L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 marzo 2022

Ucraina demilitarizzata, denazificata e riaffermazione del principio di indissolubilità della sicurezza, obiettivi chiari e necessari per la sopravvivenza della Russia



Naftali Bennett, primo ministro di Israele, ha consigliato a Zelensky di arrendersi, inutilmente.

Bennett è nei fatti, l’unico vero “mediatore” della tenzone tra Kiev e Mosca. Sette giorni fa è stato tre ore a colloquio con Putin poi è volato da Scholz e Macron in collegamento. Israele non ha elevato sanzioni significative, non ha inviato armi, ha negato a Zelensky la possibilità di parlare in video al parlamento israeliano.

Zelensky non l’ha presa bene. Il giorno dopo il ministro degli esteri Kuleba ha accusato la compagnia di bandiera El Al di “guadagnare soldi che grondavano sangue ucraino” continuando ad accettare pagamenti russi che evadevano i blocchi dei circuiti banco-finanziari. Il giorno dopo ha dovuto scusarsi pubblicamente, ritirando le accuse.

I rapporti ed interessi tra Zelensky ed Israele, da tre anni -cioè da quando Zelensky è diventato presidente- sono molto profondi. Ma funzionari ucraini hanno detto che “Bennett non sta mediando tanto quanto sta funzionando come una casella di posta e solo passando messaggi tra le due parti.”. In effetti hanno pienamente ragione, non c’è alcuna “trattativa” ci sono solo “condizioni”, non di resa totale, di tre concessioni specifiche.

Mentre qui vedo molti discutere di Nuova URSS ed impero zarista, Novorussia e Terza guerra mondiale, Hitler 2.0 e Resistenza per la Libertà, democrazia ed autoritarismo filosofia della guerra e della pace, in un delirante esercizio di esibizionismo culturale, tutti in cerca del loro warholiano “quarto d’ora di celebrità” nel “momento geopolitico”, il tutto mentre il sangue scorre, nessuno pare interessato a rimanere ai fatti. I fatti sono semplici, c’è un “offerta” fatta dai russi e c’è il rifiuto di anche solo esaminarla da parte di Zelensky e di tutto l’Occidente. “Irricevibile” ha detto Macron. Se ne potrebbe qui discutere, valutare, vederne insidie ed opportunità, ma questo dibattito non s’ha da fare. Non deve neanche iniziare.

Segnalo che i primi giorni dall’inizi del conflitto, i russi hanno detto che se non saranno accettate queste prime condizioni, ne seguiranno altre più care. Per i media occidentali l’offerta “non esiste” sebbene sia nelle mani ucraine da almeno dieci giorni, sia stata annunciata pubblicamente da giorni, sia anche stata commentata con caute aperture da Zelensky salvo dieci minuti dopo richiedere per l’ennesima volta quella no-fly-zone che porterebbe automaticamente all’olocausto nucleare di mezzo mondo, il nostro. Neanche viene contro-discussa, non se ne deve propri parlare, sia mai si crepassero le unanimi convinzioni.

Ma di cosa si tratta? L’offerta consta di tre punti.

1. Che l’Ucraina riconosca l’indipendenza delle due Repubbliche autonome, quella di Donetsk e quella di Lugansk tali riconosciute dai russi il giorno prima dell’inizio dell’invasione. Queste non sono tutto il Donbass, solo una parte. Queste sono nei fatti in guerra con Kiev da otto anni, guerra con migliaia di morti. Sono abitate per lo più da russofoni, mai accetteranno di esser ucrainizzate, anche piombasse lì l’angelo della storia e congelasse i carrarmati russi, lì la guerra continuerebbe. Non si capisce Zelensky e l’Occidente come altrimenti intenderebbero risolvere questo problema che va avanti da otto, lunghi, anni.

2. Prender definitivamente atto che la Crimea è parte della Federazione russa, quale è da otto anni. Solo se l’Occidente dichiarasse guerra a Mosca e la vincesse, ciò che rimarrebbe della Russia firmerebbe il rilascio della Crimea, non c’è alcuna altra realistica possibilità. Non si capisce come Zelensky e l’Occidente intenderebbero altrimenti risolvere questo problema che tale è da otto anni e che in otto anni, oltre a sanzioni specifiche già elevate e subite, non ha mai portato il mondo sull’orlo della Terza guerra mondiale.

3. Inserire in Costituzione la dichiarazione di neutralità e la promessa di non iscriversi in futuro ad alcun blocco militare. Non si capisce per quale motivo Zelensky e l’Occidente vogliano lasciarsi le mani libere su questo punto se non in vista di una entrata dell’Ucraina della NATO che è IL MOTIVO di questo conflitto. La possibilità cioè che l’alleanza comandata (non diretta, comandata) dagli Stati Uniti d’America, il nemico strategico unico della Russia unica altra potenza nucleare di prima grandezza, possa arrivare al confine russo come già fatto nel Baltico ed in Polonia, quando non risulta i russi abbiamo mai tentato o pensato di proporre una alleanza militare a Cuba o al Messico puntando i loro missili su Washington.

La somma di tutte le disgrazie dirette ed indirette che patiscono e patiranno ucraini in primis, e noi stessi in seconda linea, è il prezzo che paghiamo e pagheremo per non accettare questi tre punti.

Sono giusti? Questa forma di realtà non è sottoposta al giudizio di giustizia. Questa forma di realtà che non è una fiction, è sottoposta solo al principio di forza. O la Russia piega l’Ucraina ad accettarli o l’Ucraina invade la Russia e la obbliga a rinunciarvi, non c’è altra via. O forse c’è. Sperare che ci sia una rivoluzione o un colpo di stato in Russia. Ma non una rivoluzione o colpo di stato che uccida Putin, ma che elimini l’intero strato di potere in capo ai russi mettendoci al posto un Quisling occidentale che liquidasse la potenza dell’avversario. Le conseguenze di tale evenienza la cui probabilità richiederebbe un lungo discorso e comunque nessuna certezza, andrebbero valutate in sede specifica, non è infatti detto che ciò che si enuncia facilmente a parole possa corrispondere a fatti semplici. E non è detto che anche si realizzasse questa speranza, non ci si troverebbe davanti altri ben più complessi problemi.

Bennett non ha detto “è giusto che tu ti arrenda”, ha detto -non c’è altro modo e quindi ti conviene tanto alla fine il risultato sarà quello comunque-. Non ci sarà alcun Vietnam, alcun Afghanistan in cui si può sperare, i russi quando avranno sgretolato l’Ucraina si ritireranno e ci lasceranno un paese sventrato da ricostruire. Non appena qualcuno pensasse di piazzarci sopra un contingente o una batteria missilistica, lo invaderebbero di nuovo e poi di nuovo e di nuovo, arriveranno a nuclearizzarlo quando non ci saranno che macerie, fino a che si capirà che lì non si debbono mettere armi puntate su Mosca.

L’offerta riguarda l’Ucraina non l’Occidente. L’Occidente potrà continuare ad elevare una sanzione a settimana fino alla fine dei tempi, potrà continuare ad ostracizzare la Russia in tutte le sedi del consesso internazionale, potrà portare a giudizio in contumacia i russi per crimini di guerra. Il “conflitto” tra USA con l’Europa a traino e la Russia rimarrebbe visto che continua da anni sebbene ai più sia ignoto, finirebbe solo la guerra.

Così, Stati Uniti, Europa, Zelensky, irremovibili, preferiscono continuare la guerra. Andremo in economia di guerra, poi passeremo a leggi sempre più restrittive, mancheranno merci essenziali, energia, lavoro, sicurezze già precarie, normalità, palpiteremo per la paura di venire nuclearizzati, avremo milioni e milioni di povera gente da proteggere, donne, bambini, anziani, gatti e cagnolini mentre altri finiranno nelle fosse comuni. L’Ucraina verrà materialmente distrutta più di quanto già non lo sia. E mi fermo qui nonostante constati che dopo ottanta anni, si comincia con molta, troppa nonchalance a nominare cose che non andrebbero neanche nominate. Quella è una scala che, varcato il primo gradino, sai già in quale buco nero della Storia ti porta.

Ma questa offerta è irricevibile. Voi, fatevi bene i conti di quanto costerà non accettarla e siate sicuri di poterne pagare i costi perché li pagherete, caro, tutti.


Il VOSTRO Mario Draghi è un criminale. Ha una un’agenda parallela da far rispettare all'esecutivo, come plasticamente mostrato dal blitz sulla riforma del catasto 1) far pappare i risparmi degli italiani agli oligarchi della finanza internazionale, 2) distruggere il tessuto industriale, 3) regalare le spiagge le coste alle grandi aziende straniere 4) rendere insostenibile avere la casa di proprietà, 5) attirare le ire della Russia facendo diventare il paese un bersaglio perfetto in maniera che la strada dell'impoverimento sia l'unica che ci rimanga, 6) mente sapendo di mentire dicendo che l'Italia non è in recensione in maniera che questa avanzi e faccia più danni possibili senza che questo governo criminale muova paia per limitare i danni o cercare una scintilla di idea per uscire fuori dal pantano. Deliberatamente e coscientemente vuole la distruzione dell'Italia è un beccamorto da quando vendetta la sua anima all'oligarchia finanziaria tradendo il suo maestro Caffè, vuole che tutti l'accompagnano nel fuoco eterno dell'Inferno

Evocare Trichet equivale a non capire che questa sia una «cura» ad hoc per l’Italia

12 Marzo 2022 - 13:00

Nel 2011 il policy error della Bce si sostanziò in un rialzo dei tassi che colpì tutti. Oggi si tocca solo lo scudo anti-spread, ammettendo implicitamente come il problema non siano i prezzi. Ma Roma


La nostra economia non è in recessione. Continua a crescere ma c’è stato un rallentamento, così come per l’economia europea. Così parlò Mario Draghi a latere del vertice europeo di Versailles. La strategia del presidente del Consiglio, d'altronde, appare tanto chiaro quanto apparentemente sconfitta in partenza: ottenere il duplice effetto boost dalla sospensione sine die del Patto di stabilità e da un secondo Recovery fund, questa volta finalizzato al supporto delle economie colpite dal conflitto in Ucraina.

Di fatto, wishful thinking. Quantomeno in base alle posizioni ufficiali dei Paesi cosiddetti rigoristi, Olanda in testa. Il premier Rutte, infatti, è stato chiarissimo: Il Recovery è stato uno e straordinario, un’operazione non ripetibile. Insomma, nessuna mega-emissione comune di Euro-bond per finanziare gli Stati. E, di fatto, i loro deficit. Un copione che riporta le lancette dell’orologio comunitario indietro a prima della pandemia e alla contrapposizione tra falchi e colombe, con i primi all'epoca formalmente capitanti dall’ex numero uno della Bundesbank, Jens Weidmann. Una cosa stupisce, quantomeno il sottoscritto: il silenzio tombale della politica Ue sulle decisioni della Bce. In particolare, da parte di quei Paesi che patiranno nell'immediato il colpo più duro.

Tradotto, perché Mario Draghi non si è scagliato contro Christine Lagarde per la sua clamorosa sconfessione di quanto annunciato solo a dicembre e che, formalmente, la crisi innescata dalla crisi ucraina avrebbe dovuto cementare? Queste due immagini

Stralcio del comunicato del board Bce del 10 marzo Fonte: Bce
Stralcio del comunicato del board Bce del 16 dicembre 2021 Fonte: Bce

parlano chiaro: sono stralci dei comunicati Bce dopo i board di dicembre 2021 e della settimana appena conclusa e appare chiara l’accelerazione nel cosiddetto tapering degli acquisti. Di fatto, il Pepp scadrà il 31 marzo e in quella data passerà la sua dote di facility sul mercato obbligazionario secondario alla sigla-ombrello del Qe europeo, l’App. Ma i controvalori saranno molto più bassi a livello mensile. E, soprattutto, gli acquisti termineranno il 30 giugno: un trimestre di scudo anti-spread in meno di quanto annunciato solo tre mesi fa. E prezzato dal nostro Tesoro.

Ovvia la giustificazione: con un’inflazione al 5,1% per l’anno in corso, la Bce non ha più potuto trincerarsi dietro la narrativa della transitorietà e ha dovuto agire. Anche perché questo grafico
Proiezioni del trend inflazionistico dell’eurozona fino al quarto trimestre 2024 Fonte: Pictet/Bce

mostra come, per la prima volta da quando la Bce pubblica le proiezioni trimestrali sull'inflazione, l’end point dell’arco temporale preso di esame (quarto trimestre 2024) sia fissato al 2% e non al di sotto. Insomma, un nuovo regime. E la spiegazione ex post della fretta di Christine Lagarde di varare la review sulla stabilità dei prezzi lo scorso luglio, dando vita al concetto di 2% simmetrico. Insomma, nel pieno di una crisi di fatto già da stagflazione, la Bce avrebbe scelto la via del rigore. Come invocato nei mesi scorsi proprio dagli stessi Paesi rigoristi che hanno visto i loro governanti schierarsi a Versailles contro il nuovo Recovery.

Balle. Operare un taper sugli acquisti senza alzare i tassi, quantomeno nel brevissimo termine, a un’inflazione al 5% e oltre fa letteralmente il solletico. E lo sanno tutti. Mario Draghi in testa. Il quale, però, si è astenuto da attacchi contro il suo ex istituto. Arrivando a negare la recessione in Italia. E qui arriva il punto, il nodo che incontra giocoforza il pettine: non siamo di fronte a un policy error come quello compiuto da Jean-Claude Trichet nel 2011 con i suoi due rialzi dei tassi in chiave anti-inflazione nel pieno della crisi greca, bensì a una cura ad hoc per il nostro Paese. E un paradossale ma chiarissimo rafforzamento del governo Draghi rispetto a eventuali tentazioni di spallata da parte di qualche forza di maggioranza che non intenda divenire corresponsabile di un DEF anticipato che sarà obbligatoriamente da lacrime e sangue.

Con la sua scelta, Trichet impose un costo a tutta l’eurozona. Ovviamente, il contesto era differente: il Qe europeo nella forma dell’App nascerà solo l’anno dopo con la presidenza Draghi e il Whatever it takes ma, quantomeno, alla base del policy error c’era una scelta monetaria mal calcolata ma coerente con lo scenario ipotetico che si temeva come sottostante. Qui la scelta è solo politica: minare il governo Draghi in modo tale da rendere potenzialmente letale il suo abbandono anticipato ai partiti. La reazione del nostro spread al comunicato Bce di giovedì è stata in tal senso addirittura lampante: da 157 a 172 punti base in un secondo. Salvo poi ritracciare, potendo godere fino al 31 marzo del paradossale scudo garantito della stessa Bce che ha fatto impennare il differenziale. Ma ora c’è una scadenza e una volontà politica, scritta nero su bianco: l’Italia torna ad avere un premio di rischio prezzato. E prezzabile.

La Bce non ha solo indebolito e ristretto lo scudo al nostro debito, ha ripristinato il minimo sindacale di fair value ai Btp che fino allo scorso anno venivano assorbiti al 120% delle emissioni dal Pepp. Ora il Re Italia è nudo. E a gridarlo è stata la stessa Bce che finora ne aveva coperto le vergogne con il suo telo di acquisti. Perché un uomo con enormi competenze in materia come Mario Draghi non ha fatto notare questa clamorosa forzatura, questo policy error che potremmo definire ad personam? Perché Mario Draghi ha un’agenda parallela da far rispettare all’esecutivo, come plasticamente mostrato dal blitz sulla riforma del catasto. E uno spread in potenziale modalità - questo sì - da 2011 reloaded non può che facilitare il suo compito, ponendo sotto ricatto tutti i partiti. Lega in testa, ormai in piena confusione.

Colpendo l’Italia, la Bce ha lastricato la strada a un Draghi in versione totem inamovibile da Palazzo Chigi. Forse, persino oltre il limite temporale della legislatura. E questa pagina

Edizione di ItaliaOggi del 10 marzo 2022 Fonte: ItaliaOggi

tratta dall’edizione di giovedì di ItaliaOggi parla molto chiaro al riguardo: 500.000 imprese italiane sono a rischio fallimento immediato, poiché incapaci di onorare le scadenze della rottamazione. E costrette a fare i conti con un Fisco che non intende offrire deroghe ulteriori. E con un’Europa che, quantomeno rispetto a ciò che è emerso dal board Bce e dal vertice di Versailles, non intende imbracciare di nuovo il badile del sostegno al deficit.

Anzi, comincia a mettere nuovamente i conti pubblici dei membri sotto osservazione. Affermando che l’economia italiana non è in recessione ma solo in fase di rallentamento, il presidente del Consiglio mente sapendo di mentire. Lo conferma quel numero da Spoon River, da tsunami dell’economia reale che già si palese all’orizzonte: in anticipo rispetto al contraccolpo devastante del conflitto ucraino e delle sanzioni, il quale comincerà davvero a far male con il terzo trimestre. Quando termineranno gli acquisti Bce e lo spread rischia di andare in overdrive.

Insomma, la Bce ha preparato la tempesta perfetta. E Mario Draghi, esattamente come Mario Monti nel 2011, sarà l’unico ad accettare il compito di nocchiero del Paese. Con una sponda al Quirinale di sette anni, appena rinnovata. La cura ad hoc per l’Italia è stata prescritta. Razionamenti energetici, green pass prorogato di tre anni e stato di emergenza bellico (unico in Europa) paiono solo elementi strutturali e preparatori ad alto: patrimoniale e controllo sul capitale. Il redde rationem, questa volta, pare davvero arrivato.

Le sanzioni sono atti di guerra. Le contromisure russe sono concrete e reali e si muovono su diversi piani, mentre Euroimbecilandia esce fuori dall'ennesima foto di gruppo che raccoglie dei criminali che continuano a gettare benzina sul fuoco ucraino

Dal blitz viennese al triangolo con Emirati e Cina, la silenziosa controffensiva russa

11 Marzo 2022 - 20:30

Mosca utilizza il nodo delle sanzioni per far saltare l’accordo sul nucleare iraniano. E se Teheran può allargare il fronte, Abu Dhabi diviene hub per liquidare Bitcoin e Pechino sbocco del greggio


Mentre l’Europa sparava a salve nella splendida cornice di Versailles, Washington decideva di alzare il tiro nella disputa economica con la Russia. Dopo aver paventato la revoca dei privilegi commerciali per Mosca, il presidente Usa rendeva nota l’imposizione di dazi su vodka, caviale e diamanti. Negli Hamptons non devono averla presa bene.

Nel frattempo, però, Mosca dava vita a un giornata di silenziosa controffensiva diplomatica, destinata a lasciare il segno. Ad aprire le danze ci ha pensato il vice-rappresentante del Cremlino all’Onu, Dmitry Polyanskiy, il quale ha colto la palla al balzo della richiesta dell’Oms all’Ucraina di mettere in sicurezza gli agenti patogeni stoccati nei suoi laboratori per chiedere la convocazione di un Consiglio di sicurezza urgente sul tema delle attività di ricerca biologica con scopo militare degli Usa in territorio ucraino. Lettera morta all'atto pratico ma richiesta destinata a rimanere formalizzata.

Chi invece è andato ben al di là della mossa simbolica è stato il capo negoziatore russo al tavolo di Vienna per l’accordo sul nucleare iraniano, Mikhail Ulyanov, il quale nel colpevole disinteresse generale - dato dal clima di distensione degli ultimi giorni - ha fatto saltare il banco, presentando la richiesta di inserire nel documento finale la garanzia scritta che le sanzioni Usa contro la Russia non divenissero impedimento per commercio, investimenti, cooperazione economica e militare fra Mosca e Teheran. Detto fatto, il coordinatore dei negoziati, Enrique Mora, oggi non ha che potuto prendere atto dell’impasse generata dalla mossa russa e decidere per una pausa, Insomma, tutti a casa. Proprio a poche ore dalla firma che tutti davano per scontata.

E la questione, strumentale al fine di aprire un varco procedurale e burocratico nel muro sanzionatorio occidentale, rischia invece di diventare strategica. Perché se lo stallo dovesse prefigurarsi come più lungo del previsto, l’Iran potrebbe essere tentato dal proseguire la sua operazione di arricchimento dell’uranio, già oggi non particolarmente distante dal risultato necessario all’ottenimento di un’arma atomica. In quel caso, Stati Uniti e Israele sarebbero costretti a rimettere in cima all’agenda un capitolo di crisi che pensavano risolto. Il tutto nel pieno del conflitto in Ucraina e con il forte rischio che un inasprimento delle sanzioni verso Teheran venga letto come atto ulteriormente aggressivo dalla Cina, Paese con fortissimi legami commerciali e militari con gli Ayatollah.

Ma non basta. Nel pomeriggio, infatti, quando Bitcoin era appena risalito sopra quota 40.000 dollari nelle prime contrattazioni statunitensi,{{}} una notizia battuta dalla Reuters faceva precipitare le quotazioni di tutte le criptovalute: la Russia starebbe utilizzato gli Emirati Arabi Uniti come hub per la liquidazione di Bitcoin, di fatto un altro by-pass rispetto al regime di congelamento dei capitali legato a sanzioni ed estromissioni da SWIFT. E stando alle indiscrezioni giunte da Abu Dhani all’agenzia di stampa, si tratterebbe di un flusso alluvionale di miliardi che dalla Russia transiterebbe nel clearing ufficioso arabo per al fine di ottenere sostanzialmente due risultati: investire in real estate locale utilizzando direttamente criptovalute o utilizzare aziende prestanome in loco per convertire Bitcoin in hard currencies da veicolare poi altrove. Stando a Reuters, nessuna delle richieste giunte alle controparti degli Emirati è stata inferiore ai 2 miliardi di dollari.

Infine, la Cina. La quale fino ad oggi ha utilizzato una proverbiale e molto confuciana diplomazia nell'approcciarsi alla crisi ucraina, di fatto attaccando le sanzioni e la Nato ma anche mettendo sul chi va là le proprie banche rispetto agli acquisti di petrolio. Nella fattispecie, la concessione di lettere di credito necessarie agli acquirenti del Dragone per concludere trading sul greggio degli Urali. Detto fatto, il gigante petrolifero russo Surgutneftegaz (Surgut) ha permesso a controparti cinesi di ricevere carichi di greggio senza che queste dovessero presentare le necessarie garanzie. Ovvero, proprio quelle letters of credit che la Banca centrale cinese ha deciso venissero messe per un po’ in stand-by.

Un rischio per l’azienda russa, quasi un’operazione sulla fiducia ma anche l’unica strategia immediatamente utilizzabile per interrompere il digiuno commerciale che ha visto molti operatori energetici costretti a operare sconti record sull’Urals rispetto al Brent. E spesso rimanendo comunque senza acquirenti. Inoltre, le autorità di Pechino starebbero chiudendo gli occhi di fronte a un’altra pratica di circonvenzione delle sanzioni, basata sull’utilizzo di open accounts che consentono al cliente di acquistare beni sulla base di un accordo di pagamento differito e che contempla la necessità di saldo soltanto tre giorni dopo il carico del cargo. Infine, sempre dalla Cina hanno fatto notare a Reuters come il pagamento in dollari sia ancora possibile fino al giugno, stante un grace period legato ai tempi di implementazione delle sanzioni Usa su SWIFT. Il bazooka sanzionatoria rischia già di restare senza razzi da sparare?

Il clero televisivo viene spiazzato dall'OMS che ha invitato con una certa urgenza e veemenza il Governo ucraino «a distruggere tutto il materiale patogeno ad alto tasso potenziale di minaccia presente nei suoi laboratori, al fine di scongiurare il rischio di spillover che possano colpire con modalità pandemica la popolazione». I biolaboratori sono di Washington e li ci fanno le porcherie

GUERRA & FAKE NEWS/ Se il rischio di disinformatia non viene solo da Mosca
Pubblicazione: 12.03.2022 - Mauro Bottarelli
Si è parlato tanto delle fake news russe, ma sembra che anche in Occidente non ci sia chiara trasparenza su alcuni fatti rilevanti

Victoria Nuland (Lapresse)

Questo pezzo è brutale. Insomma, oggi siete di fronte a un avviso simile a certe frasi perentorie che compaiono nei titoli iniziali dei film del terrore: sapete cosa vi attende, non adatto a un pubblico impressionabile. La situazione sta precipitando alla velocità della luce. Meglio che vi svegliate. E in fretta. Come mai, ad esempio, se a detta degli Usa e del Regno Unito (la stessa nazione che, vi ricordo, ha respinto i profughi ucraini a Calais) la Russia starebbe preparando un attacco con armi chimiche, ieri l’Oms ha invitato con una certa urgenza e veemenza il Governo ucraino «a distruggere tutto il materiale patogeno ad alto tasso potenziale di minaccia presente nei suoi laboratori, al fine di scongiurare il rischio di spillover che possano colpire con modalità pandemica la popolazione»?

Come vedete, a differenza degli altri, io cito le fonti. E se anche la Reuters ora è diventata filo-putiniana, allora chiudiamo pure qui la discussione. Certo, l’Oms è screditata e la Reuters condivide un altissimo dirigente con Pfizer. Allora non è paranoia, siamo davvero di fronte a un colossale conflitto d’interessi trasversale travestito da guerra?

La questione dei laboratori, poi, è davvero interessante. E comincia due giorni fa, quando sul tema si è innescato l’ennesimo scambio di accuse reciproche fra Washington da una parte e Mosca e Pechino dall’altra. Queste ultime, infatti, hanno dichiarato che Kiev starebbe sviluppando armi nucleari e biologiche in collaborazione con gli Stati Uniti, i quali avrebbero impiantato nel Paese amico (e pericolosamente sull’uscio di casa della Russia) oltre una ventina di bio-labs. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha quindi convocato la stampa per definire le accuse assurde e un ovvio stratagemma per cercare di giustificare ulteriori future aggressioni: «Abbiamo preso nota delle false affermazioni della Russia sui presunti laboratori di armi biologiche degli Stati Uniti e sullo sviluppo di armi chimiche in Ucraina. Abbiamo anche visto funzionari cinesi fare eco a queste teorie cospirative». E ancora: »Sono un’evidente manovra della Russia per cercare di giustificare il suo ulteriore attacco premeditato, non provocato e ingiustificato all’Ucraina… Ora che la Russia ha fatto queste false affermazioni, e la Cina ha apparentemente appoggiato questa propaganda, dovremmo essere tutti in allerta rispetto all’uso di armi chimiche da parte della Russia o aspettarci che Mosca le usi per creare un pretesto, è uno schema chiaro», ha aggiunto. Detto fatto, il titolo di prima pagina per il giorno dopo era pronto. Senza bisogno di riscontri o di porsi troppe domande.

Peccato per un paio di particolari, stranamente omessi dalle ricostruzioni. Primo, questa immagine non è un fake news di fabbricazione russa, ma una schermata del sito dell’ambasciata statunitense in Ucraina, dal quale si evince come Washington abbia pubblicamente ammesso la collaborazione con Kiev in materia. Addirittura, rivendicando l’esistenza di un programma ad hoc. E scorrendo nell’articolo si scopre, ad esempio, come la partnership si faccia forza anche delle strutture costruite appositamente in seno al Biological Threat Reduction Program, le due ultime sorte soltanto nel 2019 rispettivamente a Kiev e Odessa. Perché negare ciò che un ufficio diplomatico rivendica en plein air nel suo sito istituzionale?


Ma questo è il meno. Perché il giorno precedente l’allarmata conferenza stampa di Jen Psaki, il Foreign Relations Committee del Senato Usa aveva ospitato l’audizione della Sottosegretario di Stato per gli Affari politici, Victoria Nuland, proprio sulla vicenda ucraina. Interpellata riguardo la questione dei bio-labs dal senatore della Florida, Marco Rubio, la Nuland ha stupito tutti: non solo ammettendone l’esistenza, ma anche, di fatto, l’importanza strategica, poiché a suo dire era necessario fare di tutto per evitare che finissero in mano russa nel corso dell’operazione militare. Al pari delle parole della Psaki, trattandosi di atto pubblico, l’audizione è stata registrata ed è facilmente recuperabile. Anzi, vi evito anche il disturbo della ricerca: eccone , meritoriamente allegata dal quotidiano Il Tempo al suo resoconto sul fatto. Chi mente? Ecco la parte centrale dell’intervento: «Gli ucraini sono dotati di facilities per ricerche biologiche.. Oggi come oggi siamo infatti parecchio preoccupati dall’ipotesi che le truppe russe, le forze armate russe possano cercare di prenderne il controllo… A tal fine stiamo lavorando con gli ucraini su come prevenire che i materiali scaturiti da quelle ricerche possano finire in mano militare russa, in contemporanea con l’avanzata dell’esercito di Mosca».

Insomma, un altissimo funzionario della diplomazia (e, di fatto, dell’intelligence) statunitense ha chiaramente detto, sotto giuramento di fronte a un comitato del Senato, che gli Usa stanno collaborando con gli ucraini a ricerche biologiche e che ora stanno coordinando gli sforzi per evitare che il frutto di quegli studi finisca in mano russa. Solo 24 ore dopo, una fonte altrettanto autorevole come la portavoce della Casa Bianca negava tutto e rigirava la frittata, offrendo alla stampa il pasto gratis di un probabile attacco chimico russo. Che ovviamente occupava i titoli di apertura di giornali e siti di giovedì mattina. Senza uno straccio di contraltare rispetto alle parole della Nuland. Oggi, la perentoria richiesta dell’Oms. E siccome già sento nell’aria le accuse di sottomissione di quell’organismo alla Cina, non posso che ricalcare la questione: perché, salvo rarissime eccezioni, non un fiato sulle ammissioni giurate di un pezzo da novanta come la Nuland?

E siccome l’altra notizia di giornata era quella del bombardamento del reparto pediatrico di un ospedale di Mariupol, sotto le cui macerie sarebbero morti donne e bambini, vi invito a dare un’occhiata a quest’altro , depositato dalla delegazione russa all’Onu prima dell’accaduto e nel quale si diceva chiaro e tondo come quella struttura medica, al pari di altre nel Paese, fossero state requisite dall’esercito ucraino e soprattutto da formazioni paramilitari come il famigerato Battaglione Azov, i quali avevano cacciato tutti i civili del loro interno. Ma questo era lo scenario migliore. Perché il peggiore ma non così peregrino è che quei galantuomini utilizzassero strutture sensibili come ospedali, scuole e asili per mimetizzarsi e garantirsi scudi umani, la cui morte sarebbe immediatamente divenuta responsabilità russa con il conseguente carico di emotività mediatica da rivendere a tempo zero ai media occidentali conniventi. E, soprattutto, agli organismi internazionali come carico da novanta negoziale.

Nel Grand Guignol bellico di questi giorni, durante il quale non ci è stato risparmiato nemmeno il fotogramma più crudo, come mai di quell’attacco per cui la Russia dovrebbe rispondere addirittura davanti al Tribunale penale dell’Aja non c’è nemmeno una foto che certifichi la moderna strage degli innocenti? Stanno mettendo in campo di tutto, altro che disinformatia russa. Diciamo che l’Occidente ha imparato alla grande la lezione sovietica e l’allievo sta quasi per superare il maestro. E questo non significa che la guerra sia bella e i morti civili non ci siano. Anzi. Semplicemente, attenzione ad accettare acriticamente le ricostruzioni e le divisioni del mondo fra buoni e cattivi. Se invece credete che Studio Aperto, SkyTg24 e il TG1 siano Vangelo, fate pure. Ognuno ha i propri hobby. E quello di farsi prendere per i fondelli per necessità di certezze pronto uso nella vita non è certo il più grave. Ma quello che conduce più rapidamente alla schiavitù culturale, sicuramente sì.

L'Ucraina è un cancro e una volta che la Russia la demilitarizza e la denazifica, afferma il principio dell'indissolubilità della sicurezza la lascerà nelle mani pelose e pietose di Euroimbecilandia e degli Stati Uniti e vedremo come questi scapperanno con la coda fra le gambe. Mentre il clero televisivo del Circo mediatico la punta più avanzata del potere continua senza soluzioni di continuità la dose quotidiana di Paura&terrore da l'influenza covid, la cui narrazione era cominciata a fare acqua da tutte le parti, al fuoco ucraino dove Euroimbecilandia criminale getta benzina con alacre allegria e solerzia

Una guerra per impedire la rinascita della politica



Siamo ormai così abituati all’inversione di realtà, ottenuta banalizzando, semplificando e isolando le cose dal loro contesto logico e storico che ci stiamo facendo prendere per il naso anche sulla sulla guerra ucraina, nonostante molte cose siano evidenti, a cominciare dal fatto che tutta la vicenda nasce da un golpe apertamente ammesso dagli Usa e per il quale la signora Nuland ha anche specificato il costo: 5 miliardi. E ora ci ritroviamo con l’ammissione di laboratori segreti per la guerra biologica. Il rifiuto degli Stati Uniti di qualsiasi compromesso e l’incapacità dei partner europei di influenzare il loro padrone non hanno lasciato alla Russia altra strada che intervenire prima che l’Ucraina stessa impoverita e lasciata in balia di fanatici nazisti si sfasciasse da sola oppure, guidata da un ex attore drogato fino alla punta dei capelli e aizzato dalla Nato non trovasse il modo di far detonare una guerra mondiale.

In realtà il nocciolo della questione è che il regime ucraino è condannato proprio perché nessuno ne ha più bisogno e tra l’altro costa miliardi: né gli Stati Uniti né l’Europa vogliono continuare a pagare per il banchetto dei nazisti, ma non vogliono ammettere il loro fallimento, cercando di presentare il caso in modo tale che l’“aggressione russa” figuri come un’ interruzione nel “fiorire” di una “giovane democrazia”. In questo senso il problema ucraino avrebbe potuto essere affrontato in termini diplomatici e comunque tenuto in caldo senza arrivare ad un’escalation così insensata da determinare l’intervento militare della Russia e una serie di contraccolpi molto negativi per l’occidente e comunque tali da buttare all’aria qualsiasi razionale prospettiva per la sopravvivenza dell’impero americano, sia pure ridimensionato, ovvero creare una frattura tra Russia e Cina. Questo possono capirlo tutti e mi domando se la “vacanza” della Casa Bianca, ossia la sostanziale assenza di un presidente e di un vero e proprio gruppo dirigente non abbia regalato a cupole private e pezzi di stato ormai fusi, la guida effettiva con conseguenze letali. In particolare questa guerra sembra venire come il cacio sui maccheroni a salvare l’establishment occidentale e proprio quelle cupole di cui si parlava dall’evidente sfascio della narrazione pandemica che ormai non tiene da nessuna parte tanto che lo stesso Oms adesso va avanti a tentoni e con fare da ubriaco, tenuto assieme solo dai soldi Bill e di Big Pharma.

In questo momento troncare durevolmente l’attenzione non solo può distrarre l’attenzione e permettere di nascondere sotto il tappeto evidenze e complicità, ma può dividere l’opinione pubblica secondo una nuova linea di frattura rispetto a quella verificatasi durante la pandemia narrata. Quella vecchia infatti che correva sostanzialmente tra favorevoli e contrari alla vaccinazione universale ha funzionato egregiamente per un anno intero, ma alla fine cominciava ad essere logora perché molti plurivaccinati che magari avevano anche subito reazioni averse non riconosciute e all’inizio nemmeno confessate si stavano ribellando all’idea di una vaccinazione periodica di fatto obbligatoria per ottenere i vari pass che sono poi il vero obiettivo ella creazione pandemica. Inoltre la demenziale volontà di vaccinare anche i bambini ha allargato di molto l’area di quella del rifiuto. Oltretutto non esistono più argomenti plausibili a favore dei vaccini, anzi le documentazioni che Pfizer e la Fda sono state condannate a presentare e di cui si hanno le prime pagine mostrano con quale leggerezza e cinismo speculativo si siano distribuiti prodotti genici, risultati poi inutili e con quanta scellerata irresponsabilità si voglia continuare a somministrali.

Questo in molte società stava facendo sorgere una reale opposizione, in qualche caso confortata dalla vera e propria creazione di nuovi partiti che a differenza delle opposizioni fasulle che si alternano ormai da vent’anni sulla scena del neoliberismo, possono essere molto pericolose per il potere. Ed ecco allora necessità di ridividere queste persone secondo nuove coordinate russo – ucraine per evitare che alla fine la politica ritorni in campo e la gente si riprenda futuro, dignità, cultura e libertà, insomma tutto ciò che le è stato scippato negli ultimi decenni senza che nemmeno se ne accorgesse. E si si può facilmente notare come la russofobia e vaccinomania siano strettamente imparentati: non esiste in pratica alcun centro di potere e/o di narrazione in occidente che non contempli entrambi questi due “comandamenti” di odio.

L'OMS sa che in ucraina ci sono i pericolosi biolaboratori, finché erano governati dal governo nazista ucraino è stato silente e condiscendente

11 Marzo 2022 08:00
L'OMS intima l'Ucraina a distruggere i "pericolosi agenti patogeni nei laboratori"
Agata Iacono

È stata bollata come fake news dai censori che si divertono a bannare il pensiero che differisce da quello imposto da Nato, Ue e stretto regime neo-liberista.

Ma anche questa volta, la bufala era degli "anticomplottisti".

L'OMS ha intimato a Kiev di distruggere i virus pericolosi nei laboratori biologici che dal Dipartimento di Stato Usa la Nuland ha confermato essere made in Washington.

"L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha esortato l'Ucraina a distruggere i pericolosi agenti patogeni nei laboratori biologici (biolab) per prevenire la loro possibile fuoriuscita". Lo ha riferito il servizio stampa dell'organizzazione.

E ancora: "L'OMS ha fortemente raccomandato che il Ministero della Salute dell'Ucraina e altre autorità responsabili distruggano agenti patogeni altamente pericolosi al fine di prevenire qualsiasi potenziale perdita", ha detto il servizio stampa di TASS.

Inoltre, l'OMS ha dichiarato di essere pronta ad assistere nell'organizzazione della biosicurezza, anche in questi laboratori, per prevenire il "rilascio accidentale o deliberato di agenti patogeni".

In precedenza, il rappresentante del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha detto che in Ucraina hanno provato nascondere il fatto dello sviluppo di armi biologiche. Il Ministero della Difesa della Federazione Russa ha suggerito che gli esperimenti sono stati condotti in laboratori creati e finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina con campioni di pipistrelli COVID. Secondo i rappresentanti del dipartimento, l'obiettivo finale dello sviluppo è la diffusione di agenti patogeni mortali. Inoltre, il Ministero della Difesa russo ha suggerito che gli Stati Uniti volevano introdurre il lavoro in Ucraina sugli agenti patogeni di uccelli, pipistrelli e rettili che avrebbero dovuto trasportare la peste africana e l'antrace. Per lo sviluppo di armi biologiche gli scienziati sono stati pagati dagli Stati Uniti in Ucraina dai 20 ai 40 dollari al giorno. È il neoliberismo bellezza!

In un precedente articolo URA.RU riportava una nota del Ministero della Difesa della Russia ancora più sconvolgente:

"Nei biolaboratori creati e finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina, sono stati condotti esperimenti con campioni di coronavirus di pipistrelli.

Questo è dimostrato da documenti [trovati]", ha detto il dipartimento in una nota.

È stato anche riferito che l'obiettivo finale dello sviluppo è la diffusione di agenti patogeni mortali. Il Ministero della Difesa della Federazione Russa afferma che le autorità statunitensi volevano nel 2022 condurre lavori in Ucraina su agenti patogeni di uccelli, pipistrelli e rettili che avrebbero dovuto trasportare la peste africana e l'antrace."



Mark Elliot Zuckerberg, statunitense, è un criminale che getta benzina sul fuoco ucraino

Meta consente i messaggi di odio contro la Russia. Mosca: "Politica aggressiva e criminale"

Su Facebook e Instagram sarà possibile augurare la morte a Putin e ai militari russi impegnati nell'invasione dell'Ucraina

aggiornato alle 07:2511 marzo 2022

© Mikhail Voskresenskiy / Sputnik / Sputnik via AFP
- Soldati russi

AGI - Mosca ha chiesto agli Stati Uniti di porre fine alle "attività estremiste" di Meta, che ha imposto una temporanea deroga ai messaggi di odio sulle controllate Facebook e Instagram per consentire quelli diretti alle forze armate russe impegnate in Ucraina. "Chiediamo alle autorità di fermare le attività estremiste di Meta e prendere misure per portare i responsabili di fronte alla giustizia", si legge in un tweet apparso sul profilo dell'ambasciata russa a Washington, "gli utenti di Facebook e Instagram non hanno dato ai proprietari di queste piattaforme il diritto di determinare i criteri della verità e di mettere le nazioni l'una contro l'altra".

"La politica aggressiva e criminale di Meta, che porta all'incitamento all'odio e all'ostilità nei confronti dei russi, provoca la nostra indignazione", si legge in una nota dell'ambasciata, "le azioni della società sono l'ennesima prova della guerra dell'informazione senza regole dichiarata al nostro Paese. Le società dei media sono diventate soldati della macchina di propaganda dei circoli al potere in Occidente".
Deroga all'hate speech contro la Russia

"A causa dell'invasione russa dell'Ucraina, siamo tolleranti verso forme di espressione politica che normalmente violerebbero le nostre regole sui discorsi violenti come 'morte agli invasori russi'", ha confermato a France Presse Andy Stone, capo delle comunicazioni di Meta, casa madre delle due reti sociali, "continuiamo a non consentire appelli credibili alla violenza contro i civili russi".

La rimozione temporanea dei limiti ai messaggi di odio contro i militari russi sarà valida in Armenia, Azerbaigian, Estonia, Georgia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia e Ucraina. Sarà inoltre possibile, si apprende da una serie di comunicazioni interne a cui ha avuto accesso Reuters, invocare la morte dei presidenti di Russia e Bielorussia, Vladimir Putin e Alexander Lukashenko, purché le minacce non contengano riferimenti ad altri soggetti o non risultino credibili sulla base di indicatori come la sede o la metodologia.

L'email destinata ai moderatori di Meta afferma che la deroga riguarda messaggi di odio "diretti verso i soldati russi, a eccezione dei prigionieri di guerra, o russi quando è chiaro che il contesto è l'invasione russa dell'Ucraina (ad esempio se il contenuto menziona l'invasione, l'autodifesa et cetera)".

"Stiamo facendo questo perché abbiamo osservato che in questo contesto specifico 'soldato russo' sta venendo utilizzato come riferimento all'esercito russo", si legge ancora nel messaggio, "la politica sui messaggi di odio continua a vietare gli attacchi ai russi".

Vengono inoltre rimosse "per il momento" le limitazioni che impedivano di lodare il Battaglione Azov, ha spiegato Joe Osborne, portavoce di Meta. Sarà possibile esprimersi a favore della formazione di estrema destra "nello stretto contesto della difesa dell'Ucraina o del suo ruolo come parte della Guardia Nazionale Ucraina".

"In seguito all'invasione russa dell'Ucraina abbiamo consentito temporaneamente forme di espressione politica che normalmente violerebbero le nostre regole come i messaggi violenti quali 'morte agli invasori russi'", si legge in una nota di Meta, "continueremo a non permettere appelli alla violenza credibili contro i civili russi".

L'azienda, interpellata da France Presse, non ha confermato che la deroga varrà solo per alcuni Paesi specifici come emerge dalle comunicazioni interne diffuse da Reuters. Lo scorso luglio Facebook aveva consentito temporaneamente di pubblicare appelli alla morte della guida suprema iraniana, Ali Khamenei, durante le proteste che avevano attraversato la Repubblica Islamica.

Abbiamo una scienza spazzatura che non ricerca più la salute delle persone, ma si adegua alle necessità del profitto: un vero e proprio sistema integrato che ha dimostrato di funzionare benissimo con la creazione della pandemia.

La medicina corrotta: l’apologo dell’ivermectina



Non c’è alcun dubbio: la medicina corrotta è cresciuta man mano che tutto veniva privatizzato ed è ormai così diffusa nell’establishment della salute pubblica da compromettere la vita e il benessere di tutti noi. La capacità di ricatto dei soldi che collega tra di loro ricerca, università, pratica clinica ed editoria scientifica è tale da produrre una scienza spazzatura che non ricerca più la salute delle persone, ma si adegua alle necessità del profitto: un vero e proprio sistema integrato che ha dimostrato di funzionare benissimo con la creazione della pandemia. Per far un esempio concreto di ciò che voglio dire mi riferisco a un tipico caso di corruzione nella continua soppressione di studi che mostrano l’efficacia dell’ivermectina, un medicinale economico e da decenni nell’elenco dei farmaci essenziali stilato dall’Oms, la cui capacità di contrastare il covid è stata letteralmente censurata nel timore che ciò danneggiasse le gigantesche campagne vaccinali e questo nonostante che molte ricerche ne attestassero gli effetti. Qui abbiamo fortunosamente uno scambio di lettere tra la dottoressa Tess Lawrie, direttrice dell’Evidence-based Medicine Consultancy a Bath, e il dott. Andrew Hill, autore di un’analisi che mostrava i benefici dell’ivermectina. Per questo la Lawrie propose a Hill partecipare come co-autore ad una revisione immediata di tutti gli studi su questo farmaco pubblicati nella letteratura medica, che doveva essere condotta dall’autorevole Cochrane Network proprio per tentare di introdurre questo farmaco nella cura. Ma nonostante nella sua stessa ricerca avesse riscontrato che l’ivermectina era estremamente efficace, egli rifiutò l’incarico, sostenendo che le ricerche contenevano una “bassa certezza” e che erano necessari più studi. Insomma un’improvvisa e inspiegabile inversione di marcia: quando la Lawrie chiese a Hill di spiegare la vera ragione del cambiamento di opinione egli ammise di trovarsi in una “situazione difficile” perché gli sponsor del suo studio avevano fatto pressioni su di lui.

Chi erano questi sponsor? Hill è un virologo di Liverpool che funge da consulente di Bill Gates e della Clinton Foundation. Il suo sponsor nella ricerca sull’ivermectina era Unitaid, un’organizzazione di advocacy semi privata finanziata dalla Bill & Melinda Gates Foundation e da diversi paesi – Francia, Regno Unito, Norvegia, Brasile, Spagna, Repubblica di Corea e Cile – con il preciso scopo di fare pressioni sui governi dei Paesi più poveri, specie dell’Africa. affinché finanzino l’acquisto di medicinali da multinazionali farmaceutiche occidentali e lascino perdere i “generici” contenti gli stessi principi terapeutici, ma a costo molto più basso. Da notare che spesso proprio le multinazionali occidentali del farmaco comprano in Asia i principi attivi per poi inserirli nella loro produzione. Insomma una tipica formula per consentire guadagni enormi dietro la formula dell’umanità pelosa. Ad ogni modo probabilmente non si aspettavano che Hill producesse un’analisi favorevole all’ivermectina e così quando se ne sono accorti hanno fatto di tutto per tappargli la bocca. Quattro giorni prima della pubblicazione dello studio di Hill, Unitaid ha donato 40 milioni di dollari all’Università di Liverpool purché isolasse Hill e gli facesse intendere di stare sbagliando strada. Una lezione che peraltro l’uomo ha immediatamente appreso: se vai contro le verità che vuole Big Pharma perdi tutto.

Questa vicenda è stata anche tema di un cortometraggio uscito una settimana fa, realizzato da Oracle film, nel quale compaiono come testimoni anche dottor Pierre Kory e del dottor Paul Marik che hanno lavorato a stretto contatto con il dottor Hill nello stesso lasso di tempo. Insomma è lo spaccato di un sistema mafioso, ( e nei prossimi giorni ne mostrerò altri esempi) che non consente un’adeguata discussione scientifica visto il sistema delle porte girevoli grazie alle quali non esistono più di fatto burocrazie sanitarie capaci di controllare le affermazioni delle multinazionali del farmaco.

https://ilsimplicissimus2.com/2022/03/12/la-medicina-corrotta-lapologo-dellivermectina/

Lo spessore della classe dirigente di Euroimbecilandia ancora una volta dimostra di essere inconsistente ed inconcludente oltre ad essere criminali che gettano benzina sul fuoco ucraino

I rischi della belligeranza
11 marzo 2022


L’Italia ha aderito alle sanzioni economiche “dure” alla Russia imposte dalla Ue anche dietro le forti pressioni di Washington e ha accettato di fornire armi “letali” alle forze ucraine divenendo così indirettamente “belligerante” contro la Russia.

L’iniziativa europea ha visto lo stanziamento di 450 milioni di euro da parte di Bruxelles più altri 500 annunciati oggi dall’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, che presenterà la proposta ai leader dei Ventisette riuniti a Versailles.

Il tema è di tutta rilevanza non solo perché ha comportato l’inserimento dell’Italia nella lista delle “nazioni ostili” stilata dal ministero degli Esteri russo ma perché ha pochi precedenti nella storia nazionale. Recentemente Roma ha negato la vendita di armi ai suoi alleati libici (il governo di Tripoli, GNA, poi armato dai turchi), a sauditi ed emiratini perché impegnati nel conflitto nello Yemen.

Come abbiamo ricordato in un precedente editoriale, nel 2014, quando fornimmo armi anticarro ai curdi impegnati a combattere lo Stato Islamico l’ex ministro della Difesa, Artuto Parisi (PD), fece presente che con tali forniture l’Italia diventava belligerante.


Sul fronte delle sanzioni Roma, come Berlino e Parigi, sembra esitare nel seguire il “diktat” statunitense che vorrebbe bloccare gli acquisti di gas e petrolio russo (necessario all'Europa ma superfluo per l’economia americana) ma in termini militari l’aver regalato agli ucraini armi antiaeree, antiuomo e anticarro (missili, razzi e mitragliatrici) con l’obiettivo di impiegarle per colpire le forze russe pone l’Italia e l’Europa in una posizione delicata esponendole a rischi di varia natura.

Innanzitutto la ”belligeranza” europea (rafforzata dal tentativo polacco respinto da Washington di fornire all’Ucraina aerei da combattimento Mig 29 trasferendoli prima in una base statunitense in Germania) priva la Ue della possibilità di porsi come mediatore nei negoziati in corso per concludere, o almeno interrompere, il conflitto.


Un limite gravissimo soprattutto per l’Italia che tradizionalmente, con governi di ogni colore, ha sempre mantenuto un forte dialogo con la Russia pur aderendo alle sanzioni a Mosca particolarmente dolorose per la nostra economia.

La confusione che regna nella politica nazionale sulla guerra ucraina e la sua portata è del resto ben evidenziata dalle richieste di molti esponenti di diverse forze parlamentari di vedere l’Europa protagonista nella ricerca di trattative di pace, rese però di fatto impossibili dalla belligeranza e dal sostegno bellico fornito a Kiev.

I dettagli delle forniture di armi italiane sono coperti da un ambiguo segreto che ha impedito persino al Parlamento di esserne informato Indiscrezioni riferiscono di mitragliatrici MG 42, missili antiaerei Stinger e di armi anticarro, non è chiaro se missili israeliani Spike, lanciarazzi Panzerfaust 3 o gli spagnoli Instalaza C90 acquisiti a suo tempo dalle nostre forze speciali.

Forniture che in ogni caso non faranno la differenza sul campo di battaglia, non cambieranno le sorti della guerra a favore di Kiev, potrebbero al massimo rendere più sanguinoso il bilancio delle perdite russe. La differenza queste forniture italiane la stanno però facendo in ambito politico e diplomatico, privando Roma di carte che avrebbe potuto giocare per porsi come interlocutore negoziale credibile. Ruolo che invece ricoprono bielorussi, turchi e israeliani ma che non può certo rivestire chi diventa, anche indirettamente, belligerante.


Secondo il Pentagono le truppe di Kiev avevano già ricevuto la scorsa settimana 17 mila armi anticarro e 2.000 missili antiaerei portatili dagli alleati NATO e UE ma è lecito chiedersi che fine faranno e in che mani finiranno tali armi.

Il grosso dell’esercito regolare ucraino è imbottigliato a est del fiume Dnepr con molti reparti circondati dai russi e impossibilitati a ricevere rifornimenti o a essere soccorsi da improbabili contrattacchi ucraini su vasta scala.

Kiev per questa ragione sta armando volontari civili che da un lato sarà difficile poter addestrare in breve tempo a utilizzare armi complesse come i missili mentre molti dubbi emergono circa l’affidabilità di questi combattenti specie in una nazione il cui collasso potrebbe essere questione di giorni.

Armare civili non addestrati è potenzialmente un pericolo anche per la popolazione: miliziani che, solo per fare un esempio, sparassero contro le truppe russe dalle finestre di un palazzo renderebbero l’intero edificio un bersaglio legittimo del fuoco russo mettendo a repentaglio la vita di tante famiglie.


Le armi distribuite alle milizie potrebbero inoltre venire impiegate per compiere azioni criminali o finire sul mercato clandestino che alimenta malavita organizzata e gruppi terroristici, specie in una nazione che registra un elevatissimo tasso di corruzione negli apparati pubblici.

Meglio non dimenticare che la mafia ucraina è ramificata anche in Medio Oriente e Caucaso e che almeno due battaglioni di jihadisti ceceni combattono al fianco degli ucraini in contrapposizione alle truppe di Mosca e ai governativi ceceni filo-russi presenti anch'essi in questo conflitto.

L’ipotesi che un buon quantitativo di missili e lanciarazzi anticarro o antiaerei possano finire nelle mani di milizie jihadiste è in incubo per la sicurezza della stessa Europa che quelle armi sta fornendo a Kiev senza alcun apparente controllo circa la loro destinazione.

Di fronte a questa minaccia l’opzione che tali arsenali cadano in mano ai russi o vengano distrutti in battaglia appare quasi auspicabile rispetto al rischio di armare pesantemente malavitosi e terroristi che potrebbero impiegare missili anticarro nelle nostre città e antiaerei per abbattere aerei di linea.

Inutile sottolineare che l’assenza di un dibattuto in Italia e in Europa su temi così delicati e urgenti induce a porsi molte legittime domande circa lo spessore della classe dirigente che guida il Vecchio Continente.


C’è infine il rischio che la nostra “belligeranza” determini rappresaglie da parte di Mosca che ha promesso “dure risposte” ai paesi europei che armano gli ucraini.

Lo stop all'export di prodotti articoli sta già creando danni enormi all'economia italiana ed europea ma Mosca potrebbe anche decidere di fermare immediatamente l’export di gas diretto in Europa che invece dall'inizio della guerra è raddoppiato e transita attraverso i gasdotti ucraini, apparentemente senza subire ostacoli.

Se Mosca bloccasse immediatamente le forniture l’Europa sarebbe in gravi difficoltà benché nelle cancellerie europee si affannino tutti ad affermare che presto verranno attivate forniture alternative a quelle russe anche se a prezzi proibitivi che penalizzeranno ulteriormente la nostra economia.

Sarebbe certo azzardato ipotizzare attacchi militari russi, peraltro forieri di un allargamento incontrollabile del conflitto e facilmente attribuibili alle forze di Mosca ma più subdolo e forse anche più devastante potrebbe risultare un attacco cyber su vasta scala che puntasse a paralizzare alcune infrastrutture strategiche nazionali come la rete di trasporti ferroviari o la distribuzione di energia elettrica.


Gli attacchi cyber del resto sono difficilmente attribuibili con certezza a un’entità statale e in molti casi nazioni da cui sono provenuti attacchi di questo tipo ne hanno attribuito la responsabilità a gruppi di hacker organizzati ma che ufficialmente non rispondono alle autorità di nessuno stato.

Il gruppo di ricerca sulla sicurezza informatica CyberKnow ha stilato un elenco dei gruppi di hacker schieratisi con russi e ucraini in seguito al conflitto in atto contandone oltre 50, dei quali 14 schierati con la Russia e gli altri con Kiev ma su entrambi i fronti molti gruppi di hacker sono fisicamente ubicati in altre nazioni.

L’Italia inoltre è palesemente esposta a questo tipo di attacchi sia perché le sue infrastrutture critiche risultano difficili da proteggere sia perché sul piano giuridico non è mai stata approvata una norma che autorizzi Roma a condurre azioni cyber offensive, neppure come rappresaglia per attacchi subiti.

Di fronte a offensive cibernetiche abbiamo quindi poche difese e nessuna deterrenza, elemento che potrebbe favorire la scelta dell’Italia come vittima ideale di una rappresaglia su vasta scala a monito per tutta Europa.

Mettendo sulla bilancia tutte queste considerazioni vale la pena chiedersi se questi rischi e minacce sono stati valutati in modo approfondito prima di assumere decisioni così drastiche, nonché porsi almeno la domanda se abbiamo fatto la scelta giusta nell'aderire alla “chiamata alle armi” della Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen che, come gli Stati Uniti, arma gli ucraini lasciandoli però da soli a combattere i russi.


Foto: Ministero della Difesa Russo, Ministero della Difesa Ucraino, US DoD, Esercito Italiano e Twitter

Un dato è certo il clero televisivo italiano e il Circo mediatico che hanno tanto dato in due anni di influenza covid Paura&Terrorismo ora si stanno esercitando a continuare il loro lavoro che è quello di plasmare, controllare, dirigere le masse dei telespettatori facendoli vivere senza soluzioni di continuità nel LORO film irreale ed isterico. È patetico e fa pena il tono ansiolitico del clero ogni volta che ha l'opportunità di essere inquadrato e di parlare, forse se si riguardassero si renderebbero conto dello spettacolo pietoso ed omologato che fanno agli occhi di un comune mortale che abbia un minimo di rispetto di se stesso e cerca di riflettere e pensare senza la loro nefasta influenza

La politica è la guerra condotta con altri mezzi
di Pierluigi Fagan
8 marzo 2022


Il generale Fabio Mini, ex capo di stato maggiore del comando NATO per il sud Europa ed autore di vari libri, tra cui uno dal titolo “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?”, ieri commentava i fatti in un programma televisivo.

Chiamato inizialmente ad esprimere un parere a commento complessivo ha detto, con molta cautela come chi sa che le parole vanno pesate con molta attenzione di questi tempi, che quella dei russi è una “guerra al risparmio”. Ha anche detto che ha conosciuto e parlato con generali russi per più di dieci anni, conosce abbastanza bene quello di cui parla. Mini ha ricordato quello tutti gli esperti sanno ovvero che i russi hanno 900.000 affettivi. Secondo lui quel sesto di effettivi usati dai russi in Ucraina sono molto giovani ed inesperti, con mezzo vecchi sebbene ai russi non manchino mezzi molto più efficienti. Ha anche osservato la quasi totale assenza di utilizzo dell’aviazione. Ha tecnicamente definito la strategia sul campo “una guerra limitata per scopi limitati”. Ma da noi viene raccontata un'altra storia, i russi che non conoscono nulla degli ucraini, hanno sottovalutato l'eroica resistenza ed è per questo che dobbiamo continuare a mandargli armi.

Ha anche osservato che l’idea di ridurre la guerra a Putin è sbagliato, non si sa se è Putin che comanda lo Stato Maggiore russo o il contrario o una via di mezzo. E che forse il blocco russo che ha pensato necessaria questa azione, va ben oltre Putin e le Forze Armate. Non ne ha fatto una questione di sondaggi d’opinione su quanti russi l’approvano, evidenziava logiche nel blocco di potere russo e mentalità strategica in senso ampio.

Esclude che Putin sia pazzo ed a noi sembra in verità pazza questa sola idea visto che lo conosciamo da ventidue anni e non sarà certo un simpaticone ed un amicone, ma nessuno ha mai scritto di lui come di uno squilibrato. Ci sono decine e decine di articoli sulle testate di politica estera americana come Foreign Affairs e Foreign Policy, sulla sua freddezza ed abilità strategica. La rinascita relativa della Russia dopo il crollo dell’URSS era convenuta da tutti gli osservatori, forse l’iconografia che lo accompagnava gli attribuiva perfidia, furbizia, incrollabile tenacia, ma non pazzia.

Ma ciò non riscontra la realtà, chissà dove vive Mini. In realtà i russi vogliono conquistare tutta l’Ucraina, con 150.000 ragazzini e carri armati obsoleti. Perciò, ci avvertono gli “analisti” televisivi in molti casi passati dall’epidemiologia alla geopolitica e relazioni internazionali senza fare una piega, bisogna rafforzare la resistenza ucraina per farli impantanare. Poi forse vincerà perché è un Golia contro un Davide, ma lo sciocco del Cremlino non ha calcolato la successiva resistenza che farà dell’Ucraina il suo Afghanistan. Prima di Putin i russi sono stati in Afghanistan ed in dieci anni di penosa guerra hanno avuto tra 50.000 e 130.000 morti ma questo Putin non lo sa. Non lo sanno i comandi militari russi e tutti gli strateghi della seconda potenza nucleare del pianeta. Lo sanno i commentatori televisivi italiani però. Ve ne sono alcuni che si spingono a paventare una invasione russa tipo Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia e tutto l’est Europa, Putin si fermerà solo a Berlino sempre che la sua pazzia non lo spinga a portare i suoi cavalli ad abbeverarsi alle fontane di San Pietro.

Poiché siamo in regime di guerra anche noi, nessuno ha prestato attenzione a quello che riferiva da Mosca Marc Innaro qualche giorno fa ovvero che i russi dichiaravano di aver quasi completato l’obiettivo di degradare profondamente la struttura militare ucraina. Struttura significa non l’esercito sul campo, significa depositi, postazioni fisse, mezzi più insidiosi. Significa anche altro poiché dal loro punto di vista, i russi affermavano che c’era ben altro in Ucraina, si stava preparando ben altro, ma non sconfiniamo nelle supposizioni.

Così, nessuno pare abbia intuito che l’idea di offrire corridoi umanitari per gli ucraini rimasti intrappolati nelle città assediate con sbocco in Russia e Bielorussia, rifiutata sdegnosamente da Capitan Ucraina, fosse una furbata per pettinare i profughi di modo da trovare quei neo-nazisti che Putin ha dichiarato di esser il suo altro obiettivo pratico, rimandando poi gli altri da questa altra parte. Non è vero come dicono i russi che queste milizie si fanno scudo umano di una popolazione che, ricordiamolo anche se taciuto, è sotto legge marziale con uomini civili coscritti cioè obbligati ad imbracciare le armi.

Sembrerebbe quindi manchi poco alla “demilitarizzazione” e “denazificazione” ucraina, dal punto di vista russo. Obiettivi limitati che sembrano corrispondere ai mezzi limitati citati da Mini. Ma che ne sa il generale Mini ...

Quello che Mini non sa ma fortunatamente sanno nostri opinionisti è che Putin vuole tutta l’Ucraina ed oltre, poi metterà un “Quisling” come dicono quelli che sanno le cose, un suo fantoccio. In questi giorni è tutto un fiorire di lettori di Storia Illustrata che ricordano i Sudeti, Chamberlain, l’Ungheria, è l’ora del "pensionato storico". Del resto, pare che ai maschi di una certa età, oltre ai cantieri dei lavori in corso, prenda questa sindrome della storia, ce l’ha per altro anche Putin che è un noto revisionista che si diletta in “storia a modo mio” (questa non è una battuta ironica, è effettivamente così, ci sono articoli di molti anni fa delle riviste di politica estera americana che hanno per tempo analizzato questa sua passione per la “storia a modo mio” tipo Paolo Mieli ed io concordo con loro).

Certo, come no, peccato che se metti il fantoccio devi sospendere la Costituzione per non andare ad elezioni e quindi devi occupare militarmente il Paese per anni ed anni cosa che è folle sotto tutti i punti di vista anche perché gli ucraini ti tortureranno con la guerriglia fino a che non ti viene una crisi di nervi e qualcuno a Mosca ti propina una vodkina al plutonio, come sperano in molti in Occidente. Ma siccome in Russia hanno tutti il plasmon nella scatola cranica, tutto ciò non lo sanno, come non la sa Mini.

Così ieri il portavoce del Cremlino ha dichiarato a Reuters che la delegazione ucraina ha avuto, dai primi incontri, la piattaforma di resa che se accettata, terminerebbe all’istante tutto ciò: se l’Ucraina mette in Costituzione la dichiarazione di neutralità, riconosce l’annessione della Crimea come russa e riconosce le due repubbliche del Donbass come indipendenti, potrà vivere in pace facendosi governare da chi gli pare, come gli pare. Cioè anche entrando nell’UE se l’UE la vuole cosa che non è come già hanno fatto sapere olandesi, tedeschi e molti altri. L’UE ha tenuto per dieci anni la Bulgaria in stand by per l’ammissione e certo non accetterà di far entrare su due piedi uno stato le cui credenziali di diritto sono molto dubbie, per non parlare dell’economia di mercato in realtà dominata da oligarchi e vari tipi di delinquenti.

Ma niente, di tutto ciò non c’è visibilità alcuna. La dichiarazione è resa a Reuters, ma in tv sembra non interessare alcuno, è una presa in giro. È accettabile la piattaforma russa? Ognuno si può fare la sua idea, tanto non è rivolta a noi e noi non siamo Zelensky, né ucraini. È “giusta”? Certo che no, che ovvietà, non si violano confini sovrani con le armi puntandole alla gola del vicino costretto a firmare la resa. Ma la geopolitica non è un campo teorico è pratico. Pare cioè strano che la canea di gente che piange per gli ucraini in tv faccia il tifo perché gli ucraini continuino a morire o producano cinque milioni di profughi come da stime ONU per difendere cosa a questo punto si capisce sempre meno, visto che o firmano la resa o poi arriveranno le armate più professionali, i mezzi più potenti, i bombardamenti veri fino che, alla fine, non potranno far altro che firmare, qualunque costo ciò avrà per i russi che i costi li hanno calcolati visto che non sono così deficienti quanto lo sono alcuni che vanno in tv a parlare di cose che non sanno.

Dopo Putin si ritirerà nella sua dacia a scrivere memorie e dilettarsi in revisionismo storico e gli occidentali avranno a che fare con quelli più malleabili come il generale Sergej Shoigu che già dalla faccia sembra un bonaccione. Non è che la resa ucraina comporterebbe la sospensione o in non acuirsi di altre sanzioni ai russi, non è che l’Occidente debba riconoscere la Crimea o le due repubbliche, l’ha chiesto solo agli ucraini. Il danno politico, economico, geopolitico e financo reputazionale è fatto, è irreparabile in tutta evidenza e tale rimarrà per anni.

L’ONU ha dichiarato che nei sette anni di guerra nel Donbass (2014-2021) ci sono stati 3100 morti civili, in Ucraina, fino ad oggi, ne dichiarano su i 400. Le stime dell’ONU sono sempre troppo basse per ovvie ragioni pratiche, ma le proporzioni sono quelle. Solo che non ho visto dirette h24 per il Donbass. I più non sanno neanche di cosa si parla quando si dice “guerra del Donbass”, non esiste il fatto. I morti hanno peso diverso, così l’indignazione umana e la sanzione morale.

Quella che vedete in televisione perché dalla televisione passi nella vostra testa non è la guerra, sono la politica, la geopolitica e la geoeconomia condotte con altri mezzi.

Ed ecco a Voi quello che gli "esperti" veri e non da commedia dell'arte, hanno indicato da tempo come il più probabile successore di Putin poiché che Putin puntasse dopo ventidue anni a togliersi dai riflettori dopo esser passato alla storia russa col suo peso evidente, era a loro noto da un bel po'.


Facciamo il Punto partendo dal fatto che la Russia sta combattendo per la sua sopravvivenza è la punta avanzata di Eurasia il continente che sta emergendo lentamente ma inesorabilmente. Obbiettivi immediati sono demilitarizzazione, denazificazione dell'Ucraina per questo è stata lanciata l'Operazione militare speciale e l'affermazione sul campo del principio dell'indissolubilità della sicurezza

La posta in gioco
di Leonardo Mazzei
7 marzo 2022


La propaganda è assordante, la ragione è oscurata. Inutile soffermarsi sui mille esempi che ce lo dimostrano. Basta accendere la tv, sfogliare qualsivoglia giornale, per averne la riprova in ogni minuto di queste tetre giornate di guerra.

Inutile, seppur doveroso, anche il mostrare l’ipocrisia ed il doppiopesismo della politica e dei media occidentali. In Ucraina muoiono civili e bambini, nelle guerre americane che hanno insanguinato il primo ventennio del secolo invece no. Ma su questo rimandiamo al bell’articolo scritto in proposito da Franco Cardini.

C’è tuttavia un’infamia che le supera tutte, l’attribuzione delle ragioni del conflitto alla presunta malvagità – peggio, alla “pazzia” – di un uomo. Questo modo di presentare le cose ha tanti scopi: criminalizzare l’avversario, rendere nei fatti impossibile qualunque trattativa, preparare il mondo ad un’escalation per mettere in ginocchio la Russia.

Già, l’escalation… A leggere i giornaloni essa sembrerebbe il frutto della supposta avventatezza di Putin. Ma è così? Un gongolante Edward Luttwak, il dottor Stranamore più noto delle nostre tv, ha affermato entusiasticamente il contrario: «C’è un’escalation, ma l’escalation è dal lato occidentale». Difficile non essere d’accordo.

E’ chiaro che siamo entrati in una partita mortale, uno scontro che non ammette vie di fuga, alla fine del quale ci sarà un vincitore ed un vinto, ma ci sarà soprattutto un quadro internazionale profondamente diverso da quello precedente alla crisi ucraina.

Proviamo dunque a capire quel che sta avvenendo e, soprattutto, qual è la vera posta in gioco del conflitto in corso.

Gli obiettivi russi

Gli obiettivi di Putin sono chiari e dichiarati: la neutralità e la smilitarizzazione dell’Ucraina, che dunque dovrà stare fuori dalla Nato; il riconoscimento della Crimea come territorio russo; l’indipendenza del Donbass, entro quali confini è da vedere.

Si tratta di obiettivi legittimi? Assolutamente sì. Dopo trent’anni di espansione della Nato ad est, peraltro in violazione degli accordi presi nel 1991 (ora resi pubblici da Der Spiegel), la minaccia alla Russia è sempre più evidente. Ed un eventuale ingresso dell’Ucraina, come pure della Georgia e della Moldavia, avrebbe decuplicato il pericolo per Mosca. In secondo luogo, la Crimea è a tutti gli effetti Russia, ed i suoi abitanti scelsero a larghissima maggioranza (95,3%) di entrare nella Federazione russa con il referendum del 16 marzo 2014. In terzo luogo, specie dopo aver subito le violenze delle milizie naziste armate da Kiev, il Donbass ha pieno diritto alla propria piena autodeterminazione.

Questi obiettivi, della cui legittimità non è possibile dubitare, potevano essere perseguiti con altri mezzi? In teoria sì, in pratica no. Sul punto la chiusura Usa-Nato ad una qualsiasi ipotesi di compromesso è stata totale. C’è stato un passaggio che ci ha fatto capire che saremmo arrivati alla guerra. Il 14 febbraio scorso, il cancelliere tedesco Scholz volava a Kiev per incontrare Zelensky. Al termine del colloquio Scholz diceva che: «l’adesione dell’Ucraina alla Nato non è in agenda». Un segnale distensivo subito colto dal Cremlino, ma smentito il giorno dopo dallo stesso Zelensky, che tornava a chiedere con forza l’ingresso nell’Alleanza atlantica. Ora, è mai possibile che Scholz non avesse concordato con il presidente ucraino le sue dichiarazioni successive all’incontro? Ovvio che no. Altrettanto ovvio, allora, chi abbia suggerito all’ex comico di mandare all’aria ogni possibilità di allentare la tensione.

Da qui la decisione di Putin di attaccare l’Ucraina. Una scelta rischiosa, ma resa di fatto obbligata dall’intransigenza Usa-Nato. A questo punto gli obiettivi russi possono essere raggiunti solo con il controllo di quel paese. Dunque, a meno che il comico-presidente non sia pronto ad una clamorosa giravolta, con un nuovo governo a Kiev.

Russia in difficoltà?

Secondo la narrazione corrente questa scelta si starebbe però rivelando disastrosa per la Russia, sia sul piano militare che su quello politico. Militarmente viene esaltata la resistenza ucraina, mentre politicamente il blocco Usa-Nato-Ue si sarebbe dimostrato più compatto di quanto previsto.

Proviamo a comprendere la fondatezza di questa descrizione dei fatti partendo dagli aspetti militari. Difficile pensare che a Mosca non avessero chiara la potenzialità bellica dell’Ucraina, specie dopo le notevoli forniture americane degli ultimi tempi. E’ chiaro come Putin non abbia né voluto né potuto adottare metodi di guerra totale come quelli utilizzati in Cecenia ed in Siria. Un’Ucraina oggi rasa al suolo ben difficilmente potrebbe essere amica di Mosca domani.

Naturalmente in guerra muoiono anche i civili, ma finora non abbiamo visto azioni come quelle dei bombardieri americani su Baghdad e degli aerei Usa-Nato contro la Serbia nel 1999. Tutto ciò non può che rallentare l’offensiva, ma ricordiamoci che le truppe americane impiegarono più di tre settimane per prendere la capitale dell’Iraq, mentre la minuscola Serbia riuscì a resistere per oltre due mesi.

Più complessa la questione delle sanzioni economiche. Senza dubbio quelle adottate contro la Russia sono pesanti. Molto pesanti. Ma è possibile che non fossero state messe nel conto? Difficile a credersi. Gravi sono le sanzioni sullo Swift (definite da qualcuno un’arma “atomica”), ma per ora esse escludono le transazioni più importanti, quelle per gli acquisti di gas. Antirussi sì, ma meglio se al caldo!

Sta di fatto che, grazie ai prezzi folli raggiunti in questi giorni, la Russia non ha mai incassato tanto (poco meno di un miliardo di euro al giorno) dalla vendita del proprio gas. I problemi seri verranno più avanti, se davvero l’Unione europea darà seguito agli indirizzi che stanno emergendo in questi giorni: riapertura delle centrali a carbone, rinvio della chiusura di quelle nucleari in Germania, rigassificatori a tutta randa per acquistare dagli Usa, Canada e Qatar, richiesta di forniture aggiuntive a Libia, Azerbaigian e – soprattutto – Algeria. Un piano che per realizzarsi avrà comunque bisogno di tempo.

Ma quanti paesi hanno adottato le sanzioni contro la Russia? Secondo una nostra ricostruzione sommaria, attualmente non più di 40: i 27 della Ue, più altri paesi europei della Nato (Gran Bretagna, Islanda, Norvegia), e non (Svizzera). A questi si aggiungono ovviamente gli Stati uniti e il Canada, più gli alleati degli Usa nel Pacifico (in particolare Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Australia, Nuova Zelanda, Singapore). D’accordo, si tratta di paesi importanti, e per quel che riguarda l’export fondamentale è l’Europa, tuttavia 40 paesi sono poco più di un quinto di quelli rappresentati all’Onu.

Ed a proposito di Onu è interessante analizzare brevemente il voto che si è tenuto all’Assemblea generale straordinaria tenutasi il 3 marzo. La stampa occidentale ha messo in luce il risultato assoluto sulla risoluzione di condanna della Russia: 141 favorevoli, 5 contrari, 35 astenuti, 11 che non hanno espresso alcun voto. Ma, a parte il fatto che il voto dell’Assemblea generale non ha alcun valore pratico, quei 35 paesi che si sono astenuti (un’astensione che nelle circostanze date è sostanzialmente un sostegno a Mosca) rappresentano il 50% della popolazione mondiale. Fra di essi si trovano infatti Cina, India, Pakistan Bangladesh, Vietnam, Iran, Khazakistan ed Iraq, ma pure una ventina di stati africani, tra i quali spiccano l’Algeria, il Congo, l’Angola, la Tanzania, l’Uganda, il Sudan e soprattutto il Sudafrica. Insomma, il mondo è un po’ più grande ed articolato di quel che vorrebbero farci credere!

Questo significa che Putin non abbia problemi? Assolutamente no, significa soltanto che questi problemi vanno visti in un quadro globale, non dal ristretto angolo visuale della vecchia Europa.

Il gioco Usa-Nato: far cadere Putin, mettere in ginocchio la Russia

Abbiamo citato in premessa Luttwak. E’ in corso un’offensiva Usa-Nato per mettere in ginocchio la Russia, per evitare che quel grande paese possa giocare il ruolo che gli spetta nel quadrante euroasiatico. L’obiettivo è dunque l’eliminazione di Putin, come premessa alla disfatta russa. Comunque lo si voglia giudicare, Putin è stato l’artefice della rinascita russa dopo il crollo dell’Urss ed il decennio dell’ubriacone Eltsin, non a caso tanto amato in occidente.

Rispetto all’equilibrio del terrore degli anni della Guerra Fredda, l’espansione della Nato ad est serve appunto a determinare uno squilibrio strategico evidente. Hai voglia di avere lo stesso numero di testate nucleari, ma se il nemico te ne può puntare un congruo numero a poche centinaia di chilometri dalla tua capitale lo sbilanciamento diventa totale. Del resto, cosa farebbero gli Stati Uniti se la Russia potesse installare i suoi missili sulla frontiera del Messico o del Canada? La risposta la conosciamo tutti.

E’ in corso dunque una sfida mortale. Ed in questa sfida l’Unione europea è solo una protesi della Nato. Con un autolesionismo senza precedenti l’Ue ha scelto subito le sanzioni, arrivando poi alla fornitura diretta di armi letali alla cricca al potere a Kiev. Di fatto un atto di guerra dietro l’altro, le cui conseguenze potremo vedere solo nel tempo. Parallelamente è scattata una propaganda mai vista, con manifestazioni di russofobia che non sto ad elencare perché note a tutti.

Guai a sottovalutare la propaganda e la russofobia. Per certi aspetti queste due armi, brandite all’unisono dall’intero sistema politico-mediatico occidentale fin dal primo minuto, sono anzi la dimostrazione più evidente dei veri scopi di che le usa. L’obiettivo di fondo non è solo la difesa dell’Ucraina, e neppure un “semplice” cambio politico a Mosca, ma la distruzione della Russia come potenza. Che chi sta perseguendo quel disegno abbia poi la faccia tosta di presentarsi come “pacifista”, questa è un’altra di quelle cose che gridano vendetta.

Il progetto Usa-Nato, con l’aggiunta della protesi europea, ha però diversi punti deboli. In primo luogo il declino della superpotenza americana, che sta portando con sé una forte e poliedrica spinta ad un nuovo (e per ora indefinito) multipolarismo. In questo quadro, diventa importante osservare l’emergere di una sorta di “blocco asiatico”.

Il blocco asiatico

Abbiamo già parlato del voto all’Onu. Bene, se noi coloriamo la mappa dell’Asia, ci accorgiamo che i paesi che hanno votato contro o si sono astenuti in quella votazione coprono il 90% del territorio di quel continente. Altro che l’inesistente blocco euro-asiatico! Quello che sembrerebbe voler prendere forma è piuttosto un inedito blocco asiatico di gigantesche proporzioni. Certo, non si tratta di un blocco omogeneo, tutt’altro. Epperò è proprio in certi tornanti della storia che le cose si ridefiniscono e prendono forma.

In questo blocco un’importanza decisiva è ovviamente quella della Cina. Noti sono i conflitti passati tra Russia e Cina. Note le differenze culturali tra due civiltà che non si sono mai amate. Noto il timore russo di una colonizzazione gialla della Siberia orientale. Eppure, nonostante tutto ciò, oggi sembrano prevalere due ragioni che spingono in senso opposto: la comune esigenza di contrapporsi agli Stati uniti, la straordinaria complementarietà delle due economie (una fornitrice, l’altra consumatrice di materie prime).

E’ presto per scommettere sulla possibilità che questo blocco si consolidi, ma che si tratti di una possibilità concreta pare chiaro. Terreni di verifica saranno la questione energetica (e quella commerciale in generale), ma ancora prima la risposta al blocco dello Swift, che potrebbe far emergere rapidamente una nuova piattaforma alternativa per le transazioni finanziarie internazionali.

Chi vivrà vedrà, ma la guerra in corso non è solo quella che si combatte con le armi. Detto questo bisogna poi tener conto che la tendenza ad opporsi all’unipolarismo americano non riguarda solo l’Asia. Abbiamo già accennato ad alcuni giganti africani, ai quali bisogna aggiungere la posizione autonoma (in ogni caso contraria alle sanzioni) dei tre principali paesi dell’America Latina: Brasile, Argentina e Messico. Un discorso a parte meriterebbe l’ambigua posizione turca, dove l’ambiguità (con annessa opposizione alle sanzioni) è già però una notizia, tenendo conto che arriva da un fondamentale paese della Nato.

O il rilancio dell’unipolarismo americano o l’inizio manifesto della sua fine

Tante sono le questioni, infinite le implicazioni del conflitto in atto. Sbaglieremmo a ridurlo ad una questione tra Russia ed Ucraina. La partita è infatti ben più grande. Se gli Stati uniti, con il braccio della Nato e l’aggiunta della protesi europea si imporranno, assisteremo ad un rilancio in grande stile del processo di globalizzazione. Laddove per globalizzazione deve intendersi non il banale accrescersi dell’interscambio mercantile a livello globale, quanto piuttosto l’affermazione di regole, dispositivi, entità sovranazionali tese alla costruzione di un potere centralizzato ed ademocratico, emanazione diretta delle oligarchie dominanti. Questo potere, formalmente destatualizzato e transnazionale, ha bisogno però di una potenza dominante ed egemone per poter funzionare. Inutile dire che questa potenza è quella che si estende dal Pacifico all’Atlantico e che si è già assegnata da tempo il ruolo di gendarme globale.

Globalizzazione significa di necessità potere tecnocratico, intreccio indissolubile tra apparati statali e potere economico, specie quello rappresentato dalle grandi concentrazioni finanziarie e dalle multinazionali high tech della Silicon Valley. Lo comprendano bene i nostri compagni di lotta contro il green pass e tutte le norme liberticide del governo Draghi: qualora il disegno Usa-Nato si affermasse, la nostra lotta subirebbe un colpo forse mortale.

Qualora, invece, questo disegno venisse arrestato dall’iniziativa di Putin, si aprirebbe una fase storica completamente nuova. Una pagina tutta da scrivere, dove anche i movimenti che si battono per la libertà e per i diritti sociali avrebbero uno spazio ben maggiore di quello odierno.

I legittimi interessi dell’Italia ed il governo anti-nazionale di Draghi

Tra le vittime del conflitto in corso c’è sicuramente l’Unione europea, la cui economia sarà quella che pagherà il prezzo più caro della guerra e dell’escalation. Ma si tratta di un danno auto-inflitto, frutto della cronica incapacità (oggi ancora più evidente di ieri) di sottrarsi all’egemonia americana. Come disse un irridente George Friedman, uno dei massimi esperti americani di geopolitica: «l’Europa non può essere un impero visto che fa già parte di altro impero, il nostro». Viva la chiarezza!

I danni per l’Europa sono evidenti, dall’aumento del prezzo dei prodotti energetici al blocco delle esportazioni verso la Russia. Poiché – comunque vadano le cose – è ben difficile che la frattura con la Russia possa ricomporsi in tempi brevi, notevole sarà lo stress sui sistemi energetici dei vari paesi, chiamati a trasformazioni radicali in tempi estremamente rapidi.

Simbolo di questi danni economici è il blocco sine die imposto al gasdotto North stream 2, che avrebbe dovuto trasportare ulteriori 55 miliardi di metri cubi all’anno di gas russo da Vyborg, sul Golfo di Finlandia, fino alla città tedesca di Greifswald. L’attivazione di questo gasdotto, da mesi già pronto per entrare in funzione, avrebbe sicuramente riportato il prezzo del gas a valori normali. Si è preferito invece piegarsi al diktat americano. In questo modo l’Europa si priverà di un gas disponibile, ed in condizioni normali a basso prezzo, preferendogli quello trasportato dagli Stati Uniti, un gas notevolmente più caro, sia perché ottenuto con la tecnica della fratturazione idraulica, sia per i costi di trasporto su nave.

Insieme alla Germania, sarà l’Italia a pagare il prezzo più alto della linea scelta. Il nostro Paese ha (forse dovremmo dire aveva) il vantaggio di possedere uno dei parchi termoelettrici alimentati a gas più moderni di Europa. Ed il gas è certamente la fonte energetica primaria ideale per la transizione verso le rinnovabili. Insieme a tanti altri motivi di ordine geostrategico, questa particolare condizione avrebbe dovuto imporre una politica di grande amicizia con la Russia. L’occasione per dare corpo ad una visione centrata sui legittimi interessi nazionali fu il progetto del South stream avviato nel 2007. Ma, non a caso, quell’occasione andò persa. Il progetto fu fatto saltare dagli Stati uniti, che giunsero a spingere la Bulgaria – dove il gas doveva arrivare dal Mar Nero, prima di attraversare la penisola balcanica ed approdare in Puglia – a ritirarsi dal consorzio. Tutto questo mentre in Italia Pd e soci inveivano contro il governo Berlusconi reo di inciuciare con Putin e con Erdogan. Per chi fosse interessato a quella vicenda, rimando ad un mio articolo scritto sul tema nell’ormai lontano 2009.

Ma torniamo all’oggi. Con un editoriale sul Corriere della Sera, Lucrezia Reichlin non usa mezze misure. Parlando dei temi energetici, delle conseguenze delle sanzioni, ma anche della gestione dei profughi e ancor di più dalla corsa al riarmo che la Germania ha già lanciato con lo stanziamento di 100 miliardi di euro, l’economista della London Business School va dritta al punto: «Dall’invasione russa dell’Ucraina, l’economia mondiale, ma in particolare quella europea, è entrata in un regime di guerra». E ancora: «Non si tratta di concepire una risposta di qualche mese, ma di organizzarsi per sopravvivere in un nuovo quadro geopolitico». Emergenza dunque, e soprattutto emergenza infinita.

E’ in questo quadro che si collocano le sciagurate decisioni assunte dal governo Draghi, pure con il sostegno della finta opposizione meloniana. Decisioni che rappresentano l’assoluta negazione degli interessi nazionali del nostro Paese. Per prima cosa va ricordato che le sanzioni sono sempre un grave atto ostile. Ma a queste sanzioni si aggiunge adesso l’invio di armi all’Ucraina, un atto di guerra vero e proprio, un oltraggio ulteriore al già violentato articolo 11 della Costituzione.

Certo, sono queste le conseguenze dell’appartenenza alla Nato, ma abbiamo già accennato che pure nella Nato c’è chi (la Turchia) le sanzioni non le applicherà. Ma Draghi l’americano non poteva certo dissociarsi. Già il suo discorso d’insediamento aveva fatto intendere quale postura anti-russa avrebbe assunto il suo governo. Del resto, le forze che compongono la sua maggioranza parlamentare non sono da meno: partiti senza idee, salvo quelle che gli forniscono da Washington e Bruxelles.

Bene, che almeno si sappia che questo servilismo verrà pagato dal popolo lavoratore, con più disoccupazione, con un’inflazione in forte crescita, con il gas e la benzina alle stelle.

Tutto ciò ci dimostra come sia sempre più necessaria la lotta senza quartiere al governo Draghi ed alle attuali forze parlamentari, nessuna esclusa. Ma ci dimostra soprattutto qual è la strada da intraprendere: quella della neutralità. Una neutralità attiva, specie nel Mediterraneo, fatta di amicizia e fratellanza verso gli altri popoli. Una neutralità frutto dell’uscita dall’Ue e dalla Nato. Certo, questo programma può sembrare del tutto irrealistico, ma viste le catastrofi che ci consegna l’appartenenza a queste due gabbie gemelle, l’unico realismo è proprio quello dell’uscita.

Inutile dire che questo atto non potrà mai venire dall’attuale classe dirigente. Che proprio per questo andrà semplicemente cacciata dai posti che occupa.

«Guerra e pandemia stessa strategia»

«Guerra e pandemia stessa strategia», così il Fronte del Dissenso chiama a manifestare il 12 marzo a Bologna contro la Nato. Il perché di questo slogan è presto detto. In questi giorni non è difficile notare l’assonanza tra la narrazione pandemica e quella di guerra. Al posto del virus c’è Putin, il ruolo dell’Oms è preso dalla Nato, quello del vaccino è adesso rappresentato dalle sanzioni. Per istituzioni e media il copione è esattamente lo stesso: bisogna sconfiggere il nemico, costi quel che costi (inclusa la proclamazione di un nuovo stato d’emergenza), e la prima cosa da fare è obbedire agli ordini del governo, sempre esaltati da un sistema mediatico che oggi ha paura anche delle oneste corrispondenze di un Marc Innaro.

Sapevamo già che all’emergenza pandemica ne sarebbe seguita un’altra. Ormai il sistema funziona così, non proprio un segno di grande forza.

Ma c’è una ragione più importante che tiene insieme guerra e pandemia. Il Grande Reset, che è il vero scopo di una narrazione che ormai fa acqua da tutte le parti, potrà affermarsi solo con un potente rilancio della globalizzazione. Questo processo ha tanti ostacoli, in primo luogo la consistente fetta di popolazione che non si è bevuta il cervello. Ma tra questi ostacoli uno dei più importanti si chiama Russia.

E’ anche per questo che alla Russia non si è voluto concedere niente. Ed è per questo che si è scatenata una russofobia mai vista neppure ai tempi della Guerra Fredda. Proprio per questo, però, non andrà a finire a tarallucci e vino.

Torniamo dunque alla vera posta in gioco di questo conflitto: o il rilancio della globalizzazione, attraverso la riaffermazione del dominio della superpotenza americana che ne è alla guida o, viceversa, l’inizio di una sua crisi irreversibile. E’ questa la grande partita che si gioca nelle pianure dell’Ucraina

Intendiamoci, i miti della globalizzazione sono ormai caduti da tempo, ma il tentativo di un suo rilancio non va affatto sottovalutato. Oggi questo tentativo si basa proprio sulla grande narrazione della quarta rivoluzione industriale, della digitalizzazione integrale, in prospettiva del transumanesimo. Tutti passaggi che ci vorrebbero vendere come tesi al bene ed al “progresso” dell’umanità, mentre noi sappiamo che rispondono solo agli interessi di una ristrettissima oligarchia dominante. Quell’oligarchia che abbisogna di un popolo muto e spaventato, stordito da un’emergenza dietro l’altra, gettato in una lotta contro un male che ieri aveva il volto del “no vax” ed oggi quello di Putin.

Alla faccia di Fukuyama, siamo entrati in un altro periodo storico. Un periodo di lotte e di grandi sconvolgimenti. La “fine della storia” sarà per un’altra volta. L’importante è sapere da quale parte stare. La nostra è quella di chi si batte per la neutralità del nostro Paese, dunque per l’uscita dall’Unione europea e dalla Nato. Solo con queste scelte la parola “pace” diventerà credibile e sincera. Non ipocrita, come quella gridata oggi nelle piazze da chi finge di non accorgersi neppure di stare sostenendo un governo, quello di Kiev, basato sull’appoggio di forze dichiaratamente naziste.