L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 ottobre 2022

Paolo Raffone - 4 fine - Stati Uniti sull'orlo di una crisi di nervi. Conclamata formalmente nell'elezione presidenziali del 2016 scaturisce dalla crisi del 2007/8 che è stata cercata di rallentare con l'11 settembre del 2001, quando due aerei fanno crollare tre torri. E la guerra igiene del mondo mette a nudo le scelte fondanti dello stato statunitense

SCENARI/ Dopo l’anomalia-Trump, la restaurazione Biden e la sfida del “Reset”
Pubblicazione: 06.10.2022 - Paolo Raffone
Nel 2016 con l’elezione di Trump gli elettori Usa si sono ribellati al decoupling Stato/mercato. Ma non sarà facile rimodellarlo (4)

Il presidente Usa, Donald Trump (LaPresse)

Il discorso ritorna pienamente agli Stati Uniti d’America, in quanto archetipo del sistema mondo. Si identificano causalità ed effetti della transizione americana verso uno Stato post-moderno e iper-capitalistico caratterizzato dalla “ricchezza senza nazione” perché prodotta dal non-luogo del connubio costituente tecnologico-finanziario globale.

Dal 2016 negli Stati Uniti d’America sono esplose pubblicamente le laceranti contraddizioni del modello di democrazia oligarchica. Ciò è avvenuto perché erano nel pieno della crisi della relazione teleologica.

Del “leader del mondo libero” restava attivo, però, l’apparato dello “Stato profondo”, che da un lato difendeva convintamente l’egemonia come costituente della sovranità, cioè la guerra che ha creato quel surplus per la governance imperiale americana, e dall’altro intempestivamente si agitava sulla faglia aperta dal biopotere e dalla biopolitica nel superamento imperiale dello Stato-nazione.

Non rinunciando all’egemonia mondiale, l’America oscillava pericolosamente tra la disobbedienza per riappropriarsi della sovranità ceduta all’Impero e l’obbedienza irrazionale per il denaro tecno-finanziario. Ma c’è stato un fatto nuovo. È girato il vento?

Per la prima volta nella storia americana, gli elettori americani si sono ribellati al consociativismo politico il cui unico messaggio da decenni era il neoliberale “meno welfare, più finanza e più guerra”. Le politiche progressive di Roosevelt e Johnson erano ormai perse nella memoria. Già durante le primary elections per l’elezione presidenziale del 2016 si potevano vedere chiari segnali di reazione anti-consociativa nella base democratica e repubblicana. Il sostegno per i candidati outsider non era mai stato così pronunciato e preannunciava un voto radicale contro l’establishment.

Su questo tessuto umano, il biopotere – le Big Tech – ha avuto facile penetrazione, offrendosi venalmente in modo assolutamente bipartisan. È stata la profilazione dei dati personali che ha permesso di costruire pacchetti marketing individuali – di prodotti e suggestioni – che hanno dato senso biopolitico al voto Republican, ma anche degli outsiders Democrats. Questa moltitudine ha integrato il messaggio del capitalismo neoliberale che si occupava, finalmente, anche di loro, offrendo finanche la possibilità di avere nuovamente speranza, nonostante Wall Street.

Gli americani, Democrats e Republican, nel 2016 volevano una politica che si occupasse di loro e delle loro vite in modo più radicale (America First) e dichiaratamente illiberale – nel senso populistico dell’anti-élite e antisistema – nella quale non c’era spazio per trasformazioni green o per inclusioni transgender o per l’antirazzismo. Avendo i Democrats “preferito” Hillary Clinton a Bernie Sanders, è prevalso Donald Trump alla presidenza.

Tuttavia, l’elezione di Trump non venne come una buona notizia per le Big Tech che temevano le sue intenzioni: avviare un’azione dell’Antitrust nei confronti di Amazon, Google, Apple e Facebook; boicottare Apple per costringerla a fornire i codici necessari all’Fbi per contrastare le azioni terroristiche; ridurre drasticamente l’immigrazione; abbandonare i trattati multi-bilaterali sul commercio; costringere al rimpatrio della produzione industriale dalla Cina all’America. Timori divenuti incubi con l’esplosione dello scandalo Russiagate, con le inchieste giudiziarie sul ruolo di Cambridge Analytica e Facebook, con il braccio di ferro commerciale tra Trump e la Cina, nonché con le divergenze commerciali e le sanzioni nelle relazioni con l’Unione Europea.

Nonostante la presidenza Trump avesse realizzato alcune delle promesse elettorali, soprattutto con l’unilateralismo in geopolitica, fu la sua politica fiscale che, avendo incrementato il divario sociale, con l’esplosione della pandemia Covid-19 rischiava di esacerbare il malcontento popolare in una vera e propria sommossa violenta dai risultati imprevedibili. Questa situazione ha generato l’allarme tra le élite e nell’establishment (deep state), già preoccupati della rottura del rapporto teleologico mercato/democrazia esploso nell’epoca di Obama.

Il pericolo di insurrezione, e i suoi possibili legami con il terrorismo, hanno obbligato Trump ad adottare una serie di imponenti misure di stimolo economico, approvate in modo bipartisan, che segnalano un’inversione di tendenza rispetto all’era della deregulation che fu inaugurata da Reagan. Ciò che è interessante notare è che – dai tempi della Guerra civile – non si vedeva un così significativo ritorno al settlement tra oligarchie per la tutela della repubblica americana. La novità, questa volta, è che la spinta iniziale è venuta dal basso – dal General Intellect della moltitudine di cittadini americani – e non dalle élite, che si sono dovute adattare.

Nonostante un’imponente e delegittimante manipolazione mediatica durante il ciclo elettorale 2020, i segnali provenienti dagli Stati Uniti alla fine del 2020 sono di voler ritrovare quel compromesso “pacificatore” interno e di tentare di uscire rapidamente dal decoupling Stato/mercato che ha caratterizzato l’America e l’Occidente da oltre quarant’anni. Ciò spiega la causalità che ha eletto il democratico Joe Biden con un massiccio voto nazionale.

Guardando all’attualità con gli occhi di Hayek, la crisi Covid-19 ha esasperato il contrasto tra unificazione economico-tecnologica e frammentazione politica: basti pensare che “il livello di cooperazione internazionale non è mai stato così basso come in quest’ultima crisi”. Un risultato esattamente opposto a quanto i neoliberali mitteleuropei si erano impegnati a costruire tra gli anni 20 e 60 del secolo scorso.

Il voto degli americani nel 2020 ha maggioritariamente rifiutato le scelte che hanno portato alla trasformazione corporativa della repubblica americana. Nel campo Democrats c’era la chiara coscienza che ignorare questo risultato popolare avrebbe messo in serio pericolo la coesione stessa degli Stati Uniti d’America: “Le forze e le pressioni che ci stavano spingendo in crisi sul contratto sociale sono ora esacerbate … Il mondo sta andando a pezzi, pericolosamente, in termini di istituzioni e leadership globali”.

Non sarà un facile percorso rimodellare l’intreccio tra politica, economia e identità americana, in America e nel mondo.

La metamorfosi – da America First, America Great Again, a Build Back Better (BBB) – se si tradurrà nel “grande ripristino” (Great Reset) pensato dai magnati delle corporations riuniti a Davos, resterà uno slogan che non inciderà sostanzialmente sugli errori causati dal neoliberalismo degli ultimi quarant’anni. Un fiasco politico che produrrà altri danni e guai forse peggiori di quelli in corso.

Molto dipenderà dagli Stati Uniti che dovranno essere risoluti e credibili nel non perseguire la riedizione della strategia fallimentare che vuole tenere “la Russia fuori, l’America dentro, e la Germania sotto”. La sostenibilità degli Stati Uniti non potrà essere condizionata alla riedizione dell’approccio che vuole che si mantenga “la Cina sotto scacco, l’India vicina, e l’America forte nelle turbolenze dei prossimi anni”.

Alleati, concorrenti, e persino i nemici, potrebbero avere un legittimo interesse a offrire il necessario “aiuto” agli Stati Uniti a non cedere alle scorciatoie – storicamente più volte adottate – di usare la guerra come surplus per la governance imperiale americana.

(4 – fine)

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