livello di indebitamento con le banche, in un momento in cui i tassi di interesse stanno per essere pesantemente ritoccati al rialzo, soprattutto dalla FED, ma anche dalla BCE che dovrà adeguarsi se non vorrà vedere una massiccia fuga di capitali oltre oceano.

Le prospettive per i cittadini occidentali, trascinati dalle élite capitaliste in questo scontro per il predominio mondiale, non sono rosee. Si passa da una certezza di contrazione del valore d’acquisto dei propri redditi e risparmi, razionamenti energetici e propaganda incessante, ad un’ipotesi probabile di recessione economica con chiusure di aziende e disoccupazione diffusa nel caso di interruzione completa delle forniture energetiche russe, per approdare eventualmente ad uno scenario catastrofico di guerra generalizzata sul continente europeo che potrebbe degenerare in uno scontro atomico.

Nel frattempo il primo ministro inglese Boris Johnson è stato costretto alle dimissioni, il presidente francese Macron zoppica vistosamente senza più una maggioranza parlamentare (prossima condizione del presidente USA Biden) ed il nostro Mario Draghi sta per ricevere a breve l’avviso di fratto.

Prima i popoli occidentali si libereranno da queste élite perniciose ed incapaci ad assicurare una prospettiva di pace e benessere condivisi, meglio sarà per tutti noi.

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