L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 21 luglio 2022

Senza Sovranità Nazionale siamo stati in balia delle onde proveniente dall'estero e dal massacro vokuto, cercato di Euroimbecilandia. Vogliamo parlare della Bce che deve fare una politica monetaria per diciannove paesi con interessi contrapposti. Logica dove sei? e poi ci rifilano il LORO Draghi, il vile affarista

Italia, tutto fa debito
Otto anni di austerità, due di pandemia, poi il PNRR, ora tanta inflazione e poco gas

20 luglio 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Quando torneranno i tempi normali?

Tutto è cominciato con la Grande crisi finanziaria americana del 2008: da allora, il mondo è stato sconvolto sia dal punto di vista delle politiche monetarie accomodanti, che poi sono diventate la regola.

In Italia, gongolavamo perché le nostre banche non si erano ingozzate di titoli americani, prima illiquidi e poi tossici perché senza sottostanti affidabili.

Fu l'inizio di un calvario, perché l'Irlanda dichiaro subito dopo il default sistemico bancario e nel 2010 fu la volta della Grecia ad ammettere di aver truccato i dati del debito pubblico. Intanto, le banche tedesche e francesi ritiravano i crediti concessi alle banche italiane per coprire le perdite che avevano subito con gli investimenti andati a male sia in Grecia che in Spagna. Già, perché anche le banche spagnole non erano in grado di restituire le somme che erano state prestate loro, e che erano state utilizzate per gonfiare una bolla immobiliare incredibile.

L'Italia non aveva nessuna colpa di queste situazioni di crisi, ma ne subì il contraccolpo: i mercati finanziari non si fidavano più di nessuno. E poi, le nostre banche, tutte orgogliose per il credito erogato ai privati: la crisi ha fatto saltare in aria imprese e famiglie, facendo lievitare gli incagli e le perdite.

I debiti pubblici degli altri Paesi europei, nel frattempo, erano stati gonfiati dai salvataggi delle banche, sulla base della regola del bail-out che poi è stata superata in Europa solo nel 2013 dall'obbligo di contribuzione per azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre i centomila euro. In Italia, invece, le banche sono state massacrate poi, dalla crisi economica sopraggiunta e dagli obblighi di ricapitalizzazione precauzionale, imposti dalla BCE.

Dopo anni di tagli alle spese e di aumenti di entrate, come l'IMU sulla prime casa che è stata poi eliminata, nel 2019 l'Italia era giunta quasi al pareggio strutturale del bilancio pubblico, ma con un rapporto debito/PIL che era cresciuto fino al 140%, sia per via dell'aumento dello stock di debito che per il duplice calo del PIL, quello del 2009-2010 provocato dalla crisi internazionale e poi quello pesantissimo del 2012-2013 per via degli effetti recessivi delle manovre economiche del governo Monti.
Sembrava fatta. Ed invece nell'inverno del 2020 l'Italia dichiarò, prima in Europa, la emergenza pandemica: tra chiusure e divieti, l'economia entrò in crisi nuovamente. E così sono ricominciati i sostegni alle famiglie ed alle imprese e le garanzie pubbliche sui crediti: ancora una volta, PIL giù e debito su.

La storia che segue è ben nota: l'UE si è messa alla testa di un programma eccezionalmente ambizioso, il NGUE, per la transizione ecologica e lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche in un contesto che rinsaldi la coesione sociale. E' cominciato subito, soprattutto in Italia, il tormentone del PNRR: tra i grants ed i nuovi debiti verso la Ue, tutti hanno cominciato a fare la fila per mettere le mani su questi fondi, la gran parte altro debito pubblico.

Il governo Draghi, nato per la gestione del PNRR, si è trovato a che fare con una inflazione stellare sin dai primi mesi del 2021: i prezzi del gas, dell'elettricità e dei carburanti sono aumentati tutti insieme coma mai prima. Ed è ricominciata la sfilza di provvedimenti d'urgenza per ridurre il peso dei rincari sulle famiglie e le imprese: il PIL non cresceva più come nelle attese, mentre il debito ricominciava a salire.

Alla fine di febbraio scorso, non sono passati che quattro mesi, l'intervento militare russo in Ucraina ha creato in Europa una crisi geopolitica gravissima: prezzi ancor più alle stelle, timori per la recessione in autunno. Ed intanto che l'euro si svaluta, precipitando verso la parità, si approvano sempre nuove misure di sostegno che vanno ad incrementare ancora il debito pubblico, anche se con l'inflazione alta il gettito fiscale cresce di conseguenza.

Anche se la BCE ha messo in cantiere un piano anti-spread per evitare il peggio, è davvero difficile prevedere che cosa succederà col debito pubblico italiano.

Otto anni di austerità, due di pandemia, poi PNRR, ora tanta inflazione e poco gas

Italia, tutto fa debito

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