L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 aprile 2022

e con i primi prossimi freddi autunnali l'influenza sarà trasformata in covid attraverso l'obbligo di tamponi farlocchi che non distinguono un raffreddore da un mal di gola e dove senti il medico al Pronto Soccorso che ti dice è un pochino positivo ti bloccano per ore e ore solo rinchiuso come un pazzo per poi ripescarti, perché gli conviene, hai la base per un ricovero urgente per cambiare defibrillatore la cui batteria è completamente scarica (si potrebbe aprire un'inchiesta) e se ti tengono bloccato per covid potrebbe succedere un patatrac e allora il leggermente diventa negativo, dopo ulteriore esame farlocco

LA “FINE EMERGENZA” È UN PESCE D’APRILE
By Redazione CDC On 02 Aprile 2022 2,201
Copyright Dmytro Kozlov, dreamstime.com

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Di Max Del Papa, culturaidentita.it

Oggi, primo aprile, entra in vigore non un pesce ma una buffonata dal nome altisonante e truffaldino di “fine dell’emergenza”. Quale fine? Tutti ossessionati dalle fake news, ma la più colossale di tutte sta qui, sotto i nostri occhi, sulla nostra pelle e quasi nessuno la vuol vedere, i cosiddetti debunker, che sarebbero i cani da riporto dei giornalisti di potere, la rilanciano anzi con cialtronesco entusiasmo. Quale fine?

Il CTS si è sciolto, non nell’acido purtroppo, e con tanto di festicciola da fine anno scolastico – e si sa che queste festicciole si concludono con l’impegno di ritrovarsi a settembre; ma i suoi indegni componenti, responsabili del biennio più sciagurato nella storia patria, vengono fisiologicamente travasati in altri enti inutili da dove potranno continuare a fare danni.

Quanto alla struttura militaresca del generale Figliuolo, quello con un ettaro di patacche sulla divisa, viene semplicemente aggiornata in una struttura gemella, per di più sotto il diretto controllo del ministero della Difesa. Un apparato militare “per il completamento della campagna vaccinale e per l’adozione di altre misure di contrasto alla pandemia”, affidato a un altro generale, Tommaso Petroni, operativo “almeno sino a fine anno”. Con il che la fine dello stato emergenziale si smentisce in re ipsa e se mai degenera in stato eccezionale: tre anni di sospensione costituzionale. Ma basta cambiare nome e qualche faccia, nel solito spirito gattopardesco.

Dicono gli zelanti, i volonterosi carnefici dello stato concentrazionario: ma sparisce il sistema dei colori per le Regioni. Me cojoni. Ma il green pass, la somma vergogna, unico prodotto made in Italy rimasto, sia pure di assemblaggio cinese, quello resta e come se resta. Non è più obbligatorio per entrare negli uffici pubblici, nelle banche, alle poste o dal tabacchino? Ma dai, è solo una catena apparentemente un po’ più lunga. Perché il lasciapassare “base” rimane nei nostri smartphone per entrare al ristorante o farsi un caffè (purché italiani, gli stranieri no, loro non contagiano, secondo questo governo che farebbe impazzire i fratelli Marx).

Congelato il QR pure sui mezzi di trasporto pubblico, dove però si continuerà a rantolare dietro una mascherina “almeno” fino a fine mese; per tutto aprile resta ugualmente in vigore il green pass semplice per molteplici attività ed ambiti, dalle mense ai colloqui in carcere, dai concorsi pubblici ai viaggi a lunga percorrenza, mentre la versione “rafforzata”, ma tu senti che minchiate ci tocca sopportare da un anno a questa parte, rimane per accedere a centri benessere, sale gioco, discoteche, congressi ed eventi sportivi al chiuso.

Eh, ma torna la capienza completa per stadi e impianti sportivi: bella forza, ormai le competizioni stanno finendo, e difatti anche per queste o sfoderi il lasciapassare basic o ti attacchi.

Il solito casino per millantare un ritorno alla libertà che non esiste, se non nella versione compressa che tanto piace al gramsciano Speranza. Se c’è una cosa che la globalizzazione finanziaria ha portato, è la convinzione che la politica non serve più, è obsoleta, è superata: tutto il potere ai tecnici, anzi supertecnici, e i tecnici confermano la loro testa di slide complicando ulteriormente quanto è già inestricabile, raddoppiando la burocrazia, quella cartacea non sparisce, come promesso, ma si infoltisce e si lega a quella digitale: tutta una foresta di sigle, di adempimenti, lo Spid, la Pec, ore e ore per completare una procedura informatica al termine della quale trovi un avviso che dice: e adesso stampa tutto. Maledetti.

E, a proposito di quarantena, sentite che roba: chi ha contattato qualcuno positivo al Covid, più precisamente alla Omicron 1, 2, 69, anche se non sierati non dovranno più osservarla, però resteranno in autoisolamento, che Dio solo sa cosa sia, solo quanti a loro volta infettati, però per tutti gli altri vale il regime dell’autosorveglianza, cioè si guardano, si esplorano, per giorni 10, e possono uscire e perfino, che culo, andare a lavorare, però mascherinati, però non una pezza semplice, ci vuole la Ffp2, che funziona come l’altra, cioè niente, ma ce ne son troppe da smaltire. Però a scuola finiranno in Dad solo i positivi, però se in una classe ci sono più di 4 contagiati si fa lezione in presenza però con l’obbligo generale tutti di indossare la mascherina, però non quella chirurgica, come prima, ma sempre la Ffp2, però per “soli” 10 giorni, però gli insegnanti non vaccinati potranno andare a scuola, però senza insegnare, senza fare niente. Però Il 15 giugno “dovrebbe cessare” l’obbligo vaccinale per il personale scolastico, militari, forze dell’ordine e soccorso pubblico e dipendenti dell’amministrazione penitenziaria, però il 30 giugno invece “dovrebbe scattare” il ritorno in presenza negli uffici di aziende private, però fino a quella data ci sarà possibilità di ricorrere al cosiddetto ‘lavoro agile’ nel settore privato senza l’accordo individuale tra datore e lavoratore, cioè uno si presenta, fa ginnastica e il datore muto. Però merda.

Dica il lettore se questo è non si dica un Paese normale, ma neanche anormale, neanche manicomiale. Ma allegri, oggi grazie al superMario che ormai quando passa inveisce tutta la città, per esempio Napoli dove lo hanno accolto al grido “vaccinami sto c….”, oggi primo aprile, giorno dei burloni e dei carognoni, che nel Regno Unito chiamano “April’s Fool”, ma forse lo ribattezzeranno “April’s Italian”, finisce lo stato di emergenza proclamato dal Giuseppi Conte il 31 gennaio 2020, in pieno marasma governativo.

Ma nessuno si illuda, “la pandemia non è finita” dicono gli Speranza, Ricciardi, Locatelli e il resto del circo vaccinale, e intendono: la pandemia non finisce mai e al primo starnuto tiriamo fuori ancora tutto “con più fame che pria”. Non è una minaccia, è una promessa. È l’eterno ritorno della nuova normalità malata dopo l’apparente normalità sana dell’estate. E già c’è chi invoca nuovi lockdown sanito-bellico-ambiental-energetici. “Addio al green pass”, urlacchiano senza decenza i titoloni della propaganda mainstream.

Non è un Pesce d’Aprile, è una presa per il QR.

Di Max Del Papa, culturaidentita.it


Titolo originale: La fine emergenza è un pesce d’Aprile

01.04.2022


Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

operazione Z

ECCO LA NUOVA VALUTA DI RISERVA GLOBALE BASATA SULLE RISORSE
Si sta formando una nuova realtà: il mondo unipolare sta irrevocabilmente diventando un ricordo del passato, al suo posto sta prendendo forma un mondo multipolare

By Markus On 02 Aprile 2022 24,879


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Pepe Escobar
strategic-culture.org

È stato qualcosa da vedere. Dmitri Medvedev, ex presidente russo, atlantista impenitente, attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza russo, ha deciso di parlare fuori dai denti in uno sfogo che ha eguagliato l’esordio in combattimento del signor Khinzal, che aveva causato stupore e un palpabile shock in tutto il NATOstan.

Medvedev ha detto che le “infernali” sanzioni occidentali non solo non sono riuscite a paralizzare la Russia, ma si stanno invece “ritorcendo contro l’Occidente come un boomerang.” La fiducia nelle valute di riserva sta “svanendo come la nebbia del mattino” e abbandonare il dollaro USA e l’euro non è più irrealistico: “L’era delle valute regionali sta arrivando.”

Dopo tutto, ha aggiunto, “non importa se lo vogliono o no, dovranno negoziare un nuovo ordine finanziario (…) E allora l’ultima parola sarà di quei Paesi che hanno un’economia forte e avanzata, finanze pubbliche sane e un sistema monetario affidabile.”

Medvedev ha rilasciato la sua succinta analisi anche prima del D Day – questo giovedì, la data stabilita dal presidente Putin, dopo la quale i pagamenti per il gas russo da parte delle “nazioni ostili” saranno accettati solo se in rubli.

Il G7, prevedibilmente, ha assunto una posizione (collettiva): noi non pagheremo. “Noi” significa i 4 che non sono grandi importatori di gas russo. “Noi,” inoltre, significa l’Impero della Menzogna che detta le regole. Per quanto riguarda i rimanenti 3, che saranno in gravi difficoltà, non solo sono grandi importatori ma sono anche le nazioni sconfitte della Seconda Guerra Mondiale – Germania, Italia e Giappone, ancora, de facto, territori occupati. La storia ha l’abitudine di giocare scherzi perversi.

Il diniego non è durato a lungo. La Germania è stata la prima a cedere – anche prima che gli industriali, dalla Ruhr alla Baviera, inscenassero una rivolta di massa. Scholz, il patetico cancelliere, ha chiamato Putin, che ha dovuto spiegare l’ovvio: i pagamenti dovranno essere effettuati in rubli perché l’UE ha congelato le riserve in valuta estera della Russia – in una rozza violazione del diritto internazionale.

Con pazienza taoista, Putin ha anche espresso la speranza che questo non rappresenti un deterioramento dei termini contrattuali per gli importatori europei. Gli esperti russi e tedeschi dovrebbero riunirsi e discutere i nuovi termini.

Mosca sta lavorando ad una serie di documenti che definiscono il nuovo accordo. Essenzialmente, questo stabilisce che niente rubli, niente gas. I contratti diventano nulli una volta che si viola la fiducia. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno rotto accordi legalmente vincolanti con sanzioni unilaterali e, in più, hanno confiscato le riserve estere di una nazione – nucleare – del G20.

Le sanzioni unilaterali hanno reso dollari ed euro senza valore per la Russia. L’isteria non porta da nessuna parte, la questione sarà risolta – ma alle condizioni della Russia. Punto. Il Ministero degli Esteri aveva già avvertito che il rifiuto di pagare il gas in rubli avrebbe portato ad una grave crisi di mancati pagamenti e fallimenti a livello globale, una reazione a catena infernale di transazioni bloccate, congelamento di beni collaterali e chiusura di linee di credito.

Quello che accadrà dopo è parzialmente prevedibile. Le aziende dell’UE riceveranno la nuova serie di regole. Avranno tempo per esaminare i documenti e prendere una decisione. Quelle che diranno “no” saranno automaticamente escluse dal ricevere forniture dirette di gas russo – con tutte le conseguenze politico-economiche del caso.

Ci sarà qualche compromesso, naturalmente. Per esempio, parecchie nazioni dell’UE accetteranno di usare i rubli e aumenteranno le loro acquisizioni di gas in modo da poter rivendere il surplus ai loro vicini e ottenere un profitto. E alcune potrebbero anche decidere di comprare gas al momento sul mercato spot.

Quindi, la Russia non sta imponendo un ultimatum a nessuno. Il tutto richiederà tempo – è un processo in corso. Con anche qualche azione secondaria. La Duma sta contemplando l’estensione del pagamento in rubli ad altri prodotti essenziali – come petrolio, metalli, legname, cereali. Dipenderà dalla voracità collettiva dei chihuahua dell’UE. Tutti sanno che la loro incessante isteria può tradursi in una colossale rottura delle catene di approvvigionamento in tutto l’Occidente.

Ciao ciao oligarchi

Mentre le classi dirigenti atlantiste sono andate completamente fuori di testa, ma rimangono ancora concentrate sulla lotta fino all’ultimo Europeo per estrarre ogni residua, palpabile ricchezza dell’UE, la Russia sta mantenendo i nervi saldi. Mosca, infatti, è stata abbastanza indulgente, evocando lo spettro della mancanza di gas in primavera, invece che in inverno.

La Banca centrale russa ha nazionalizzato i guadagni in valuta estera di tutti i principali esportatori. Non c’è stato nessun default. Il rublo continua a salire – e ora è ritornato, più o meno, alle quotazioni antecedenti l’operazione Z. La Russia rimane autosufficiente dal punto di vista alimentare. L’isteria americana su una Russia “isolata” è ridicola. In tutta l’Eurasia ogni attore che conta – per non parlare degli altri 4 BRICS e praticamente tutto il Sud globale – non ha demonizzato e/o sanzionato la Russia.

Come bonus extra, probabilmente l’ultimo oligarca in grado di influenzare Mosca, Anatoly Chubais, non c’è più. Chiamatelo un altro epocale trucco storico: l’isteria sanzionatoria occidentale ha, di fatto, smembrato l’oligarchia russa – il progetto preferito di Putin fin dal 2000. E questo implica il rafforzamento dello stato russo e il consolidamento della società russa.

Non conosciamo ancora tutti i fatti, ma possiamo affermare che, dopo anni di attenta valutazione, Putin ha deciso veramente di rischiare il tutto per tutto e rompere la schiena all’Occidente – usando quella triade (l’imminente guerra lampo nel Donbass, i laboratori statunitensi di armi biologiche, il progetto ucraino di armi nucleari) come casus belli.

Il congelamento delle riserve estere doveva essere previsto, soprattutto perché la Banca centrale russa aveva aumentato le proprie riserve di titoli del Tesoro USA fin dal novembre dello scorso anno. Poi c’è la seria possibilità che Mosca possa accedere a riserve estere “segrete” offshore – una matrice complessa costruita con l’aiuto di insider cinesi.

L’improvviso passaggio da dollari/euro a rubli è stata una vera e propria mossa di judo geoeconomico di livello olimpico. Putin ha invogliato l’Occidente collettivo a scatenare il suo demente attacco di isteria sanzionatoria – e lo ha rivoltato contro l’avversario con una sola, rapida mossa.

Ed eccoci qui, a cercare di assorbire tutti questi rivoluzionari e ben sincronizzati sviluppi che seguono la militarizzazione degli asset del dollaro: la rupia-rublo con l’India, il petroyuan saudita, le carte Mir-UnionPay co-badged emesse dalle banche russe, l’alternativa SWIFT Russia-Iran, il progetto EAEU-Cina di un sistema monetario/finanziario indipendente.

Per non parlare del colpo da maestro della Banca centrale russa, che ha fissato 1 grammo d’oro a 5.000 rubli – che è già intorno ai 60 dollari, e sta salendo.

Insieme a No Rubli No Gas, quello che abbiamo qui è che, di fatto, l’energia è stata ancorata all'oro. I chihuahua dell’UE e la colonia giapponese dovranno comprare molti rubli utilizzando l’oro o comprare molto oro per avere il loro gas. E c’è di meglio. La Russia, nel prossimo futuro, potrebbe nuovamente ri-ancorare il rublo all’oro. Potrebbero essere 2.000 rubli, 1.000 rubli, anche 500 rubli per un grammo d’oro.

Tempo di essere sovrani

Il Santo Graal nelle discussioni in corso su un mondo multipolare, fin dai vertici BRICS degli anni 2000 con Putin, Hu Jintao e Lula, è sempre stato come aggirare l’egemonia del dollaro. Ora la cosa è proprio di fronte a tutto il Sud globale, come un’apparizione benigna con un sorriso da gatto del Cheshire: il rublo d’oro o il rublo sostenuto da petrolio, gas, minerali, esportazioni di materie prime.

La Banca centrale russa, a differenza della Fed, non pratica il QE e non esporta inflazione tossica nel resto del pianeta. La Marina russa non solo garantisce la sicurezza di tutte le linee di comunicazione marittime russe, ma i sottomarini russi a propulsione nucleare sono in grado di spuntare in tutto il pianeta, senza preavviso.

La Russia è molto, molto avanti nel mettere in pratica il concetto di “potenza navale continentale.” Il game-changer strategico si era verificato nel dicembre 2015, nel teatro siriano. La quarta divisione sottomarina con base nel Mar Nero come star dello spettacolo.

Le flotte navali russe possono ora impiegare missili Kalibr in uno spazio che comprende l’Europa orientale, l’Asia occidentale e l’Asia centrale. Il Mar Caspio e il Mar Nero, collegati dal canale Don-Volga, offrono uno spazio di manovra paragonabile al Mediterraneo orientale e al Golfo Persico messi insieme. 6.000 km di lunghezza. E non c’è nemmeno bisogno di accedere alle acque calde.

Questo copre circa 30 nazioni: la tradizionale sfera d’influenza russa, i confini storici dell’impero russo e le attuali sfere di rivalità politica/energetica.

Non c’è da stupirsi che la Beltway sia impazzita.

La Russia garantisce la navigazione attraverso l’Asia, l’Artico e l’Europa, in tandem con la rete ferroviaria Eurasia-wide BRI.

E, ultimo ma non meno importante, non si scherza con un orso nucleare.

Essenzialmente, questo è ciò che caratterizza la vera politica di potere. Medvedev non si stava vantando quando aveva detto che l’era della moneta unica di riserva era finita. L’avvento di una valuta di riserva globale basata sulle risorse significa, in poche parole, che il 13% del pianeta non dominerà più l’altro 87%.

È il redux del NATOstan contro l’Eurasia. Guerra Fredda 2.0, 3.0, 4.0 e persino 5.0. Non ha importanza. Tutte le precedenti nazioni del Movimento dei Non Allineati (NAM) vedono da che parte soffiano i venti geopolitici e geoeconomici: il tempo di affermare la loro reale sovranità è a portata di mano, mentre l'”ordine internazionale basato sulle regole” morde la polvere.

Benvenuti alla nascita del nuovo sistema mondiale. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, in Cina, dopo aver incontrato diverse controparti da tutta l’Eurasia, non avrebbe potuto delinearlo meglio:

“Si sta formando una nuova realtà: il mondo unipolare sta irrevocabilmente diventando un ricordo del passato, un mondo multipolare sta prendendo forma. È un processo oggettivo. È inarrestabile. In questa realtà, “governerà” più di una potenza – sarà necessario negoziare tra tutti gli stati chiave che oggi hanno un’influenza decisiva sull’economia e sulla politica mondiale. Allo stesso tempo, rendendosi conto della loro situazione speciale, questi Paesi assicureranno il rispetto dei principi di base della Carta delle Nazioni Unite, compreso quello fondamentale – l’uguaglianza sovrana degli stati. Nessuno su questa Terra dovrebbe essere considerato un attore minore. Tutti sono uguali e sovrani.”

Pepe Escobar

Fonte: strategic-culture.org
31.03.2022
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Eurasia prima di essere un Progetto politico è un vero e proprio continente di cui Euroimbecilandia è una sua penisola in barba ai suoi adoratori eurocentrici

Putin e il mito dell’Eurasia: colpa degli ucraini il desiderio di occidentalizzarsi

di Michele Marsonet, in Esteri, Quotidiano, del 2 Apr 2022, 03:46


Come nasce il concetto di “Eurasia”, caro a Vladimir Putin e al filosofo e politologo a lui molto vicino Aleksandr Dugin? Per molti può essere sorprendente apprendere che lo dobbiamo a Karl Haushofer, un generale e storico tedesco ideatore, tra l’altro, anche del concetto di Lebensraum (“spazio vitale”). Com’è noto, Adolf Hitler lo usò ampiamente per giustificare l’espansione della Germania nazista nell’Europa orientale.

Nel pensiero geopolitico di Haushofer, il blocco continentale formato da Europa e Asia è una prospettiva geostrategica contrapposta alla “talassocrazia angloamericana”. Inevitabile quindi il paragone, spostato nell’antichità, tra la potenza terrestre di Sparta (equivalente alla Russia) e quella marittima di Atene (paragonabile, invece, agli Stati Uniti). Prescindendo dal contesto tedesco, non va inoltre scordato che da molto tempo esiste una tendenza culturale e politica che guarda a Oriente, sottolineando la comune radice euroasiatica. Tale tendenza è presente per l’appunto anche in Russia e nel “turanismo” panturco, quest’ultimo caro a Erdogan.

Il progetto dell’Eurasia si propone come spazio geopolitico di civiltà, tradizioni, religioni, che convivono e si realizzano a difesa delle identità e del comune destino, in opposizione a quello che i suoi sostenitori definiscono il “processo totalitario dell’occidentalizzazione”. Per Aleksandr Dugin, ad esempio, il liberalismo e l’atlantismo sono del tutto incompatibili con l’identità russa. Il suo pensiero si riferisce all’insegnamento di filosofi e intellettuali che vanno da Oswald Spengler a Carl Schmitt, da Julius Evola a René Guénon, da Nicolai Alexeiev a Piotr Savitsky. Senza trascurare Halford Mackinder, uno dei padri della moderna geopolitica, che definiva l’Eurasia come cuore geopolitico e geostrategico del mondo, unità organica nata dal rapporto stretto tra i mondi russo e turco-musulmano.

Ci si può naturalmente chiedere sino a che punto Putin prenda sul serio queste elaborazioni teoriche. Ebbene, nel lungo discorso a braccio che ha fatto poco prima di lanciare l’invasione dell’Ucraina, molte di queste idee erano presenti. Dal momento che la sfida americana è una sfida globale, anche la risposta deve esserlo. Non si dimentichi che la Russia, tanto zarista quanto sovietica, si è sempre considerata portatrice di una missione universale che va ben oltre le sue frontiere. L’idea di Putin, e di tanti altri russi, è che l’Eurasia sia una potenza continentale tellurica (Terra), alternativa a quella talassocratica (Mare).

A suo avviso la potenza americana e l’atlantismo anglosassone cercano di penetrare nello heartland, il cuore geostrategico e geopolitico del mondo, che è per l’appunto l’Eurasia. L’invasione dell’Ucraina si spiega non solo – ma anche – con questa chiave. Secondo le tesi di cui sopra l’Europa non appartiene propriamente allo spazio euroasiatico. È invece una civiltà distinta, libera e indipendente, che adotta l’atlantismo e si appoggia sull’alta finanza, il mondialismo, l’omologazione linguistica e dei modelli di vita. Per il circolo di Putin si tratta di un “sistema per uccidere i popoli”, di matrice specificamente anglo-americana.

Si noti che, durante il succitato discorso, lo zar moscovita ha invitato esplicitamente i russi a tornare allo stile di vita parco e sobrio di un tempo, riferendosi ovviamente a quello sovietico. Una delle colpe principali degli ucraini sarebbe proprio quella di volersi omologare alla civiltà occidentale, così tradendo l’Eurasia. Tuttavia il leader del Cremlino deve aver anche notato le tendenze occidentalizzanti dei giovani russi che, com’è noto, amano molto i fast food tipo McDonald’s, la musica rock e altri fenomeni che Putin (e Dugin) considerano sintomi di decadenza assieme alla battaglia sui diritti umani.

Mentre non è ancora chiaro come andrà a finire l’invasione dell’Ucraina, dove l’esercito russo sta subendo perdite molto ingenti, occorre anche tener presente il quadro ideologico di cui sopra. Nella mente dell’ex funzionario del Kgb ha sostituito la precedente formazione marxista-leninista. Per lui è una battaglia all’ultimo sangue contro la democrazia liberale, e un tentativo di ritornare a un passato che evidentemente non passa.

Ma il Vostro Draghi è sempre stato questo un vuoto a perdere. LO STREGONE MALEDETTO!

Effetto Draghi svanito o mai esistito? L’inarrestabile parabola discendente del premier

di Gianluca Spera, in Politica, Quotidiano, del 2 Apr 2022, 03:52


Si è esaurito l’effetto Draghi o siamo davanti addirittura al segnale di un disfacimento politico seguito alla delusione per la mancata salita al Quirinale?

Lo scorso 12 luglio, all'indomani della vittoria della Nazionale di Mancini agli europei di calcio, Il Messaggero parlò esplicitamente di “effetto Draghi sul pallone: Super Mario aiuta Super Mancio”. Il merito del premier? Aver creato un contesto internazionale favorevole all’Italia, presentandola nei consessi europei e mondiali come un Paese serio, credibile e rinnovato; un Paese che dà quest’immagine – scriveva Mario Ajello – è attrezzato a vincere. Insomma, Draghi era stato l’artefice di quest’Italia rinvigorita che, in quei giorni, trionfava a Wembley infliggendo un dispiacere a domicilio al tanto detestato Boris Johnson e veniva rappresentata per la prima volta nella finale di Wimbledon per merito di Matteo Berrettini, poi sconfitto da Djokovic. Addirittura, pure l’affermazione musicale dei Maneskin sulla platea mondiale veniva attribuita a queste doti quasi taumaturgiche del primo ministro che telecomandavano tanto i guantoni di Donnarumma quanto la racchetta del tennista romano. Solo che, finito il racconto oleografico ed esaurite le iperboli, bisogna far i conti con la realtà e, per restare in tema di metafora, con la recente e cocente esclusione (la seconda consecutiva) della Nazionale dai mondiali che si terranno in Qatar. E allora come la mettiamo? Si è esaurito l’effetto Draghi o siamo davanti addirittura al segnale di un disfacimento politico seguito alla delusione per la mancata salita al Quirinale?

Seppure la luna di miele con una parte della stampa che resta più draghista di Draghi prosegue, è evidente che si avverte una certa stanchezza, un affievolimento della spinta iniziale che aveva portato molti – anche alcuni che oggi sono molto critici verso Palazzo Chigi – a ritenere che, dopo la balbettante esperienza contiana, ci sarebbe stato un cambio di passo e un superamento dell’asfissiante burocrazia pandemica che ha disintegrato il tessuto economico del Paese. Invece, Draghi si è lasciato inchiodare alla linea Speranza, in assoluta continuità con il precedente governo. Anzi, la politica sanitaria del suo esecutivo si è dimostrata ancor più severa e per certi aspetti esoterica perché ha conservato e ancora conserva restrizioni irritanti mentre il resto del mondo occidentale ha praticamente riaperto ogni attività e archiviato la vicenda. E, quanto più questa linea appare ormai anacronistica e dannosa, tanto più viene perseguita, reiterata e prolungata in maniera estenuante.

Eppure, questa intransigenza sanitaria ha avuto un costo elevatissimo per il Paese. I dati diramati dalla Fipe, la federazione italiana dei pubblici esercizi, sono impietosi: 45 mila tra bar e ristoranti costretti alla chiusura, 57 miliardi bruciati e quasi 200 mila posti di lavoro persi. Per non parlare del turismo devastato dalle scelte governative con un’altra Pasqua rovinata dalle regolette sanitarie. “Ce la siamo cercata”, ha dichiarato il ministro Garavaglia a La Stampa. “Potevamo anticipare di quindici giorni le regole che scatteranno dal 1 maggio, dare maggiore libertà alle persone. Invece andiamo con il freno a mano tirato, ci siamo autolimitati”, ha concluso amaramente il responsabile del turismo che, evidentemente, non è riuscito ad arginare la deriva provocata da una gestione scellerata e assai ottusa i cui risultati catastrofici sono sotto gli occhi di tutti.

Perciò, parlare di effetto Draghi appare abbastanza azzardato se non paradossale. Anche ora che sembra aggrapparsi a un atlantismo funzionale ad agganciarsi alla posizione muscolare di Biden, il quale tenta così di far dimenticare tanti inciampi che hanno caratterizzato la prima fase del suo mandato. Insomma, Super Mario dà l’immagine del leader risoluto, arrembante pure in controtendenza rispetto alla tradizionale prudenza italiana nelle crisi internazionali. Si dimostra pronto ad assorbire le intemperanze verbali e l’inesperienza del suo ministro degli esteri, a rintuzzarsi con il suo predecessore sull’aumento delle spese militari, in quello che appare il più classico gioco delle parti, a guidare la coalizione anti-Putin, a mettere in campo il whatever it takes per fermare l’avanzata delle truppe russe nell’Europa orientale salvo porgere un ramoscello d’ulivo al Cremlino con una telefonata assai enfatizzata dall’informazione mainstream. “Sta mano pò esse fero e pò esse piuma”, avrebbe detto un altro Mario che di mestiere faceva l’attore.

Peccato che, in tutto questo sgomitare, manchi del tutto una visione politica, un orizzonte ideologico, una piattaforma su cui costruire qualcosa di più concreto di un effimero consenso che si sta per giunta assottigliando come dimostrano sia i sondaggi sia alcune contestazioni di piazza (l’ultima quella al Rione Sanità di Napoli che, seppure sopra le righe, è stata silenziata dalla maggior parte della stampa). Quest’anno di governo non è servito a definire l’identità politica dell’ex banchiere che, però, ha rivelato un’anima sicuramente democristiana nella prima fase della sua esperienza governativa, quella che doveva essere il trampolino di lancio verso il Quirinale: accontentare tutti i partiti di maggioranza per ricavarne l’ambito premio, anche a costo di trasformare il liberale in dirigista, il riformista in reazionario, l’economista in virologo. Invece, come sappiamo, le cose non sono andate come immaginava per diverse ragioni. La paura delle elezioni anticipate, la voglia dei partiti di smarcarsi dal Demiurgo della situazione, la proroga dello stato di emergenza lo hanno tenuto inchiodato a Palazzo Chigi.

Intendiamoci, Draghi ci ha messo anche del suo. Lo scivolone del 22 luglio scorso resterà scolpito nella memoria di questo Paese: “Il Green Pass dà la garanzia di trovarsi tra persone non contagiose”. Una frase improvvida smentita dai fatti e che ha segnato probabilmente l’inizio del declino. E che forse ha fatto svanire definitivamente l’effetto Draghi, se mai è esistito. Ora restano solo le macerie della gestione pandemica, gli aumenti spropositati, il Pnrr incentrato sulla transizione ecologica da riconsiderare alla luce dei recenti avvenimenti, una crisi economica galoppante aggravata dalla guerra in Ucraina, il timore fondato di nuove imposte sugli immobili. In questa inarrestabile parabola discendente di Draghi c’è tutta la differenza che passa tra un vero leader e “un nonno al servizio delle istituzioni”, tra uno stratega e un tattico, tra un uomo dai poteri magici presentato come il salvatore della Patria (non solo calcistica) e il gelido tecnocrate costretto a trascinare il fardello di una legislatura tenuta in vita solo dalle emergenze. In pratica, la sua nemesi. Il suo viale del tramonto.

Biden ci fa o c'è?

Cosa sta succedendo con Joe Biden?

DI TYLER DURDEN
SABATO 2 APRILE 2022 - 00:20

Cosa sta succedendo a Joe Biden? È ignaro del fatto che la Russia ha circa tante armi nucleari strategiche quante ne hanno gli Stati Uniti? Sta prendendo consigli dai neocon, che apparentemente credono che non dovremmo temere un olocausto nucleare perché è esattamente quello che Vladimir Putin vuole che facciamo? (Presumo che Putin voglia anche farci credere che la terra è rotonda. Dovremmo rinunciare anche a quello?)

In quale altro modo spiegare le sorprendenti dichiarazioni di Biden negli ultimi giorni, in particolare durante l'incontro con i rappresentanti della NATO a Bruxelles e con le truppe statunitensi in Polonia? Proprio così: 9.000 soldati statunitensi sono ora nel sud-est della Polonia, non lontano dal confine ucraino. La Polonia, naturalmente, è un membro della NATO, il che significa che se la Polonia si scontra con la Russia, il governo degli Stati Uniti ha obblighi di trattato nei confronti del suo alleato.


Per essere chiari, ecco l'articolo 5, che incarna il principio che la NATO descrive come "al centro" del trattato:

Le Parti convengono che un attacco armato contro uno o più di essi in Europa o nord America sarà considerato un attacco contro tutti loro e di conseguenza convengono che, se si verifica un tale attacco armato, ciascuno di essi, nell'esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva riconosciuto dall'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre Parti, le azioni che riterrà necessarie, compreso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area nordatlantica. [Enfasi aggiunta per indicare ambiguità nella disposizione che non è spesso riconosciuta.]

Le osservazioni a braccio e a braccio di Biden sono segni di demenza? O sono solo le "gaffe di Kinsley" bidenesche a cui ci siamo abituati? (Una gaffe di Kinsley si verifica quando qualcuno di importante dice la sua quando lui o i suoi gestori sanno che non dovrebbe.)

Ormai, le osservazioni irresponsabilmente provocatorie di Biden hanno fatto il giro. Ha detto che l'uso di armi chimiche da parte della Russia in Ucraina porterebbe una risposta della NATO, ma ha lasciato vaga la natura della risposta. La sua amministrazione sembra evitare di dichiarare esplicitamente "linee rosse".

Eppure, quando ABC News ha chiesto a Biden: "Se le armi chimiche fossero usate in Ucraina, ciò potrebbe innescare una risposta militare da parte della NATO?" Biden ha risposto: "Innescherebbe una risposta in natura. Se – vi state chiedendo se la NATO avrebbe attraversato – avremmo preso quella decisione in quel momento". (Enfasi aggiunta.)

Dire cosa? Risposta in natura? Questo significa che potrebbe ordinare un contrattacco con armi chimiche?

Come altri hanno sottolineato, anche una linea rossa de facto è un invito a un attacco sotto falsa bandiera in cui un gruppo ucraino, sperando di portare la NATO nella lotta, userebbe armi chimiche mentre il colpevole sembra essere russo. Questo genere di cose sembra probabile che sia accaduto in Siria.

Nel frattempo, il presidente ucraino Vlodomyr Zelensky sta ancora facendo pressioni per un ulteriore intervento della NATO (oltre alle armi e alle sanzioni) sotto forma di una no-fly zone, che ora è chiamata "chiudi il cielo". Lo spudorato appello pubblico include questo video, con il testo "Se non chiudi il cielo / morirò". Il paroliere ha trascurato di sottolineare che se il cielo è chiuso e l'aeronautica statunitense abbatte un jet russo, potremmo morire tutti in uno scambio nucleare.

Biden dice ancora no alla chiusura del cielo, ma se iniziasse a dire il contrario, chi sarebbe sorpreso?

Come tutti sanno, mentre all'estero Biden sembrava anche chiedere un cambio di regime in Russia con questo ad-lib: "Per l'amor di Dio, quest'uomo non può rimanere al potere". La storia insegna che politiche implicite come quelle non facilitano il cessate il fuoco e la pace. Il Gaffer-in-Chief e il suo popolo cercarono di tornare indietro, ma i tentativi furono zoppi. "Stavo esprimendo l'indignazione morale che provo", ha detto insistendo sul fatto che non stava ritirando la sua dichiarazione, "e non mi scuso per questo". (I presidenti americani sono sempre moralmente indignati ogni volta che i paesi a loro non piace fare ciò che il governo degli Stati Uniti fa regolarmente.)

Un funzionario della Casa Bianca ha doverosamente insistito sul fatto che ciò che il suo capo intendeva "era che a Putin non può essere permesso di esercitare il potere sui suoi vicini o sulla regione. Non stava discutendo del potere di Putin in Russia, o del cambio di regime". Se lo acquisti, hanno un ponte a cui potresti essere interessato.

Biden sembrava anche dire alle truppe statunitensi di stanza vicino al confine ucraino in Polonia che presto sarebbero state nella zona di guerra e che in realtà alcuni sono già stati dall'altra parte del confine: "Vedrete quando siete lì, e alcuni di voi sono stati lì, vedrete – vedrete donne, giovani in piedi nel mezzo – di fronte a un maledetto carro armato che dice solo: 'Non me ne vado, sto tenendo la mia terra'".

In modalità di chiarimento, Biden ha spiegato che le parole quando sei lì si riferivano all'addestramento delle forze ucraine in Polonia. Oh, davvero? Vedranno donne e giovani bloccare i carri armati russi in Polonia? Cosa sta cercando di dirci ora? Il vice assistente della Casa Bianca Gaffe-Follow-Upper ha rapidamente chiarito: "Il presidente è stato chiaro che non stiamo inviando truppe statunitensi in Ucraina e non vi è alcun cambiamento in quella posizione".

Sì, sì. Quindi questo significa che la testa del ragazzo è piena di cotone.

Infine, Biden ha sorprendentemente detto due cose importanti sulle sanzioni che ha imposto ai russi: in primo luogo, che non ha mai detto che le sanzioni avrebbero costretto il governo russo a modificare la sua politica in Ucraina perché sapeva che non avrebbero avuto quell'effetto, e in secondo luogo, che le sanzioni creeranno carenze di cibo (e quindi prezzi più alti) per gli americani e implicitamente, altri non russi in tutto il mondo.

Per quanto riguarda il primo, quella era una vera e propria menzogna o un caso di senilità. Una lunga lista di funzionari dell'amministrazione ha effettivamente detto che le sanzioni avrebbero funzionato. Per quanto riguarda il secondo, come può Biden – padre del noto imprenditore Hunter Biden – giustificare la fame di persone innocenti?

Date le due cose che Biden ha ammesso, qual è il senso delle sanzioni? Lo fa sentire meglio?

Joe Biden, che diavolo?

Euroimbecilandia+Regno Unito sottovalutano la crisi alimentare in arrivo

Il sonnambulismo del Regno Unito nella crisi alimentare mentre i prodotti freschi svaniranno dai supermercati

DI TYLER DURDEN
VENERDÌ 1 APRILE 2022 - 08:45

La National Farmers' Union ha avvertito che il Regno Unito è sonnambulo in una crisi di sicurezza alimentare. L'impennata dei costi di energia e fertilizzanti ha portato a una situazione senza precedenti in cui i margini dei coltivatori sono crollati, costringendo molti a interrompere le operazioni di coltivazione.

Reuters dice a causa del tempo inclemente nel Regno Unito. Gli agricoltori coltivano cumbers, piantano peperoni, melanzane e pomodori in vaste serre. Le serre usano il gas naturale per il calore, ma dopo l'impennata dei prezzi del gas dello scorso anno esacerbata dall'invasione russa dell'Ucraina il mese scorso, le colture sono diventate antieconomiche da produrre.


L'ente commerciale British Growers ha detto che il costo medio per produrre un cetriolo in Gran Bretagna prima della crisi energetica era di circa 25 pence, che ora è più che raddoppiato e destinato a raggiungere i 70 pence quando i prezzi dell'energia più alti entreranno pienamente in gioco.

"I prezzi del gas sono così alle stelle, è un momento preoccupante", ha detto il coltivatore Tony Montalbano.

"Tutti gli anni in cui abbiamo lavorato duramente per arrivare dove siamo, e poi un anno potrebbe finire tutto", ha detto Montalbano.

Ha notato che i suoi 30.000 metri quadrati di serre presso l'azienda Green Acre Salads, che rifornisce i principali supermercati come Tesco, Sainsbury's e Morrisons, sono chiusi perché i costi superano i prezzi di mercato. In effetti, l'agricoltore perderebbe denaro se dovesse crescere.

Rispetto a questo periodo dell'anno scorso, i prezzi del gas europei sono aumentati di un incredibile 500%.


I prezzi dei fertilizzanti sono triplicati rispetto allo scorso anno, insieme all'impennata dei prezzi per imballaggi, diesel, merci, manodopera e tutto ciò che riguarda la gestione di un'operazione di coltivazione.

"Ora ci troviamo in una situazione senza precedenti in cui gli aumenti dei costi hanno superato di gran lunga la capacità di un coltivatore di fare qualsiasi cosa al riguardo", ha dichiarato Jack Ward, capo di British Growers.

Con molte serre offline, questo inevitabilmente spingerà verso il basso la produzione di prodotti per i supermercati e si tradurrà in un'inflazione alimentare persistente e o addirittura più elevata quando l'inflazione complessiva è a livelli storici.

Per dare un'idea di quanto sia grave la situazione, la Valley Growers Association, i cui membri producono circa il 75% del raccolto britannico di cetrioli e peperoni dolci, ha detto che il 90% degli agricoltori non ha piantato a gennaio. Altri hanno detto che non sarebbero cresciuti con prezzi elevati del gas.

"Ci sarà sicuramente una mancanza di prodotti britannici nei supermercati", ha detto il segretario dell'associazione Lee Stiles. "Se c'è una mancanza di produzione in generale dipende da dove e quanto lontano i rivenditori sono disposti a procurarselo."

Il Regno Unito potrebbe aumentare le importazioni di prodotti, ma i paesi di tutto il mondo stanno implementando misure di protezionismo per mantenere i prodotti agricoli a livello nazionale per mitigare le carenze dovute al conflitto ucraino che interrompe l'approvvigionamento alimentare globale.

Come molti altri paesi in tutto il mondo, il Regno Unito è sonnambulo in una crisi alimentare.

Stato dell'arte ma solo per chi non ha la mente ottobrata dall'ideologia infusa dal clero televisivo, dal Circo mediatico

Si prepara l’offensiva finale



Si prepara l’offensiva finale russa contro quella parte di esercito ucraino rimasto intrappolato nella grande sacca ai confini del Donbass che è poi la parte più efficiente di un complesso militare rifornito per otto anni di ogni tipo di armi. Si tratta di 12 brigate su 25 dell’esercito regolare che fino a ora sono state semplicemente circondate . Il fatto è che si tratta di truppe ormai tagliate fuori dal resto del Paese e che dunque non possono contare su regolari rifornimenti di munizioni e carburante perciò sono destinate in ogni caso a soccombere. E questo ovviamente crea le condizioni per gli ultimi disperati attacchi, come quello di Belgorod nella speranza di far sopravvivere l’idea di una Russia in difficoltà, da spendere al tavolo delle trattative. Negli ultimi giorni dopo che le truppe russe avevano preso Izyum. il regime di Kiev ha cercato di utilizzare i resti dei suoi aerei e droni e gli ultimi reparti terrestri nella regione per tentare di fermare l’avanza russa, ma è un compito impossibile perché ormai non c’è più carburante, le munizioni si stanno esaurendo e i possibili rinforzi sono stati sconfitti durante i combattimenti vicino a Kiev e Chernigov. La tattica russa di fermarsi e intanto distruggere il più possibile depositi di carburante e arsenali si sta rivelando vincente, anche se ha dato il destro agli occidentali di vedervi grandi difficoltà russe e addirittura il segnale di una imminente sconfitta. Soltanto ieri aerei tattici operativi hanno colpito 28 strutture militari ucraine , tra cui quattro posti di comando, tre depositi di armi missilistiche e di artiglieria, quattro depositi di carburante e sei aree di concentrazione di equipaggiamento militare Sono stati anche abbattuti sei droni e tre elicotteri due dei quali sono stati inviati nel tentativo di portare via da Mariupol i caporioni nazisti del reggimento Azov. Adesso che la Russia ha aperto i corridoi umanitari , senza peraltro il minimo aiuto dell’Onu che resta a guardare, è solo questione di tempo prima che gli ultimi terroristi con la croce uncinata si arrendano. E i russi o le truppe del Donbass non hanno alcuna intenzione di forzare i tempi e danneggiare così le acciaierie Azovstal che sono la sicura promessa di una rinascita.

Siamo perciò alla svolta decisiva nella campagna ucraina: una volta messi fuori gioco tutti i reparti destinati all’invasione delle repubbliche autonome, oltre 60 mila uomini con gli armamenti di punta, le truppe russe che nel complesso sono meno di un terzo di quelle ucraine, avranno molta più possibilità di manovra, potranno agevolmente avere preponderanza numerico su qualsiasi scacchiere contro ciò che rimane dei reparti ucraini e di fatto avranno partita vinta. Non è certo un caso se proprio ieri le principali figure politiche di Odessa hanno pubblicamente dichiarato che inizieranno a organizzare il quadro legale e il processo di adesione alla Federazione russa. Evidentemente il pericolo di essere puniti dal governo di Kiev si sta rarefacendo e ed possibile che la futura Ucraina non abbia sbocco al mare: in ogni caso sarebbe interesse di Mosca garantirlo invece alla Moldova e alla Transnistria per farne degli stati cuscinetto certamente più vicini a Mosca che alla Nato.

Quindi diciamo che si avvicina il tempo in cui non dovremo più leggere i patetici sogni ad occhi aperti sull’immaginaria sconfitta di Putin, che a ben pensarci andrebbero esaminarti in termini psichiatrici, ma dovremo stare attenti a capire contro chi sono dirette le sanzioni, visto che la Russia le ha rintuzzate efficacemente e si sono rivelate letali per chi le ha invece dichiarate. Qualcuno sostiene che esse potrebbero essere usate per fare degli alti prezzi e delle carenze di carburante e cibo una prosecuzione dell’opera di smantellamento della democrazia, insomma una sorta di prosecuzione del Covid. E’ pur vero che queste visioni piacciono molto nel mondo anglosassone perché in qualche modo preservano l’idea dell’onnipotenza e onniveggenza per cui se le sanzioni hanno fatto cilecca non è per una perdita di potere reale, ma perché esse hanno uno scopo nascosto. Francamente non saprei, ma comunque sta a noi evitare di fare da carne da cannone, come è successo agli ucraini.

L'Ucraina è stata il catalizzatore per accelerare il legami in Eurasia

I legami tra la Russia e l'India preoccupano l'Occidente

Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, è diretto a Delhi per una visita di due giorni, al termine della tappa in Cina, dove ha rinsaldato i legami con Pechino. L'India non ha finora condannato la Russia per l'invasione e si è astenuta dal voto per una risoluzione di condanna alle Nazioni Unite

aggiornato alle 07:1001 aprile 2022

© Money SHARMA / AFP
- Vladimir Putin e Narendra Modi

AGI - I legami tra India e Russia finiscono nel mirino degli Stati Uniti, che criticano Delhi per il sospetto che il Paese asiatico possa sostenere economicamente la Russia durante l'invasione dell'Ucraina, proprio mentre il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, è diretto a Delhi per una visita di due giorni, al termine della tappa in Cina, dove ha rinsaldato i legami con Pechino.

Nonostante chieda il cessate il fuoco e sia favorevole a una soluzione diplomatica alla guerra, l'India, il maggiore acquirente di armamenti da Mosca, non ha finora condannato la Russia per l'invasione e si astenuta dal voto per una risoluzione di condanna alle Nazioni Unite, su cui Mosca ha posto il veto.

La posizione morbida di Delhi, che come Pechino non sostiene le sanzioni alla Russia, non era sfuggita al presidente Usa, Joe Biden, che aveva definito "tentennante" l'India nella questione ucraina, ma un richiamo ancora più diretto è arrivato dalla segretaria al Commercio degli Stati Uniti, Gina Raimondo.

"Ora è il momento di stare dalla parte giusta della storia", ha detto, "e stare con gli Stati Uniti e decine di altri Paesi, sostenere la libertà, la democrazia e la sovranita' del popolo ucraino, e non finanziare, alimentare e aiutare la guerra del presidente Putin".

Il pressing statunitense sull'India ha coinvolto direttamente anche il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, che ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar, proprio mentre si trova in India il vice consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, Daleep Singh - considerato l'architetto delle sanzioni alla Russia - per discutere con esponenti del governo indiano sia di questioni regionali che dell'impatto sull'economia mondiale dell'invasione russa dell'Ucraina.

Nel colloquio, Blinken e S. Jaishankar hanno parlato del "peggioramento della situazione umanitaria in Ucraina" e degli sforzi congiunti "per promuovere un libero, aperto, sicuro e prospero Indo-Pacifico", secondo quanto riferito in una nota dal portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price. I contatti tra Usa e India continueranno anche il mese prossimo, quando a Washington si terranno i colloqui in formato "2+2" sulle politiche Estere e di Difesa.

Forte richiamo all'India anche dall'Australia, che assieme agli Usa, al Giappone e all'India fa parte del format Quad, che ha l'obiettivo di contrastare la percepita aggressività della Cina nell'Indo-Pacifico. È importante che le democrazie collaborino, ha detto il ministro del Commercio di Canberra, Dan Tehan, "per mantenere l'approccio basato sulle regole che abbiamo avuto sin dalla Secondo Guerra Mondiale".

Nello scacchiere indiano si inserisce, infine, anche la Gran Bretagna: la segretario agli Esteri di Londra, Liz Truss, è attesa a partire da oggi a Delhi - nelle stesse ore in cui ci sarà anche Lavrov - e chiederà al governo di Narendra Modi di "ridurre la propria dipendenza strategica" da Mosca.

Al centro delle speculazioni sul ruolo dell'India nella crisi c'è la proposta di Mosca di vendere direttamente il petrolio russo a Delhi con uno sconto fino a 35 dollari al barile rispetto ai prezzi precedenti all'inizio della guerra con l'Ucraina, secondo quanto riferisce l'agenzia Bloomberg.

La Russia ha anche offerto pagamenti denominati in rubli e rupie utilizzando il sistema Spfs, bypassando quindi il sistema internazionale di pagamenti Swift: sul progetto, che coinvolgerebbe il colosso russo Rosneft e Indian Oil Corporation e potrebbe minare l'efficacia delle sanzioni alla Russia, il governo indiano non si è ancora espresso, ma il piano potrebbe fare parte dell'agenda degli incontri di oggi e domani di Lavrov a Delhi.

Il greggio russo arriverebbe sulle coste orientali dell'India dal porto di Vladivostok, evitando quindi la rotta baltica, in meno di venti giorni di viaggio. In cambio, per riequilibrare i rapporti commerciali, Delhi punta ad aumentare le esportazioni di medicinali, prodotti ingegneristici e prodotti chimici verso Mosca.

Pur condividendo, almeno in parte, l'approccio della Cina alla questione ucraina, il rapporto dell'India con Pechino rimane più complesso di quello con Mosca. Le relazioni sono in stallo per le dispute nelle aree di confine himalayano tra i due giganti asiatici, riacutizzatesi nel 2020 e culminate con scontri che hanno provocato vittime da entrambe parti.

"Le frizioni e le tensioni innescate dagli spiegamenti cinesi fin dall'aprile 2020, non si possono conciliare con una relazione normale tra i due vicini", aveva dichiarato, settimana scorsa, il ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, al termine dell'incontro con il suo omologo cinese, Wang Yi, il primo dalle schermaglie di giugno 2020 nella valle di Galwan, dove hanno perso la vita venti soldati indiani e quattro soldati cinesi.

L'Occidente in ginocchio

Zelensky, l’eroe off shore



Ora i media occidentali e i parlamenti esautorati dell’occidente sono in ginocchio da lui, Zelensky il guitto ambiguo protetto da Igor Kolomoyskyy, un oligarca ultrasionista eppure tra i maggiori sponsor delle bande naziste, in una contraddizione non del tutto inedita nella storia dell’ultimo secolo. Eppure fino a poco tempo fa questo tragico comico era considerato incompetente ed estremamente corrotto, in sostanza un fallimento: ci sono centinaia di articoli che lo testimoniano, ma ora tutto questo è stato messo sotto il tappeto. Improvvisamente non si parla più dei “Pandora Papers” i quali rivelano che il presidente possiede parecchie società offshore sulle quali ha trasferito 40 milioni di dollari, sempre con l’aiuto del suo protettore Kolomoyskyy, né delle notizie secondo le quali egli possiede 3 aerei privati, 5 yacht di lusso e oltre 15 case. Adesso questo personaggio considerato tra i più corrotti del mondo è diventato in un attimo grazie alla magia della propaganda integrata un ‘eroe radioso e poco importa che si sia rifiutato di ottemperare agli accordi di Minsk, che si sia sottratto a qualsiasi colloquio di pace e che si sia prestato a mietere decine di migliaia di vittime per gli interessi degli Usa, che ha fatto dell’Ucraina carne da cannone gettandola in una guerra per procura che non può vincere e che ha già perso nel momento in cui si è adoperato per farla scoppiare.

Il sito d’informazione CAKnowledge , che si basa sulle informazioni di Forbes, gli attribuisce un patrimonio di 596 milioni di dollari e un reddito annuo di 113 milioni di dollari sebbene il suo stipendio lordo sia 780 mila dollari. Inoltre si vede benissimo che i suoi guadagni sono decollati con la sua entrata in politica e sono costantemente cresciuti fino all'anno scorso ma la cosa più interessante che riporta il sito è il suo portafoglio azionario del valore di circa 60 milioni di dollari che comprende, guarda caso, i titoli dei suoi maggiori fans globali, a parte Saudi Aramco e Tesla, possiede milioni di azioni di Big Tech: Apple, Microsoft, Meta (Facebook) Alphabet (Google) e Amazon. Questo sistema globalista che abbraccia tutto il mondo alla fine sembra un piccolo villaggio dove i protagonisti sono sempre gli stessi, collegati tra di loro con labirinti azionari e scatole cinesi societarie per cui è quasi impossibile non incocciare in qualche strano accrocchio di finanza, Big Pharma, Big Tech, industria degli armamenti e dei media.

Sul sito di CAKnowledge potete trovare anche le curiosità da coiffeur, quali per esempio quali macchine possiede e quali orologi di lusso porta al polso quando non deve interpretare il ruolo di comandante che è in realtà svolto dalla Nato, il meno costoso dei quali, un Clophard equivale a 30 anni di stipendio dell’ucraino medio. Ma ne possiede di cinque volte più costosi, quelle orrende patacche in oro così cari al pacchiano gusto americano e dei peggio camorristi: la gente muore e lui guarda l’orologio, sperando che non sia la sua ora. La quale però alla fine arriverà mentre il suo nume tutelare con tre diversi passaporti ora vive in Israele dopo essere stato in qualità di governatore dell’oblast di Dnipropetrovsk uno dei protagonisti del bombardamento quotidiano del Donbass. Questi sono gli eroi occidentali.

Putin è statista di spessore che ama la sua patria e la difende con ogni mezzo che il suo paese ha ma nel contempo la rilancia sul piano interno con disponibilità di beni e servizi, qualità della vita

Putin, il discorso dal nuovo mondo



Ecco cosa ha detto Putin dopo aver firmato il decreto che prevede il pagamento del gas in rubli. Trascrivo il discorso innanzitutto perché esso è ovviamente censurato dai miserabili ometti dell’informazione – propaganda e poi perché esso è molto chiaro riguardo non solo alla questione specifica, ma mette ben in luce la malafede occidentale che pretende di rubare il denaro altrui per poi attaccarsi alla lettera dei contratti. Spiega bene cosa vuole la Russia e cosa invece vogliono impedirle di fare e di essere. Spiega cosa avverrà e per quali motivi. Mostra la differenza tra un uomo di stato nel bene e nel male e gli impiegatucci di banca che ormai formano il milieu politico occidentale. Si tratta a leggerlo di un discorso da un nuovo mondo che apre nuove prospettive e rende evidente la pochezza e meschinità del discorso pubblico in occidente.

“Oggi ho firmato un ordine esecutivo che stabilisce le regole per il commercio del gas naturale russo con i cosiddetti stati ostili. Offriamo alle controparti di tali paesi uno schema chiaro e trasparente. Per acquistare gas naturale russo, devono aprire conti in rubli nelle banche russe. È da questi conti che verrà effettuato il pagamento del gas consegnato a partire dal 1° aprile di quest’anno. Se tali pagamenti non verranno effettuati, lo considereremo un inadempimento da parte degli acquirenti – con tutte le conseguenze che ne conseguono . Nessuno ci vende niente gratuitamente e noi non faremo beneficenza. Cioè, i contratti esistenti verranno interrotti.

Vorrei sottolineare ancora una volta che in una situazione in cui il sistema finanziario dei paesi occidentali viene utilizzato come un’arma, quando le società di questi stati si rifiutano di adempiere ai contratti con banche, imprese, individui russi, quando i beni in dollari ed euro vengono congelati, non ha senso usare le valute di questi paesi.

In effetti, cosa sta succedendo, cosa è già successo? Abbiamo fornito ai consumatori europei le nostre risorse, in questo caso il gas, e loro l’hanno ricevuto, ci hanno pagato in euro, che poi sono stati congelati. A questo proposito, ci sono tutte le ragioni per ritenere che abbiamo fornito parte del gas fornito all’Europa praticamente a titolo gratuito. Questo, ovviamente, non può continuare. Inoltre, in caso di ulteriori forniture di gas e del loro pagamento secondo lo schema tradizionale, possono essere bloccate anche nuove entrate finanziarie in euro o dollari. Un tale sviluppo della situazione è del tutto prevedibile, soprattutto perché alcuni politici in occidente ne parlano pubblicamente. Inoltre, è in questo senso che si esprimono i capi di governo dei paesi dell’UE. I rischi dell’attuale stato di cose sono, ovviamente, per noi inaccettabili.

E se si guarda alla questione nel suo insieme, il trasferimento dei pagamenti per la fornitura di gas russo ai rubli russi è un passo importante verso il rafforzamento della nostra sovranità finanziaria ed economica. Continueremo a muoverci in questa direzione in modo coerente e sistematico nell'ambito del piano a lungo termine, per aumentare la quota di transazioni nel commercio estero nella valuta nazionale e nelle valute di quei paesi che agiscono come partner affidabili. A proposito, probabilmente avrete sentito dire che molti fornitori tradizionali di risorse energetiche nel mercato mondiale parlano anche di diversificare le valute di regolamento.

Lasciatemelo ripetere ancora una volta: la Russia ha a cuore la sua reputazione commerciale. Rispettiamo e continueremo a rispettare i nostri obblighi derivanti da tutti i contratti, compresi i contratti del gas, e continueremo a fornire gas nei volumi stabiliti, voglio sottolinearlo, e ai prezzi specificati nei contratti a lungo termine esistenti. Sottolineo che questi prezzi sono parecchie volte inferiori alle quotazioni attuali del mercato spot. Questo significa in poche parole? Significa energia, calore, luce nelle case degli europei, fertilizzanti per gli agricoltori europei e, alla fine, cibo a un prezzo accessibile. E significa infine competitività per le imprese europee, quindi stipendi ai cittadini europei.

Tuttavia, a giudicare dalle dichiarazioni di alcuni politici, sono pronti a trascurare gli interessi dei loro cittadini, se non altro per compiacere il loro padrone d’oltremare. Una sorta di populismo al rovescio: le persone sono incoraggiate a mangiare di meno, a vestirsi di più per risparmiare sul riscaldamento, a rifiutarsi di viaggiare – e tutto questo presumibilmente a beneficio di quelle persone a cui queste privazioni volontarie sono richieste per amore dell’astratta solidarietà del Nord Atlantico. Tali discutibili approcci e azioni di politica economica, energetica e alimentare da parte dei paesi occidentali sono stati osservati per più di un anno. A proposito, la crisi alimentare sarà seguita da un’altra inevitabile, un’altra ondata migratoria, anche in primis verso i paesi europei. Tuttavia, passo dopo passo, si prendono decisioni che spingono l’economia mondiale alla crisi, portano alla rottura dei legami produttivi e logistici, portano ad un aumento dell’inflazione globale e ad una maggiore disuguaglianza, ad una diminuzione del benessere di milioni di persone delle persone, e nei paesi più poveri – l’ho già detto – al dramma della fame.

È chiaro che gli Stati Uniti cercheranno ancora una volta di risolvere i propri problemi a spese di qualcun altro e prevedono il lancio di una nuova ondata di emissioni e di deficit di bilancio già cresciuto a dismisura sia nelle principali economie europee che negli Stati Uniti. E allo stesso tempo cercano di incolpare noi dei loro errori di politica economica, cercano sempre qualcuno da incolpare. È abbastanza ovvio, lo stiamo vedendo. Vorrei aggiungere che gli Stati Uniti cercheranno di capitalizzare l’attuale instabilità globale, come hanno fatto durante la prima e la seconda guerra mondiale, durante le aggressioni contro la Jugoslavia, l’Iraq, la Siria e così via. I mercati globali stanno crollando mentre il valore delle azioni delle società del complesso militare-industriale americano sta crescendo. Il capitale sta fluendo negli Stati Uniti, privando altre regioni del mondo di risorse per lo sviluppo.

Di conseguenza, gli europei non solo sono costretti a sborsare, ma anche, di fatto, a minare con le loro stesse mani la competitività delle loro aziende e a rimuoverle dal mercato globale. Per l’Europa, ciò significa deindustrializzazione su larga scala e la perdita di milioni di posti di lavoro, e sullo sfondo dell’aumento dei prezzi di cibo, benzina, elettricità, alloggi e servizi pubblici, c’è anche un radicale declino del tenore di vita dei cittadini. Questo è il prezzo che le élite occidentali al potere vogliono far pagare alle persone per le loro ambizioni e azioni miopi sia in politica che in economia, compresa la guerra economica che stanno cercando di scatenare contro la Russia , o anzi che hanno già scatenato.

Non è iniziato ora, non è iniziato nell'ultimo mese. Sanzioni e restrizioni illegittime sono state imposte costantemente, per molti anni, contro il nostro Paese. Il loro obiettivo è frenare lo sviluppo della Russia, minare la nostra sovranità e indebolire il nostro potenziale nella produzione, nella finanza e nella tecnologia. Ribadisco che tutte queste sanzioni sono state preparate in anticipo, sarebbero state comunque introdotte, lo voglio sottolineare. In realtà, queste sono sanzioni contro il nostro diritto alla libertà, contro il diritto all'indipendenza, contro il diritto ad essere la Russia. Per il fatto che non vogliamo ballare sulla musica di qualcun altro e non vogliamo sacrificare i nostri interessi nazionali e valori tradizionali.

L’Occidente collettivo non abbandonerà la politica di pressione economica sulla Russia. Inoltre, naturalmente, cercherà nuove ragioni per le sanzioni, vale a dire i pretesti. Pertanto, non vale la pena contare sul cambiamento di questi approcci, almeno nel prossimo futuro.

A questo proposito, vorrei chiedere al Governo, alla Banca di Russia e alle Regioni di garantire che la pressione sanzionatoria sul nostro Paese, come nei decenni precedenti, sia di stimolo nell'organizzare un lavoro sistematico per lo sviluppo dell’economia e dei suoi singoli settori . Considerando la situazione in ogni settore specifico, ambito, è necessario concentrarsi non solo sul superamento delle sfide dell’anno in corso, ma anche sulla costruzione di piani di sviluppo a lungo termine basati sulle capacità interne della nostra economia, della scienza e del sistema educativo russo. Dobbiamo fare affidamento principalmente sull'iniziativa imprenditoriale privata e su una sana concorrenza, sforzarci di massimizzare il carico delle nostre imprese, creare nuove competenze e aumentare la competitività globale della Russia nel suo insieme.

Allo stesso tempo, gli indicatori chiave dell’efficacia della politica economica per noi dovrebbero essere la conservazione e la creazione di posti di lavoro, la riduzione della povertà e delle disuguaglianze, il miglioramento della qualità della vita delle persone, la disponibilità di beni e servizi.

Ma ancora non avete capito chi è il Vostro Mario Draghi? Certo siete duri di comprendonio dopo tanti mesi. Mario Draghi è un vuoto a perdere, una marionetta senza anima, sa solo obbedire, non è proprio capace di far politica, non capisce i contesti, non riesce a destreggiarsi nei mutevoli contesti.


L’imbarazzante mediocrità politica di Mario Draghi
-1 Aprile 2022

Roma, 1 apr – La premessa stavolta è la mediocrità politica di Mario Draghi, e coincide in modo deprimente con la conclusione, anche se ci prodigheremo nel dare le dovute spiegazioni per un giudizio che si basa semplicemente sull'osservazione dei fatti.

Mediocrità politica di Mario Draghi, parte prima

Forse una considerazione preliminare, nonostante il lapidario attacco, va fatta: era molto difficile, a mio modesto avviso, aspettarsi un bilancio tanto negativo. Magari non ci si sarebbe potuti attendere chissà quali meraviglie, dal sedicente “supermario”. Ma un tale livello di impalpabilità, quella forse no. La prima argomentazione che genera quasi naturalmente il giudizio sulla mediocrità politica di Draghi afferisce al banale concetto di opportunità.

L’unica azione di ampio respiro che il presidente del Consiglio ha dimostrato di avviare in questo suo anno di mandato, è nel merito della politica interna. E, tralasciando quasi per benevolenza quanto essa sia stata debilitante, tutto ciò che se ne è ricavato è la sua applicazione grazie alla sostanziale mancanza di opposizione. Sì, perché il caro supermario ha messo molta poca farina del suo sacco nell’operazione di appiattimento di qualsiasi opposizione o dissenso. Gli è stata concessa praticamente ogni cosa, da ogni formazione politica, al netto di qualche strillo del tutto futile (Lega e, in misura quasi inesistente, M5s).

Ha avuto, come si suol dire, carta bianca. Dal primo istante in cui ha messo piede a Palazzo Chigi. Per realizzare cosa, poi? Nient’altro che un’evoluzione degenerativa della già scellerata gestione del Covid operata dal suo predecessore Giuseppe Conte.

Parte tragica: la guerra

La mediocrità politica di Draghi si è però espressa nel peggiore dei modi a livello internazionale. Tralasciando piccole scaramucce con Bruxelles nella fase di gestione pandemica che nulla hanno spostato in termini di equilibri tra la soffocante presenza franco-germanica e la subalternità italiana, anche dallo scoppio della guerra di Ucraina il sedicente supermario, aspirante Cristiano Ronaldo del mondo politico (ma con la tecnica individuale di Giorgio Chiellini) è parso fin da subito un pesce fuor d’acqua. Basti pensare al modo in cui gli stessi altri leader europei lo hanno trascurato. Ma anche come egli stesso non abbia agito in nessun modo per porsi in una condizione differente.

Dal 24 febbraio il signor Mario Draghi è parso come un Luigi Di Maio un po’ più educato, ma con la stessa imbarazzante propensione a non leggere le situazioni, a non comprenderle e a provare almeno ad indirizzarle nel contesto del nostro Paese. Mentre Emmanuel Macron ha sempre cercato per lo meno di recitare il ruolo diplomatico (per carità, in modo piuttosto scialbo e privo di sostanza, visto il ripiegamento totale della Francia come del resto d’Europa alle politiche sanzionatorie verso Mosca impresse da Washington), supermario si accodava al suo ministro degli Esteri nell’attacco a tutto spiano verso Putin in totale spregio di ogni interesse nazionale, facendo discorsi in Parlamento pieni di ridicola enfasi bellica ma privi di qualsiasi spirito.

A oltre un mese dall’inizio della guerra, con la minaccia incombente dello stop alle forniture di gas, si è palesata, forse, la squallida consapevolezza di aver sbagliato completamente direzione, pur nella limitatezza della sottomissione agli Stati Uniti. E allora i toni si fanno d’improvviso più dolci, come d’incanto spunta l’annuncio di voler avviare colloqui con Putin. Telefonate, come quella di ieri, che aumentano l’imbarazzo. Per noi soprattutto. Che siamo rappresentati da un sedicente leader completamente incapace di seguire le scie più consone e privo di ogni fiuto politico.

Stelio Fergola

Lavrov ha apertamente usato Washington di voler condurre al disastro l'Afghanistan: - “L’influenza che hanno gli Usa sul fondo monetario internazionale – ha dichiarato con riferimento al congelamento dei principali asset del passato governo di Kabul – sta bloccando ogni progetto sociale in Afghanistan”.


31 MARZO 2022

L’Afghanistan potrebbe essere l’Ucraina d’oriente. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, mercoledì dalla Cina lo ha detto con chiarezza. Durante la prima delle due giornate organizzate dal governo di Pechino a favore dell’Afghanistan, il titolare della diplomazia russa non ha lasciato spazio a dubbi: “Mosca considera inaccettabile – ha dichiarato – la presenza di qualsiasi infrastruttura militare statunitense o Nato nei paesi dell’Asia centrale al confine con l’Afghanistan”. Parole già sentite a proposito dell’ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica, eventualità considerata tra le principali cause della guerra in Ucraina. Come mai queste frasi proprio adesso? E perché Mosca guarda con così grande attenzione all’Afghanistan?

La conferenza organizzata dalla Cina

Domande per la cui risposta occorre fare un passo indietro. Lavrov si è recato in Cina per un motivo ben specifico. Nella città di Tunxi, nell’est del Paese, il governo di Pechino ha organizzato una due giorni dedicata all’Afghanistan. Un’iniziativa forte e dal grande significato politico. In estate, quando i talebani hanno preso Kabul e contestualmente gli americani evacuavano alla meno peggio il Paese dopo 20 anni di guerra, si diceva che l’unico vantaggio di Washington era costituito dall’aver lasciato la delicata patata bollente afghana alla Cina. Doveva cioè essere Pechino da quel momento in poi a prendere le redini della situazione. Ora il governo del presidente Xi Jinping sta cercando di dare tangibili segni del passaggio di testimone. A Tunxi ha messo assieme i ministri dei governi dei Paesi confinanti con l’Afghanistan.

Attorno al tavolo da mercoledì sono seduti i rappresentanti di Pakistan, Iran, Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan. C’è anche quello che i talebani indicano come proprio ministro degli Esteri, ossia Amir Khan Muttaqi. Ma c’è soprattutto il ministro degli Esteri russo per l’appunto. Eppure la Russia non confina con l’Afghanistan. La diplomazia cinese, invitando Lavrov, ha quindi dato credito al ruolo di Mosca nello scacchiere afghano. Vero che il 31 marzo è atteso anche l’inviato Usa, Tom West. Ma è anche vero che la Russia è l’unico Paese non confinante con l’Afghanistan a essere presente nel primo giorno di lavori.

Focus sulle ex repubbliche sovietiche del centro Asia

L’invito rivolto a Mosca forse non riguarda solo l’importanza che la Russia ha agli occhi cinesi per la gestione del dossier afghano. Facendo intervenire Lavrov, Pechino ha dato credito al Cremlino anche sulla sua influenza nei Paesi centroasiatici che confinano con l’Afghanistan. Vale a dire che, se si invitano le repubbliche ex sovietiche che condividono frontiere con Kabul, non è possibile tenere fuori la Russia. E le parole di Lavrov sulla sua contrarietà a basi Nato vicino l’Afghanistan si possono spiegare in questo modo. Il titolare della diplomazia di Mosca non ha tuonato contro un possibile ritorno Usa a Kabul, ma contro la costruzione di basi dell’Alleanza Atlantica nelle Repubbliche centroasiatiche.

In uno spazio cioè ex sovietico dove la Russia non ha intenzione di rinunciare alla propria influenza. Un contesto non così dissimile poi dall’Ucraina. Motivo del contendere che ha portato allo scontro armato iniziato il 24 febbraio scorso è stato rappresentato, tra le altre cose, dalla prospettiva di un ingresso di Kiev nella Nato. Il Cremlino, al pari di come vuol fissare nuove linee rosse in Europa, è intenzionato a farlo anche nel centro Asia. Ribadendo come lo spazio un tempo appartenente all’Urss non deve essere occupato da altri attori. La regione centroasiatica non è nuova a diatribe tra Mosca e Washington. Nel 2001 una base Usa era stata piazzata in Uzbekistan a supporto delle truppe in Afghanistan, ma nel 2005 poi le autorità uzbeke hanno fatto dietrofront. Lo scorso anno si era tornato a parlare di basi di Washington sempre in Uzbekistan o in Kirghizistan e anche in quel caso sono arrivate rimostrare da parte russa. La regione in questione è strategica e non solo per il nodo afghano. E la Russia ha già fatto capire di non voler cedere.

Il possibile braccio di ferro sull’Afghanistan

Anche per questo motivo l’Afghanistan potrebbe diventare il futuro scenario di scontro tra Mosca e Washington. La situazione interna al Paese è molto grave e, a dispetto della propaganda talebana, non c’è traccia al momento di una vera pacificazione. L’Isis-K, la costola locale dello Stato Islamico, ha dato segni di vitalità. Così come la stessa opposizione del fronte guidato dal figlio del generale Mansour non è apparsa nelle ultime settimane realmente sconfitta, lo hanno dimostrato alcuni attacchi avvenuti in ben otto province afghane. In questo contesto però, Mosca e Pechino stanno iniziando a muovere primi passi per un riconoscimento o comunque un accreditamento del governo talebano. Pochi giorni fa il Cremlino ha accolto il primo diplomatico nominato dagli studenti coranici. Mentre la Cina, come detto, ha invitato al summit di Tunxi il ministro degli Esteri dei talebani.

Obiettivo russo-cinese sarebbe quello di gestire l’attuale matassa afghana dialogando con i vertici dell’emirato. E questo potrebbe aver già aperto un fronte con l’occidente e con gli Usa in particolar modo. Lavrov, durante la sua trasferta a Tunxi, ha apertamente accusato Washington di voler condurre al disastro l’Afghanistan: “L’influenza che hanno gli Usa sul fondo monetario internazionale – ha dichiarato con riferimento al congelamento dei principali asset del passato governo di Kabul – sta bloccando ogni progetto sociale in Afghanistan”.