L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 26 luglio 2022

Non è la Russia che cerca di influenzare il voto del 25 settembre ma gli euroimbecilli residenti a Bruxelles.

SPY FINANZA/ L’arma anti-commissarimento dell’Italia che spaventa Berlino e Bruxelles
Pubblicazione: 26.07.2022 - Mauro Bottarelli
Il nostro debito pubblico e lo squilibrio nel sistema dei pagamenti Target2 possono essere usati per non cedere al commissariamento Ue

Palazzo Chigi (Lapresse)

Se il buongiorno di cosa ci attende da qui al 25 settembre si vede dal mattino, forse è il caso di preoccuparsi. Perché tira un’ariaccia. Aria di dossieraggi, trappoloni, polpette avvelenate, ingerenze più o meno palesi. E tranquilli, il Copasir ha già detto di essere sull’attenti per quanto riguarda il rischio di destabilizzazioni esterne del voto. Tradotto, poche settimane e arriverà la versione all’amatriciana del Russiagate. La speranza è che la gente risponda con il voto allo stesso modo riservato a Hillary Clinton nel 2016. Perché signori, qui c’è poco da stare tranquilli.

Ovviamente, tutti gli occhi dei media saranno puntati sul Cremlino e sui suoi tentacoli italiani per cercare di influenzare il voto e portare a palazzo Chigi un profilo gradito agli interessi russi. Giorgia Meloni? Difficile. Perché al netto della posizione nettissima presa da Fratelli d’Italia rispetto alla questione ucraina, occorre ricordare come quel partito e la sua numero uno siano ancora gli unici al mondo a scomodare Ian Palach, il Muro di Berlino e le fosse di Katyn, quando parlano di Russia. Praticamente, il loro orologio politico è ancora fermo a prima del 1989. E dovrebbero essere i referenti del Cremlino?

C’è poi Silvio Berlusconi, un tempo amico personale di Vladimir Putin, il quale dormiva nel lettone di palazzo Grazioli e ricambiava la cortesia invitando il Cavaliere nella sua dacia. Giova ricordare come all’inizio della crisi, il leader di Forza Italia abbia telefonato più volte al Cremlino per imbastire (o millantare) una mediazione. Non gli è stato nemmeno risposto. Infine, Matteo Salvini. Il principale indiziato di intelligenza con il nemico rosso. Il suo partito ha stretto un patto con quello dello Zar, le sue fotografie sulla piazza Rossa con la maglietta recante l’effige del presidente russo sono pateticamente famose e ancora aleggia tra i fascicoli della Procura milanese la questione dell’Hotel Metropol. Al netto di tutto questo e di un paio di processi pendenti per la questione clandestini, pensate che uno che venderebbe un rene per andare a palazzo Chigi si comprometterebbe proprio ora che vede il traguardo a pochi metri, sapendo poi di avere tutti i media addosso come zecche? Se lo facesse, il problema non sarebbe l’influenza russa sul suo governo, ma la stupidità politica dell’inquilino di palazzo Chigi.

Ma tanto clamore sulla stampa estera ha una ragione. E non mi riferisco alle idiozie sul pericolo fascista che il New York Times ricicla come regali di Natale sgraditi a ogni elezione italiana (tanto per capirci, Beppe Severgnini è un contributor del quotidiano newyorchese, penso non serva aggiungere altro per definirne credibilità ed equidistanza), quanto piuttosto sulle evocazioni di una nuova marcia su Roma scomodate dalla stampa tedesca. La quale, fra l’altro, rispetto a certi periodi e argomenti dovrebbe mostrare maggiore cautela.

Sapete cosa fa tanta paura, in vista del voto del 25 settembre e alla luce dell’addio di Mario Draghi e della farsa dello scudo anti-spread della Bce? Questo: grazie all’esplosione del debito pubblico garantita dal governo dei Migliori, le liabilities di Bankitalia in seno a Target2, il bancomat dell’Eurozona, sono oggi al massimo storico.


Tradotto in parole molto povere: l’Italia non è mai stata messa peggio, ma, al contempo, non ha mai avuto un’arma di ricatto così potente a sua disposizione nei confronti dell’Ue. Germania in testa. Già, perché le liabilities altro non sono che quanto dobbiamo alla Bundesbank, tanto per farla breve ed essendo la Banca centrale tedesca l’azionista di maggioranza di Target2. Messa giù ancora più piatta, come si dice a Milano, se l’Italia dovesse abbandonare l’Eurozona o venirne buttata fuori, Berlino e gli altri correntisti di Target2 andrebbero incontro a una sobria perdita potenziale di 627 miliardi di euro. Ovvero, l’attuale valore del nostro debito nei riguardi del conto corrente comune. Per capirci, la media delle nostre liabilities dal 2012 è stata di 330 miliardi. Siamo quasi al doppio.

Capito perché hanno paura del centrodestra a palazzo Chigi? Capito perché il Ppe le tenta tutte pur di veicolare le scelte italiane (alla faccia delle ingerenze russe), arrivando a eccitare l’ego di Antonio Tajani e proponendolo come candidato Premier, nonostante le percentuali risibili di Forza Italia in seno alla coalizione? Perché se per caso quel vincolo imposto dalla Bce per ottenere il famoso scudo dovesse tramutarsi realmente in un commissariamento tout court, gente come Letta e Calenda farebbe le feste e porterebbe il giornale e le pantofole alla Lagarde, mentre magari Giorgia Meloni potrebbe decidere di giocare una carta sporca. Ovvero, se volete metterci all’angolo, attenzione al prezzo che dovreste pagare.

E qui non si tratta solo dei 630 miliardi di esposizione di Bankitalia a Target2, bensì anche dei circa 180 miliardi di Btp ancora in pancia alle banche francesi e, soprattutto, la tenuta stessa di Eurozona ed euro. Perché se la piccola Grecia è stata in grado di scuotere l’Europa dalle fondamenta, cosa accadrebbe con una crisi sistemica del debito italiano?

Capito perché il rischio va disinnescato, prima che possa anche soltanto palesarsi sotto forma di sogno proibito? Altro che fascismo, marcia su Roma e idiozie assortite. Qui il problema è che il Governo Draghi, paradossalmente, ha portato il debito pubblico a un livello tale da aver messo in discussione la sua sostenibilità. E ora quello che dovrebbe essere un nostro problema, rischia di tramutarsi in soluzione.

Lasciate stare il Cremlino, il Quarto Reich de noantri e le adunate littorie all’ora dell’aperitivo: al netto delle mitomanie da caso clinico di Repubblica, qui la questione è una sola. Il rischio di un nuovo 2011 non è più solo nostro, bensì per tutta l’eurozona. E con un particolare decisamente non trascurabile: una Germania economicamente mai così in crisi, addirittura con più di un indicatore macro tornato ai livelli della Riunificazione. E, quindi, impossibilitata ai ricatti e alle prove di forza.

Insomma, qualcuno potrebbe essere tentato dal blitz e dalla logica del se non ora, quando? Preparatevi, troveranno spie del Cremlino ovunque e contemporaneamente alleanze neonaziste per la presa del potere, guidate da Ignazio La Russa e Guido Crosetto vestiti da Sturmtruppen. Roba da far impallidire il patto Ribbentrop-Molotov, insomma. O Totò e Peppino, a scelta.

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