L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 settembre 2022

Gorbaciov ha regalato la Russia sovietica al capitalismo reale

Cambiare il mondo senza perdere il potere
di Luca De Crescenzo
12 settembre 2022

Piangere Gorbaciov togliendogli la responsabilità degli esiti delle sue azioni - perché diverse dai suoi nobili intenti di riformare "lo stagnante socialismo sovietico" - non è soltanto una celebrazione della stupidità politica.

Insistere sul sogno a discapito della realtà serve a non far capire nulla né dell'uno né dell'altra.

Com'è andata a finire dovremmo saperlo: le utopie di Gorbaciov, quelle del socialismo dal "volto umano" hanno rappresentato soltanto il paravento ideologico con cui le forze della reazione si sono fatte strada per catapultare il blocco socialista in un mare di barbarie capitalista. Quella che in tre anni ha ucciso in Russia un milione di persone per indigenza e malattie (Lancet), ha fatto esplodere la povertà e la disoccupazione in tutto l'est europa e l’asia centrale, ha creato e arricchito a dismisura nuovi porci capitalisti e legittimato e riarmato i peggiori nazionalismi.

Per gli amanti delle anime belle questo non dovrebbe c’entrare nulla con i motivi per cui nel '68 i sovietici, insieme ad altre quattro nazioni legate dal patto di Varsavia, hanno impedito di fare lo stesso a Dubcek, che si mascherava con quelle identiche parole.

Evidentemente lo facevano perché al socialismo umanista preferivano evidentemente un socialismo "disumano". O per amore dei carrarmati, come sostengono le nuove generazioni di socialdemocratici (ah no, scusate: democratic socialists) quando chiamano "Tankies" i marxisti-leninisti.

A forza di parlare delle vittime del comunismo la propaganda borghese è riuscita anche a sinistra far dimenticare le vittime dell'anticomunismo e la ferocia del capitalismo, cioè le ragioni che spiegano le prime.

Indonesia, 1965.

Nel paese capitalista con il più grande partito comunista al mondo, il generale Suharto sale al potere con un colpo di stato. Ne segue il più terribile massacro di massa della seconda metà del novecento. Con il documentato supporto della CIA, i suoi sgherri trucidano comunisti, sindacalisti e buona parte dei centinaia di migliaia di immigrati cinesi, contro cui si scatena il solito misto di razzismo e anticomunismo. Almeno un milione di morti e la nascita del "metodo Jakarta", come l'ha definito il giornalista Vincent Bevins nel suo omonimo libro. Un metodo immediatamente trapiantato in America Latina a base di eccidi e torture che l'internazionale anticomunista a guida yankee ha insegnato alle classi dominanti di mezzo mondo per tenere a bada le aspirazioni delle masse sfruttate.

Si poteva ovviamente cominciare prima nella storia del terrorismo borghese del secondo dopoguerra. Dall'uso del napalm contro i partigiani greci e il movimento di liberazione in Malesia da parte degli inglesi. O da tutto quello che hanno fatto subito dopo francesi, belgi, americani in Madagascar, Vietnam, in Corea, in Algeria, in Congo, in Guatemala, in Iran (mi fermo che la lista è lunga).

Ma quanto accaduto a Jakarta ha un legame più diretto con la nostra storia.

Quando nel 1978 con la rivoluzione di Saur, nonostante le loro stesse divisioni e la loro impreparazione, i comunisti Afghani depongono il presidente Daud Khan, è anche per timore che le sue ultime accelerazioni repressive siano l'annuncio di qualcosa di simile a quanto avvenuto in Indonesia. O pochi anni prima in Cile, dove alla vigilia del colpo di stato di Pinochet la destra nazionalista urlava in parlamento "estarán aquí hasta que se produzca el Yakarta" (rimarremo finché non si darà Jakarta).

Dopo aver provato fino all'ultimo a evitare di dover intervenire in Afghanistan (lo dimostrano tutti i documenti), i sovietici entrano nel paese per aiutare il nuovo governo a resistere alla reazione scatenata nelle campagne e sostenuta da Stati Uniti, Pakistan e Cina.

Ritirare questo sostegno meno di dieci anni dopo per lasciare spazio a un'ulteriore guerra civile e poi ai talebani - questo è uno dei modi in cui si è concretizzato il sogno di Gorbaciov di "concludere la guerra fredda".

Un altro di questi modi è il disarmo unilaterale, quello che avrebbe dovuto portare alla pace in Europa e nel mondo.

L'economia mandata a sfascio a colpi di perestrojka poteva ancor meno sostenere l'impegno bellico davanti a degli Stati Uniti che intanto sviluppavano il loro scudo stellare. Che ci credesse o meno, Gorbaciov ha puntato sulla ragionevolizza delle nazioni capitaliste, perché gli venissero incontro in nome degli interessi comuni dell'umanità. Ha disertato la battaglia, si è arreso davanti all'imperialismo e ha chiamato questa resa "pace".

"Ma di che pace si tratta?" Chiedeva Fidel Castro in un celebre discorso del 7 Dicembre del 1989. Lo chiedeva davanti ai corpi appena tornati in patria dei cubani caduti nella guerra civile in Angola, quelli che insieme ai sovietici avevano contrastato l'invasione del Sud Africa razzista appoggiata dagli Stati Uniti e dal resto del "mondo libero" (e ancora dalla Cina). "Un punto di svolta nella lotta per liberare il continente e il nostro paese dal flagello dell'apartheid" nelle parole di Nelson Mandela in persona.

"Della pace tra le grandi potenze, mentre l'imperialismo si riserva il diritto di intervenire apertamente nei paesi del Terzo Mondo e di attaccarli?" continuava a chiedere Castro.

No, purtroppo non solo, compagno Fidel.

Perché l'imperialismo non è solo una politica militare, come quella di chi da lì a poco si sarebbe erto a poliziotto globale, intervenendo in Iraq, in Jugoslavia, Afghanistan, di nuovo Iraq e Libia.

L'imperialismo non è soltanto "lo scambio ineguale", quello di cui approfittavano i paesi occidentali con i nuovi mercati che si aprivano oltre la cortina di ferro. E di cui hanno potuto approfittare a loro volta i nuovi paesi capitalisti dell'europa dell'est nei confronti di quelli del terzo mondo, che fino al giorno prima sostenevano economicamente in nome dell'internazionalismo.

L'imperialismo è una fase del capitalismo in cui la concentrazione è tale che i monopoli scalzano la concorrenza e questa a sua volta si trasforma in guerra su scala globale. Per esportare capitale, spartirsi le zone di influenza, controllare i traffici commerciali, accaparrarsi le materie prime. Ovviamente tutto travestito di "scontro di civiltà", "lotta al terrorismo", "esportazione della democrazia".

Ma anche "denazificazione".

C'è voluto poco perché la nuova Russia capitalista producesse una borghesia capace di proprie mire e politiche espansioniste, nonostante il saccheggio occidentale e paradossalmente proprio grazie ai capitali privati che questo ha permesso di accumulare. Creando amabili soci d'affari prima e, in epoca di crisi e vacche magre, insostenibili competitor poi. Competitor nuclearmente armati da provocare in una guerra aperta oggi.

No, non era solo la pace dell'ingiustizia. Era anche la quiete prima della tempesta.

Era il ritorno del 1914, che non a caso era stato interrotto dal 1917.

Non volevate il socialismo reale, avete avuto il capitalismo reale, nella sua fase imperialista. Quello le cui dure leggi scoprono oggi gli accademici borghesi quando con stupore idiota parlano di "esplosione delle diseguaglianze" o con amarezza di fine della globalizzazione.

Ecco il capitalismo reale e, per correlato, "il realismo capitalista", come va di moda dire a sinistra contemplando depressi e autocompiaciuti la nostra impotenza ideologica, che dopo la domenica delle salme del '91 sembra (e sottolineo sembra) davvero irreversibile.

Mi dispiace che Gorbaciov non abbia fatto in tempo a vederlo dispiegarsi in tutta la sua catastrofica potenza, come ho paura succederà a noi. Ma sono contento che ne abbia almeno visto i primi cenni, anche se avrà trovato sicuramente le sue spiegazioni consolatorie: l'occidente che l'ha tradito, i russi che non l'hanno capito, l'arrivismo di qualche politico, la cattiveria dell'essere umano, ecc.

Celebrare l'inutilità di Gorbaciov, continuare a dare retta alle sue buone intenzioni, compiangerlo per la sua solitudine dorata nella lautamente finanziata "Gorbachev Foundation" come nell'inguardabile film di Herzog, non è solo irresponsabile e masochista di fronte alla situazione in cui siamo oggi. L'assoluzione dei benintenzionati è il rovescio della criminalizzazione degli sfruttati quando questi si organizzano e reagiscono. È un modo per negare la durezza, anzi proprio l’esistenza della lotta di classe. E quindi condannarla solo quando questa viene combattuta anche nell’altro senso.

Brecht diceva che Stalin andava soprannominato "l'utile", perché così doveva pensarlo il proletariato internazionale e tutti i popoli del mondo (e così lo ricordano ancora tanti di essi). Non il perfetto, non il santo, non il buono, non il giusto. L’utile. Perché quasi sempre le vittime del comunismo - anche quando sono comunisti a loro volta! - sono l'unica alternativa alle ben più numerose, ben più innocenti, ben più evitabili vittime dell'anticomunismo.

Liberarsi dall’utopismo è la premessa necessaria a qualsiasi analisi seria su cosa sia stato e soprattutto da dove sia spuntato Gorbaciov. Il realismo non è ancora materialismo, ma ne è un necessario presupposto, senza il quale è impossibile un bilancio del socialismo reale. Che è la vera impresa teorica da compiere.

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