L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 18 luglio 2022

L'Occidente nonostante che ha adottato come metodi di governo la Paura&Terrore non riesce a cavare un ragno dal buco

L’ultima spiaggia dell’Occidente neoliberista
di Francesco Piccioni
8 luglio 2022


Uno spettro si aggira per le capitali dell’Occidente: la crisi del potere politico. Ci perdonerete il “furto” dell’incipit più famoso della letteratura rivoluzionaria, ma in effetti ci troviamo in difficoltà nel dover sintetizzare quanto sta avvenendo nelle principali cancellerie dell’Occidente neoliberista.

Sarà bene andare con ordine, ossia per singolo paese, e poi vedere se c’è un trait d’union tra le diverse crisi.

Gran Bretagna

E’ il primo “caduto” ai vertici della Nato, e uno dei guerrafondai più estremisti. Boris Johnson, come sapete, è stato alla fine costretto alle dimissioni. Anzi, all’annuncio delle dimissioni.

Sfiduciato dai suoi stessi ministri e sottosegretari (oltre 50) e dal partito che guidava – i conservatori – alla fine si è deciso ad uscire dal portone di Downing Street per recitare la parte che ormai tutto il paese gli chiedeva.

L’ha fatto a suo modo, insultando chi lo ha costretto a (quasi) scendere dal piedistallo: “la forza del gregge a Westminster è potente: quando il gregge si muove, tutti si muovono”. Che un leader politico – anche se clownesco, Johnson lo è stato – consideri poco più che “pecore” la classe politica che ha diretto fino ad un minuto prima è forse l’ammissione più “autorevole” sull’autonomia e la “statura” di un’intera generazione di parlamentari.

Johnson, peraltro, nel rinviare l’uscita effettiva soltanto ad ottobre – ha lasciato la carica di presidente dei conservatori, ma mantiene quella di primo ministro fin quando i conservatori non avranno eletto un nuovo “capo politico” – fa capire di voler condizionare al massimo le future scelte del “gregge”, contando su sempre possibili capriole della maggioranza interna.

Del “volere del popolo”, che sarebbe poi il fondamento della democrazia parlamentare, nessuna traccia.

Francia

Emmanuel Macron è stato riletto presidente della Repubblica solo perché al ballottaggio aveva contro Marine Le Pen e “la sinistra” ha mantenuto fede al tradizionale (e suicida) “voto utile”, quando la scelta è tra la peste e il colera.

Ma pur possedendo grandi poteri (la Francia è una Repubblica presidenziale) si ritrova privo di una maggioranza parlamentare. Sia a favore che, paradossalmente, contro.

Alle elezioni politiche, infatti, pur essendoci stata di fatto una lunga serie di ballottaggi tra la Nupes di Mélenchon e il Rassemblement Nationale della Le Pen, Macron non ha dato l’indicazione di votare contro l’estrema destra (rivelando così chi sia, per il banchiere diventato presidente, il vero nemico della borghesia che rappresenta).

Con il risultato che stavolta Le Pen può contare su un discreto gruppo parlamentare, molto inferiore a quello di Mélenchon e Macron, ma comunque sufficiente a impedire qualsiasi maggioranza.

Lo si è visto ieri quando la primo ministro incaricata, Elisabeth Borne, ha presentato al Parlamento le grandi linee della politica generale. Non avendo una maggioranza, ha parlato di «maggioranze di progetto», preannunciando un’azione di governo che cerca il consenso parlamentare di volta in volta, appoggiandosi sui doversi gruppi.

Non ha perciò chiesto “la fiducia”, come si fa nelle normali democrazie parlamentari. E la seduta si è conclusa senza un voto.

La Nupes di Mélenchon ha presentato per oggi una “mozione di sfiducia”, ma il governo sarebbe costretto alle dimissioni solo se gollisti e lepenisti si aggregassero allo scopo di mandarlo a casa. Ma sembra impossibile. Chiarendo così chi è il vero alleato della grande borghesia finanziarie e industriale: il fascismo, come sempre.

Spagna

Il governo di Pedro Sanchez naviga a vista ormai da mesi. La coalizione “progressista” (Sanchez è “socialista”, Podemos fa parte della maggioranza e ha persino dei ministri, spesso votano a sostegno anche gli indipendentisti baschi e catalani) si va sfasciando sulle spese militari. Che dovranno essere aumentate, come promesso e stabilito nel recente vertice della Nato, tenutosi proprio a Madrid.

Ma la Spagna è anche il paese che al momento ha la più bassa spesa militare d’Europa (l’1% del Pil), e portarla al 2% obbligatorio per tutti i paesi UE comporterà uno sforzo (e un indebitamento) pauroso, che lacera una maggioranza davvero poco coesa, insidiata peraltro da una delle destre più aggressive ed estremiste d’Europa.

Sedici miliardi in più per la spesa militare, mentre inflazione e recessione incalzano, e il cambiamento climatico fa sapere di essere fuori controllo, non sembrano la miglior ricetta per restare in sella. Ma così vuole l’Europa (e la Nato). E infatti si moltiplicano gli scioperi, mentre non sembrano mai spenti i focolai indipendentisti, che hanno una ragguardevole dimensione di massa.

Facile prevedere una crisi ed elezioni anticipate, o una navigazione a vista che corroderà fino alla consunzione le forze che stanno partecipando a questo esecutivo.

Germania

Olaf Scholz in pochi mesi ha fatto capire di non essere affatto all’altezza del predecessore, quell’Angela Merkel che pure in patria era considerata poco più di una “brava massaia”. Espressione colorita e sessista che, oltretutto, non spiega come sia stata possibile una così lunga permanenza al potere.

Anche a prescindere dalla molto eterogenea composizione del governo di Berlino (socialdemocratici, i “Verdi” più atlantisti d’Europa e i liberali più “austeri” che ci siano in giro), la guerra in Ucraina ha sconvolto i piani di “ripresa” post-pandemia.

Rinunciare anche solo in parte al gas russo qui sta facendo crollare la produzione, proprio mentre la bilancia commerciale – per la prima volta da 30 anni – va in negativo.

Un colpo durissimo che mette totalmente in discussione il “modello mercantilista” disegnato per tutta l’Unione Europea proprio dalla Germania negli anni di Schroeder e Merkel.

Proprio per questo motivo, neanche l’opposizione democristiana Cdu/Csu) sembra in grado di proporsi come vera alternativa. Quel “modello” in crisi, in fondo, era il suo unico fiore all’occhiello.

E la popolazione che lavora comincia a essere nervosa, tanto che Scholz ha dovuto fissare il livello del salario minimo a 12 euro l’ora. Imbarazzando soprattutto gli altri partner europei, a cominciare dall’Italia dei “salari zero”.

Italia

Nel paese dei penultimatum la crisi politica sembra quasi una cosa poco seria. E invece non passa giorno senza che emerga l’inutilità dei “partiti” dentro il governo, dove la figura di Mario Draghi (e della sua squadra, ovvero il “governo reale”, con Daniele Franco, Colao e pochi altri) è ormai indicata pubblicamente come unica “garanzia” di obbedienza ai diktat della Troia (Bce, UE, Fmi) e quindi argine alle possibili tempeste speculative sul debito pubblico.

Uno schema in cui le scelte fondamentali per il paese non possono neanche venir discusse, ma solo eseguite senza discussioni, perché sono stati presi impegni in altra sede (non con la popolazione) e ogni rinvio rischia di far fallire il “disegno”.

Che poi è brutalmente il calendario di “riforme” scritto nel Pnrr, in cui ad ogni tappa – prima che l’Unione Europea eroghi una rata di prestiti – bisogna verificare che il governo abbia realizzato le “condizionalità” previste e contrattate in quel piano (528!).

Per capire quanto il potere decisionale sia ormai altrove – e non condizionabile da nessun potere nazionale – bisogna guardare al decreto con cui, ieri, il governo Draghi cancella di fatto il potere della magistratura amministrativa (i Tar), se questa viene chiamata a pronunciarsi sulle opere finanziate dal Pnrr.

In pratica, dice proprio Palazzo Chigi, “L’obiettivo è di rendere i procedimenti che si svolgono davanti al TAR e al Consiglio di Stato più rapidi e compatibili con il rispetto degli obiettivi del PNRR”.

Molti soggetti possono infatti ricorrere al Tribunale amministrativo regionale se una certa opera appare in contrasto con gli interessi della collettività (inquinamento, ecc). E proprio in questi giorni si è verificato il caso di Bari, dove la costruzione di un tratto di rete ferroviaria finanziato proprio dal Pnrr è stata bloccata in attesa delle consuete valutazioni (impatto ambientale e paesaggistico, ecc).

Di fatto, con il decreto governativo appena approvato, “nel caso di accoglimento delle istanze cautelari di sospensione, si prevede un’accelerazione di tutte le fasi del giudizio, incluse le procedure di approvazione e realizzazione delle opere e le attività di espropriazione e occupazione. La norma si applica anche ai giudizi in corso e introduce un vero e proprio rito speciale, con l’obiettivo di garantire il pieno impiego di tutte le risorse stanziate“.

Chiaro che le valutazioni scientifiche hanno dei tempi incompatibili con la “velocità” delle decisioni finanziario-governative. Facile dunque prevedere che ci saranno opere “pericolose” realizzate senza alcuna valutazione cautelare.

Anche qui, insomma, gli interessi della popolazione scadono nel “chissenefrega” pronunciato in alto.

Stati Uniti

Joe Biden è – tranne che per i media mainstream di questo disgraziato paese – alla frutta. Il suo tasso di gradimento è ai minimi storici. E neanche la guerra riesce a risollevarne l’immagine, visto che tanto si fa in Europa e senza soldati Usa.

Tutte le previsioni lo danno per sconfitto, e in modo anche serio, alle elezioni di midterm, a novembre. Se andrà così resterà comunque in carica, ma senza maggioranza parlamentare il suo procedere sarà classicamente da “anatra zoppa”.

Se non ci fosse una guerra, un’inflazione galoppante e un imperialismo in crisi di egemonia, potremmo dirci tranquillamente “fatti loro”. Ma, come sempre, se a Washington piove nel resto del mondo diluvia.

Un revival del trumpismo sarebbe anche un’accelerazione della storica “guerra civile americana”, che dopo l’assalto a Capitol Hill è tornata appena sotto la superficie degli eventi. E nessuno può prevedere se e come quel sommovimento tracimerà sul resto dell’umanità. Senza chiedere scusa…

Giappone

Forse non c’entra “soggettivamente” con la crisi e la critica alle “classi politiche”, ma certo anche l’attentato che ucciso l’ex presidente del consiglio giapponese, Shinzo Abe, arriva a chiudere il cerchio su un fenomeno che sembra accomunare tutto l’Occidente neoliberista.

Governare senza consenso

Il tratto comune ci sembra a questo punto chiaro: dovunque, nei paradisi del neoliberismo, si è arrivati a governare senza neanche cercare più il consenso popolare. Che è poi il baricentro di una qualunque parvenza di “democrazia parlamentare” (borghese, certo).

Siamo al punto in cui il continuo trasferimento di poteri dagli Stati alle grandi multinazionali (finanziarie o industriali, non cambia molto) ha prodotto lo svuotamento della mediazione e quindi della funzione politica.

Governare vuol dire, in questo quadro, realizzare “soluzioni presuntamente tecniche”, discendenti come il fato divino da un cielo che non possiamo né vedere né tantomeno individuare.

Le classi popolari sono state eliminate dal gioco insieme ai “corpi intermedi” che traducevano i loro interessi e le loro istanze – in modo anche solo parziale, ci mancherebbe… – in “domande politiche” cui era obbligatorio rispondere.

La “classe politica”, di conseguenza, si è svilita ovunque in semplice “cinghia di trasmissione” di volontà decisionali svincolate dalla mediazione “con i popoli”.

Per far questo non servono “statisti”, ma attori in grado di conquistare il pubblico, sia pure per pochi mesi e grazie ad un apparato mediatico disegnato per questo, e poi passare la mano a qualcun altro. Tanto, per fare quel che deve essere fatto non c’è bisogno di “chiedere permesso” a chi sta in basso.

Potere economico da un lato, assenza della politica al centro e riemersione della forza militare al polo opposto. Non dovendo “mediare”, e non sapendo più mediare, la pura forza si staglia – nell’Occidente neoliberista in crisi di egemonia – come l’ultima spiaggia.


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