L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 ottobre 2022

Branco di lupi obbligano alla tregua per cinque mesi

Il nemico
9 ottobre 2022


Quando gli attacchi dei lupi ai soldati resero necessaria una tregua tra gli eserciti belligeranti sul Fronte Orientale, 1916-17

Un tempo si diceva che il lupo segue il tamburo, ed era vero. Le guerre portano distruzione, gli animali selvatici si allontanano o vengono sterminati dalle popolazioni affamate, il bestiame viene razziato o ucciso, cadono molte strutture e organizzazioni sociali. I lupi affamati che non trovavano più cibo e perdevano la paura dell’uomo poiché chi li uccideva, ossia i cacciatori, erano stati arruolati, diventavano una minaccia concreta passando dal divorare i cadaveri dei soldati a cacciare i vivi. Questo persino nella Seconda guerra mondiale, per esempio in Unione Sovietica:

“Chi cadeva a terra stremato dalla fame, dalla stanchezza o per le ferite (diveniva) preda ambita ed ancora calda dei lupi che come avvoltoi ci seguivano d’appresso in attesa di poter banchettare” si legge nella testimonianza del tenente Maurizio V., di Milano, pubblicata su Il Giornale del 5 ottobre 2016.

E un altro ancora: “Rimangono nitidi nella memoria altri episodi e ricordi: la bellissima giornata, limpida e gelida, le macchie di sangue sulla neve immacolata, le fucilate contro i lupi apparsi all’improvviso” (maggiore Guglielmo Fabrocini del 5° Reggimento Alpini, dal libro Nikolajewka c’ero anch’io, raccolta curata da Giulio Bedeschi e pubblicata nel 1972).


Anche Napoleone Bonaparte, durante l’invasione della Russia, constatò il problema dei lupi, soprattutto durante la ritirata del dicembre 1812, con i branchi che si cibavano dei caduti, feriti e dispersi.

Questi lupi, seguendo quella fiumana di gente divenuta ormai la loro fonte alimentare, addirittura arrivarono anche in Italia, facendo molte vittime per anni finché non furono tutti eliminati: “Negli anni 1812-1813 si sono presi nel Tirolo, ed anche nel Cadorino, individui di questa specie, i quali più non si videro dopo cessate le guerre con la Russia…” (da Catalogo ragionato degli animali vertebrati che si veggono permanenti o soltanto di passaggio nella provincia di Belluno di T. A. Catullo,1838, Tip. Tissi Belluno).

E ancora, nel Sanremese: “Bestie forestiere di dimensioni e ferocia spropositate e provenienti dalla Russia, al seguito dell’esercito napoleonico in ritirata ” (traduzione del Manoscritto Borea, Bordighera, 1970).

Contrariamente a quanto generalmente si pensa, sono conosciuti casi in cui si formarono branchi di lupi straordinariamente numerosi – decine ma addirittura anche di centinaia di esemplari – che predarono sistematicamente gli esseri umani. Prudenzio, vescovo di Troyes, ossia nell’Aube, nel IX secolo registrò incursioni di grandi branchi di lupi che attaccavano e divoravano gruppi di uomini, mentre nello stesso periodo gli Annales de Saint-Bertin riportavano di branchi compatti formati da oltre trecento esemplari che facevano strage di persone in Aquitania e cioè nella Francia sud-occidentale.

Casi successivi, con branchi di parecchie decine di esemplari, si verificarono nella zona di Belfort, area nord-orientale francese della catena montuosa dei Vosgi, tra Francia e Germania, nel 1871 durante la Guerra Franco Prussiana, come descritto dal tenente colonnello Friedrich Wilhelm von Rauch, comandante del 3° Reggimento Ussari di Brandeburgo e del 16° Reggimento Ussari dello Schleswig-Holstein: ”Di tre nostri soldati che avevano perso la strada di notte, uno solo è scampato alla morte. Degli altri due e dei cavalli sono stati trovati solo tristi resti, sparsi qua e là, ossa, brandelli sanguinolenti e le selle. A giudicare dalle piste, pare che da trenta a quaranta lupi siano stati coinvolti in questo attacco”.


Un caso ancora più eclatante – ed è quello trattato nel libro IL NEMICO, unico che tratti la vicenda a livello internazionale – si verificò durante la Prima guerra mondiale, sul Fronte Orientale, nell’inverno 1916-17 nell’area tra Kovno (oggi Kaunas), Vilna (oggi Vilnius) e Minsk. Un branco di lupi formato da centinaia di esemplari, a causa delle distruzioni del conflitto, iniziò ad attaccare e divorare non solo i civili ma anche i soldati russi, tedeschi e austro-ungarici isolati o in piccoli gruppi, penetrando di notte persino nelle trincee e facendo moltissime vittime.

Gli eserciti belligeranti – da parte russa la 30ª Divisione di fanteria del 4° Corpo d’Armata comandato dal generale Eris Khan Sultan Giray Aliev, da parte tedesca e austroungarica il 41° Corpo di riserva Gruppo Winckler, Bugarmee, al comando del generale Alexander von Linsingen – furono costretti a stipulare una tregua e a formare pattuglie miste per rintracciare e sterminare il branco. Ci riuscirono ma solo dopo diversi mesi, utilizzando fucili, mitragliatrici, veleni, tagliole e bombe a mano.


La situazione iniziò prima nella zona russa e i tedeschi quasi non credettero alle loro orecchie quando intercettarono una comunicazione del nemico che diceva: “Ci sono fottuti lupi che ci mangiano!”. Ma ben presto pure tedeschi e austroungarici subirono lo stesso problema e la situazione venne a conoscenza addirittura di Berlino che con un dispaccio diramato in quell'area segnalò che grandi branchi di lupi si stavano insinuando dalle foreste della Lituania e della Volinia (area includente parti delle attuali Ucraina, Moldavia e Polonia). Il comunicato specificava “che a causa della guerra le bestie sono molto affamate, penetrano nei villaggi e uccidono vitelli, pecore, capre e altro bestiame. Ci sono stati anche attacchi a esseri umani”.

La tregua stipulata da ambo le parti fu motivata anche dalle possibili rivolte degli stessi soldati, sottoposti a una minaccia del tutto inusuale ma continua e concreta. I soldati di notte non potevano tenere accesa alcuna luce per via del rischio di attirare bombardamenti nemici, ma col buio anche nelle trincee erano costantemente a rischio, quasi senza potersi difendere dai lupi. Per capire quanto fosse numeroso l’eccezionale branco, basti pensare che la tregua iniziò in un bosco quando una pattuglia russa si scontrò casualmente contro una tedesca, e i feriti di ambo le parti furono improvvisamente attaccati dai lupi. I soldati quindi, guerra o no, si unirono per fare fronte alla minaccia, uccidendo in quella sola volta ben cinquanta lupi.

Di questa vicenda se ne occuparono diversi giornali, come l’Associated Press del 15 gennaio 1917, il The Sun del 27 febbraio 1917 e il New York Times del 16 gennaio e 29 luglio 1917. Sebbene la più famosa tregua tra truppe di stati tra loro belligeranti sia la famosa Tregua di Natale del 1914 sul Fronte occidentale durante la Prima guerra mondiale, questa durò solo una notte, mentre quella stipulata a livello locale a Kovno proseguì per ben cinque mesi.

Su questa vicenda – reale ma pochissimo conosciuta – è basato il romanzo storico IL NEMICO, di Giovanni Todaro, che si avvale di molte fotografie attinenti le truppe coinvolte di quella zona, periodo e persino delle pattuglie miste formate per eliminare il problema dei lupi. In alcune foto pubblicate nel libro si vedono gli esemplari di lupi uccisi, insieme a soldati e ufficiali russi, tedeschi e austroungarici.


Questo è un romanzo storico, basato su una vicenda realmente avvenuta durante la Prima guerra mondiale, sul Fronte orientale, nell’inverno 1916-17 e che fu divulgata e seguita da giornali come il New York Times.

Un branco di lupi formato da centinaia di esemplari, a causa delle distruzioni del conflitto, iniziò ad attaccare e divorare non solo i civili ma anche i soldati russi, tedeschi e austro-ungarici isolati o in piccoli gruppi, penetrando di notte persino nelle trincee. Gli eserciti belligeranti furono costretti a stipulare una tregua locale e a formare pattuglie miste per rintracciare e sterminare il branco. Ci riuscirono ma solo dopo diversi mesi. Una storia vera, ma poco conosciuta, su cui si è basato questo romanzo storico eccezionalmente approfondito e dettagliato, unico a livello internazionale.

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