L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 16 settembre 2022

L'inflazione ufficiale, negli Stati Uniti, si attesta a livelli alti, che costringe la Fed ad alzare ulteriormente i tassi d'interessi, che indeboliscono le valuta che commerciano in dollari tra cui l'euro. Chiaramente l'euro scende scende scende e i costi delle merci si alzano alzano alzano. Inflazione importata garantita

Perché il cambio euro-dollaro torna sotto pressione sull’inflazione USA
Il cambio euro-dollaro si è indebolito nuovamente dopo che negli USA è stato pubblicato il dato sull'inflazione di agosto
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 15 Settembre 2022 alle ore 06:35


Era risalito a 1,02, ma durante la settimana è tornato sulla parità. Eravamo stati facili profeti nel prevedere che il cambio euro-dollaro non sarebbe rimasto a lungo nettamente sopra i minimi toccati nelle sedute precedenti. Mercoledì è arrivato il dato sull’inflazione USA ad agosto, scesa sì all’8,3% dall’8,5% di luglio, ma rimanendo ai livelli massimi del range atteso. Monitorando il dato “core”, si percepisce che la corsa dei prezzi al consumo nella prima economia mondiale non starebbe più accelerando, ma si starebbe stabilizzando su livelli molto elevati. Del resto, gli affitti pesano per il 30% di tale dato e non inviano segnali rassicuranti ai responsabili della politica economica. Nel frattempo, gli stipendi stanno crescendo a circa il 3% in meno dell’inflazione, cioè i lavoratori americani stanno perdendo capacità di acquisto.

Sulla scorta di questi numeri, le previsioni del mercato appaiono sempre più drastiche riguardo ai tassi FED futuri: sono attesi in crescita dello 0,75% a settembre dopo la riunione della Federal Reserve; e ancora al 4% al board di inizio novembre, al 4,25% a dicembre e al 4,50% a inizio 2023. Per cercare di combattere l’inflazione, quindi, la banca centrale americana alzerebbe il costo del denaro più in alto di quanto previsto fino a poche settimane fa. E ormai non vi sarebbero più neppure attese per un taglio dei tassi da qui a un anno. Pensate che questa estate si pensava fosse improbabile che i tassi americani salissero al 4% o anche un po’ al di sotto di tale soglia.
Non solo cambio euro-dollaro debole

E’ proprio questo mutamento di scenario ad affossare il cambio euro-dollaro. Per l’Eurozona le aspettative si mostrano meno rialziste, per quanto anche in questo caso in aumento rispetto alle scorse settimane.
E a soffrire non è certo solo la moneta unica. Lo yen resta ai minimi dal 1998, tanto che la Banca del Giappone potrebbe intervenire prima o poi a sostegno del suo tasso di cambio. Va detto, però, che ancora oggi l’inflazione nipponica risulta essere contenuta.

Problema analogo per la sterlina, ai minimi dal 1985 contro il biglietto verde. La Banca d’Inghilterra ha già alzato i tassi d’interesse a 1,75%, a fronte di un’inflazione (scesa) ad agosto al 9,9%. La BCE li ha portati a 1,25% e al board di ottobre dovrebbe alzarli nuovamente a 1,75%. C’è chi, tra i “falchi” di Francoforte, vorrebbe un ulteriore rialzo dello 0,75%, cioè al 2%. A differenza dell’economia americana, però, Regno Unito ed Eurozona rischiano la recessione, per cui le rispettive banche centrali disporrebbero di minori margini di manovra contro il carovita. Eventuali dati macro negativi per l’area farebbero precipitare il cambio euro-dollaro verso nuovi minimi sotto la parità.

Nessun commento:

Posta un commento