L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 marzo 2022

14 marzo 2022 - 2014, la crisi ucraina spiegata da Giulietto Chiesa

19 marzo 2022 - News della settimana (18 mar 2022)

19 marzo 2022 - QUESTA E’ L’AMERICA

Mariupol la tana dove si sono rifugiati i nazisti che bruciarono vive 47 persone a Odessa


19 MARZO 2022

Mariupol oramai è “tecnicamente caduta”. Questo il termine usato da diverse fonti anche ucraine nelle ultime ore. La città, per stessa ammissione dei comandi di Kiev, non è più difendibile. Si combatte solo nei punti in cui sono attive alcune sacche di resistenza. Visto il contesto di Mariupol, non c’è da sorprendersi. Nel 2014 qui ha preso piede, durante la guerra contro i separatisti di Donetsk, il Battaglione Azov.

Il più ideologicamente motivato, schierato su posizioni fortemente nazionaliste e i cui combattenti più volte hanno detto di non voler rinunciare alla battaglia contro i russi nemmeno in caso di situazione compromessa. Il porto è in mano alle truppe di Mosca, così come l’aeroporto. Inoltre i russi assieme ai separatisti hanno creato una fascia di sicurezza di oltre 50 km a nord della città. Al netto degli ultimi cruenti scontri, la principale città ucraina sul Mar d’Azov può già considerarsi fuori dal controllo di Kiev. E questo potrebbe cambiare il corso sia della guerra che dei negoziati.

L’attuale situazione a Mariupol

Impossibile sapere quali zone sono in mano ai russi e quali invece ancora in mano ucraina. Le comunicazioni sono difficili, i video che giungono sono figli della propaganda di entrambe le parti. É possibile però parlare a grandi linee di quella che è la situazione sul campo. A partire dalla periferia della città. Da giorni il centro di Mariupol è chiuso e circondato dalle truppe russe e separatiste. Gli uomini di Mosca sono arrivati da ovest dopo aver preso Melitopol e Berdyansk nei primi giorni di guerra. I combattenti di Donetsk invece sono avanzati da est scavalcando quella che per otto anni è stata la linea di contatto fissata dagli accordi di Minsk.

Russi e filorussi, prima di addentrarsi nel cuore di Mariupol, hanno preso possesso anche di una vasta fascia interna tra gli oblast di Kherson, Donetsk e Zaporizhzhia. Grossomodo il territorio occupato dai russi è possibile rappresentarlo tracciando idealmente una linea che va da Enerhodar, località a sud di Zaporizhzhia dove è situata la più grande centrale nucleare d’Europa, fino a Volnovakha, cittadina immediatamente a sud di Donetsk e passata agli onori delle cronache negli ultimi giorni in quanto rasa al suolo. Una fascia molto ampia e che ha permesso ai russi di avere dalla propria ampie vie di comunicazione per rifornimenti e arrivo di nuove truppe.

Nella periferia di Mariupol si è iniziato a combattere da alcuni giorni. Con gli ucraini senza possibilità di avere rifornimenti e con i combattenti del Battaglione Azov di fatto relegati a una sacca nel centro cittadino, russi e filorussi hanno iniziato la battaglia strada per strada. E attualmente si sta letteralmente sparando casa per casa.

A darne testimonianza nelle scorse ore anche un italiano rimasto bloccato a Mariupol, secondo cui non c’è una via che si salva dai colpi di artiglieria e dalle sparatorie tra i vari gruppi contrapposti. Il sindaco di Mariupol sabato mattina ha ammesso che i russi sono arrivati in centro. Non ci sono però mappe dettagliate in grado di ricostruire l’effettiva situazione sul campo. In base ai dati resi noti dagli stessi ucraini, nelle ultime ore si starebbe combattendo nella zona della grande acciaieria Azovstal. L’impianto si trova poco a est del centro storico e si affaccia sul mare. In linea d’aria, per avere un riferimento, i combattimenti sono quindi a circa un chilometro dal teatro bombardato nei giorni scorsi, la cui zona è tra le principali del centro di Mariupol.

Inoltre venerdì sera gli ufficiali ucraini hanno dichiarato che le truppe di Mosca hanno preso possesso anche dell’aeroporto. Lo scalo ha sede nella parte opposta all’acciaieria, alle porte degli ingressi orientali della città. Da questi dati appare evidente come l’esercito russo cinga d’assedio l’intera periferia di Mariupol. Gli ultimi gruppi di ucraini, inquadrabili soprattutto tra le fila del Battaglione Azov, ancora combattenti dovrebbero trovarsi quindi proprio tra la zona del teatro e la principale stazione ferroviaria.

Un fazzoletto di territorio costituito dal dedalo di vie che compone il centro storico. La battaglia degli ultimi giorni si starebbe svolgendo proprio qui. Vista la delicatezza del tessuto urbano della zona, è probabile che i combattimenti stiano provocando ulteriori danni e sofferenze alla popolazione civile rimasta in città.

Perché Mariupol potrebbe rappresentare un crocevia del conflitto

Al centro di Mariupol non si stanno fronteggiando solo russi e ucraini appartenenti ai rispettivi eserciti. C’è invece una massiccia concentrazione di forze comprendente anche altri attori in campo. Come detto, qui i soldati di Kiev sono appartenenti soprattutto al Battaglione Azov. Dall’altra parte invece ci sono sia i separatisti di Donetsk che i ceceni. Sono proprio questi ultimi ad aver messo in rete buona parte dei video che documentano la battaglia di Mariupol. In alcuni urlano “Allah Akbar” dopo aver conquistato un obiettivo.

Un dispiegamento di forze che è ravvisabile nel contesto della guerra in Ucraina soltanto a Kiev. La presa della città portuale ha quindi una grande valenza per Mosca e, dall’altro lato, la definitiva caduta invece rappresenterebbe un grosso guaio per gli ucraini. Come mai Mariupol ha assunto questa importanza nell’economia del conflitto?

La risposta è data dal fatto che lungo le sponde dell’Azov stanno confluendo molteplici interessi. In primo luogo c’è una definitiva resa dei conti, a distanza di otto anni, tra i nazionalisti ucraini del Battaglione Azov e i separatisti filorussi di Donetsk. In secondo luogo, Mosca prendendo Mariupol raggiunge alcuni importanti obiettivi politici e militari. Si assicurerebbe infatti l’intero controllo sul Mar d’Azov. E inoltre andrebbe a creare un lungo corridoio capace di mettere in collegamento la Crimea e Kherson con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Potrebbe cioè crearsi un “grande Donbass” filorusso. Da trasformare, subito dopo, o in più Stati cuscinetto oppure in una nuova entità statale ovviamente politicamente agganciata a Mosca. In poche parole, cadendo Mariupol inizierebbe a prendere seriamente corpo una spaccatura dell’Ucraina. Circostanza in grado di essere pesantemente rivendicata anche in sede di trattative.

La verità emerge è più grande della menzogna. I farmaci sperimentali con modificazione genetiche indeboliscono il sistema immunitaria e induce ad essere più aggredibili a batteri e virus

Vaccini: si tenta di cancellare le tracce



E’ davvero sorprendente il livello di manipolazione dell’opinione pubblica e il tentativo di nascondere i dati reali sulla pandemia e sui vaccini, tanto che alle volte alcune verità scoppiano improvvise, come quella che non soltanto i vaccini non servono a evitare l’infezione, ma che addirittura la peggiorano. La bomba è deflagrata durante un’ audizione sulla vaccinazione obbligatoria al Bundestag tedesco ( qui il video) : un esperto ha spiegato a spettatori stupefatti che l’analisi dei dati delle compagnie di assicurazione sanitaria mostra che nel 2021 i congedi per malattia da Covid sono stati inferiori a quelli chiesti per gli effetti collaterali delle vaccinazioni. Nelle settimane scorse si è tentato di chiudere la bocca al funzionario dell’assicurazione Bkk che per primo aveva lanciato l’allarme su questi dati, ma alla fine non è possibile cancellare proprio tutto perché in questo caso si tratta di un passaggio di soldi e contributi che non possono essere facilmente manipolati come i numeri su un database i quali possono essere facilmente alterati con qualche vago pretesto. Ora è davvero inconcepibile che si continui ad agitare lo spettro delle vaccinazioni obbligatorie o comunque forzate di fronte a dati così inquietanti e anche agli altri che vengono dalla Germania, dall’Austria, dalla Gran Bretagna, da Israele e secondo i quali le ospedalizzazioni ormai riguardano all’80% le persone con tre dosi. Mentre Omicron per i non vaccinati, anche quelli di una certà età è un semplice raffreddore, per i vaccinati che evidentemente subiscono un danno al sistema immunitario proporzionale numero di dosi, può diventare una malattia più seria. E questo anche facendo la tara al fatto che gli ospedali in tutto l’occidente e anche altrove hanno vantaggi economici dall’ospitare pazienti Covid, che magari hanno tutt’ altro e sono soltanto positivi a un test che è già stato invalidato da un anno. Lo dico per mostrare l’enorme pasticcio nel quale ci hanno cacciato e il livello di menzogna nel quale viviamo.

Voglio sperare che questo circolo vizioso per cui più ci si vaccina più si ha bisogno di vaccini sia semplicemente un errore e non qualcosa di appositamente studiato per aumentare i profitti, ma che si cerchi di non prender atto del fallimento epocale dei preparati genici anzi di un intero modo di intendere la sanità legato esclusivamente e cinicamente al profitto, è davvero allucinante e mostra a che punto siano arrivate le società occidentali il duo ceto politici; che poi non si sospendano le vaccinazioni e tutto il combinato disposto di misure ridicole e inutili per permettere quanto meno di studiare il problema, mostra senza tema di smentita, che la salute delle persone è l’ultima preoccupazione dei governi, Se quando tutto va storto e ci sono indizi, anzi ormai prove che il rimedio sia peggiore del male l’esitazione a fermare tutta la scellerata macchina significa che essa è utile in un altro senso, è necessaria a ridurre la libertà di espressione e di vita delle persone. Adesso il compito di chi ha sempre combattuto la creazione pandemica, riconoscendola come pretesto per l’assassinio delle democrazie, deve mobilitarsi per impedire che dietro i fuochi dell’Ucraina i signori dei vaccini tentino di cancellare le tracce: lo stanno già facendo perché Il 15 marzo, il CDC americano ha cancellato dai propri dati decine di migliaia di “decessi Covid” . Di conseguenza, il numero di decessi tra i giovani di età inferiore ai 18 anni è diminuito di quasi un quarto. Il motivo addotto sarebbero errori di codifica, ma intanto è proprio grazie a questi errori che si è definito il rapporto rischio – beneficio dei vaccini. Ma se vogliamo che i futuro la sanità ritorni ad avere come oggetto la saluta bisogna impedire che la facciano franca.

Stati Uniti, Nato già ben impiantati in Ucraina

 Russia

18 marzo 2022
MAPPA DELLE STRUTTURE MILITARI DEGLI STATI UNITI E DELLA NATO IN UCRAINA

Mappa delle strutture militari degli Stati Uniti e della NATO in Ucraina. Molte di queste strutture sono già state smilitarizzate o prese sotto controllo dalle forze armate russe.

41 miliardi di dollari alla Pfizer e la Ursula von der Leyen si rifuta di rendere pubblici i contratti nonostante che il Parlamento euroimbecillandese ha dato parere favorevoli

La democrazia e l’altissima moralità vigenti nella UE

Maurizio Blondet 19 Marzo 2022

Il 15 febbraio scorso al Parlamento Europeo si è votato un emendamento per non negare la trasparenza e divulgazione dei contratti.

Quali? I contratti plurimiliardari che la Von der Leyen ha firmato con Pfizer, in modo del tutto privato a due con Bourla, per fornire miliardi di dosi di vaccini al prezzo di oltre 23 dollari l’una, senza asta pubblica, e senza dibattito parlamentare. Spendendo, ovviamente, denaro pubblico, dei cittadini UE, per 41 miliardi di dollari…

Giusto per sapere (i media non hanno fatto verbo) già il 26 settembre 2021 “il Mediatore europeo Emily O’Reilly ha avviato un’indagine sul rifiuto della Commissione europea di rivelare il contenuto delle comunicazioni tra Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di una società farmaceutica innominata Ad aprile, il New York Times ha riferito che von der Leyen aveva trascorso un mese a scambiare messaggi e telefonate con il CEO di Pfizer Albert Bourla nell’ambito dei negoziati per l’acquisto di vaccini per l’UE.

La Ursula non ha mai obbedito all’ombdusman, anzi ha cercato — fidando di avere al parlamento europeo una maggioranza di complici e farabutti – di far approvare una “legge” contro la trasparenza in generale dei contratti che la Commissione UE stila con qualunque controparte.

Fortunatamente una maggioranza – 506 deputati – hanno votato CONTRO, stabilendo che questi contratti siano pubblicati, che la Commissione Europea li pubblichi immediatamente e che in futuro non si accettino clausole del genere.

I 187 a favore della “Non Trasparenza” e “Non Divulgazione” sono (ovviamente) del gruppo EPP della Von Der Leyen, per l’Italia il partito di Berlusconi in toto.


Tuttavia, ad oggi dopo un mese non è stato ancora pubblicato nulla. La Ursula si tiene segreti i contratti con la Pfizer.

Questa è la libertà democratica vigente nella UE, l’altissima moralità politica che autorizza la UE a dare lezioni di democrazia a Putin.

Il voto può fermare la Ursula. Che ha potuto annunciare già nel 2021 una quarta o quinta ondata di Covid che sicuramente verrà, con queste parole, dopo la firma del mega-contratto:

“Ma permettetemi di concentrarmi anche sul medio termine. . .. È chiaro che per sconfiggere il virus in modo decisivo, dovremo essere preparati per quanto segue: … potremmo aver bisogno di iniezioni di richiamo per rafforzare e prolungare l’immunità; … dovremo sviluppare vaccini che siano adattati a nuove varianti; e ne avremo bisogno presto e in quantità sufficiente. Tenendo presente questo, dobbiamo concentrarci su tecnologie che hanno dimostrato il loro valore. I vaccini mRNA sono un chiaro esempio calzante.

Sulla base di tutto ciò, stiamo ora avviando una trattativa con BioNTech-Pfizer per un terzo contratto . Questo contratto prevede la consegna di 1,8 miliardi di dosi di vaccino nel periodo dal 2021 al 2023”.

In perfetta consonanza, Mario Draghi ha reso ordinaria la struttura d’emergenza gestita da Speranza con questo motivo “Uno degli scopi del provvedimento è non smantellare la struttura esistente. Noi siamo consapevoli del fatto che un’altra pandemia potrebbe rivelarsi anche tra qualche tempo”.

Biden e i suoi lerci fatti

La “disinformazione” russa e la banda Biden



Quando si dice il destino: proprio ora giunge la verità sulle schifezze e le speculazioni che Joe Biden e suo figlio Hunter facevano in Ucraina e che erano sempre state negate con veemenza: dunque adesso sappiamo che il massimo responsabile della Nato ha avuto un interesse privato e personale nella leadership di Kiev e che ancora oggi la sua massima preoccupazione è che l’arrivo dei russi possa aprire il vaso di Pandora suo personale e dell’elite americana nella rapina a tappeto del Paese che fa finta di difendere. A questo proposito varrebbe la pena di notare che il numero di cosiddetti profughi, tra i quali si mischia poi ogni cosa, è molto inferiore alla perdita di popolazione subito dall’Ucraina a causa della gravissima crisi divampata dopo il golpe. Tuttavia la vicenda va anche molto oltre perché la soppressione degli affari sporchi di Biden in Ucraina, definita dal New York Time disinformazione russa, così come oggi viene definita tale qualsiasi notizia consistente sulla guerra, è stata anche la chiave di volta della sua vittoria elettorale. Anche qui tutto si tiene e si tratta davvero di una storia contemporanea nella quale emerge tutto il marcio che ci soffoca.

Riassumiamo la storia perché essa ha il medesimo tono, la medesima struttura e o stesso metodo delle altre che da due anni ci colpiscono incessantemente: nelle settimane precedenti le elezioni presidenziali del 2020. Il 14 ottobre 2020, meno di tre settimane prima che gli americani votassero, il quotidiano più antico della nazione, il New York Post , iniziò a pubblicare una serie di rapporti sugli affari opachi del leader democratico Joe Biden e di suo figlio, Hunter, in paesi in cui Biden, in qualità di vicepresidente, esercitava una notevole influenza (tra cui Ucraina e Cina) deducendone l’inopportunità della sua elezione. Il contraccolpo contro queste notizie è stato immediato e intenso, portando alla soppressione della storia da parte dei media padronali statunitensi e alla censura della storia da parte dei principali monopoli della Silicon Valley. La campagna di sbarramento contro questa notizia fu guidata dalla portavoce quasi ufficiale della CIA Natasha Bertrand (allora di Politico , ora con la CNN), il cui articolo del 19 ottobre è apparso sotto questo titolo: “La storia di Hunter Biden è disinformazione russa, dicono decine di ex funzionari dell’intelligence”. Come potessero asserirlo essendo appunto ex non si sa, ma in realtà essi avevano detto una cosa diversa: nella lettera in cui sostenevano la loro tesi dicevano di non avere prove per suggerire che le e-mail di Biden e figlio fossero falsificate o che la Russia avesse qualcosa a che fare con esse, ma avevano semplicemente intuito questo “sospetto” in base alla loro esperienza. Naturalmente siccome il problema era di non mettere in pericolo l’elezione del candidato che rappresentava la parte globalista dell’establishment americano, la cosa passò come prova certa e inoppugnabile che quelle mail fossero state fabbricate dalla Russia e costituissero una forma di disinformazione. L’Huffington Post arrivò persino a varare una campagna pubblicitaria sulla disinformazione russa cosa che naturalmente giustificava la censura pre elettorale più grave della storia americana. Twitter bloccò l’account Twitter del New York Post per quasi due settimane a causa del suo rifiuto di obbedire agli ordini di cancellare qualsiasi riferimento ai suoi articoli sulla vicenda e fu anche impedito ai singoli utenti di parlare tra loro della questione. Facebook, attraverso il suo portavoce, Andy Stone, annunciò, che avrebbe soppresso algoritmicamente la notizia in attesa di un “controllo dei fatti ” che , inutile dirlo, non è mai arrivato, proprio perché l’archivio era indiscutibilmente autentico.

Qualsiasi dubbio residuo sull’autenticità dell’archivio Biden è stato infranto quando un giornalista di Politico , Ben Schreckinger, ha pubblicato un libro lo scorso settembre , intitolato “The Bidens: Inside the First Family’s Fifty-Year Rise to Power, “ in cui ha dimostrato che le e-mail chiave su cui faceva affidamento il New York Post erano del tutto autentiche. Tra le altre cose, Schreckinger ha intervistato diverse persone incluse nelle catene di posta elettronica che hanno fornito conferma che le e-mail in loro possesso corrispondevano parola per parola a quelle nell’archivio del Post . Ha anche ottenuto dal governo svedese documenti identici ai documenti chiave dell’archivio.

Trovo davvero curioso che proprio oggi venga smascherata una delle narrazioni più pervasive sulla presunta disinformazione russa, cioè nel momento in cui tutte le notizie provenienti da Mosca sono censurate e considerate tout court come disinformazione. Viviamo davvero nell’Impero della menzogna.

Mariupol è solo una questione di giorni e i nazisti saranno abbattuti

19 Marzo 2022 08:00
Mariupol, quello che ho visto e sentito










Di Maurizio Vezzosi* - Donetsk

(Dal suo canale telegram: https://t.me/mauriziovezzosi)

L'acqua arriva nuovamente nelle condotte dell'area urbana di Donetsk, da dove scrivo.

Nella mattinata di oggi, mentre mi trovavo a Mariupol, un complesso residenziale nella zona di Kirovskij - a sud di Donetsk - è stato colpito da alcuni colpi di artiglieria dell'esercito ucraino: quattro civili – tutte donne – hanno perso la vita.

Pesantissima la situazione a Mariupol, dove prosegue l'evacuazione dei civili, già fuggiti a migliaia: in macchina, in bus, in bicicletta, a piedi. Impossibile dare conto di quanti siano scappati e di quanti siano rimasti.

Altrettanto impossibile dare conto, del numero dei civili e dei militari morti nella battaglia per la conquista della città. Molti i morti a cui non è stata ancora data sepoltura.

Mariupol è completamente circondata ed alcuni settori della città sono già sotto controllo russo.

Non c'è acqua, né telefono, né corrente elettrica.

Moltissimi i complessi residenziali distrutti: sparando missili anticarro dai piani alti di questi edifici la compagine ucraina ha tentato di rendere il più complicato possibile l'accesso alla città da parte delle forze russe. Intensi i combattimenti nella zona dell'acciaieria, ancora controllata dal battaglione Azov.

Migliaia di persone vivono da settimane negli scantinati: a centinaia si aggirano per le strade per trovare da mangiare. I negozi ed i magazzini sono stati presi d'assalto. Enormi le difficoltà, nonostante le ingenti consegne di viveri da parte delle forze russe.

A migliaia di civili è stato a lungo impedito di allontanarsi da Mariupol da parte del battaglione Azov: ho avuto personalmente conferma di questo da parte di numerosi civili in fuga verso Donetsk. Non posso escludere che ad una parte dei civili rimasti in città venga ancora negata dalla medesima compagine la possibilità di allontanarsi.

Molte le testimonianze che riferiscono di civili feriti ed uccisi dal battaglione Azov tentando la fuga prima che la periferia nord della città venisse conquistata dalle forze russe.

Inaccessibile, almeno per oggi, la zona del teatro.

Tutti i civili che si allontano dalla città vengono identificati dalle forze russe.

A tutti gli uomini viene chiesto di mostrare petto, schiena, gambe e braccia per appurare la presenza di eventuali tatuaggi che possano ricondurre la loro identità a membri del battaglione Azov.

La conquista della città da parte delle forze russe appare una questione di giorni.

*Foto e testo di Maurizio Vezzosi dal suo canale Telegram


Mariupol, i nazisti in trappola come ratti

18 Marzo 2022 21:00
Le narrazioni ucraine si iniziano a contraddire

di Dmiti Kovalevic, 18 marzo 2022

I rapporti ucraini sulla situazione a Mariupol rivelano divergenze. Ci sono due linee, entrambe ucraine: quella del battaglione Azov e quella delle autorità di Kiev.

1) I neonazisti di Azov che sono intrappolati nella città chiedono disperatamente aiuto. Chiedono di sbloccare la città. Lanciano appelli in varie lingue a tutta la comunità mondiale affinché faccia tutto il possibile per liberare i “difensori dell'Ucraina”. Dicono: “Non vogliamo diventare eroi postumi". Ma il consigliere di Zelensky, Arestovich, dice che non c'è possibilità di farli uscire perché le truppe ucraine sono piuttosto lontane e il loro movimento verso Mariupol le renderebbe un facile bersaglio. “Non c'è una via militare per salvarli", dice il consigliere e chiede di fermare questi appelli irresponsabili.

2) Il battaglione Azov a Mariupol sostiene che diversi civili sono morti durante l'attacco al teatro d’arte drammatica della città, e fa appello a un intervento della comunità mondiale. Ma il sindaco ucraino di Mariupol, S. Taruta, ha detto ieri che i civili erano nei sotterranei, e vivi.

-----

Delle due versioni, è importante ribadire come la stampa italiana filo Nato corra dietro alle false flag dei nazisti Azov che mirano a scatenare la terza guerra mondiale. Sul teatro di Mariupol anche la notizia delle "130 persone estratte vive" suscita perplessità vista la totale assenza di immagini dei sopravvissuti.

Vaticano criminale getta benzina sul fuoco ucraino

Via libera del Vaticano all’invio di armi: gli ucraini hanno il diritto di difendersi


19 marzo 2022

Armi? Sì all’invio a Kiev. Parola del segretario di Stato, Parolin, in un’intervista al settimanale spagnolo Vida Nueva. E il massimo leader dei cattolici ucraini negli Stati Uniti ha lanciato un appello al mondo affinché dia più armi per combattere l’invasione della Russia. Tutti i dettagli

Armi? Sì all’invio a Kiev. Allargamento di Nato e Onu? Con giudizio, ma non è il problema. In una intervista al settimanale spagnolo Vida Nueva, il cardinale Pietro Parolin rovescia molti paradigmi di chi pensava di sfruttare il Vaticano a giustificazione della propria narrativa. Papa Francesco sembra approvare in pieno. Ieri ha difeso il diritto dell’Ucraina di esistere come Stato e di difendersi dall’invasione russa. Intanto Putin sfila al suo pride. Cita il Vangelo. Per la Chiesa cattolica è blasfemo. Ecco tutti i dettagli

Parolin: “Lecito inviare armi a Kiev”

“L’uso delle armi non è mai qualcosa di desiderabile, perché comporta sempre un rischio molto alto di togliere la vita alle persone o causare lesioni gravi e terribili danni materiali. Tuttavia il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi. Allo stesso tempo entrambe le parti devono astenersi dall’uso di armi proibite e rispettare pienamente il diritto umanitario internazionale per proteggere i civili e le persone fuori dal combattimento. D’altra parte, sebbene gli aiuti militari all’Ucraina possano essere comprensibili, la ricerca di una soluzione negoziata, che metta a tacere le armi e prevenga un’escalation nucleare, resta una priorità”. Risponde così il segretario di Stato vaticano, in una intervista al settimanale spagnolo Vida Nueva, in merito all’invio di armi agli ucraini. Nei giorni e nelle ore in cui la politica europea e americana, gli intellettuali diversamente incaricatisi tra un talk televisivo e un editoriale danno il loro parere, il cardinale Pietro Parolin sposa una linea di difesa armata? Sì, ma non proprio. La priorità resta la via diplomatica.

L’Eminenza gela i pacifisti che ignorano i sofferenti per un’ideologia astratta

Non cambia di una riga la posizione cattolica. Deluderà certi columnist. Riduce la bibliografia citabile dei pacifisti coi diritti degli altri, ma non sorprende. Il concetto della legittima difesa è ampiamente trattato nei documenti del Magistero anche nel dopo Vaticano II. Lo si trova, tra l’altro, nel Catechismo e nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa promulgati da Giovanni Paolo II.

“È diritto e dovere aiutare le vittime che non possono difendersi dall’aggressione”

“Il diritto all’uso della forza per scopi di legittima difesa è associato al dovere di proteggere e aiutare le vittime innocenti che non possono difendersi dall’aggressione”. È l’architrave che sorregge il principio “legittima difesa” al 504 del Compendio. Documento che quindi chiarisce non solo la liceità, ma persino l’obbligo di tenere al riparo la popolazione civile dagli effetti della guerra.

Via diplomatica è la via maestra

Ma non c’è nessuna benedizione di bombe e cannoni. Lo stesso Parolin, mercoledì 16, alla messa per la pace, celebrata nella basilica di San Pietro, è stato altrettanto chiaro: “Non credete che se ascoltassimo di più le parole di nostro Signore, le armi tacerebbero, e non avrebbero nemmeno bisogno di essere fabbricate?”. E ancora: “Ripetiamo con il Papa: tacciano le armi!”. Davanti al cardinale, il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Compreso l’ambasciatore russo e quello ucraino.

Il Papa: “Gli Ucraini stanno difendendo la propria terra”

Per coincidenza, nello stesso venerdì 18, in cui usciva l’anteprima del settimanale spagnolo con l’intervista a Parolin, veniva diffuso il testo del messaggio che Francesco ha inviato a Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius e presidente del Consiglio delle conferenze dei vescovi d’Europa, in occasione dell’apertura delle Giornate sociali cattoliche europee in corso a Bratislava. Riferendosi al conflitto in Ucraina, Bergoglio denuncia un “abuso perverso del potere e degli interessi di parte, che condanna la gente indifesa a subire ogni forma di brutale violenza” e ha chiesto aiuto per gli ucraini, “popolo ferito nella sua identità, nella sua storia e tradizione”. Aggiunge: “Il sangue e le lacrime dei bambini, le sofferenze di donne e uomini che stanno difendendo la propria terra o scappando dalle bombe scuotono la nostra coscienza”. Forse è stato il richiamo più forte ed esplicito del Vescovo di Roma nell’affermare il diritto dell’Ucraina di esistere come Stato e di difendersi dall’invasione della Russia. E, insieme, richiamo alla comunità internazionale affinché faccia la propria parte. Serve, ha chiesto, “un impegno a rifondare un’architettura di pace a livello globale, dove la casa europea, nata per garantire la pace dopo le guerre mondiali, abbia un ruolo primario”.

“Il problema non è l’allargamento o meno di Nato e Ue”

Anche Parolin ha parlato di istituzioni internazionali. Scendendo nel dettaglio. Interrogato sul presunto senso di pericolo che la Russia prova per l’espansione della Nato e dell’Ue nell’Europa orientale, il Segretario di Stato vaticano cita la libertà di ciascun Paese di prendere, “in piena autonomia, le proprie decisioni in materia politica”, pur ricordando l’importanza di tenere conto anche dei rapporti con gli altri Stati. Sottolinea: “Il problema principale, a mio avviso, non è tanto l’allargamento o meno di Nato e Ue, ma l’opposizione esistente con altri Paesi”.

L’imperialismo mistico del Cremlino accende candele e uccide gente

Un visione, quest’ultima, accreditata in fondo dalla stessa Mosca putiniana, stando a un editoriale di RIA Novosti, pubblicato per errore il 26 febbraio – è infatti stato velocemente rimosso – per spiegare, con il probabile visto del Cremlino, le ragioni del Cremlino e della sua “operazione speciale in Ucraina” . Dove “la questione della sicurezza nazionale della Russia, cioè lasciare che l’Ucraina diventi anti-russa, non è la ragione più importante”. Cruciale è il nazionalismo mistico, la diffidenza verso l’Occidente e verso i suoi valori, per un nuovo ordine mondiale che abbia l’imperialismo russo a baluardo, quasi a katechon, sacro ostacolo, al secolarismo occidentale.

Quando Francesco criticava l’Onu

I problemi di conflitto ai quali fa cenno Parolin, sono nodi che le istituzioni internazionali non sanno sciogliere. Il segretario di Stato vaticano non lo dice esplicitamente. Lo diceva Papa Francesco tornando dal Giappone nel 2019. Rispondendo ai giornalisti, affermava: “Le Organizzazioni internazionali non riescono, le Nazioni Unite non riescono… Fanno tante cose, tante mediazioni, è meritevole. Ma è poco, ancora si deve fare di più. (Pensiamo) al Consiglio di Sicurezza: c’è un problema con le armi, tutti d’accordo per risolvere quel problema per evitare un incidente bellico, tutti votano sì, uno col diritto di veto vota no e tutto si ferma. Ho sentito che forse le Nazioni Unite dovrebbero fare un passo in avanti rinunciando nel Consiglio di Sicurezza al diritto di veto di alcune nazioni. Non so cosa dire, ma sarebbe bello che tutti avessero lo stesso diritto”. Sullo stesso tenore è stato pochi giorni fa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Roma chiede pace, non vieta armi se servono a difendersi

Quindi: non solo Roma rifiuta di benedire le armi in campo. Ci mancherebbe. Anzi: da tempo implora affinché si trovi il modo di smettere di fabbricare armamenti bellici. Però, dato che alle lunghe tonache non sfugge il realismo in materia, neppure si proclamano non expedit nel fornire aiuti agli aggrediti affinché possano difendersi e tutelare popolo e confini. Infatti le chiese locali da tempo chiedono anche aiuti militari per l’Ucraina.

L’arcivescovo ucraino dagli Usa: “A che serve se dai da mangiare ma poi la gente salta per aria?”

Martedì, il massimo leader dei cattolici ucraini negli Stati Uniti ha lanciato un appello al mondo affinché dia più armi per combattere l’invasione della Russia e aiuti per affrontare l’aggravarsi della crisi umanitaria. Borys Gudziak, arcivescovo metropolita di Filadelfia per la Chiesa cattolica ucraina negli Usa, ha affermato in una conferenza stampa a Washington che c’è un disperato bisogno di ambulanze blindate, forniture mediche e cibo, ma anche di armi. Ha chiesto: “A che serve se dai da mangiare allo stomaco di questi bambini, queste donne, queste persone nelle città, se i loro cervelli stanno per esplodere, se i loro condomini vengono ridotti in macerie?”. L’arcivescovo non ha mancato di notare quanto sia triste vedere la leadership della Chiesa ortodossa russa sostenere il presidente Vladimir Putin e la guerra, e ha criticato il patriarca Kirill per aver donato una grande icona della Vergine Maria a un leader della Guardia nazionale russa.

Da Kiev tutte le chiese e le religioni invocano armi. Compresi gli ortodossi fedeli a Kirill

Già l’8 marzo era stato il Consiglio delle chiese ucraine a chiedere aerei da combattimento. L’organismo comprende cristiani di varie denominazioni, ebrei e musulmani. Il Consiglio ha rivolto un appello alla Nato, all’Onu, all’Unione Europea, all’Osce e al Consiglio d’Europa affinché prendano “misure urgenti per introdurre una no-fly zone sull’Ucraina e per fornire alle Forze armate dell’Ucraina un moderno equipaggiamento di difesa aerea, compresi gli aerei da combattimento, al fine di proteggere il nostro più grande valore – vite umane e infrastrutture civili – dai barbari bombardamenti degli invasori russi”. Particolare non secondario: nel Consiglio siedono, uno accanto all’altro, OnufriJ, primate della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca, e il metropolita Epifanio, primate della Chiesa ortodossa d’Ucraina, staccatasi da Mosca e considerata scismatica dal patriarca Kirill.

Problema ortodosso centrale nel conflitto

Ennesimo segnale della crepa nel mondo ortodosso per la saldatura tra il patriarcato e il Cremlino. Una posizione che ha tenuto cauto il Vaticano. Ma l’argine si è rotto. Se nei primi giorni della guerra si evitavano accenni diretti al responsabile, ovvero l’aggressione russa, diluiti in un più ampio richiamo alla preghiera, ora il vento è cambiato. L’Osservatore Romano scrive esplicitamente di “aggressione dell’esercito russo in Ucraina”: Padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e consigliere di Francesco, lo faceva già. Ora non nasconde puntuali contestazioni alla linea Kirill. Non solo non ci sono stati appelli del Patriarca al presidente russo, né richieste di cessazione immediata del conflitto. Ma ha in qualche modo avvallato la guerra, attribuendole – lo ha detto Kirill – un “significato metafisico”. Commenta Spadaro: “Quando si unisce il significato religioso a un conflitto, evocando scenari apocalittici di conflitto tra bene e male significa che la situazione si è fatta grave. La guerra santa non ha limiti”.

Si allarga la distanza tra ortodossia russa e cattolicesimo romano

Il Vaticano ha chiesto la pace, i corridoi umanitari, il cessate il fuoco e il ritorno ai negoziati, e si è anche offerto di mediare tra le parti. Francesco si è recato all’ambasciata russa presso la Santa Sede per “esprimere personalmente la sua preoccupazione per la guerra”, in uno straordinario gesto papale senza precedenti. Ma Francesco però non ha condannato pubblicamente la Russia per nome né ha pubblicamente fatto appello a Kirill.

Ieri si è spinto oltre. Pochi giorni dopo che aveva detto al capo della Chiesa ortodossa russa che il concetto di “guerra giusta” è obsoleto. poiché le guerre non sono mai giustificabili, e che i pastori devono predicare Cristo non la politica.

Quei commenti, durante una videochiamata mercoledì con Kirill, sembravano essere un colpo indiretto all’apparente difesa della guerra da parte del patriarca. Kirill, che è vicino a Putin, e ha di fatto giustificato l’invasione. Nel suo messaggio di venerdì, Francesco non ha di nuovo menzionato la Russia per nome . Ma ha fortemente sostenuto l’Ucraina.

Intanto Putin sfila al pride

Tutto accade nello stesso giorno dell’ovazione per Putin allo stadio di Mosca gremito per l’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea. “Non c’è amore più grande di dare la vita per i propri amici”, ha detto citando il Vangelo. Al gran varietà dell’imperialismo russo. Replica Spadaro: “La politica non deve usurpare il linguaggio di Gesù per giustificare l’odio. La retorica religiosa del potere e della violenza è blasfema”. Per Bruno Forte, teologo e arcivescovo di Chieti, citare il Vangelo di Giovanni, come ha fatto il presidente russo , “è certamente un atto sacrilego”, “non riesce più a trovare argomenti per giustificare questa follia, una aggressione ingiustificata e totalmente immorale”, “è un’autentica bestemmia”.

Mosca ha sparigliato il tavolo del clero televisivo, del Circo mediatico e come ormai ci ha abituato ha reso pubblico il suo gesto, 117 milioni di dollari ai creditori attraverso la JP Morgan e Citigroup e se questo non fa arrivare i soldi ai destinatari per le cretinate delle sanzioni si assume per intero la responsabilità del non pagamento. Pagando, le sanzioni sono bolle di sapone, non pagando esse sono una beffa oltre un danno per i creditori e la finanza Occidentale

La Russia non ha solo evitato il default ma scoperchiato il nostro vaso di Pandora

19 Marzo 2022 - 13:00

Mosca ha pagato - puntuale e in dollari - gli interessi in scadenza, di fatto minando le clausole dei cds. Ma anche mostrando al mondo quanto fosse «la benvenuta» nel sistema solo fino a un mese fa


Come accadde per Evergrande, il Godot del default russo non si è presentato all'appuntamento. E, ovviamente, l’argomento è sparito in tempo reale dalle cronache. Non tanto perché qualcuno credesse davvero all'epilogo stile 1998, quantomeno avendo il minimo sindacale di conoscenza dei meccanismi della finanza, bensì perché con una sola mossa la Russia ha gettato all'aria tutte le tessere del puzzle costruito dai media nell'arco di tre settimane.

Perché Mosca non solo ha pagato regolarmente e in dollari i 117 milioni di interessi in scadenza ieri ma lo ha fatto rendendo platealmente tracciabile il loro percorso. Bonifico a JP Morgan negli Usa, utilizzata come banca referente dal governo russo per processare il fondi e da questa alla filiale londinese di Citigroup, a sua volta agente pagatore dei creditori. I quali nelle prime ore della giornata di ieri hanno vissuto i loro warholiani 15 minuti di notorietà, poiché non è esistita sulla terra testata giornalistica che non fosse a caccia della prova di mancato pagamento da parte di Mosca. E in effetti, quegli interessi non sono arrivati a chi ne rivendicava il diritto, quantomeno fino alla fine della giornata lavorativa nella City londinese.

Ma attenzione al secondo step: Mosca ha pagato in tempo (bonifico in data 14 marzo) e in dollari, il fatto che i detentori di quei bond sovrani e dei loro interessi siano rimasti con il conto invariato alla voce entrate è tutta da ascrivere alle controparti occidentali. Le quali hanno dovuto prendere atto della dura realtà: ricevendo i fondi ma non distribuendoli, poiché vincolati formalmente dalle sanzioni, le banche interessate hanno non solo tolto ogni responsabilità di dosso alla Russia, rendendo pressoché nulla il riconoscimento dell’evento di credito. Ma anche creato un pericolosissimo precedente rispetto alle clausole di default dei credit default swaps acquistati dopo l’entrata in vigore del regime sanzionatorio. Se infatti Mosca paga regolarmente e nelle valuta prevista dal contratto ma le controparti non eseguono il processo di clearing, nessuno può rivendicare nulla nei confronti del Cremlino.

Il quale, quindi, ha di fatto stipulato un’assicurazione sulla vita a un costo relativamente basso: pagando puntuale e in dollari quei 117 milioni, Mosca si è garantita un grace period perenne e automatico rispetto a tutte le altre scadenze a rischio, poiché forte del precedente del 16 marzo. Il quale diventerebbe addirittura devastante nel paradossale caso che perdesse di consistenza, ovvero in caso i creditori avessero ricevuto lo spettante. Se infatti Citigroup avesse pagato quanto ricevuto a livello di fondi processati da JP Morgan, il mondo intero avrebbe la prova provata dell’inutilità concreta e sostanziale del regime di sanzioni e dell’estromissione da SWIFT. E, cosa ben più grave, vedrebbe sotto una luce molto più forte e disturbante il lato negativo di quanto posto in essere dai governi in ambito Nato. Ovvero, i costi a livello di contro-sanzioni. In primis quelli energetici ma anche il ricasco industriale e agro-alimentare del bando russo sull’export di commodities chiave.

E questi due grafici

Andamento del prezzo di uno dei due bond sovrani russi a rischio default Fonte: Bloomberg
Andamento del credit default swap sovrano della Russia a 1 anno Fonte: Bloomberg

appaiono la rappresentazione stessa dell’ipocrisia appena descritta, una simbolica Guernica delle macerie rimaste della propaganda fuori luogo messa in campo negli ultimi dieci giorni da Usa e Ue. Nel momento stesso in cui JP Morgan ha confermato il trasferimento di fondi a Citigroup e quest’ultima si è trincerata dietro un rumoroso no comment, uno dei due bond cui maturavano gli interessi ha visto il proprio prezzo schizzare di dieci dollari nell’arco di minuti. Apparentemente una questione meramente finanziaria e tecnica ma, in realtà, tutta politica. Tradotto, qualcuno ha apertamente violato le sanzioni. Nel silenzio generale. Mentre la seconda immagine ci mostra come le probabilità di default russo entro 1 anno sono scese dall’80% della scorsa settimana al 57%, quantomeno stando alla prezzatura implicita del credit default swap.

E per finire, ecco che la stessa Citigroup opera come agente di pagamento per almeno quattro dozzine di bond corporate russi, fra cui nomi di primo piano come MMC Norilsk Nickel PJSC e Gazprom PJSC, i quali proprio nei giorni scorsi hanno infatti onorato con successo le loro scadenze. Altre aziende invece hanno visto i pagamenti dei loro coupon bloccati dall’agente pagatore, ovvero quella stessa Citigroup che solo la settimana scorsa ha messo in quarantena 19,25 milioni di dollari di interessi su un bond di EuroChem Group AG, una delle aziende leader nel campo dei fertilizzanti. Settore strategico su cui Mosca ha messo il bando all’export, mandando nel panico gli agricoltori di mezza Europa. Lo stesso rischia il colosso minerario e dell’acciaio Severstal. il quale ha già avvisato rispetto a possibili intoppi nel pagamento di 12,6 milioni di interessi in scadenza sui suoi bonds in dollari.

Ora, al netto dell’evidente rischio di apparire come il reale responsabile del default su quelle scadenze, Citigroup vede con il passare dei giorni svelati i suoi rapporti di lavoro - lautamente pagati - con praticamente l’intero sistema economico e sovrano russo. Se si arrivasse a una tregua e un alleggerimento delle sanzioni, già prezzato di fatto in quel movimento dei credit default swaps, non sarebbe un ottimo ramoscello d’ulivo da presentare al tavolo delle trattative, il fatto di sbloccare i pagamenti di aziende-chiave come quelle minerarie e dei fertilizzanti? Oltretutto, stante un comparto energetico finora nemmeno toccato dalle sanzioni. L’Occidente guardi quei due grafici, poi si guardi allo specchio. E tragga le sue conclusioni, prima che sia tardi. E al danno si unisca anche la beffa.

Il Clero televisivo, il Circo mediatico ci spiega in maniera molto sapiente come l’Ucraina ha bisogno dei nazisti per combattere la Russia ma questo non significa che sia un Paese nazista. E come un branco di cani selvaggi si scagliano con la bava alla bocca, ringhiando contro chiunque si discosti dalla narrativa ufficiale cercando di guardare in faccia la realtà

SPY FINANZA/ Il default russo e le altre pantomime pronte a essere smascherate
Pubblicazione: 19.03.2022 - Mauro Bottarelli
La realtà comincia a emergere talmente prepotente da non poter più essere occultata sotto il tappeto. Lo si vede anche dalla questione del default russo
Joe Biden con il figlio Hunter, Usa (LaPresse, 2020)

Quando persino La Repubblica è costretta a dire la verità significa che siamo messi male. E nella sua corrispondenza dalla Germania, il quotidiano con l’elmetto ha dovuto ammettere che il Bundestag ha trattato il presidente Zelensky come si fa con una scolaresca in visita: grandi sorrisi che mal celano il fastidio. E, soprattutto, non appena terminata l’incombenza, business as usual. Perché il povero Zelensky, come tutti i doppiogiochisti e gli agenti provocatori, conosce i rischi del mestiere. E riconosce i sinistri scricchiolii del ghiaccio sotto i piedi, quando la lastra diventa sempre più sottile e la caduta è ormai ineluttabile, quasi una questione di minuti.

E proprio per questo ha giocato la carta disperata del presentarsi in casa d’altri con le scarpe sporche di cacca del cane, in modo da garantirsi l’attenzione: Parlate tanto ma alla fine comprate il gas russo, perché vi interessa soltanto la vostra economia, la sua accusa al Parlamento tedesco. Per una volta, come nel caso di Repubblica, anche il presidente ucraino è stato costretto all’atto estremo di dire la verità. E il Bundestag lo sa come stanno le cose. Quindi, applausi a scena aperta. Poi, una volta conclusa la call, tutti a cercare un modo per evitare la recessione. Che, indice Zew alla mano, è già nei fatti. Garantita per il primo trimestre, quasi certa e addirittura con prospettive di peggioramento nel secondo.

Perché Christine Lagarde ha parlato chiaro, mentre a Berlino andava in scena la recita a soggetto dello Zelig post-sovietico: l’inflazione quest’anno nell’eurozona potrebbe arrivare al 7%. Oggi siamo al 5,9%, quindi occorre fin da ora mettere in conto un inferno macro che ci accompagnerà fino all'inizio dell’autunno. Non a caso, Berlino ha immediatamente sposato la linea tipica dei socialdemocratici al governo: copiare i loro omologhi statunitensi, primatisti mondiali nel compiere scelte impresentabili ma con l’abito buono. Perché stanziare 100 miliardi di euro in spese militari è qualcosa che la Germania non vide nemmeno negli anni della Guerra Fredda, quando la capitale era divisa da un Muro oltre il quale si trovava nientemeno che un avamposto reale dell’Unione Sovietica. La Germania ha deciso che occorre un bel po’ di warfare per rianimare un Pil che le sanzioni stanno già prendendo a schiaffi. E che nei mesi prossimi presenterà un conto da sprofondo totale.

È con vivo interesse, quindi, che occorre prepararci al trasferimento in casa nostra della pantomima: il 22 marzo, infatti, il presidente Zelensky si collegherà con le nostre Camere, in quello che già oggi si prefigura come uno dei momenti più bassi e patetici della storia repubblicana. Quantomeno, a livello di servilismo. Perché sicuramente verremo lodati per il nostro impegno e la nostra durezza verso la Russia. Il ministro Franceschini ha già detto che l’Italia ricostruirà il teatro di Mariupol, sotto le cui macerie stanno saltando fuori superstiti in numero addirittura miracoloso. Forse perché non è stato affatto bersagliato dai russi, spietati cecchini di civili ma danneggiato in maniera controllata da quei galantuomini tutti svastiche e rune del Battaglione Azov? Come avrete notato, quando la favoletta della strage di civili nel tempio della cultura ha mostrato i suoi limiti di narrativa, è sparita dalle prime pagine. D’altronde, sempre restando in casa editoriale di Repubblica, l’altro giorno l’Huffington Post ci spiegava in maniera molto sapiente come l’Ucraina abbia bisogno dei nazisti per combattere la Russia ma questo non significa che sia un Paese nazista. Non sto scherzando, l’arrampicata libera sugli specchi della stampa con l’elmetto è arrivata anche a questo, roba degna di una scena di Cliffhanger. Anzi, vi agevolo il lavoro e vi fornisco , perché certe perle meritano di essere lette. Io non l’ho fatto, mi è bastato il titolo. Perché il contenuto è talmente sottile e sopraffino da richiedere l’abbonamento e sinceramente il mio feticismo non arriva fino a quel punto. Gli stessi media che gridano al ritorno delle SA all’amatriciana ogni volta che Casapound fa una scritta con lo spray sul muro, si lancia in contorsioni masturbatorie per sdoganare neo-nazisti (veri) come male necessario per sconfiggere il Male supremo che sta al Cremlino. È gente pericolosa. Chi sostiene certe tesi, non il battaglione Azov. E il buon Zelensky lo sa.

Sa di aver pattinato troppo a lungo su quel ghiaccio così sottile, di aver dato vita a piroette eccessive e cambi di direzione il cui attrito ora presenta il conto. Perché ciò che non vi dirà la stampa con l’elmetto è quanto ha dovuto ammettere dopo un anno e mezzo di negazione totale nientemeno che una Bibbia del politicamente corretto mondiale come il New York Times: l’intera vicenda del famoso laptop di Hunter Biden, il figlio del Presidente Usa, bollata come propaganda del Cremlino da tutta l’armata mediatica Usa alla vigilia del voto presidenziale del novembre 2020, è invece dannatamente e totalmente vera. E parlano chiaramente i files contenuti in una cache, una serie di e-mails che proprio ora il quotidiano newyorchese ha potuto visionare e che sarebbero realmente partite da quel laptop, poi apparentemente abbandonato da Hunter Biden in un negozio di riparazioni pc nel natio Delaware. Quando nell’ottobre del 2020 fu l’altro quotidiano della Grande Mela, il New York Post, a portare alla luce gli affari di famiglia dei Biden in Ucraina e Cina, resi possibili dal ruolo politico di Joe in seno all’Amministrazione Obama, l’intero impero mediatico Usa si scagliò contro il giornale più vecchio d’America, bollando il suo lavoro come disinformazione russa. Insomma, esattamente quanto Repubblica e soci, talk-show unidirezionali in testa, stanno facendo oggi contro chiunque osi guardare in faccia la realtà, dal professor Orsini allo storico Franco Cardini e via dissentendo dalle veline Nato.

Cosa significa tutto questo? Semplice, la realtà comincia a emergere talmente prepotente da non poter più essere occultata sotto il tappeto. Come accaduto con Repubblica e la sua onesta corrispondenza dalla Germania. E come da tradizione progressista, quando il mare si gonfia, l’unica priorità è quella di trovare una scialuppa prima degli altri. Abbandonare la nave, insomma. Ovviamente, il fatto che il 22 marzo il presidente Zelensky si collegherà con le Camere a Roma farà in modo che su questa clamorosa ammissione del New York Times – con ciò che comporta potenzialmente a livello politico per il Presidente, soprattutto nell’anno del voto di mid-term – venga debitamente silenziata. Ma ormai, il rompete le righe è partito. Perché quando è una banca americana a ricevere i dollari per gli interessi sul debito russo nel giorno della scadenza del coupon e trasferisce quei fondi a un’altra banca londinese, affinché raggiungano puntualmente i creditori, persino l’enorme pantomima del default russo sparisce di colpo dai giornali.

È accaduto giovedì. La suprema ipocrisia dell’Occidente è stata smascherata con un semplice bonifico e per la non certo stratosferica cifra di 114 milioni di dollari, regolarmente accreditati da Mosca a JP Morgan e da questa alla filiale londinese di Citigroup. In dollari. Alla faccia delle sanzioni e dell’estromissione da SWIFT. Svegliatevi, prima che sia tardi.

Una cosa è certa il governo polacco non solo è criminale ma vuole la guerra nucleare, se ci saremo potremmo dire l'avevamo detto. A latere è stato molto compiaciuto di avere partecipato alla sceneggiata dell'incontro con il governo nazista di Zelensky, insieme al governo lettone e ceco certamente non a Kiev ma sul set cinematografico hollywoodiano, tant'è che hanno anche indossati gli abiti adeguati alla bisogna, tutti insieme appassionatamente


18 MARZO 2022

La Polonia non si nasconde e ha un chiaro obiettivo nella guerra in Ucraina: fermare Vladimir Putin imponendogli uno scacco strategico tale da essere valutato come una sconfitta sul campo. In modo tale da imporre al leader del Cremlino la necessità di capire le esigenze strategiche e securitarie di Varsavia.

E per farlo la Polonia non intende stare ferma, ma vuole coinvolgere l’Alleanza Atlantica. Pur di sostenere la resistenza di Kiev la Polonia ha chiesto “una missione di pace” della Nato, “protetta da forze armate”, per aiutare l’Ucraina. A dichiararlo è stato il vicepremier polacco Jaroslaw Kaczynski nella sua recente missione a Kiev. “Questa missione non può essere disarmata. Deve cercare di fornire aiuti umanitari e pacifici all’Ucraina”, ha affermato Kaczynski, dopo aver partecipato a Kiev, insieme ai primi ministri polacco, ceco e sloveno, a un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il primo ministro Denys Chmyga

La Polonia pensa in grande

Che cosa vorrebbe dire attuare una strategia del genere è chiaro a tutti. Sarebbe il passaggio di una linea rossa cruciale.

La Polonia guidata dal partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) è bastione del contenimento antirusso il cui premier Mateusz Morawiecki ha guidato, assieme al suo vice e capo di partito Jaroslaw Kaczynski, ha partecipato alla visita europea di sostegno a Volodymir Zelensky, a testimonianza di un impegno strategico fortemente attivo in queste settimane.

Varsavia sulla guerra russo-ucraina pensa in grande: Putin può essere sconfitto. “Dai primi giorni del conflitto, quando l’Unione europea sembrava esitare, Varsavia ha annunciato la creazione di un’alleanza con Regno Unito e Ucraina per assistere il paese invaso”, nota Domani. “La Polonia si è fatta carico da sola di quasi due milioni di rifugiati e la sua frontiera è divenuta uno snodo strategico per la fornitura di aiuti” mentre l’idea di una sconfitta sul campo della Russia da attuare con i profondi rifornimenti di armi ha comportato, tra le altre cose, l’ipotesi di fornire direttamente dei caccia, poi tramontata per le minacce di Mosca. E ora Varsavia accarezza un’idea non meno radicale, dato che “vorrebbe acquistare” dagli Usa “droni d’attacco Reaper armati con missili Hellfire dagli Stati Uniti, per poi cederli all’Ucraina. Questi sarebbero più efficaci e letali dei droni turchi Bayraktar” che già adesso stanno dando buona prova in Ucraina.

Lezioni della storia

La Polonia gioca in grande sul conflitto russo-ucraino e assieme a Estonia, Lettonia e Lituania è la nazione dell’Unione Europea e della Nato più rigida sulle opzioni per il contrasto a Mosca. Varsavia ha precise ragioni strategiche per fare del suo governo l’alfiere della crociata antiputiniana.

Innanzitutto, nella mente dei polacchi emerge l’idea dell’incubo strategico storicamente ripetutosi per la nazione: l’avvicinamento della Russia ai suoi confini. Già due volte (a fine Settecento e nel 1939) fonte di smantellamenti territoriali della sua entità statuale. Varsavia ha sempre visto i suoi periodi di maggior calma e cautela sotto il profilo geopolitico emergere nelle fasi di relativa debolezza e destabilizzazione della Russia, e in questo caso ritiene che uno scacco di Putin in Ucraina possa ricreare condizioni di questo tipo. Nei giorni del ritorno della storia in Europa questo va tenuto in conto.

In secondo luogo va analizzato il fatto che la russofobia è un vero e proprio motore della politica estera polacca. Il ritorno al potere del PiS nel 2015 ha reso Varsavia un bastione di contenimento antirusso nel campo euroatlantico. L’impostazione culturale, ideologica che vede l’Oriente come fonte di minaccia per la Polonia dai tempi dei Mongoli oggi si manifesta in un pensiero politico che identifica nella Russia come il male assoluto, il nemico della civiltà europea. Nazione “martire” dell’Europa del Novecento, Stato che oggi nella retorica nazionale si presenta come il “Cristo d’Europa”, la Polonia ha nella sua pedagogia nazionale uno spartiacque chiave. Stiamo parlando del ricordo della fase in cui, a cavallo della seconda guerra mondiale, il Paese si trovò conteso tra i due totalitarismi, tedesco e sovietico, e principale teatro, assieme all’Ucraina, del dramma delle “terre di sangue”. In quest’ottica l’eccidio di Katyn.del 1940 è l’episodio simbolo con cui la Polonia ricorda l’idea che vedrebbe la Russia ontologicamente malintenzionata verso di essa.

Varsavia è sempre più strategica

Terza questione è di ordine strettamente geostrategica. La Polonia può approfittare della svolta indotta nel contesto securitario europeo e nel quadro del contenimento alla Russia per vedere la sua posizione valoirzzata agli occhi degli Stati Uniti e dei Paesi europei. Il 23 febbraio scorso, alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, Foreign Policy indicava che la valenza strategica della Polonia era stata valorizzata proprio dall’attenzione causata dalla crisi orientale. Giustificando “l’espansione del budget militare, il raddoppio dell’esercito, il peso strategico del Paese” e la “capacità di proiezione di Varsavia” su scala regionale la guerra in Ucraina ricompatta inoltre un Paese diviso e ne aumenta le capacità di esprimere una voce forte nei principali consessi securitari. Dalle rotte del gas naturale, che passeranno sempre più sul Gnl americano che Varsavia acquista da tempo, alle nuove partite per congiungere Difesa europea e Nato la Polonia sarà sempre più centrale.

Quarto punto, per la Polonia, è la necessità di porre un freno alla destabilizzazione del suo estero vicino. La “guerra ibrida” della Bielorussia alleata di Putin andata in scena a fine 2021 proprio contro la Polonia a colpi di flussi migratori e destabilizzazioni ha lasciato una lezione importante nella mente dei decisori polacchi, ora desiderosi di evitare nuovi scossoni.

Infine, vi è un’ultima questione da tenere in considerazione. L’interventismo polacco è un’utile pedina di scambio per dare potere negoziale a Varsavia nel quadro dell’Unione Europa in una fase in cui le questioni dello Stato di diritto interne sono oggetto di un braccio di ferro con la Commissione Ue. Andrzej Duda, capo dello Stato polacco, ha recentemente invitato a compattare il Paese in nome dell’unità nazionale, e ha aperto dunque a uno slancio politico per rafforzare le prospettive del dialogo interno tra maggioranza e opposizione, premessa necessaria per poter portare una voce comune ai tavoli europei. Un ruolo maggiore della Polonia a Est in cambio del calo della pressione sanzionatoria sui diritti civili? Possibile si sia implicitamente proposto uno scambio di questo tipo. Politico.eu, parlando della Polonia, titolava “From Zero to Hero”: mai quanto oggi nel quadro delle dinamiche securitarie e politiche europee Varsavia è stato tanto desiderata e attenzionata.

La posizione della Polonia sulla Russia è dunque un misto di condizionamenti politici contingenti, prospettive strategiche, lezioni storiche e timori emotivi. E si riflette in una volontà combattiva che trascende ogni possibile realismo. Una visione complicata e per molti in grado di fornire benzina al fuoco del conflitto, ma comunque chiara sotto il profilo politico. La forza della Polonia sta proprio nella sua capacità di promuovere la sua agenda con chiarezza e struttura. E il premier Morawieck e Kaczynski intendono far leva su questa condizione di aperta esposizione alle dinamiche continentali per perseguire un piano di contrasto netto e deciso alla Russia, così da rompere l’incubo di una Russia alle porte di casa. Una presa di posizione che i Paesi occidentali dovranno valutare con attenzione e pragmatismo, evitando di cedere a sentimentalismi ed emotivitià, ma capendo anche che sul contrasto a Putin anche nel campo euroatlantico c’è chi non chiude assolutamente all’ipotesi che si possa andare fino in fondo.

18 marzo 2022 - OCCIDENTE: LO SPETTRO DELLA SUPER-INFLAZIONE

La Cina non può dimenticare il bombardamento umanitario della sua ambasciata a Belgrado il 7 maggio del 1999. Quando La Nato ufficializzò che l'alleanza da difensiva era diventata OFFENSIVA con le sue bombe con uranio impoverito sulla città compiendo tranquillamente crimini di guerra. Di cosa vuole parlare Biden? lui e le sue linee che più che rosse sono solo voglia di mantenere potere e privilegi statunitensi sul resto del mondo

Pechino in riva al fiume sull’Ucraina: Xi prova a dettare le regole, Biden a tracciare una linea rossa

di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del 19 Mar 2022, 03:48


Nessun cambiamento nella posizione della Cina dopo due ore di videocall: aspetta sulla riva del fiume, accusa Usa e Nato (avete spinto voi Putin alla guerra, spetta a voi risolvere) e avverte su sanzioni e Taiwan. Siamo a uno snodo…

Sarebbe pericoloso per gli Stati Uniti e i loro alleati mal interpretare la posizione della Cina sul conflitto in Ucraina e illudersi che possa mutare a loro favore. Detto in termini chiari: aspettarsi che Pechino induca Putin a fermarsi o, addirittura, che possa scaricarlo.

Sette ore di colloquio tra il consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan e il responsabile esteri del Partito comunista cinese Yang Jiechi, mercoledì a Roma, e due ore di conversazione in videocall ieri tra il presidente Biden e il presidente Xi Jinping non hanno smosso Pechino e i due governi sono rimasti sulle rispettive già note posizioni. Washington minaccia non meglio specificate “conseguenze” se la Cina aiuterà la Russia e dice di avere motivo di credere che sia pronta a farlo. Pechino accusa Usa e Nato di aver spinto Putin alla guerra e resta alla finestra. D’altra parte, trarrebbe vantaggio sia da una vittoria della Russia, che dal suo impantanarsi in Ucraina.

Una vittoria di Putin sarebbe la dimostrazione che l’ordine europeo è modificabile per la prima volta dalla crisi di Berlino contro gli interessi dell’Occidente. E se lo è quello europeo, di riflesso lo è anche quello mondiale. Se è possibile arrestare e addirittura far arretrare l’influenza Usa e Ue in Europa, a maggior ragione ciò è possibile a livello globale. Musica per le orecchie di una potenza revisionista come la Cina, che mira a scalzare la leadership degli Stati Uniti prima in Asia poi nel mondo.

Nel caso, meno probabile, di sconfitta in Ucraina, la Russia uscirebbe fortemente ridimensionata dall’azzardo del suo presidente, i rapporti con l’Occidente lacerati, e non potrebbe che appoggiarsi alla Cina ratificando il suo status di junior partner nell’asse delle autocrazie, un abbraccio letale, che ne smonterebbe definitivamente le ambizioni di superpotenza. Ma a nostro avviso questa è l’ipotesi che si augurano meno a Pechino, per due motivi. Primo, l’ordine americano in Europa uscirebbe rafforzato dalla sfida, anziché indebolito, e di riflesso anche la credibilità della leadership Usa a livello globale. Secondo, un collasso così repentino dello standing internazionale della Russia potrebbe innescare un periodo di instabilità interna a Mosca che si ripercuoterebbe sul blocco euroasiatico. E un così precipitoso smottamento verso Oriente potrebbe indurre i russi a divincolarsi dall’abbraccio cinese. Una eventuale caduta di Putin produrrebbe esiti difficilmente prevedibili, tra cui anche l’ascesa di una leadership intenzionata a riequilibrare i rapporti della Russia con Cina e Occidente verso quest’ultimo.

Terza ipotesi, da non escludere: se la crisi restasse in qualche modo sospesa, irrisolta, anche dopo la fine delle ostilità, sarebbe una ferita aperta in Europa, a tutto vantaggio di Pechino, in cui vedrebbe assorbire le energie – militari, economiche e anche mentali – sia dei suoi rivali, Stati Uniti, sia del suo ancora ingombrante alleato, la Russia.

Per questo riteniamo improbabile che la Cina decida di intervenire in un senso o nell’altro, per fermare Putin o per sostenerlo. Ne riconosce le ragioni, perché questo le permette di chiamare in causa le responsabilità degli Stati Uniti e della Nato, ma interverrebbe solo se le cose dovessero mettersi troppo male per Mosca.

Dai resoconti ufficiali della conversazione tra Biden e Xi non è emerso alcun elemento che faccia pensare ad un cambiamento nella posizione cinese o che suggerisca un ruolo di mediazione della Cina per trovare una soluzione diplomatica. Pechino resta alla finestra, magari per mettere il suo cappello sulla “pace” a cose fatte. Ma per ora è seduta sulla proverbiale riva del fiume aspettando di vedere di chi è il cadavere che passa…

Il presidente Biden ha reiterato a Xi la richiesta, già avanzata tramite Sullivan, di farsi parte attiva per una soluzione diplomatica della crisi. E gli ha descritto, riferisce la Casa Bianca, “implicazioni e conseguenze” a cui la Cina andrebbe incontro se fornisse “supporto materiale alla Russia”. Sebbene non ci è dato sapere quali esse siano, è evidentemente una linea rossa quella tracciata da Biden. Resta da vedere se Pechino vorrà testare la determinazione di Washington nel farla rispettare.

Xi Jinping ha quindi rispedito al mittente la richiesta di condannare l’invasione russa e impegnarsi per fermarla, rimandando la palla nel campo Usa. Il presidente Xi, riferiscono i media cinesi, ha esortato tutte le parti coinvolte “a sostenere congiuntamente il dialogo e il negoziato tra Russia e Ucraina”. In particolare, “gli Stati Uniti e la Nato dovrebbero condurre un dialogo diretto con la Russia per risolvere i problemi che sono dietro la crisi ucraina” e “i problemi della sicurezza sia della Russia che dell’Ucraina”. Insomma, avete spinto voi Putin a invadere, spetta a voi risolvere il problema, questo il senso.

Oltre a ritenere Usa e Nato responsabili della guerra, sposando le tesi del Cremlino, Xi si è anche detto contrario alle sanzioni incolpando gli Stati Uniti dei danni che stanno provocando all’economia globale: “Sanzioni indiscriminate e di ampia portata farebbero solo soffrire le persone. Con una ulteriore escalation, potrebbero innescare gravi crisi nell’economia globale e nel commercio, nella finanza, nell’energia, nel cibo e nelle catene di approvvigionamento, paralizzando l’economia mondiale già in crisi e causando perdite irreparabili”. “Più è complicata la situazione, più è necessario mantenere la calma e la razionalità”. Intendendo, implicitamente, che gli Usa stanno agendo in modo avventato e irrazionale.

Ma Xi Jinping ha voluto dettare le sue regole anche nei rapporti bilaterali Usa-Cina. Qui il messaggio è se possibile ancora più sottile: smettetela di indicarci come cattivi se volete la nostra collaborazione. Le nostre relazioni, ha detto a Biden, non sono ancora uscite dalla difficile situazione creata dalla precedente amministrazione Usa, invece “hanno incontrato sempre più sfide”. Una situazione “direttamente dovuta dal fatto che alcune persone negli Stati Uniti non ha attuato l’importante consenso raggiunto tra noi due”. “Gli Stati Uniti hanno mal interpretato e giudicato male le intenzioni strategiche della Cina”, si è lamentato Xi. “La soluzione a lungo termine risiede nel rispetto reciproco tra le maggiori potenze, nell’abbandono della mentalità da Guerra Fredda, nel non impegnarsi in scontri e nella costruzione graduale di un’architettura di sicurezza globale e regionale equilibrata”.

Non è mancato, ovviamente, il tema Taiwan. Qui i toni di Xi si sono fatti più duri: “Se la questione Taiwan non è gestita bene, avrà un impatto sovversivo sulle relazioni tra i nostri due Paesi”. Biden, secondo quanto riferito, ha ribadito che “la politica degli Stati Uniti su Taiwan non è cambiata e ha sottolineato che gli Stati Uniti continuano a opporsi a qualsiasi modifica unilaterale dello status quo”.

Qui sembra che la linea rossa l’abbia tracciata Xi.

Biden avrebbe inoltre assicurato, ma questo secondo fonti cinesi, quindi da prendere con le molle, che gli Stati Uniti non sostengono “l’indipendenza di Taiwan” e non stanno cercando una nuova Guerra Fredda con la Cina, né di modificare il sistema cinese, né di rivitalizzare alleanze contro Pechino. “Prendo queste dichiarazioni molto seriamente”, avrebbe commentato il presidente Xi.

Siamo ad uno snodo cruciale. La guerra in Ucraina può assestare un colpo potenzialmente letale alla struttura della sicurezza europea – e forse anche globale – e spingere definitivamente le relazioni Usa-Cina verso una nuova Guerra Fredda. L’Ucraina quindi si sta rivelando molto più strategica di quanto si pensasse.

I VOSTRI governanti sono dei criminali incalliti. Una volta scoperto, ma non per caso, che lo strumento della Paura&Terrore funziona per far passare qualsiasi tipo di idiozia che gli frulla per la testa e tenere sotto botta NOI popolo bue fanno fatica a togliere questo strumento dalle loro possibilità manipolatrici e per questo il Passaporto degli inoculati deve rimanere non come monito ma per riprendere vigore a settembre con l'ennesima ondata che non è altro che la normale influenza e allora giù tamponi farlocchi obbligati in maniera che la cappa continui a Loro e per Loro gradimento. Tanto hanno sullo loro busta paga tutto il clero televisivo, il Circo mediatico al gran completo e le incolte clientele alla Gasman. La figura di merda è compensata dai piatti di lenticchie che le istituzioni gli fanno ogni tanto per fargli girare qualche film

Pandemia e caro-energia: più che una road map verso la normalità, un campo minato

di Gianluca Spera, in Media, Politica, Quotidiano, del 19 Mar 2022, 03:49


“Abbassare il riscaldamento? Come indossare la mascherina”. Il metodo è collaudato: c’è un problema serio che non si sa come risolvere? E allora si dà la colpa ai cittadini e ai loro comportamenti irresponsabili. L’importante è seguire il binario mainstream e tracciare per ogni argomento la netta linea di demarcazione tra il bene e il male, i buoni e i cattivi, il politicamente corretto e il censurabile

C’è un filo sottile che lega il dibattito sulla pandemia a quello sulle risorse energetiche con le annesse difficoltà di approviggionamento e, infine, a quello più recente sul conflitto in Ucraina. Il tratto comune che caratterizza la discussione è un incredibile provincialismo, oltre una sorta di narcisismo intellettuale in cui l’opinionista è più importante delle opinioni e dei fatti stessi. La visione ombelicale prevale sull’analisi e le battaglie di retroguardia sull’approccio critico alle questioni. Non si riesce ad andare oltre il perimetro del nostro ristretto orizzonte nazionale. Un esempio lampante è rappresentato dalla difficoltà estrema a venir fuori dalle sabbie mobili dell’emergenzialità che ha caratterizzato gli ultimi due anni. Infatti, mentre il resto del mondo si sta liberando o si è già liberato delle catene pandemiche, da noi l’abbandono del Green Pass è operazione assai lenta e farraginosa visto che siamo imprigionati in una gabbia ideologica che ci rende ostaggi di questa ossessiva contemplazione delle curve dei contagi.

Non a caso, Walter Ricciardi, consigliere del Ministero della salute, già mette le mani avanti: si rischia un’ondata estiva se allentiamo le restrizioni troppo presto. Gli ha fatto eco lo stesso ministro che, durante un question time alla Camera dei deputati, ha elogiato la certificazione verde che ha, a suo dire, evitato chiusure generalizzate. “Questa è la verità, fuori da ogni propaganda” ha chiosato Speranza che ha pure ricevuto i complimenti di Draghi per lo “straordinario lavoro” svolto. Insomma, fra dichiarazioni ardite e smaccati autoelogi, il governo si arrocca sempre di più e si mostra ancor più lontano dai reali problemi della gente, piegata dagli aumenti indiscriminati e terrorizzata dalle bombe che esplodono a pochi chilometri dai confini europei. Mentre il mondo vive dei tragici sconvolgimenti, a Roma si discute di Green Pass base, super o rafforzato per andare a mangiare la pizza o a bere un aperitivo. Solo per noi la strada verso la libertà è lastricata di buone intenzioni e la tanto attesa road map si è rivelata l’equivalente di un terreno minato in cui l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Ha le sembianze di una roulette in cui vince sempre il banco.

E c’è addirittura chi si lamenta perché lo scoppio della guerra ha distolto l’attenzione dalle tematiche sanitarie. Tutto questo dà il segno di come si viva anche con una certa malinconia la transizione verso una parvenza di normalità. Viene in mente il feticismo dei ricordi di cui parlava Antonio Tabucchi in “Sostiene Pereira”. “La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro” era il consiglio del dottor Cardoso al protagonista del romanzo.

A questo partito di nostalgici va iscritto sicuramente d’ufficio Gian Antonio Stella che, dalle colonne del Corriere, è arrivato perfino a rimpiangere l’austerity del 1973 provocata da una crisi petrolifera che comportò la necessità di ridurre i consumi energetici. Stella ha ricordato le città al buio, gli italiani in bicicletta, il presidente Leone che si spostava dal Quirinale con una carrozza trainata da cavalli. Eppure, quella lezione non è stata recepita perché, secondo l’editorialista del quotidiano milanese, passata la burrasca, i cittadini hanno ripreso a consumare, a sprecare, a usare l’acqua in maniera smodata. Secondo lui, è stata un’occasione persa e quelle settimane di “stretta” non sono servite a nulla.

Eppure anche oggi c’è chi prova a mettersi al servizio della nazione come l’attore Alessandro Gassman, già in prima linea nella battaglia pandemica, che ha annunciato di aver ridotto la temperatura del suo termostato di ben due gradi. Ma, d’altronde, è stato Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, a spiegare che “abbassare il riscaldamento è come indossare la mascherina”. Il metodo è collaudato: c’è un problema serio che non si sa come risolvere? E allora si dà la colpa ai cittadini e ai loro comportamenti irresponsabili. Che poi il modello Frittole, la città medioevale in cui si ritrovarono catapultati Troisi e Benigni nel loro scanzonato viaggio nel passato, sia piuttosto grottesco non importa ai campioni della retorica nazionale. L’importante è seguire il binario mainstream e tracciare per ogni argomento la netta linea di demarcazione tra il bene e il male, i buoni e i cattivi, il politicamente corretto e il censurabile.

Per cui, non sorprende che questo fiume di impressionante vacuità stia dilagando anche nell’ambito della narrazione bellica che favorisce la creatività dei nostri intellettuali con racconti eroici e gesta valorose partoriti comodamente nel salotto di casa propria. Eppure la faccenda ucraina è maledettamente seria ma solo noi siamo stati capaci di trasformarla in una specie di soap opera a puntate con questo incessante chiacchiericcio dalla mattina alla sera, con esperti in prima linea pronti a battibeccare con altri esperti, ospiti che esperti non sono ma bucano il video, programmi di intrattenimento trasformati in reportage dal fronte, telegiornali sempre più a caccia di sensazionalismo da cui scaturisce un dibattito noioso, improduttivo e per lo più asfittico se non asfissiante. Materiale che probabilmente avrebbe ispirato la penna di Tom Wolfe. È il nostro piccolo mondo antico che preferisce crogiolarsi nel suo vizioso autoreferenzialismo e nella futile ostentazione di teorie da piccolo schermo. È l’Italia del 2022 molto simile alla Frittole del millequattrocento. Anzi, quasi mille-e-cinque. Ma pur sempre medioevale nel pensiero e nell’azione.