L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 12 luglio 2022

Missione impossibile per la Bce, una politica monetaria valida per diciannove paesi

La BCE ora deve scegliere se essere Bundesbank o Bankitalia
La BCE è al bivio più che mai. Deve scegliere quale modello seguire e ogni decisione avrà conseguenze sull'economia dell'Eurozona.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 11 Luglio 2022 alle ore 06:38


Per cosa passerà alla storia Madame Christine Lagarde? A meno di tre anni dall’inizio del mandato, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale e già ministro delle Finanze francese è nota per le sue gaffe. Una fu eclatante ed ebbe conseguenze finanziarie devastanti. Il riferimento ovvio è alla battuta “non siamo qui a restringere gli spread” pronunciata dal governatore BCE nel marzo 2020, la quale provocò il peggiore crollo di sempre delle borse europee. Adesso, è chiamata a transitare l’Eurozona nella sua fase più complicata da decenni. L’inflazione è volata all’8,6% a giugno, mentre i tassi d’interesse sono ancora negativi e gli acquisti dei bond sono cessati solamente pochi giorni fa. La teoria economica vorrebbe che la BCE debba alzare i tassi per battere l’inflazione, ma nello specifico ciò implica il rischio di amplificare gli spread già alti di questi mesi.

A Francoforte studiano da settimane uno scudo anti-spread a cui si oppongono i governatori del Nord Europa, che stanno lavorando più o meno apertamente per renderlo uno strumento tutt’altro che efficace. Lagarde ha dinnanzi a sé una scelta complicata: imitare la Bundesbank o la Banca d’Italia degli anni Settanta. La prima reagì alle due crisi petrolifere del 1973 e del 1979 alzando i tassi d’interesse sopra l’inflazione. La Germania fu l’unica economia insieme alla Svizzera a non avere conosciuto in quegli anni tassi d’inflazione a due cifre.
Bundesbank e Bankitalia negli anni Settanta

Grazie a questa strategia, la Bundesbank riuscì non solo a tenere l’inflazione sotto controllo, ma anche a fare del marco tedesco una valuta di riferimento in Europa. Tra l’inizio del 1975 e la fine degli anni Ottanta, il cambio si rafforzò del 40% contro il dollaro americano.Invece, tra la fine l’inizio della prima crisi petrolifera e la fine degli anni Ottanta la lira italiana si deprezzò di ben il 55%. La Banca d’Italia non alzò i tassi d’interesse in misura adeguata e la nostra economia registrò i più alti tassi d’inflazione tra i grandi paesi dell’Occidente. Essi restarono a doppia cifra per una dozzina di anni.

C’è da dire che nel decennio 1974-’83 l’economia italiana crebbe del 27% contro il 20% dell’economia tedesca. In altre parole, la Bundesbank accettò di frenare la crescita del PIL pur di tenere sotto controllo i prezzi. In Italia, si optò per la strada opposta. I risultati alla lunga premiarono certamente i tedeschi. Dunque, la BCE può decidere di puntare più sulla crescita nel breve periodo a discapito della stabilità dei prezzi, un po’ come l’Italia negli anni Settanta e Ottanta. Oppure può imboccare la via tedesca della stabilità dei prezzi, tollerando anche una frenata del PIL nel breve. Nel primo caso, schianterebbe il cambio euro-dollaro sotto la parità, nel secondo ne favorirebbe la risalita.

Possibile BCE italo-tedesca

Lagarde non sa ancora oggi se fare la tedesca o l’italiana. Avrebbe, però, il modo di essere entrambe senza scontentare realmente nessuna delle parti. Potrebbe fare la tedesca alzando i tassi d’interesse a ritmi veloci e tali da contrastare con efficacia l’inflazione. Al contempo, farebbe l’italiana varando uno scudo anti-spread che eviti la speculazione contro i titoli di stato nel Sud Europa.

Ma ai tedeschi fa venire l’orticaria la sola idea di monetizzare i debiti sovrani altrui. L’alternativa sarebbe certamente più spiacevole per Berlino: tassi bassi e inflazione alta a lungo. E l’instabilità finanziaria che questa non strategia comporterebbe, frenerebbe la crescita nell’Eurozona. Non s’illudano i tedeschi che otterranno lotta all’inflazione senza alcuno scudo anti-spread efficace.

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