L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 19 settembre 2022

“Le elezioni si svolgeranno in primavera. Difficile dire quale sarà il risultato. Ci sarà una certa frammentazione politica, ma il governo potrebbe non sembrare poi così diverso da quello attuale”

SCENARIO POST-ELEZIONI/ Sapelli: il futuro dell’Italia è già stato deciso negli Usa
Pubblicazione: 19.09.2022 - Giulio Sapelli
L’Italia si avvicina alle elezioni politiche, ma il suo destino sembra di fatto già deciso e non all’interno dei confini nazionali

Joe Biden nello Studio Ovale (Lapresse)

“Elections will take place in the spring. It is hard to say what the result will be. There will some political fragmentation but the government might not look all that different from the current one”. Chi parla è Carlo Azeglio Ciampi nel corso della riunione tenutasi presso “the Oval Office” il 17 settembre 1993: presenti Bill Clinton, Warren Christopher, segretario di Stato Usa, Reginald Bartholomew, Ambasciatore Usa in Italia, Charles Kupchan, Antonio Maccanico, Boris Biancheri Chiappori, allora ambasciatore italiano negli Usa, e Ferdinando Salleo, direttore generale degli Affari politici presso il ministero degli Esteri e due interpreti per rendere evidente la povertà linguistica del consesso oltreché le regole di verbalizzazione.

Anche ventinove anni or sono i vincoli esterni erano la sostanza dei cambiamenti politici sistemici italiani: per questo inizio il mio ragionamento con questa citazione. Allora il solo vincolo esterno realmente cogente era dettato dalla competizione con l’Urss e da ciò che ne derivava, ossia l’adesione alla Nato e un ruolo antemurale di difesa e di mediazione che spettava all’Italia, insieme con la valorizzazione del “fianco sud” del Mediterraneo. E questo per via delle sfide che venivano dall’islamo-marxismo del Baath in Iraq e in Sira, dalla leadership di Gheddafi in Libia e dall’aggressività radicale iraniana già esplosa con l’avvento di Kamenei.

Oggi, a quel vincolo si è aggiunto quello di seconda istanza dei Trattati con cui funziona l’Ue e, come se non bastasse di già questa frammentazione dei poteri sempre prossima al disordine antropico (ossia senza ritorno). Il tutto è da qualche mese sovradeterminato da ciò che Raymond Aron (buon lettore di Marcel Mauss) chiamava la “guerra come fatto sociale totale”: l’aggressione imperiale e imperialista della Russia all’Ucraina e il rovesciamento dei pesi e delle rilevanze in sede Nato che ne è derivato, con il declassamento del fronte sud e l’innalzamento del fronte baltico-scandinavo-artico a punto archetipale e da cui inizia un nuovo plesso di potenza che sprofonda sin nell’Indopacifico per chiamare alla lotta contro la Cina. In un movimento di scacchi soltanto (appunto la mossa del cavallo di Sklovskj) per chiamare a raccolta senza dispendi energetici i fronti anti-cinesi dall’Heartland e dai suoi mari sino a quelli del Sol Levante (dove non a caso si assassinano di nuovo i primi ministri).

L’Italia è così destinata all’irrilevanza, come dimostra l’assenza di un ambasciatore Usa a Roma, da ben tre anni sostituito da un attivo e solerte incaricato di affari Usa in Italia che, tuttavia, non colma il vuoto, semmai lo rende ancor più evidente.

Così pensando mi è venuto alla mente quel verbale dell’incontro ciampiano, conservato negli archivi Usa e pubblicato nel bel libro di Andrea Spiri The End. 1992-1994. La fine della Prima Repubblica negli archivi segreti americani (Baldini e Castoldi, 2022), ora che si annuncia la visita di Mario Draghi negli Usa, dove lo scorso maggio era stato premiato dall’Atlantic Council, un’organizzazione storicamente attiva nella promozione della leadership statunitense nel mondo e che ben evidenzia il ruolo da Draghi assunto nell’ultima delle cicliche crisi italiane di rappresentanza parlamentare franante. A esse si è sin dall’inizio affiancato, sin dal primo secondo dopoguerra, ciò che quelle crisi disvelavano, ossia quella carenza di istituzionalizzazione delle élite politiche che è una caratteristica saliente di tutte le macchine dei partiti dell’Europa del Sud e che spiega il tardivo raggiungimento della democrazia in tre (su quattro) delle sue nazioni (Spagna, Portogallo e Grecia) anche nel secondo dopoguerra, e l’assenza di poteri situazionali di fatto in grado di sostenere autorevolmente le classi politiche in presenza di crisi dell’organizzazione dello Stato dinanzi a eventi internazionali, crisi diplomatiche, guerre ai confini.

Nella storia italiana abbiamo avuto tutto quello che la storiografia e la politologia internazionale classificano nei casi di Stati a debolissima istituzionalizzazione allorché essi vengono esposti a crisi di sistema e quindi di autolegittimazione. L’astensionismo elettorale è solo la manifestazione più evidente di tali crisi, mentre la più strutturale è l’incapacità di elaborare Costituzioni valide nel lungo periodo senza cambiamenti. Un destino che, per esempio, Spagna e Italia condividono con la Francia, che pure è la quintessenza della forza statuale com’è ben noto e come le università un tempo insegnavano con i classici letti e riletti.

Oggi l’Italia sa già, o meglio i detentori dei vincoli esterni sono convinti di sapere già quale sarà l’arco di governo che si staglierà nel cielo italiano, quale che sarà il risultato elettorale che sortirà dalle urne. Alcuni politici già lo rendono manifesto, come Calenda e Renzi, per esempio, altri formulano profezie che evocano l’autorealizzazione mutando le loro preci agli dei, come Giorgia Meloni. Matteo Salvini, che era l’altro unico esponente di una cultura politica che aveva in mano i destini dell’Italia perché evocava una nuova forza di istituzionalizzazione fondata sulle piccole e medie imprese con il peso dell’Italia produttiva e del lavoro non organizzato sindacalmente, è oggi confinato in ombra dalle formidabili pressioni che giungono da oltreoceano e che non tarderanno a farsi sempre più forti.

Un altro ciclo quindi va aprendosi in Italia. E questa volta non si passa più sotto le forche caudine dei vincoli, ma sulle passerelle dei premi internazionali. La terribile storia, quella vera, quel “fatto sociale totale” prima evocato, oggi vuole che la passeggiata non si svolga neppure più sul patrio suolo e neppure più nelle piazze dell’Ue. Ricordate Giacomo Leopardi? Oggi ci parla come non mai:

“Dammi, o ciel, che sia foco
Agl’italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L’itala gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.”

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