L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 agosto 2022

1.500 villaggi polacchi cessarono di esistere e le terre su cui fiorivano, rase al suolo, divennero proprietà ucraina. Raggiunse il suo apice l’11 luglio 1943

Polacchi e ucraini: il genocidio dimenticato
Categoria: Storia e Cultura Pubblicato: 01 Agosto 2022 

In un momento in cui “non fa comodo” ricordare le radici naziste dell’Ucraina, il genocidio dei polacchi da parte degli ucraini durante la guerra mondiale è passato completamente sotto silenzio. (Le immagini allegate all’articolo sono pubblicate a parte, perchè sono immagini forti).

di Maurizia Leoncini Vecchi

Mentre US, UK e UE, pur assorbiti dalle loro politiche interne, continuano ad inviare armi a Kiev (dove Zelenskyy non arresta le sue staliniane epurazioni) per foraggiare la guerra di logoramento contro la Russia, un fatto di non piccola importanza è sfuggito all'attenzione dei media. In OGGI7 del 6 marzo 2022 si era previsto che la migrazione in massa di popolazione ucraina verso la Polonia, avrebbe inevitabilmente riaperto ferite mai rimarginate. Così è stato.

Dall’anno 2016, l’11 luglio è, per i polacchi, il ‘giorno della memoria’, data in cui in tutto il Paese ed anche in ogni comunità e chiesa polacca su suolo estero si piange il genocidio che avvenne tra il 1939 e il 1945 (ma con particolare ferocia tra il 1943-44) in Ucraina, contro la popolazione di lingua polacca. 1.500 villaggi polacchi cessarono di esistere e le terre su cui fiorivano, rase al suolo, divennero proprietà ucraina.

Il Presidente Andrzej Duda ha commemorato la mattanza che ebbe luogo in Volhynia ed Est Galizia e che raggiunse il suo apice l’11 luglio 1943, passato alla storia come ‘Domenica di sangue’. Non si trattò di pulizia etnica, ma di genocidio volto a fare scomparire ogni traccia di esistenza di polacchi (ne furono assassinati da un minimo di 100.000 ad un massimo di 300.000) sul suolo ucraino.

Sono passati 79 anni, da allora e, ancora una volta (che ci sia ora la guerra poco cambia), l’Ucraina è rimasta arroccata sulle sue posizioni di sprezzante diniego che vorrebbero porre sullo stesso piano le vittime del più spaventoso e atroce massacro occorso durante la Seconda guerra mondiale e le vittime ucraine (tra 10.000 e 12.000 secondo i calcoli comuni per eccesso), cadute per mano di partigiani polacchi che cercarono di reagire (troppo tardi) salvando quel nulla che restava e vendicando i propri morti per quello che si poteva.

Nel suo discorso, Duda ha ribadito che non vi è intento di vendetta nel volere che l’Ucraina riconosca l’orrore compiuto dalla propria gente; in questo momento la Polonia è contro l’invasione russa e accoglie i migranti ucraini, malgrado il sangue polacco versato per loro mano. Urge più che mai, anche per questo, tuttavia, ammettere la verità, riconoscerla e farla universalmente conoscere. Il Primo ministro Mateusz Morawiecki ha aggiunto che non ci può essere riconciliazione tra i due Paesi fino a quando il massacro della Volhynia non è commemorato e non vi sarà pace fino a quando anche l’ultima fossa sul suolo ucraino non sarà stata aperta (l’esumazione finora ha interessato solo un 10%).

Poco o nulla sappiamo noi, cittadine UE, del genocidio polacco compiuto dagli ucraini. Prima la copertura di Stalin, troppo impegnato a commettere i propri crimini per sollevare veli su quelli degli altri, poi, quasi contemporaneamente, la complicità degli US che, ossessionati, alla fine del conflitto mondiale, dal comunismo, protessero quanti più criminali ucraini poterono portandoseli negli States per utilizzarli come canale di spionaggio privilegiato sul suolo dell’URSS (Mazzucco, Ucraina l’altra verità).

Poca importanza che fossero nazisti, che avessero commesso atrocità, che fossero ricercati quali criminali di guerra, che fossero addirittura stati condannati a morte in contumacia. L’ala protettrice degli US vegliava su di loro e mentre a Norimberga si celebrava il processo che avrebbe dovuto rendere giustizia dei crimini nazisti, i criminali nazisti ucraini trovavano falsi nomi e la protezione della CIA.

La guerra fredda, protrattasi fino alla caduta del muro di Berlino, giustificava ogni cosa, mentre il silenzio cadeva, pesantissimo, su di un genocidio che i libri di storia ignoravano ed era tramandato, come per tutte le tragedie che investono un popolo, di padre in figlio in attesa che ci fosse, per i morti, giustizia. Dopo la fine dell’URSS, la verità ha iniziato a emergere e gli studi si sono susseguiti. La politica degli US, tuttavia, volta all’espansione della NATO a Est e a programmare, tramite l’Ucraina, tensioni crescenti con la Russia, non ha favorito la ricerca degli studiosi. Il ‘politicamente corretto’, che ha indotto nell’UE l’autocensura dei giornalisti, ha portato, in US, all’autocensura addirittura di studiosi in precedenza meritevoli di avere, se pur molto parzialmente, affrontato comunque il problema del genocidio polacco.

Lo storico Timothy Snyder di Yale, ad esempio, autore di ‘Bloodlands’, malgrado avesse già in precedenza ridotto al minimo i crimini ucraini, si è affrettato, ora, apertasi la guerra in Ucraina, addirittura a ‘lavare’ anche quel poco che aveva documentato (cfr. https://www.wsws.org), giungendo a giustificare Bandera e facendone il simbolo dell’irredentismo ucraino, riemerso attraverso l’attuale dilagante nazismo (non dimentichiamo che partiti nazisti, nel cui programma vi è la pulizia etnica contro i russofoni, sono nel governo Zelenskyy).

Poco importa che a Bandera si debba un milione di ebrei uccisi e che al suo braccio destro, Mykola Lebed, siano da ascrivere almeno 37.000 polacchi massacrati. Lebed, protetto dalla CIA è fra i criminali che finirono i loro giorni, serenamente, negli US, con incarichi di alto livello nei Servizi. Intanto, in Polonia, con fatica e dolore si è iniziata a scrivere la storia negata.

Nel 2000 è uscito un monumentale, documentatissimo lavoro ad opera di Wladyslaw e Ewa Siemaszko (‘Genocide committed by ukranian nationalists on the polish population of Volhynia during world war II 1939-45’), a tutt’oggi punto di riferimento obbligato per ogni studio (cfr. anche l’attuale ‘Genocidium Atrox’), che riprende importantissime testimonianze e quanti più documenti ancora esistenti, da cui è inequivocabile il progetto e l’attuazione del massacro.

Un ordine dell’OUN (Organizzazione dei nazionalisti di Bandera, ad oggi modello di riferimento in Ucraina) impone (inizi 1944): ’Liquidate ogni traccia di polacchi. Distruggete tutti i muri di chiese polacche e di loro luoghi di culto. Distruggete i loro frutteti e campi e tutto di loro di modo che non esista più traccia del fatto che abbiano messo piede su questa terra…..’. E ancora (16 aprile 1944): ‘Uccidete i polacchi senza pietà. Non deve esserne risparmiato uno solo.

Questo anche nel caso dei matrimoni misti’. Tra il 1919 e il 20 si era consumata ai confini polacchi, una guerra civile ucraino-polacca, conclusasi con la vittoria dei secondi e la costituzione della Seconda Repubblica Polacca, ma nulla poteva fare presumere che dopo più di 20 anni di convivenza, che pareva pacifica, gli ideali nazisti per la pura razza ucraina sarebbero giunti a compiere il più spaventoso genocidio, in quanto ad atrocità, che la Storia moderna registri.

A questo proposito, vale soffermarsi su quanto accadde, con particolare attenzione alla Volhynia e che pone tale mattanza al di fuori di qualsiasi ‘canone dell’orrore’ in cui lo sterminio di esseri umani possa ricadere (alcuni confronti li possiamo solo parzialmente dedurre dai resoconti delle stragi cosacche del XVII secolo e dal genocidio dei Serbi di Prebilovci, oltre 800 donne e bimbi, per mano Croata nel 1941).

La singolarità del genocidio polacco è nell’attiva partecipazione di tutta la popolazione ucraina della regione, armata con asce, coltelli, forconi (qualora le armi mancassero), nell’impedire ai polacchi di mettersi in salvo, nell’ostacolare ogni deportazione, negli attacchi sempre notturni, nell’organizzazione di assatanate donne rapaci e addirittura ragazzi e bambini istruiti a razziare e a infierire e finire i feriti. Tutto ciò nulla ha a che vedere con l’attiva partecipazione ucraina allo sterminio tedesco-nazista degli ebrei e degli ebrei polacchi, il che riveste un capitolo a parte.

L’Olocausto fu perpetrato da organizzazioni criminali in divisa (Einsotzgruppen der Sicherheitspolizei o Sicherheitsdiertst). Questo non avvenne, nel caso dei polacchi. Le truppe di Bandera, Bulba, Melnik addestrate dai tedeschi, non furono determinanti. Determinanti furono le migliaia e migliaia di contadini e locale ‘gente perbene’ che, nel delirio di massa di una pura razza ucraina, compirono le più bieche atrocità contro i propri vicini, incendiando villaggi, torturando e crocifiggendo, scuoiando e squartando, impalando, impalando anche i neonati sulle baionette, facendo a pezzi corpi vivi a colpi d’ascia, stuprando, massacrando il ventre delle donne incinte, sventrando, bruciando vivi singolarmente e nei roghi collettivi e seppellendo vivi nelle cavità dei pozzi chiunque avesse sangue polacco nelle vene.

Speciale menzione va riservata alla sorte del coniuge polacco nei matrimoni misti e ai bambini nati dal matrimonio. Mai, in nessun genocidio, abbiamo il coniuge che massacra il proprio sposo, né l’assassinio dei propri bambini, unicamente rei di avere non puro sangue ucraino nelle vene. Perfino l’Olocausto non registra simile barbarie. Altro carattere particolare è che il genocidio polacco d’Ucraina non è eseguito da forze occupanti, ma da quegli ucraini che erano stati polacchi sotto la Seconda Repubblica di Polonia e che conservarono poi accuratamente i propri documenti (o usarono quelli dei morti) per servirsene nella fuga verso l’Ovest a fine guerra.

Inoltre, la distruzione totale dei villaggi, completamente rasi al suolo al punto da rendere non rintracciabile la loro esatta ubicazione, non trova riscontro in altri abomini. Dopo il massacro di Wola Ostrowiecka il comandante locale Lysiy, poteva annunciare ‘Abbiamo liquidato tutti i polacchi, dai più giovani ai più anziani. Abbiamo bruciato ogni cosa e ci siamo impossessati di ogni loro avere’. Questo è quanto le fonti (Siemaszko, Genocidium Atrox) registrano.

Certo vi furono anche eccezioni: ucraini che preferirono morire con la propria famiglia ‘mista’ o pagarono con la vita il rifiuto di partecipare alla mattanza, ma furono esempi rari come gocce di pioggia sull’Oceano del Male. I genocidi sono un peso enorme, sulla coscienza di un popolo. I tedeschi, tuttavia, seppero guardare al proprio orrore e chiedere perdono (Presidente Roman Herzog, Varsavia 1.8.1994) alla Polonia.

Così fecero i russi (Presidente Boris Yeltsin, 25.8.1993) che chiesero perdono per i 22.000 soldati polacchi prigionieri sterminati in Katyn e del cui massacro Stalin incolpò falsamente i tedeschi. Non una sola parola, invece, è giunta dal popolo ucraino. Poroshenko, rispose con il disprezzo e bloccò le esumazioni. Un popolo che non sa chiedere perdono per la propria barbarie è un popolo che ha perso il contatto con la propria umanità e resta facile preda di recidive.

E’ quanto abbiamo visto accadere in Ucraina, su istigazione, questa volta, non tedesca, ma, più o meno indirettamente, statunitense. Il nazismo, la pura razza ucraina, gli eccidi del Donbass, le torture registrate nei documenti ONU e OSCE, fanno degli ucraini una popolazione complessa, che questa guerra e l’interessato sostegno degli US e dell’UE non aiuta ad un confronto con il proprio passato.

Quello che vediamo in Zelenskyy è l’arroganza dell’impunità: non un passo verso Duda, l’11 luglio, giorno della memoria, e non una sola parola si è spesa nell’UE per chiedere giustizia per il genocidio polacco perpetrato dagli ucraini. I genocidi non vanno in prescrizione.

Portati davanti ai tribunali i loro massacri, ci sarebbe speranza, per il popolo ucraino, di guardare a un futuro non caratterizzato dall’apologia di nazismo, di una pura razza ucraina in nome della quale giustificare mattanze, mentre l’impunità lo rende facile preda di nuovi orrori (non dimentichiamo Odessa e la pulizia etnica iniziata da Poroschenko nel Donbass nel 2014 e proseguita fino all’intervento russo). Apologie e metodi sembrano sempre gli stessi. L’UE, che tanto avrebbe potuto e potrebbe, tace, troppo impegnata a inviare armi che seminano morte e distruzione, dimostrandosi, ancora una volta, complice. Su tutti noi pesa il giudizio della Storia che non conosce perdono.

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