L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 18 ottobre 2022

“la Marina costituisce il più importante e costoso asset militare a disposizione di un paese, qualunque dimensione esso abbia”

AGGIORNAMENTO SULLA GUERRA IN UCRAINA: IL FRONTE NAVALE


(di Andrea Gaspardo)
17/10/22

Da oltre 7 mesi la Guerra Russo-Ucraina sta devastando con inaudita violenza il territorio della ex-repubblica sovietica affacciata sul Mar Nero. Sebbene fiumi di inchiostro siano già stati versati per descrivere le lezioni (parziali) finora apprese nel corso della prima grande guerra convenzionale di respiro mondiale dal 1945, la maggior parte delle analisi in circolazione trattano in linea di massima tematiche relative alle operazioni terrestri (e qualche volta aeree). La dimensione navale, al contrario, ha sino ad oggi ricoperto il ruolo di “Cenerentola” nella trattazione del conflitto ucraino anche se, a ben vedere, ne rappresenta invece quella più importante in senso assoluto. L'analisi corrente avrà pertanto il compito di raddrizzare questa pericolosa stortura e restituire alla guerra navale l'importanza che merita.

Per illustrare meglio il concetto basterà ricordare che la ragione principale che portò i russi ad impossessarsi della Crimea, nel corso dei convulsi eventi del 2014, fu proprio la paura che, passata l'Ucraina al campo avversario a seguito degli eventi di Euromaidan, essi avrebbero corso il reale rischio di vedere irreparabilmente compromessa la loro posizione nel Mar Nero, per Mosca unico accesso ai “mari caldi” del globo terracqueo.

Nel corso degli 8 anni che hanno separato il 2014 dal 2022 numerose crisi e provocazioni che hanno opposto la Marina e la Guardia Costiera Ucraina da un lato alla Flotta del Mar Nero e alla Guardia Costiera dell'FSB dall'altro, si sono consumate nelle acque del Mar Nero e nell'attiguo Mar d'Azov, che i russi hanno per altro “chiuso” mediante la costruzione dello strategico quanto famigerato ponte sullo stretto di Kerch. Tutto questo non ha fatto altro che far salire la tensione, aumentando le possibilità che la guerra vera potesse scoppiare, come è poi puntualmente avvenuto.

La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la pubblicazione della nuova strategia navale ucraina la quale prevedeva (anche con il generoso contributo dei partner occidentali) nei prossimi 10 anni una massiccia “iniezione” di naviglio moderno o aggiornato che avrebbe dovuto comprendere per quanto riguarda la Marina Ucraina: 2 fregate della classe Oliver Hazard Perry, 3 pattugliatori classe Island, 6 pattugliatori classe 40 PB Defiant, 10 pattugliatori della classe Sea Ark Dauntless, 2 pattugliatori SURC (acronimo che sta per “Small Unit Riverine Craft”), 2 cacciamine della classe Sandown, 4 fregate della classe Volodymyr Velykyi, 2 fregate della classe Ada, 8 navi lanciamissili veloci della classe Barzan, 16 pattugliatori della classe Mark VI, 6 navi veloci da attacco e da sbarco della classe Centaur, oltre ad un numero non ben definito di vascelli di superficie a pilotaggio autonomo e di veicoli subacquei autonomi e un numero ancora superiore di natanti di vario dislocamento per la Guardia Costiera Ucraina.

È facile comprendere che, qualora fossero passati altri 10 anni e la Russia avesse tergiversato ulteriormente dando all'Ucraina la possibilità di proseguire nel suo piano di riarmo navale, questo (contestualmente al riarmo delle forze terrestri ed aeree, così come dell'entrata in servizio di nuovi vettori da attacco strategico nella forma di missili balistici e da crociera) avrebbe costituito una minaccia mortale non solamente per il dispositivo russo nel Mar Nero ma anche per la parte occidentale e settentrionale del Caucaso e del Mar Caspio, che costituiscono tradizionalmente il “ventre molle” della Federazione Russa, proprio come prima lo furono per l'Unione Sovietica e l'Impero Russo.


Esattamente come le questioni navali hanno contribuito notevolmente a far pendere la bilancia a favore dell'intervento militare, le mosse di dispiegamento della Marina Russa e della Guardia Costiera dell'FSB nei mesi precedenti lo scoppio del conflitto hanno parallelamente costituito il drammatico campanello d'allarme per l'autore della presente analisi, così come per pochi altri, che la crisi che si stava consumando ad est era questa volta quella definitiva che avrebbe portato certamente ad un conflitto armato.

Esistono numerose interpretazioni riguardo al fatto che la decisione da parte della leadership russa di far partire l'attacco sia stata presa in fretta ed in maniera improvvisata quando il tentativo di coercizione mediante “l'esibizione dei muscoli” era fallito, ma a mio modesto avviso questa rappresenta un'ipotesi semplicemente insostenibile.

Ad un'attenta analisi dei movimenti della Marina Russa nei mesi compresi tra l'ottobre del 2021 ed il febbraio 2022 appariva chiarissimo che la Russia fosse impegnata nella più vasta operazione di concentrazione di forze navali nell'area del Mar Nero dall'epoca della disintegrazione dell'Unione Sovietica. Questo è un punto molto importante che deve essere sottolineato più e più volte, sino alla nausea, in modo che resti ben impresso nella mente dei lettori, non importa se veterani o neofiti: “la Marina costituisce il più importante e costoso asset militare a disposizione di un paese, qualunque dimensione esso abbia”. Non importa se si tratta di una Marina costituita da vascelli di legno propulsi da remi, come all'epoca degli antichi greci, cartaginesi e romani, oppure di una moderna Marina bilanciata che allinea navi ultramoderne sospinte dalla propulsione nucleare; l'esito finale è lo stesso.

Ci vogliono anni, se non decenni per costruire una moderna Marina militare bilanciata, ed essa può essere persa in pochi giorni (o minuti!) se impiegata in maniera scriteriata. Ne sanno qualcosa i giapponesi che a Midway persero in un unico giorno ben 4 delle loro preziosissime portaerei tuttoponte a grande dislocamento che avevano impiegato oltre 10 anni a schierare. Ecco perché nel corso della Storia, gli strateghi navali sono sempre stati quelli che hanno preso le decisioni più importanti seguendo uno spirito prettamente “conservativo” laddove l'assunzione di rischi inutili viene vigorosamente scoraggiata. Questo modus operandi si estende anche in tempo di pace dato che una forza navale consistente impegnata in esercitazioni militari deve poi passare un lungo periodo in bacino per cicli di manutenzione che possono durare mesi o addirittura anni prima di poter diventare nuovamente operativa.

Ecco perché quando, sul finire del 2021, iniziarono a giungere notizie più dettagliate riguardo alla consistenza della forza navale che i russi stavano concentrando nei teatri d'operazione capii che questo rappresentava il segnale definitivo che la tempesta stava per scoppiare.

Ho detto “teatri d'operazione” usando il plurale perché, ad un'attenta osservazione, la strategia russa andava ben oltre i confini del Mar Nero e del Mar d'Azov. Allo scopo di creare una zona di difesa esterna per garantire una migliore protezione alle forze impegnate contro l'Ucraina, intimidire la Turchia e dissuadere la NATO dall'intervenire direttamente nel conflitto, i russi avevano schierato ai primi di febbraio 2022 due gruppi navali da battaglia centrati rispettivamente attorno all'incrociatore lanciamissili “Marshal Ustinov”, abitualmente in forza presso la Flotta del Nord, e all'incrociatore lanciamissili “Varyag” (foto apertura) di stanza invece presso la Flotta del Pacifico. A completare il cerchio non bisogna dimenticare che, prospiciente all'Ucraina, vi era invece il gruppo da battaglia dell'incrociatore lanciamissili “Moskva”, questo invece abitualmente assegnato alla Flotta del Mar Nero anche in tempo di pace.

Interessante notare che il “Moskva”, il “Marshal Ustinov” e il “Varyag” appartenevano tutte alla medesima classe di navi da guerra di progettazione sovietica denominata “Project 1164 Atlant” ma più nota nel mondo occidentale come “classe Slava”, dal nome originario del “Moskva” al momento di entrare in servizio presso la Marina Sovietica (la parola “slava” in lingua russa significa “gloria”).


Ecco quindi che, alla vigilia dello scoppio della Guerra Russo-Ucraina, la Russia aveva schierati tra il Mar Nero ed il Mediterraneo centrale ed orientale ben tre gruppi da battaglia centrati su altrettanti potenti incrociatori lanciamissili e relativi cacciatorpediniere, fregate, sottomarini diesel e navi d'appoggio a fare da scorta. Il tutto era reso ancora più temibile e stratificato dallo schieramento di sistemi missilistici antinave K-300P Bastion-P (foto) sia nella penisola della Crimea, nel territorio del Kuban e nella penisola di Taman a coprire il Mar Nero ed il Mar d'Azov, sia attorno alla base aerea di Khmeimim, situata sulla costa siriana, a coprire invece il Mar Mediterraneo orientale.

Un ulteriore moltiplicatore di potenza era inoltre dato dalla presenza negli aeroporti della Crimea di non meno della metà dei velivoli assegnati alla Marina Russa, nonché lo schieramento tanto in Crimea quanto a Khmeimim di aliquote di Tupolev Tu-22M e di Mig-31 per incrementare la potenza di fuoco antinave. Si veniva così a creare un'immensa “bolla A2/AD” con valenza difensiva (nei confronti delle forze esterne della NATO), offensiva (nei confronti dell'Ucraina) e di deterrenza (nei confronti della Turchia).

All'interno del Mar Nero, i russi avevano potenziato notevolmente anche la componente anfibia arrivando a schierare ben 13 navi mediante il trasferimento di 6 unità solitamente assegnate alla Flotta del Baltico ed alla Flotta del Nord. Contestualmente venivano schierate nel teatro operativo praticamente la totalità delle forze appartenenti al corpo della Fanteria di Marina (circa 18.000 uomini) e i relativi mezzi pesanti, tra i quali meritano di essere menzionati i carri armati T-80BVM, la variante più aggiornata del glorioso T-80 sovietico. Era chiaro che anche in questo caso i russi stavano raccogliendo le forze per un'azione anfibia in grande stile contro uno o più obiettivi situati lungo la costa dell'Ucraina.

Parimenti, anche la Guardia Costiera dell'FSB aveva notevolmente rafforzato dal punto di vista numerico i ranghi del suo naviglio nella zona per appoggiare le operazioni militari nell'area del Mar d'Azov.

Da segnalare inoltre il fatto che i comandi militari russi avevano anche l'opzione (poi puntualmente esercitata) di far intervenire anche le unità navali assegnate alla Flottiglia del Caspio, che già avevano avuto modo di distinguersi in più occasioni nel corso dell'intervento militare russo in Siria quando hanno sparato diverse salve della versione imbarcata del missile 3M-54 Kalibr contro obiettivi situati nei territori sotto controllo dell'ISIS o dei ribelli anti-Assad.

Infine, il rafforzamento del dispositivo russo riguardava anche elementi per così dire “non convenzionali”. Non molti infatti hanno prestato attenzione al fatto che alla vigilia della guerra, al fine di rafforzare le difese delle basi navali (soprattutto quelle di Sevastopol e di Novorossysk) gli ammiragli di Mosca si fossero premurati di spostare in loco i loro reparti di delfini e di beluga da combattimento abitualmente sotto il controllo del GUGI, il dipartimento per la ricerca e la ricognizione navale.

All'apertura delle ostilità, il 24 febbraio del 2022, le forze facenti capo alla Flotta del Mar Nero, alla Flottiglia del Caspio e alla Guardia Costiera dell'FSB hanno lanciato un attacco concentrico contro obiettivi navali ucraini sfruttando la superiorità sia numerica che di potenza di fuoco. Tali attacchi sono avvenuti sia mediante il lancio di salve di missili da crociera che facendo ricorso al fuoco d'artiglieria navale contro obiettivi situati sulla costa.


Contrariamente a quanto affermato nelle prime ore della guerra, nessuno sbarco è stato rilevato nella zona di Odessa, probabilmente a causa del pericolo niente affatto da sottovalutare costituito dalle mine navali ucraine.

In quell'area pertanto i russi si sono limitati ad erigere un vero e proprio blocco navale, bombardando contestualmente le infrastrutture portuali e prendendo il controllo della cosiddetta “Isola dei Serpenti” (“Zmeiniy ostrov” in lingua russa) la quale è stata presa a cannonate dall'incrociatore “Moskva” e dal pattugliatore “Vasily Bykov” prima che un nucleo di fanti di marina e di operatori delle Spetsnaz navali vi sbarcasse prendendo prigionieri gli uomini della guarnigione appartenenti al corpo delle Guardie di Frontiera dell'Ucraina.

Uno sbarco anfibio avvenne invece il 26 di febbraio nell'area compresa tra Melitopol e Berdyansk in appoggio dell'offensiva delle forze russe facenti parte della 58a armata del generale Zusko partite all'attacco dalla Crimea. A tutt'oggi non è affatto chiara l'entità dell'operazione anfibia russa che ha avuto luogo nel Mar d'Azov dato che alcune fonti la descrivono come un'operazione minore mentre altre parlano addirittura che essa abbia coinvolto la metà delle navi anfibie schierate dai russi in occasione dello scoppio della guerra. Quale che sia stata la reale entità pare comunque che il colpo di mano abbia favorito e non poco lo svolgimento delle operazioni militari russe in quel preciso quadrante, contribuendo a mettere in crisi il dispositivo difensivo ucraino nell'area anche se i russi hanno potuto reclamare pienamente una sorta di “vittoria locale” solamente il 20 di maggio quando la resa dei difensori del complesso siderurgico di Azovstal ha effettivamente portato alla trasformazione del Mar d'Azov in una sorta di “mare nostrum” in salsa russa.

Attenzione però! Non si deve credere che la fine della resistenza convenzionale ucraina nella zona abbia comportato una cessazione delle attività militari delle navi di Mosca nella medesima. Prima che la suddetta area venisse conquistata infatti, gli ucraini avevano avuto modo di disporre importanti campi minati sia sulle spiagge che nelle acque circostanti, con il risultato di obbligare le forze russe, sia terrestri che navali, a distaccare uomini e mezzi necessari per portare a termine le relative operazioni di sminamento. Proprio nel corso di una di queste operazioni i russi hanno perso un mezzo da sbarco, saltato su una mina navale, in prossimità del porto di Berdyansk.

La stessa area è stata poi il teatro di uno dei peggiori disastri per la Flotta del Mar Nero quando, il 24 di marzo, la nave anfibia “BDK-65 Saratov” appartenente alla classe “Project 1171 Tapir” è colata a picco in porto dopo essere stata divorata da un violento incendio (foto seguente).

Avevamo già parlato precedentemente di questo evento in uno dei report passati, ma da allora non sono emersi nuovi elementi tali da aiutarci a far luce su cosa sia veramente capitato alla “Saratov”. La versione “ufficiale” delle autorità ucraine e dei loro fiancheggiatori occidentali, ma anche della stessa Russia, è che la “Saratov” sia stata centrata da un missile 9K79 OTR-21 Tochka della versione Tochka-U (o da frammenti di esso) e che questo abbia comportato un incendio del deposito di munizioni con relative conseguenze catastrofiche.


A mio modesto parare, tale ricostruzione non ha senso, ed anzi le immagini ed i video relativi all'evento che abbondano in rete suggeriscono una trama assai diversa. Intendiamoci, l'attacco ai danni di navi ormeggiate in porto mediante l'utilizzo di missili balistici è tecnicamente possibile ed anzi è stato ampiamente “teorizzato” (soprattutto dagli iraniani) nei contesti di guerra asimmetrica. Inoltre lo stesso Tochka-U, seppur non più considerato un'arma “all'avanguardia” è comunque ancora abbastanza preciso (qui molto dipende dagli assetti operativi) da ottenere un centro su un bersaglio di grandi dimensioni come una nave anfibia appartenente alla classe “Project 1171 Tapir”.

Va inoltre segnalato che gli ucraini hanno effettivamente sottoposto in più occasioni il porto di Berdyansk al tiro dei loro missili Tochka sia prima che dopo il 24 di marzo, ma tutte le loro sortite missilistiche si sono risolte in un nulla di fatto dato che i loro ordigni sono finiti fuori bersaglio oppure sono stati intercettati dai sistemi antiaerei ed antimissili russi S-300 ed S-400.

Dato che tali attacchi sono avvenuti più di una volta, in rete sono ampiamente disponibili i video di tali azioni, ed analizzandoli è possibile individuare con precisione il momento in cui un missile colpisce il centro abitato deflagrando oppure quando a cadere sono “solo” i frammenti (che comunque provocano danni di una certa rilevanza agli edifici!) per effetto della avvenuta intercettazione.

Ebbene, avendo analizzato più e più volte i video dell'azione del 24 marzo, ed avendoli confrontati con gli altri registrati prima e dopo l'evento, posso dire con assoluto grado di sicurezza che quanto avviene attorno e sulla “Saratov” non ha NULLA a che vedere con gli effetti di un attacco missilistico. Nessun fischio, seguito da un boato, a segnalare un attacco missilistico. Nessuna esplosione a segnalare un centro sulla nave. Nessun frammento che cade dal cielo, nemmeno nelle vicinanze del porto o sull'acqua. Tutto ciò che si nota, ad un'attenta analisi delle sequenze, è un incendio che si sviluppa improvvisamente a bordo della nave, diventando via via più violento, fino ad avvolgerla completamente. L'assenza di deflagrazioni catastrofiche e la creazione di una grande colonna di denso fumo nero fanno inoltre ritenere che a bordo fossero stivate grandi quantità di carburante anziché munizionamento come invece affermato dalla versione russa di resoconto dell'evento. Presenti in porto al momento del “falò della Saratov” erano anche due navi anfibie della classe “Project 775 Ropucha”: la “BDK-46 Novocherkassk” e la “BDK-64 Caesar Kunikov” le quali pur venendo a loro volta danneggiate dalle fiamme sono riuscite ad allontanarsi evitando conseguenze peggiori mentre la “Saratov” è infine colata a picco.

Diversi mesi dopo l'accaduto, a luglio, i russi hanno dichiarato di aver fatto riaffiorare la “Saratov” e di aver pianificato di rimorchiarla fino a Kerch, dove si trovano i cantieri navali “Zaliv”. Tuttavia, vista l'entità dei danni causati sia dal violento incendio che dall'acqua di mare nel corso dell'affondamento e della successiva permanenza sui fondali del porto di Berdyansk, è assai probabile che investire tempo e denaro nella ricostruzione di una nave entrata in servizio 56 anni fa risulti completamente antieconomico e, di conseguenza, la decisione finale molto probabilmente penderà in favore del suo smantellamento.

Non è chiaro invece l'attuale status della “Novocherkassk” e della “Caesar Kunikov”. Nonostante siano state entrambe danneggiate dall'incendio che ha distrutto la “Saratov”, esse sono comunque riuscite ad allontanarsi dal porto di Berdyansk e sono state successivamente trasferite in bacino per le riparazioni d'emergenza. Quanto sia avvenuto in seguito non è però chiaro dato che, secondo alcune fonti, le navi sarebbero attualmente ferme per mancanza di parti di ricambio (le “Project 775 Ropucha” furono costruite in Polonia e, prima dello scoppio della guerra Varsavia avrebbe fornito a Mosca parti di ricambio difettose; ma tale notizia potrebbe benissimo essere una clamorosa ed elaborata “fake news”) mentre secondo i vertici della Marina Russa, una volta ultimate le riparazioni esse sarebbero tornate nuovamente in linea.

Quale che sia la verità, anche nella peggiore delle ipotesi, visto lo stato di mobilitazione delle industrie facenti capo al comparto della Difesa della Federazione Russa, è in ogni caso improbabile che la “Novocherkassk” e la “Caesar Kunikov” rimarranno fuori dai giochi per molto tempo e ritengo che, presto o tardi, le rivedremo in azione.


Oltre al Mar d'Azov, l'altra area che ha costituito il palcoscenico principale delle operazioni navali della corrente guerra è quella della porzione di Mar Nero compreso tra Sevastopol, Odessa e l'Isola dei Serpenti. Qui la Flotta del Mar Nero ha portato avanti sin dall'inizio del conflitto una strategia volta a causare il blocco completo del commercio ucraino per via navale. Nonostante le perdite ed i rovesci subiti da Mosca anche in quest'area, la strategia ha avuto pieno successo. Il focus delle operazioni militari in questa zona è stata la già citata Isola dei Serpenti. Nonostante ciò che si sarebbe tentati a credere, vista la sua posizione strategica, la ragione dell'occupazione dell'Isola dei Serpenti da parte della Russia nel corso delle primissime battute d'apertura della Guerra Russo-Ucraina, non ha nulla a che vedere con la strategia del blocco navale che Mosca ha successivamente attuato ma era indirizzata più che altro ad esercitare pressioni sulla Romania, paese che in passato ha rivendicato il possesso proprio di questo lembo di terra, e più in generale nei confronti della NATO.

Il fallimento della iniziale blitzkrieg ("guerra lampo", ndr) nei confronti di Kiev ha obbligato le alte sfere del Cremlino a rivedere l'impostazione tattico-strategica generale del conflitto e, in tale situazione, all'isola è stato assegnato un nuovo ruolo in quanto postazione avanzata in grado di monitorare l'attività aerea della NATO lungo i confini tra Ucraina e Romania ed il passaggio di armamenti di origine occidentale, e non solo, attraverso lo strategico ponte di Zatoka (successivamente demolito a suon di missili Kalibr). Consci del pericolo costituito dalla presenza dei sistemi da guerra elettronica russi sull'Isola dei Serpenti, gli ucraini hanno intrapreso, nel corso dei quattro mesi seguenti, diversi tentativi per riconquistarla organizzando delle vere e proprie azioni combinate che hanno coinvolto il meglio degli armamenti a loro disposizione e che hanno ricevuto anche un'ampia copertura mediatica. Nel corso di una di queste azioni, avvenuta nella notte tra il 13 ed il 14 aprile, l'incrociatore lanciamissili “Moskva”, ammiraglia della Flotta del Mar Nero, è stato colpito da un numero imprecisato di missili antinave di progettazione ucraina R-360 Neptune (si parla di 2-3 missili che hanno raggiunto il bersaglio ed almeno altrettanti che sono stati abbattuti o sono caduti per guasti) che lo hanno danneggiato a tal punto da farlo colare a picco, dopo che la nave era stata abbandonata dall'equipaggio.

Nonostante siano passati 6 mesi dagli eventi riguardanti l'affondamento del Moskva, esistono ancora numerosi punti nebulosi nella narrazione ufficiale di entrambe le parti che sicuramente continueranno ad impegnare gli analisti e gli storici in accese discussioni. Ciò che appare evidente vagliando tutte le informazioni in nostro possesso è che il “Moskva” sia stata oggetto di un attacco multiplo da parte di velivoli a pilotaggio remoto che ne hanno distratto le difese antiaeree, favorendo il contemporaneo attacco a mezzo dei Neptune che hanno così potuto centrare il bersaglio. Non è chiaro quante perdite abbiano sofferto gli uomini d'equipaggio. Nominalmente il “Moskva” avrebbe dovuto avere un equipaggio “regolamentare” composto da 66 ufficiali e 419 marinai, tuttavia i comunicati ufficiali post-disastro parlano di 424 uomini imbarcati allo scoppio della guerra e di essi 1 sarebbe perito e 27 dispersi (quasi sicuramente da considerare oramai altrettanti morti). La versione russa inerente all'ammontare delle perdite è stata da subito criticata duramente dagli ucraini così come dai loro fiancheggiatori occidentali, tuttavia essa potrebbe essere grossomodo attinente alla realtà. Il 16 di aprile infatti il Ministero della Difesa della Federazione Russa ha rilasciato un video (che diversi analisti qualificati, come per esempio H I Sutton hanno certificato come genuino) avente come soggetto la “parata dei sopravvissuti” nella quale sono visibili 240 uomini dell'equipaggio guidati dal capitano di 1a classe Anton Kuprin, precedentemente dato per morto. Contestualmente sono filtrate voci (tutte da verificare) che nell'ospedale della base di Sevastopol fossero ricoverati tra i 150 ed i 200 uomini dell'equipaggio tra feriti e semplici contusi o sotto shock.

La perdita del “Moskva” non è stata l'unico smacco che i russi hanno subito nelle acque prospicienti l'Isola dei Serpenti. Nel corso di maggio e giugno gli ucraini hanno più volte attaccato il caposaldo russo mettendo in seria difficoltà il dispositivo degli avversari che, nonostante venisse di volta in volta rinforzato, non sì è dimostrato in grado di sostenere la pressione a 360 gradi proveniente dalle armi combinate dei nemici. Di particolare efficacia si sono dimostrati gli UAV armati turchi Baykar Bayraktar TB2 ed i missili antinave AGM-84 Harpoon. I primi sono stati utilizzati con successo per attaccare, a mezzo di munizionamento di precisione, il naviglio leggero russo impegnato nel rifornimento della guarnigione asserragliata nell'isola, mentre ai secondi va attribuito l'affondamento del rimorchiatore di salvataggio “Spasatel Vasily Bekh SB-739” della classe “Project 22870” mentre era impegnato in una missione di trasferimento di un sistema contraereo Tor alla volta dell'isola. Questi ed altri eventi hanno infine convinto i russi ad abbandonare l'Isola dei Serpenti distruggendo tutto il materiale non trasportabile ed evacuando le truppe il 30 di giugno.


Sebbene la ritirata dei militari di Mosca sia stata celebrata come una grande vittoria da parte ucraina, a differenza di quello che si potrebbe essere tentati di credere, essa non ha segnato l'inizio del cambiamento delle sorti della guerra sul mare come diversi commentatori hanno paventato. È vero infatti che, dall'inizio delle ostilità sino ad oggi, la Flotta del Mar Nero ha subito diverse dolorose perdite che assommano in tutto a 8 unità navali di tutte le dimensioni distrutte o affondate e 4 danneggiate, tuttavia tale smacco non ha fatto perdere ai russi il dominio sulle acque prospicienti l'area del conflitto. I missili antinave ucraini R-360 Neptune di progettazione nazionale e gli AGM-84 Harpoon forniti in tutta fretta da Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi e Danimarca, nonché gli RBS-17 (variante navale dei missili AGM-114 Hellfire) forniti da Svezia e Norvegia, uniti alle mine navali possono nel breve e medio periodo proteggere la sponda sud occidentale dell'Ucraina da uno sbarco anfibio avente come obiettivo Odessa e possono prevenire il ritorno dei russi sull'Isola dei Serpenti, ma non possono cambiare il fatto che la Marina e la Guardia Costiera dell'Ucraina hanno subito pesanti perdite (circa 30 unità navali confermate come distrutte, autoaffondate o catturate) e che non sono assolutamente in grado di riaprire con la forza le rotte navali dalle quali dipende in gran parte l'Ucraina per il suo commercio estero. È stato infatti solo alla conclusione di estenuanti trattative diplomatiche svoltesi grazie alla mediazione della Turchia che l'Ucraina è riuscita ed esportare una limitata quantità di cereali a partire dai suoi porti “sotto assedio”. Inoltre, né la trattativa diplomatica né le vittorie tattiche riportate attorno all'Isola dei Serpenti sono riuscire a fermare il lancio continuo di salve di missili Kalibr da parte sia dei sottomarini che delle navi di superficie della Flotta del Mar Nero che tanto stanno contribuendo allo sforzo militare russo e all'accentuazione del volume di fuoco al quale sono sottoposte le infrastrutture sia civili che militari dell'Ucraina dall'inizio della guerra fino ad ora.

Alla luce di quanto detto possiamo dunque concludere che, per il momento, le grida di giubilo di quanti affermano che la sconfitta russa nel Mar Nero e nel Mar d'Azov sia dietro l'angolo siano assolutamente premature.

Foto: MoD Federazione russa / YouTube / Planet Labs

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