L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 21 luglio 2022

L'insipienza del VOSTRO Mario Draghi, del governo, dei partiti, del Parlamento e sotto gli occhi di TUTTI

ANALISI LUCIDA DI GIULIO TREMONTI SULLA SITUAZIONE ECONOMICA ITALIANA

Maurizio Blondet 20 Luglio 2022

In Italia “le cose vanno selvaggiamente”


Giulio Tremonti: “Ecco cosa ha fatto Draghi”, parole di ghiaccio

Crolla giù tutto nella crisi politica più situazionista della storia. Draghi e le sue decisioni, come un Godot qualsiasi, è atteso in Parlamento. Il mondo intero osserva con i pop corn.

E Giulio Tremonti, al telefono, affilato e con la pazienza d’un bonzo, confeziona una pregevole analisi dell’Apocalisse.

Caro Tremonti, Draghi ha mollato. Lei un po’ l’aveva previsto. Al di là del suicidio di massa in stile setta del reverendo Jones dei 5 Stelle, qualcuno osserva che il premier si è sfilato prima dell’autunno caldo. È d’accordo?

«Con calma. Il percorso del governo Draghi si snoda su tre tappe fondamentali: l’insediamento, la conferenza di fine 2021, e l’oggi. Il discorso di insediamento era di ampio respiro e, soprattutto di ampia ambizione. Andava oltre l’emergenza e si sviluppava sulla promessa delle grandi riforme “alla Cavour”. Covid più Pnrr. C’era già un errore politico: vi si citava l’unità nazionale di De Gasperi. Un po’ esagerato: altro che unità nazionale, De Gasperi liquidò Togliatti che per suo conto ci stava. Ma, insomma le riforme si potevano realizzare: il governo aveva davanti a sé due anni e mezzo di lavoro e una maggioranza schiacciante. Quanto basta».

Cominciamo bene. Ma dopo un anno, però qualche risultato Draghi l’ottenne, come specificato, appunto nella conferenza da lei citata. O no?

«Piano. Il passaggio chiave della conferenza di fine 2021 è quello del “nonno delle istituzioni”, si ricorda? “Abbiamo raggiunto gli obbiettivi della fase emergenziale”, ora dobbiamo solo rilanciare l’economia e superare le divisioni territoriali, generazionali e di genere. Le rammento quei passaggi: “il più è stato fatto”, “ora sta agli altri andare avanti”, “non è bene che il Paese dipenda da un uomo solo”, “sono comunque a disposizione”. Forse Draghi si preparava per il Quirinale…».

Sì, quel sospetto c’era e si parlò di un passo falso. Però perché tutti dicono che senza Draghi col caroprezzi e il caroenergia, il ripristino del taglio delle accise, la guerra e tutto il resto, be’, l’autunno sarà bollente?

«Aspetti. L’oggi. Oggi il cantiere delle riforme che potevano rilanciare il paese è invisibile. Non c’è traccia delle grandi riforme fiscali, giustizia, pensionistica. E il Pnrr è invischiato nella somma di tre burocrazie; quella centrale e territoriale italiane a cui s’ aggiunge quella europea. C’è un sottosegretario (Garofoli, ndr) che si vanta di 998 decreti attuativi del Pnrr fatti in un anno da parte del governo, tre decreti al giorno domeniche comprese. Ma si tratta di una paralizzante orgia burocratica, di una follia».

Però, professore, scusi, d’accordo sulle riforme strutturali. Ma 45 progetti del Pnrr, in fondo, li abbiamo ottenuti nei tempi (nell’ultimo mese addirittura 13 su 13, mancano solo un pezzo di alta velocità ferroviaria e le concessioni portuali), e prima di molti altri paesi…

«Mi dica se si ricorda anche uno dei 45 progetti approvati. Il Pnrr, così, mi ricorda più il piano quinquennale sovietico».

Scusi ma insisto. Un tempo, noi, i fondi di coesione li restituivamo. Ora, se siamo davvero così messi male perché l’Europa continua a darci fiducia – esaltando lo standing di Draghi tra Francia e Germania; e a darci pure i fondi del Recovery (sono in arrivo, mi pare altri 66 miliardi)?

«Lei parla con quello che ha proposto gli eurobond nel 2003, che dovevano servire per finanziare le infrastrutture e la difesa. Non ho nulla contro quello schema di finanza europeo, anzi. Ma tenga conto che, nel bilancio Ue, il rapporto dare/avere per l’Italia, tra contributi da riparametrare e tributi europei ancora da introdurre, non è necessariamente a nostro vantaggio. Una parte dell’effetto virtuoso dei fondi del Pnrr è da conquistare, un’altra da dimostrare. Il resto è a debito in continuo condizionamento».

Il sistema è questo. Perché il trattato di Maastricht…

«Il trattato di Maastricht è stato il trionfo di Altiero Spinelli: lo Stato dà i fondi alla Ue, la Ue li dà alle regioni, in gestione. E le nostre regioni, soprattutto quelle del sud, non in grado di progettare e spendere quei fondi li hanno dovuti restituire; e i fondi, redistribuiti, hanno contribuito alla costruzione dell’assett autostradale della Polonia, per dire».

Appunto, come dicevo. Torniamo a bomba. Nella sua analisi parlava anche dell'”oggi”. Cosa succederà oggi?

«Oggi il governo ha appena avuto la fiducia. La domanda è: per fare che cosa? Tracce di De Gasperi ne abbiamo viste pochine, finora e siamo comunque a fine legislatura. Vede, c’era in partenza una perfetta simmetria di grande fiducia per un grande governo. Ora la fiducia è buona ed è sufficiente per curare le emergenze di quest’ ultimo scorcio di legislatura, ma per le riforme strutturali abbiamo oramai perso il treno».

Professore la sua spietatezza è un’escalation. Molti osservatori interpretano il pensiero di Draghi come un “dovevo avere più tempo per le riforme e non avere parte della maggioranza che remava conto”. Fosse stato anche lei con 5 Stelle e Lega con slanci tafazziani, non si sarebbe comportato allo stesso modo?

«Bene. Allora io avrei una soluzione. Basta che Draghi guardi dentro l’archivio di Palazzo Chigi: si scriva e si invii una bella lettera come quella da lui stesso mandata, da governatore di Bankitalia, al governo italiano di Berlusconi il 5 agosto del 2011. Una lettera ultimativa ritenuta ottima per le riforme. Magari, se Draghi non ricorda bene il testo, chieda lumi ai due che lo aiutarono a compilarla e che ora gli siedono accanto come ministri (Daniele Franco e Renato Brunetta, ndr). Era strictly confidential, ma uscì sul Corriere della sera: lì Trichet e Draghi ci chiedevano un forte e molto articolato ciclo di riforme, comprese quelle costituzionali, da realizzare praticamente in tempo reale per riportare l’Italia sulla retta via. Potrebbe essere un buon memorandum anche per l’oggi. Magari è un po’ tardi ma è la spinta decisiva…».

Quella lettera lei non l’ha mai digerita, eh. Alcuni dicono che fu il preludio per la presidenza di Draghi alla Bce…

«Del Draghi governatore, però, io ricordo nel maggio del 2011, un passaggio che mi riguardava da ministro delle Finanze che parlava di un “bilancio prudente” e di “correzioni inferiori a quelle necessarie degli altri paesi europei”». Fatto sta che le grandi istituzioni e tutti i governi invocano il rientro di Draghi che assicurerebbe “stabilità e autorevolezza” in un Paese sempre in crisi imminente.

Perché non concorda sulla figura del “salvatore della patria”?

«Non commento, io sono fuori da tutto. Ma guardi, “beato quel paese che non ha bisogno di eroi”».

Non se la cava citando Brecht.

«Be’, se Brecht non bastasse, citerei la Repubblica di Platone dove si spiega che, per guidare la barca, devi conoscere bene non solo l’equipaggio ma pure i fondali, le correnti, i venti e le stelle. È il concetto di Politiké téchne, che non è esattamente quello di politica guidata dai tecnici del giorno d’oggi».

Insisto. Con Draghi l’inflazione è all’8% ma sotto la media Ue dell’8,6%. Il Pil è salito imprevedibilmente a 3,6%. Non siamo troppo allarmisti?

«Il Pil aumenta rispetto alle previsioni per via del rimbalzo. Le previsioni si fanno comunque sull’anno dopo e lì non vedo un grande orizzonte».

Viva l’ottimismo. Ma lei non riconosce quello che, di fatto sta nei libri di storia: che Draghi, col suo “whatever it takes”, preservare la Ue “ad ogni costo”, abbia salvato l’euro e l’Europa e l’Italia da crisi e attacchi degli speculatori?

«La leggenda del whatever it takes di Draghi è basata sulla decennale violazione di due regole fondamentali dell’Europa. Giuste o sbagliate che siano, sono regole. La prima è che l’inflazione è un plafond, non si deve superare il 2%; invece si è trasformato in un obiettivo da raggiungere e ci sono riusciti, siamo all’8%. La seconda regola violata è che la Bce non può finanziare i governi. Tale regola è stata aggirata per tanti anni con il quantative easing attraverso le banche centrali: la procedura dei governi che emettevano titoli, le banche private li compravano per posizionarli in Bce. Molti erano e sono titoli tossici. Il risultato è stato ed è che la massa della ricchezza finanziaria si è staccata dalla realtà diventando un’entità più astronomica che economica. I conti non si fanno più in billion -come era ancora 10 anni fa – ma in trillion. Da whatever it takes siamo infine arrivata a whatever mistakes…».

Ora cosa succederà? Le elezioni non dovrebbero essere il giusto epilogo piuttosto di consegnare un nuovo governo ai soliti ricatti dei partiti?

«Non faccio commenti politici».

Dicono che si voglia lasciare alla Lega il cerino delle urne…

«Mi scusi non la sento…».

Ho detto il cerino alla Lega, le elezioni.

«Non la sento più…».

Ma Berlusconi, invece…

«Opps, non la sento, non la sento più…». Clic.

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