L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 aprile 2022

Pagare il gas aprendo un conto corrente in Gazprombank, non è difficile ma il VOSTRO Mario Draghi non aveva capito

L’Europa dei pagliacci



La fermezza dell’Europa è davvero qualcosa di straordinario e di certo Mosca non può fare a meno di tremare di fronte a tanta granitica determinazione. La risposta europea alla guerra in Ucraina che essa stessa ha provocato grazie alla sua inazione e al silenzio assoluto di fronte alle deliranti pianificazione del padrone americano, è andata in crescendo, facendo ben comprendere quale sia la sua tempra. Ecco il calendario, per così dire ,di questa escalation:

24 marzo 2022 – Le maggiori fonti di informazione internazionali annunciano che i leader dell’Unione Europea hanno respinto la richiesta di Vladimir Putin di pagare il gas naturale in rubli. Dal momento che questa decisione è stata presa dal governo russo per difendere il rublo, dire no rappresentava a una sfida aperta a Mosca.

14 aprile 2022 – Le agenzie di stampa battono la notizia del giorno: Il pagamento del gas russo in rubli da parte degli acquirenti dell’Unione europea infrangerebbe il regime di sanzioni dell’Ue contro Mosca, afferma una nota interna della Commissione europea.

22 aprile 2022 – La Reuters diffonde la notizia che l’Ue vede un modo di pagare il gas russo senza violare le sanzioni. Le aziende dell’UE potrebbero essere in grado di aggirare la richiesta russa di ricevere pagamenti del gas in rubli senza violare le sanzioni se pagano in euro o dollari che vengono poi convertiti nella valuta russa, ha affermato venerdì la Commissione europea.

Da notare che quest’ultima trovata non è frutto della sagacia di quel sinedrio di impiegati dell’oligarchia quali sono in effetti i dirigenti europei, ma corrisponde al meccanismo indicato da Putin nei suoi colloqui con Macron e con il cancelliere Olof Scholz che essendo nipote di Fritz von Scholz, tenente generale delle SS il quale diresse e controllò il massacro degli ebrei in Polonia e in Ucraina, ha evidentemente qualche motivo di astio con la Russia e la sua volontà di denazificare l’Ucraina. E’ quasi un’offesa personale. Basta mettere in fila tre date per fare apparire i prodi appaltatori della russofobia da bassifondi, nonché impavidi difensori di un regime nazista, come dei pagliacci. Fin dall’inizio sapevano perfettamente di non poter fare a meno dell’energia russa, ma hanno voluto creare l’atmosfera della guerra per compiacere l’Egemone e non turbarne i piani sanguinosi. Ma poi hanno mano a mano hanno finito per calare le braghe dicendo di aver trovato una soluzione, quando era stato lo stesso Putin che aveva spiegato loro come fare.

Il loro vero problema, davvero irresolubile è che hanno ridotto il continente in una condizione di penosa sulbaternità e devono perciò calare queste braghe sia di fronte agli Usa che hanno molti di loro a libro paga, sia di fronte alla Russia che non offre chiacchiere, ma beni concreti. Solo che mentre loro contrattano il prezzo delle loro terga di mezzo ci vanno i cittadini, costretti a subire un forte ridimensionamento del loro tenore di vita. E questo non per la guerra della Russia in Ucraina, ma per la guerra dell’occidente contro la Russia che ha comportato l’abbandono dei contratti a lungo termine e molto convenienti con Mosca in favore del mercato spot. Così hanno cominciato a lievitare i prezzi. Ma si sa che i pagliacci sono tra gli individui più pericolosi.

Julian Assange - CENTOSETTANTACINQUE, due vite intere vissute al di sopra della soglia di vita media, non per aver compiuto il più brutale attentato terroristico della storia del mondo. Ma per aver diffuso notizie, informazioni.

22 Aprile 2022 11:00
E se aveste ragione voi?
Antonio Di Siena


E se aveste ragione voi?

Non ci crederete ma ci penso spesso, quasi ogni giorno. Anche se sembra impossibile, infatti, provo costantemente a guardare le cose dalla vostra prospettiva, non foss’altro per verificare la bontà o meno dei miei convincimenti. Perciò mi capita sovente di mettere tutto in discussione, di immaginare che i buoni siamo davvero noi, l’Occidente. Che questo sia effettivamente il migliore dei mondi possibili e che al di là non esista altro che una sconfinata terra di nessuno. Governata dalla legge del più forte dove regnano dispotismo e barbarie e non esiste libertà. Abitata da sanguinari monarchi assoluti che conculcano impunemente diritti fondamentali, manipolano storia e attualità, arrestano dissidenti e giornalisti. Obbligando i sudditi a vivere un eterno presente senza felicità e prospettive. D’altronde ce lo ripetete costantemente come sarebbe vivere dall’altra parte, sotto la “dittatura”.

Poi però penso a un uomo.

Lascio perdere tutti i ragionamenti sulle inesistenti (secondo il vostro punto di vista) storture del moderno sistema liberale - propaganda pervasiva, disuguaglianze crescenti, totale esautorazione della sovranità democratica, governo dei mercati, guerre imperialiste mascherate da esportazione di democrazia eccetera - e mi concentro su una singola persona in carne e ossa. Una sorta di dead man walking che rischia una condanna a 175 anni di carcere. CENTOSETTANTACINQUE, due vite intere vissute al di sopra della soglia di vita media, non per aver compiuto il più brutale attentato terroristico della storia del mondo. Ma per aver diffuso notizie, informazioni.

Fine pena mai per un giornalista colpevole di aver raccontato ai suoi concittadini occidentali trame oscure e malefatte dei propri governi. Un affronto inaccettabile, un vero e proprio “attentato” alla nostra sicurezza, che merita lo stesso identico trattamento del bambino di Omelas affinché sia garantito il benessere di tutti quanti noi.

Ecco. Se difronte a una simile, tracotante barbarie liberticida voi paladini della libertà, della democrazia, dei diritti fondamentali e della libertà di stampa e informazione aveste urlato insieme a me tutta la vostra indignazione. Se anche solo qualcuno di voi avesse avuto il coraggio di dire che arrestare, detenere e processare un giornalista per aver semplicemente diffuso informazioni è esattamente uno dei comportamenti più caratteristici dei regimi autoritari, forse, avrei davvero creduto che la ragione stesse dall’altra parte. La vostra. E invece no. Siete stati tutti zitti. Perché Julian Assange, un giornalista coraggioso, non è altro che una “spia”. Ed è quindi giusto, sacrosanto, che marcisca in galera per tutta la vita col connivente, omertoso silenzio dell’intero mondo libero.

Basterebbe astrarsi dai paradigmi preconfezionati e guardare al fatto in sé per accorgersi della intrinseca natura violenta e dispotica dell’atto. Rendendosi conto che dietro la patinata copertina glamour dell’Occidente si nasconde una civiltà primitiva che propugna diritti teorici a convenienza, salvo cestinarli non appena minacciano la sua sopravvivenza. Perché, come spesso già capitato per tanti altri eventi storici, se la vicenda di Assange si fosse verificata altrove, fuori dal mondo libero, non avreste esitato mezzo secondo a chiamare le cose col loro nome. L’avete fatto per molto, molto meno. Ma in questo caso non si può, quindi meglio tacere. Dimostrando, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che quei diritti che tanto sbandierate non sono fondamentali e assoluti ma soltanto relativi.

Un atteggiamento vigliacco che dimostra inequivocabilmente una cosa: non avete ragione voi. E il vostro credere di averla non è altro che un’allucinazione collettiva. Molti non se ne accorgono, accecati da livore e indignazione a comando figli di una sofisticata macchina del consenso capace di accendere e spegnere il senso critico dei cittadini come fossero pupazzi a molla. Altri invece lo sanno perfettamente. Ma al riparo nei loro confortevoli piccoli feudi concessi in virtù della loro assoluta fedeltà pontificano di un mondo che non esiste. Un enorme castello di carte che si regge esclusivamente su una montagna di ipocrisia. La vostra.

Volodymyr Zelensky sui social è descritto come un fantoccio comandato da forze esterne

La popolazione in gran parte non si fida degli Usa
Indonesia, il governo è contro Putin ma sui social il clima è pro-Russia

di Filippo Merli
23 aprile 2022


Una donna e il suo fedele marito divorziano. L'uomo, di buon cuore, affida la custodia dei tre figli all'ex moglie per riconquistarla. Ma quando scopre che lei lo tradiva col ricco vicino di casa si riprende uno dei bambini, mentre gli altri due gli chiedono di punire la madre. Quella che gira sulle chat di WhatsApp dei cittadini dell'Indonesia sembra una soap opera, e, tra le righe nasconde un messaggio pro-Russia.

Basta mettere Mosca nei panni dell'uomo offeso e l'Ucraina nel ruolo dell'ex moglie. Il vicino ricco sono gli Usa mentre Crimea, Donetsk e Luhansk sono i tre figli. Secondo gli analisti locali è un esempio di come gli indonesiani, a differenza del governo, stiano dalla parte di Vladimir Putin nella guerra nell'Europa dell'Est.

La storia è comparsa per la prima volta sull'app di messaggistica cinese Weibo dopo l'invasione di Kiev, ma la rapida diffusione in Indonesia attraverso i gruppi di WhatsApp e altre piattaforme social suggerirebbe una presa di posizione a favore del Cremlino da parte della popolazione indonesiana.

«I social filo-russi descrivono la Russia come un marito rispettoso che vuole riconquistare l'Ucraina, ex moglie ingrata schierata coi delinquenti europei che ha tenuto in ostaggio i figli di etnia russa», ha spiegato Alif Satria, ricercatore al Dipartimento di politica e cambiamento sociale del Center for strategic and international studies dell'Indonesia.

L'esecutivo del presidente indonesiano, Joko Widodo, però ha votato a favore delle risoluzioni dell'Onu che condannavano l'aggressione di Putin. Per Yohanes Sulaiman, docente di relazioni internazionali all'Universitas Jenderal Achmad Yani di Bandung, i cittadini indonesiani hanno una sorta di antipatia verso gli Usa, in particolare dopo la cosiddetta «guerra al terrorismo» innescata dagli Usa dopo l'attacco alle Torri gemelle.

«Gli indonesiani filo-russi non si fidano degli Usa», ha detto, «I musulmani (in Indonesia sono il 90%) li hanno visti attaccare Afghanistan e Iraq per ragioni considerate fabbricate, come i depositi di armi di distruzione di massa che secondo parte di loro è stata usata dal governo di George W. Bush come pretesto contro Saddam Hussein».

Oltre all'aspetto religioso, che suggerisce agli indonesiani che la Russia è un alleato dell'Islam, c'è Putin. «Nella cultura politica indonesiana gli uomini forti sono autocratici», ha detto ad Al Jazeera, Ian Wilson, docente di studi di politica e sicurezza alla Murdoch university di Perth in Australia, «Molti lo vedono in Putin e non in Volodymyr Zelensky che sui social è descritto come un fantoccio comandato da forze esterne».

Seguo quotidianamente i programmi televisivi sull’argomento che mi lasciano una forte preoccupazione e una sensazione sconsolante, non solo per l’unilateralità dell’interpretazione, tutta prevalentemente favorevole all’Ucraina eal suo presidente Volodymyr Zelensky, ma soprattutto per il carattere totalmente ideologico, manicheo e fondato sull’emotività che contraddistingue il “contenuto”, si fa per dire dei dibattiti, nei quali i “moderatori” sono spesso più faziosi della gran parte degli intervenuti e non si curano nemmeno di nascondere pudicamente questa mancanza di imparzialità.

Considerazioni sulla guerra in Ucraina e sugli Stati Uniti
Scritto da Giuliano Mignini Categoria: Speciale Pubblicato: 23 Aprile 2022


(ASI) Sono passati oltre cinquanta giorni dall’inizio dell’”operazione” russa sull’Ucraina e l’intera Europa si è trovata, dall’oggi al domani, immersa in una situazione paradossale, perché, più o meno uscita dal “Covid”, viene costretta a combattere una guerra, con tutti i problemi ad essa connessi, senza sapere esattamente di cosa si tratta, quali sono le sue cause prossime e remote.

Seguo quotidianamente i programmi televisivi sull’argomento che mi lasciano una forte preoccupazione e una sensazione sconsolante, non solo per l’unilateralità dell’interpretazione, tutta prevalentemente favorevole all’Ucraina eal suo presidente Volodymyr Zelensky, ma soprattutto per il carattere totalmente ideologico, manicheo e fondato sull’emotività che contraddistingue il “contenuto”, si fa per dire dei dibattiti, nei quali i “moderatori” sono spesso più faziosi della gran parte degli intervenuti e non si curano nemmeno di nascondere pudicamente questa mancanza di imparzialità.

C’è stato addirittura un noto politologo statunitense (di formazione) che si è cimentato in argomenti teologici, sulla concezione cattolica della guerra, con risultati desolanti, vista la sua totale impreparazione sull’argomento, ma ormai ci si è abituati.

Quando si discute, ed è bene che ciò avvenga, purché chi lo faccia sia preparato, perché, se il dialogo si mantiene entro gli alvei della razionalità,dà un contributo alla comprensione dei fenomeni storico-politici, quando si discute, dicevo, bisognerebbe sforzarsi di abbandonare la vituperata e contagiosa “logica circolare” della petizione di principio e non dare nulla per scontato ma analizzare ogni fenomeno e solo, alla fine ed in coerenza col ragionamento, fornire le proprie conclusioni. E invece, le conclusioni vengono poste come premessa indimostrata, difesa con un accanimento manicheo e con la pretesa che l’interlocutore accetti il punto di partenza e le conclusioni del “dialogante”.

E il più delle volte, per carità ci sono eccezioni ma vedo che sono proprio coloro che si schierano nel campo “democratico-liberale-atlantista” ad essere così emotivi e “circolari” nelle loro considerazioni, per cui quello che dovrebbe essere un confronto si trasforma inevitabilmente in due monologhi, a cui si aggiunge l’ulteriore monologo di appoggio del moderatore che dovrebbe guidare e regolare il dialogo e invece si schiera con uno dei due, interrompendo sistematicamente il malcapitato sostenitore delle ragioni della Russia a cui viene impedito di concludere le sue considerazioni.

Vi sono, per fortuna, delle lodevoli eccezioni, cioè personaggi che cercano di ragionare e motivare.

E, tra questi, oltre ai generali, come Marco Bertolini, su tutti e ai corrispondenti di guerra, il sempre lucido e motivato Francesco Borgonovo e, recentemente, l’esponente “comunista” Paolo Ferrero, che si esprime come Borgonovo, pur nella diversità di opinioni e, come l’altro, cerca di ragionare e non di etichettare e, tanto meno, insultare. E ciò induce a riflettere come cercherò di fare.

Forse, qualche eccezione mi sembra di coglierla, tra i presentatori, in Paolo Del Debbio, aiutato da un indubbio buon carattere e dall’ironia tutta toscana, lucchese, nella fattispecie, del giornalista che dà un prezioso contributo di stile e di sdrammatizzazione dei toni.

Mi si perdoni questo sfogo, ma ne sentivo il bisogno.

Sono tanti gli aspetti che potrebbero essere esaminati di questa vicenda, ma in questa sede voglio tornare asoffermarmi sullo straordinario “rimescolamento” di posizioni, fino ad ora, più o meno abbastanza chiare, che questa vicenda ha prodotto nell’opinione pubblica occidentale.

Cercherò di definire in altra occasione questo termine di cui oggi sono pieni i dibattiti televisivi, declinato in termini “apologetici” dai sostenitori della NATO e, quindi, dell’Ucraina e, viceversa, in termini aspramente critici dai commentatori russi.

Finita la Seconda Guerra Mondiale, le guerre che sarebbero scoppiate avrebbero visto sostenitori “coerenti” con il quadro entro cui sarebbero stati inseriti gli episodi bellici, un quadro “alla Yalta”.

Nella guerra civile cinese e poi coreana, ad esempio,i governi e le opinioni pubbliche “occidentali” avrebbero sostenuto e, i primi, appoggiato,rispettivamente la Cina nazionalista di Chiang Kai –Schek e la Corea del Sud, mentre quelli dell’Europa dell’Est la Cina “popolare” e la Corea del Nord.

Più tardi, lo stesso sarebbe avvenuto con la guerra in Vietnam. Addirittura, quello che sarebbe divenuto il segretario del MSI e poi di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, ha confessato di avere operato la sua “opzione politica”, sotto l’impressione del film “Berretti verdi”, contestato dalla sinistra, film che celebrò le gesta degli appartenenti alle United States Army Special Forces, cioè alle Forze Speciali statunitensi, dai caratteristici baschi verdi, nella guerra in Vietnam, contro i vietcong e l’esercito del Nord Vietnam.

Con la guerra tra la Russia e la NATO, o, meglio ancora, gli USA, per il tramite dell’Ucraina, il quadro si è alterato in profondità ed oggi vi sono formazioni di estrema destra, come “Casa Pound”, in Italia, e, in Ucraina, il partito e l’organizzazione paramilitare di impronta nazista come Pravyj Sektor, sorto alla fine di novembre 2013, nelle proteste dell’Euromadian, a Kievo l’ancora più agguerrito “Battaglione Azof, un’unità militare e di polizia, che dispone anche di una compagnia corazzata, a sostegno delle ragioni dell’Ucraina.

In Italia, il movimento “Forza Nuova” e in Russia il Gruppo Wagner, unità paramilitare privata russa, hanno un orientamento analogo ma si contrappongono invece alla NATO e all’Ucraina.

Perché ? Perché, quando entra in ballo la Russia, si ripropone quella caratteristica ambivalenza e sincretismo politico che si manifesta oggi nel movimento L’Altra Russia di Êduard Limonov, nel quale è confluito il Partito Nazional Bolscevico, di cui quest’ultimo è stato cofondatore, assieme ad Aleksander Dugin.

Senza arrivare a tale posizione estrema, una posizione nella quale possono ritrovarsi una certa sinistra, nostalgica dell’Unione sovietica e, soprattutto, una destra, non tanto “nazistoide”, ma che rimpiange il passato imperiale e zarista della Russia, c’è anche nel partito di Vladimir Putin. “Russia Unita”.

La superpotenza euroasiatica combatte direttamente contro l’Ucraina, dietro la quale, in modo neppure troppo discreto, si celano gli Stati Uniti di Biden e la NATO, i sostenitori ad oltranza della guerra, nemici irriducibili, specie i primi, di ogni tentativo di negoziato e tutti fornitori all’Ucraina, da ben prima dell’intervento russo dello scorso 24 febbraio, di equipaggiamenti e di istruttori militari, di ogni tipo contro cui si è scontrata l’Armata russa. E l’Ucraina, da parte sua, in passato, è stata parte riottosa dell’ex Unione Sovietica, talmente riottosa da avere promosso la costituzione della 14. Waffen Grenadier Division der SS (ukrainische n. 1 dell’Esercito Nazionale ucraino) e da avere espresso un uomo come Stepan Bandera, leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini” (OUN) e fondatore dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), di chiarissima marca nazista. Si è visto quale sia l’attuale situazione dell’Ucraina.

E’ come se fosse veramente finita la II Guerra Mondiale e si fosse aperta una fase del tutto nuova di cui non riusciamo a scorgere i contenuti ed i confini.

E questo rimescolamento di posizioni che vede vecchi “nemici” dell’epoca della II Guerra Mondiale fianco a fianco, ora a sostegno della Russia, ora dell’Ucraina e, quindi, della NATO e, quindi, del suo paese “guida”, gli Stati Uniti, si accompagna ad una intollerabile operazione russofobica, che parte dagli Stati Uniti, cioè dall’espressione più diretta di un certo tipo di “Occidente”, quello a impronta anglosassone, sorto vincitore politicamente in un conflitto in cui il contributo militare e di sangue è stato russo.

E se, nello scorso secolo e fino alla metà della II Guerra mondiale, l’impero britannico, allora vincente, aveva come “nemico” il cugino mondo germanico, fatto oggetto di un’operazione di demonizzazione che ha raggiunto il culmine nel processo di Norimberga, presieduto dal britannico Geoffrey Lawrence, dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale, il Regno Unito, pur vincitore, ha visto un drastico suo ridimensionamento e chi è emerso dal conflitto sono stati gli USA che hanno assunto, come nemico, l’Unione Sovietica e poi la Confederazione Russa, con il dichiarato compito di distruggerla. E ciò appare incomprensibile: logica vorrebbe che, venuto meno il comunismo, che era una sorta di “sovrastruttura” del nazionalismo russo e tornata la Russia libera dal sovietismo, gli Stati Uniti avrebbero dovuto attenuare la loro acredine russofobica. Anche perché, secondo uno schema logico di pensiero, gli Stati Uniti avrebbero semmai tutto l’interesse a “tenersi stretta” la Russia ed a isolare la Cina, che è un paese assolutamente estraneo al mondo occidentale, mentre la Russia ne fa invece parte.

E invece no.

Non solo gli Stati Uniti non danno il benché minimo contributo al ristabilimento della pace, ma, nella persona dell’ormai screditato Joe Biden, le cui continue gaffes, anche di percezione sensoriale,vengono presentate come “intelligenti” manifestazioni di calcolo politico dagli “atlantisti” di carriera e di complemento, mentre si tratta di penose espressioni di un uomo che dovrebbe contare fino a dieci prima di parlare, invece di sfogare la sua russofobia.

Da dove viene questa incredibile isteria del vertice politico militare degli Stati Unitie, ahimè, anche del Regno Unito?

Neocon, quando addirittura, non ci si trovi in presenza della loro espressione religiosa, cioè dei teocon, una “fauna” che ha trovato alimento e favore popolare negli Stati Uniti e che rappresenta un autentico pericolo per la pace mondiale di cui i protagonisti dei dibattiti televisivi sembrano non essersi accorti.

Neocons indica i “neoconservatori americani”, che, provenendo dalla sinistra, anzi dal mondo liberal e addirittura da quel serbatoio di pensiero antisovietico e antirusso che è il trotskismo, hanno elaborato un movimento teso all’utilizzo della forza militare per sostituire governi autoritari con democrazie, senza alcun serio approfondimento concettuale e con una totale assenza di realismo e di un minimo di atteggiamento prudenziale, oltre alla esaltazione del tutto acritica del modello “occidentale” e al disprezzo riservato a modelli organizzativi esterni allostesso e in particolare all’Islam, specie sciita.

Non sono affatto un pacifista e sostengo l’uso legittimo della forza, in un’ottica difensiva, ma coniugo tale atteggiamento con una doverosa prudenza quando in ballo ci sono potenze nucleari che dispongono di migliaia di testate nucleari, veicolate da missili, da semoventi, da sommergibili e da bombardieri.

E invece, soprattutto dagli Stati Uniti e dal suo presidente democratico, vengono rovesciate tonnellate di “benzina” su una situazione incendiaria, con insulti, continue provocazioni e il dichiarato intento di realizzare la “filosofia neocon”, attraverso la riduzione della Russia, nella fattispecie, a “potenza meno che regionale” e la sua fagocitazione da parte della Cina comunista.

E già, perché l’assoluta irrazionalità di questo movimento e l’isteria russofobica di personaggi come Biden, di fronte a due potenze alternative agli Stati Uniti, tende, come ho detto, a gettare quella più vicina, dal punto di vista storico e culturale, all’”Occidente” come la Russia nelle braccia del polo comunista cinese, invece di avvicinarlo a sé, come sarebbe logico, il tutto utilizzando in questa “guerra per procura” un paese come l’Ucraina, che dette vita ai primi nuclei della nazionalità russa entro i confini di uno Stato che prese il nome di Rus di Kievche si convertì al cristianesimo attraverso San Vladimiro di Kievil quale impose alla sua famiglia e alla popolazione di Kiev il battesimo nelle acque del Dnepr, attorno al 988.

In questo grande Santo e nella sua Rus di Kiev,le due entità che oggi si scontrano furiosamente erano riunite e indistinguibili e la Rus era formata da tribù vichinghe, slave, finniche e baltiche, cioè dagli antenati degli svedesie dei finlandesi, oltre che dei lituani, dei lettoni e degli estoni. La storia, se la si conosce, porta con sé dei risvolti oggettivamente umoristici come il fatto che Kiev fu eletta a madre delle città russe dal principe variago Oleg di Novgorod.

Molti oggi, in Ucraina, sembrano averlo dimenticato, attratti da un mondo extraeuropeo del tutto estraneo alla sua storia, quella creazione calvinista che sono gli Stati Uniti d’America, nati, al più indietro nel tempo, nel 1620, circa 632 anni dopo il battesimo della Rus.

Mi auguro che gli ucraini e i russi se lo ricordino e traggano lo spunto, da questa comunanza di origini, per una vera pace e parlino, tra loro, senza insultarsi e senza minacciarsi. E’anche il nostro interesse di europei, di tutti noi europei.

22 aprile 2022 - SI POSSONO CAMBIARE LE COSE CON IL VOTO?

La strategia degli oligarchi capitalisti stanziati per la maggior parte negli Stati Uniti è stata stravolta dalla Federazione Russa che ha imposto la sua agenda mettendosi a capo di tutti i paesi che vendono le materie prime al Nazista Occidente, ricordiamo che il NUOVO NAZISMO si basa sulla russofobia

A tutto gas, senza gas
Sostituire le forniture russe richiede tempo, investimenti e non azzera i rischi

22 aprile 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Nel giro di pochi mesi, il panorama economico e politico mondiale è stato stravolto: ancora al G20 di Roma, in autunno, la priorità assoluta dei governi era quella di perseguire a tappe forzate la decarbonizzazione dell'economia, abbandonando il carbone ed il petrolio a favore delle fonti energetiche rinnovabili che non immettono CO2 nell'atmosfera, condizione indispensabile per contrastare l'aumento della temperatura terrestre, contenendolo entro 1,5°.

In questo contesto, con la parità tra emissioni ed assorbimenti di CO2 prevista intorno al 2050, il gas e l'energia nucleare sarebbero rimasti strumenti indispensabili per assicurare il fabbisogno durante questo trentennio di transizione.

La guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia hanno stravolto il quadro di riferimento già a breve termine, considerando che è stato decretato l'embargo delle importazioni di carbone e che si discute se imporre anche quello sul gas.

Mentre in Italia si stanno accelerando le procedure per le istallazioni di impianti fotovoltaici ed eolici, ci si muove alla ricerca di approvvigionamenti alternativi al gas che proviene dalla Russia: si cerca di aumentare i flussi provenienti dalla Algeria, di usare il pur costoso GNL proveniente via nave dagli Usa e dal Qatar, di verificare la possibilità di acquisirne dalla Nigeria.

Il dibattito politico, negli Usa ed in Europa, si muove tra due esigenze contrapposte: mentre per un verso si vuole aumentare il più rapidamente possibile la pressione sulla Russia, per danneggiarne l'economia e farle pagare il prezzo più elevato possibile per punirla della invasione della Ucraina, dall'altro occorre ridurre al minimo i danni che derivano alle economie europee da un possibile embargo a breve sulle forniture di gas, prima che si trovino fonti alternative.Il fatto è che le fonti di gas alternative che si stanno cercando di acquisire diversificando le aree geopolitiche di provenienza per escludere la Russia, pongono nuovi rischi:

A) ALGERIA
Pur essendo legata all'Italia da legami assai forti anche per quanto riguarda le forniture energetiche, è rimasta estranea al quadro occidentale, visto che nonostante le gravi difficoltà economiche ha rifiutato un prestito del FMI per non dover soggiacere alle condizioni che sarebbero state poste in termini di liberalizzazione dell'economia (legasi privatizzare privatizzare e ancora privatizzare).
Non va trascurato poi il fatto che la Sonatrach, l'Azienda petrolifera di Stato della Algeria, è partecipata al 40% dalla russa Gazprom.
I legami con la Russia e con la Cina si estendono alle forniture di armi e mettono in conto un forte attrito con il Marocco per via della influenza che quest'ultimo vuole esercitare sull'enorme area del Sahara Occidentale, contesa con l'Algeria dopo la decolonizzazione nei confronti della Spagna.
Gli Usa hanno appoggiato il Marocco in queste rivendicazioni, per via dei legami strettissimi che hanno da sempre con Rabat, la stessa Spagna cura in modo particolare il buon vicinato con il Marocco per evitare che dalle sue frontiere arrivino frotte di immigrati nella enclave di Ceuta. Questo comportamento del Marocco e della Spagna irrita la Algeria, che ha dismesso un gasdotto che alimentava il Marocco e poi transitava in Spagna. Rimane un altro gasdotto che collega direttamente l'Algeria alla Spagna, ma non è sufficiente per soddisfare il fabbisogno di quest'ultima che dipende esclusivamente dalla Algeria per le forniture di gas.
L'Italia non ha dato seguito alla realizzazione del gasdotto GALSI (Gasdotto Algeria, Sardegna, Italia) che avrebbe migliorato considerevolmente sia l'approvvigionamento energetico della Sardegna sia quello delle acciaierie di Piombino, terminale del gasdotto nella penisola italiana.
Le condizioni finanziarie della Algeria non le consentono gli investimenti necessari per la ricerca di nuovi pozzi, e comunque gran parte della maggiore produzione verrà riservata allo sviluppo della economia interna.
L'Algeria è interessata alla realizzazione di un gasdotto trans-sahariano, che la colleghi alla Nigeria (NigAl): l'area che viene attraversata è molto turbolenta, soggetta a razzie continue. Il Niger, Paese che verrebbe attraversato da questa infrastruttura, si è finora opposto chiedendo lauti compensi per l'attraversamento. In ogni caso, la endemica presenza di incontrollabili formazioni islamiche in tutta l'area, rende assai rischioso fare completo affidamento. Già oggi si ha notizia di prelievi non autorizzati dalle reti nigeriane, che alimentano il contrabbando, di entità eccezionalmente elevata: fatta pari a 100 la quantità di petrolio immesso, ne arriva a destinazione assai meno della metà, a volte appena il 20%.

B) QATAR Si tratta di uno dei Paesi che ha le più grandi riserve di gas al mondo, per via di un immenso giacimento sottomarino sostanzialmente condiviso con l'Iran.

La proiezione del Qatar verso l'Europa, attraverso la realizzazione di un gasdotto che sarebbe passato attraverso la Siria per arrivare in Turchia e da qui alla Bulgaria, è stata fermata dalla guerra civile in Siria, così come si è bloccato per lo stesso motivo anche il gasdotto alimentato dal gas iraniano. E' evidente che vi sono interessi fortissimi che hanno contrastato entrambi i progetti: la Russia, innanzitutto, che infatti ha realizzato il Turkish Stream che attraversa la Turchia per passare in Bulgaria; e sicuramente altri Paesi dell'Oriente mediterraneo, dall'Egitto ad Israele, che preferirebbero vendere il gas dei giacimenti rinvenuti di recente di fronte alle loro coste. A questo si aggiunge la ostilità statunitense nei confronti dell'Iran, soggetto a pesanti sanzioni per via della attività di arricchimento dell'uranio con ricadute militari,
Anche le relazioni tra il Qatar ed i confinanti, a cominciare dalla Arabia Saudita, sono spesso improntate alla ruvidità: nel 2017, ha subito un vero e proprio assedio terrestre alle sue frontiere. Le ragioni di questi conflitti sono ascrivibili alle iniziative politiche del Qatar, che sostiene finanziariamente in numerosi Paesi dell'area, dall'Egitto alla Libia, per non parlare della Turchia, la Fratellanza musulmana, un movimento politico che si contrappone alla storica e preponderante influenza sunnita della Arabia Saudita.
Il Qatar non è riuscito negli anni scorsi ad accedere al mercato europeo ed a quello italiano, essendo stati bloccati gli investimenti necessari per la realizzazione dei grandi rigassificatori in aree marine: ci sono problemi infrastrutturali e logistici estremamente complessi da affrontare, a prescindere del maggior costo implicato dal trasporto via nave e dai processi di liquefazione e rigassificazione.
Il Qatar ha dunque già indirizzato la propria strategia commerciale verso l'Oceano indiano, per approvvigionare il Pakistan e da lì l'Afghanistan. Non sono previsti, al momento, quantitativi disponibili anche tenuto conto delle clausole commerciali stabilite dal Qatar sui contratti a lungo termine: il gas così venduto e trasportato non può essere rivenduto durante il viaggio delle navi gasiere se non dopo l'approdo di queste al porto di destinazione concordato. In questo modo, il Qatar evita che il prezzo molto conveniente che pratica agli acquirenti che stipulano contratti a lungo termine sia utilizzato per guadagnare rivendendolo come forniture spot, che sono invece sempre molto più care. Il costo di far tornare indietro una nave che ha già percorso migliaia di miglia supera qualsiasi vantaggio di prezzo.

C) LIBIA La situazione politico istituzionale è ancora in stallo: la Turchia appoggia il governo di Tripoli, la Russia la componente di Tobruk, mentre il Qatar sostiene la Città-Stato di Misurata.

Le componenti di Tobruk e di Misurata stanno esercitando enormi pressioni sul governo di Tripoli, affinché non abusi a loro danno del controllo diretto che Tripoli ha sulla NOC (National Oil Company), sulla CBL (Banca Centrale Libica) e sulla LIA (Lybian Investment Authority). In questi giorni, i disordini sono stati tali da procurare il blocco di pozzi e di terminali petroliferi.
E' del tutto improbabile che la Russia e la Turchia accelerino la rimessa in funzione e lo sviluppo delle infrastrutture energetiche libiche, visto che si tratterebbe di forniture concorrenti. D'altra parte, anche in sede di OPEC+ c'è una grande attenzione ai prezzi ed all'aumento delle quote di produzione.

D) NIGERIA Vale quanto si è detto per l'Algeria: il gasdotto NIGAL deve attraversare aree assai complesse dal punto di vista della sicurezza. Anche a voler superare queste questioni e la contrarietà fin qui espressa dal Niger, la realizzazione del NIGA richiederà diversi anni.

Non esistono soluzioni semplici ed immediate a problemi complessi come l'approvvigionamento energetico. Nonostante l'Italia abbia diversificato in modo considerevole, visto che ha collegamenti con la Algeria, la Libia, l'Azerbaijan e la Russia, da anni si trova in difficoltà con le forniture libiche. Rimpiazzare anche quelle della Russia sarà un processo lungo, complesso e costoso.

Stati Uniti hanno volontariamente ignorato i messaggi diplomatici che la Federazione russa ha inviato da metà dicembre del 2021 alla fine di gennaio del 2022 per dipanare e attuare il principio dell'indivisibilità della sicurezza e ora ci troviamo con moltissimi morti e la NAZIFICAZIONE dell'Occidente che si basa sulla russofobia mentre si armano sempre più mani sconosciute

21 Aprile 2022 19:08
Dai terroristi in Siria ai nazisti in Ucraina: i "tour" delle armi occidentali
Francesco Guadagni

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato, oggi, un nuovo pacchetto di aiuti militari all'Ucraina, del valore di 800 milioni di dollari, che includerà artiglieria pesante, 144.000 proiettili e veicoli senza pilota. "Oggi annuncio 800 milioni di dollari per aumentare ulteriormente la capacità dell'Ucraina di combattere nell'est, nella regione del Donbass".

Prosegue, dunque, il tentativo degli Stati Uniti di allargare il conflitto dall'Ucraina al resto dell'Europa. E questo nonostante martedì scorso, addirittura l'emittente di riferimento dell'oligarchia statunitense, la CNN avesse messo in guardia sul fatto che l'amministrazione guidata da Joe Biden ha pochi modi per tracciare le significative forniture di armi anticarro, contraeree e altre armi che invia in Ucraina.

Questa negligenza, come si sottolinea nel reportage, potrebbe essere pericolosa a lungo termine, poiché aumenta il rischio che alcune di queste armi possano finire nelle mani di altri militari e milizie che gli Stati Uniti non intendevano armare. Come per il caso di al Qaeda, con le armi Usa finite nelle mani dei terroristi di mezzo mondo, tra dieci anni ci ritroveremo gli "aiuti" all'Ucraina tra i nazisti vicini agli "alleati" ucraini.

La Cnn, tra l’altro, menziona sia la mancanza di una presenza fisica degli Stati Uniti sul territorio ucraino che la facile portabilità di molti dei sistemi più piccoli che vengono spediti come due fattori principali per la perdita della loro tracciabilità.

La CNN in merito ha chiesto lumi a Jordan Cohen, analista della difesa e di politica estera presso l'istituto statunitense CATO, specializzato sulla vendita di armi, il quale ha affermato che il pericolo maggiore che circonda l'ondata di armi incanalata in Ucraina è ciò che accadrà loro quando la crisi finirà o passerà in una fase di prolungata stagnazione.

Quello che vale per gli Stati Uniti vale anche per l'Italia. È noto come il nostro paese, nonostante la ferma contrarietà della stragrande maggioranza del popolo italiano, abbia deciso di armare il regime di Kiev e i battaglioni nazisti. In futuro, le armi italiane chiaramente vivranno la stessa incognita posta dalla Cnn per quelle statunitensi.

Queste armi possono finire in mani sbagliate, come è avvenuto anche in Siria, solo per citare l’ultimo esempio.

A tal proposito, vi rimandiamo all'articolo del 27 marzo del 2014 del noto reporter di guerra Robert Fisk su The Indepedent, il quale scrisse all'inizio del suo pezzo: "Beh, Dio benedica Barak Obama. Ha trovato alcuni ribelli “moderati” in Siria. Così “moderati” da fornirgli armi, addestramento e 500 milioni di dollari. Il Congresso degli Stati Uniti vuole armare questi valorosi 'combattenti per la libertà'“.

Non solo, Fisk, a proposito, dei "ribelli siriani" che potrebbero essere benissimo i "kantiani" ucraini, precisò: “Si dice che i “combattenti per la libertà” non hanno ricevuto abbastanza armi. Ora ne avranno di più. E non c’è dubbio che le venderanno, come hanno fatto prima.” “Date ad un uomo dell’Est – nel caso lo incontraste – un missile antiaereo e ve lo venderà al miglior offerente. In tutte le guerre civili che ho coperto non ho mai visto una pistola nelle mani di una milizia che non l’avesse acquistata da qualcun altro. In un’intervista umiliante per il nostro ministro della difesa a Channel 4, ha ammesso che le armi consegnate ai ribelli siriani erano finite nelle mani dei “cattivi”. Come si fa a controllare tutti quelli a cui viene consegnata un’arma? Si deve inviare un drone personale per controllare che non le venda?”

Le guerre degli ultimi 30 anni si somigliano: vuoi per la propaganda, per le provocazioni per giustificarla e vuoi per un elemento determinante nel prolungare il bagno di sangue: l’invio di armi ai "paladini" dell’occidente di turno. Che siano jihadisti o nazisti poco importa, quando l'apparato mediatico è in grado di trasformarli in "eroi di libertà".

Al Qaeda in Afghanistan contro l’Urss negli anni ’80 del Novecento, prima alleati, poi di nuovo nemici con gli attacchi dell’11 Settembre del 2001, per diventare nuovamente sodali a Idlib in Siria negli ultimi anni. Lo stesso potrebbe accadere per i "nazisti moderati" in Ucraina.

L'indottrinamento che il clero televisivo ci fa tutti i giorni a tutte le ore per farci aderire al NUOVO NAZISMO coccolato e fatto crescere in Ucraina dagli anglostatunitensi che si basa sulla russofobia ignora i missili sionisti e turchi che producono morti. Non tutte le morti sono rispettate nel medesimo modo

GLI ALTRI CONFLITTI / TURCHIA
Le bombe che non fanno rumore, Turchia e Israele attaccano Kurdistan e Gaza

L'esercito di Tel Aviv ha preso di mira la Striscia in risposta al lancio di razzi di Hamas, a Gerusalemme tensione alle stelle. Erdogan ha lanciato una campagna in Iraq contro il Pkk

Alfonso Bianchi Giornalista21 aprile 2022 17:26

Sostenitori di Hamas e della Jihad islamica protestano a Gaza dopo gli scontri sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme - foto Ansa EPA/MOHAMMED SABER

Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati sull'Ucraina e i bombardamenti dei russi, anche in altre parti del mondo l'artiglieria pesante è in azione. Israele e Turchia hanno lanciato missili e attacchi di terra rispettivamente contro la Striscia di Gaza palestinese e il Kurdistan iracheno. L'esercito di Tel Aviv ha bombardato prima dell'alba di oggi quelli che afferma essere obiettivi militari del movimento islamista Hamas in risposta al lancio di un nuovo razzo, il secondo in tre giorni. Il tutto mentre continuano gli scontri sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, con le tensioni che sono iniziate venerdì 15 aprile dopo che la polizia ha fatto irruzione nel terzo luogo più sacro dell'islam mentre migliaia di fedeli erano riuniti per pregare all'interno del mese del Ramadan.

A Gaza l'esercito ha reso noto di aver bombardato "una postazione militare e l'accesso a un tunnel terroristico che conduce a un complesso sotterraneo, contenente sostanze chimiche grezze utilizzate per fabbricare i motori dei razzi". L'attacco ha seguito di poche ore il lancio di un razzo da parte di Hamas ieri sera, che ha colpito il cortile di una residenza nella città di Sderot ma non ha provocato feriti. Ore dopo, gli allarmi antiaerei sono risuonati a più riprese nelle comunità israeliane che circondano la Striscia, uno attivato dal lancio di un razzo caduto all'interno dell'enclave e altri a seguito di quelli che si ritiene siano stati colpi di arma da fuoco, che hanno attivato il sistema di difesa Iron Dome. Il portavoce dell'esercito ha detto che lo scontro a fuoco notturno è stato "il più significativo dall'operazione Guardiano delle Mura", la guerra durata 11 giorni tra Israele e Hamas lo scorso maggio e che è terminata con l'uccisione di più di 250 palestinesi e 13 israeliani. Da marzo, le forze di Tel Aviv hanno ucciso almeno 29 palestinesi nei raid in Cisgiordania e una serie di attacchi mortali da parte di arabi nelle strade hanno ucciso 14 persone in Israele.

Si è poi conclusa oggi la prima fase dell'offensiva lanciata da Ankara lunedì contro le basi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nel nord dell'Iraq presso il confine con la Turchia, che fa arte di una campagna che va avanti da tempo anche in Siria contro la milizia curda siriana delle Unità di protezione popolare Ypg. Entrambe le organizzazioni, che si battono per il diritto all'autodeterminazione dei curdi, sono considerate gruppi terroristici da Ankara. "Ripuliremo le terre dell'Iraq dal terrorismo e garantiremo la sicurezza dei nostri confini", ha affermato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Aerei da guerra, elicotteri e droni turchi hanno colpito obiettivi militanti curdi nel nord dell'Iraq in operazioni aeree e terrestri che hanno preso di mira strutture che vanno dai campi di addestramento ai depositi di munizioni. Secondo il ministero della Difesa turco, 30 militanti del Pkk sarebbero stati uccisi nell'operazione mentre un soldato turco è morto in seguito all'esplosione di un ordigno.

E l'intervento militare sarebbe avvenuto “in stretto coordinamento” con Baghdad, ha assicurato Erdogan. Un'affermazione smentita dallo stesso governo iracheno. Il ministero degli Affari ha convocato Ali Riza Guney, l'ambasciatore turco a Baghdad, a cui è stata consegnata "una lettera di protesta per chiedere la fine degli atti provocatori e delle violazioni inaccettabili", e in cui si "rinnova la richiesta affinché siano ritirate tutte le forze turche presenti sul suolo iracheno, nel pieno rispetto del vincolo della sovranità nazionale". Il Pkk ha preso le armi contro lo stato turco nel 1984, chiedendo prima l'indipendenza della regione curda e poi uno assetto confederale. Più di 40mila persone sono state uccise nel conflitto, che in passato si è concentrato principalmente nel sud-est della nazione.

stagflazione 95 - La società di mercato è impossibilitata a superare se stessa, ha bisogno continuamente ad essere alimentata pena il suo anichilimento

Germania in stagflazione, industriali e sindacati sul piede di guerra sull’embargo contro il petrolio russo
La Germania già in stagnazione accetterà l'embargo contro il petrolio russo, ma imprese e sindacati paventano grosse conseguenze negative
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 22 Aprile 2022 alle ore 10:32


Il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock, ha annunciato che la Germania azzererà le importazioni di petrolio russo entro la fine dell’anno e che ridurrà drasticamente quelle di gas. Uno scenario che aggrava il rischio di una stagflazione duratura per l’economia tedesca. La Germania importa il 35% del greggio e il 55% del gas da Mosca. La mossa di Berlino spiazza industriali e sindacati, che nei giorni scorsi si sono ritrovati ad emettere un comunicato congiunto contro l’ipotesi di un embargo energetico. In rappresentanza della BDA, la Confindustria tedesca, e della confederazione sindacale DGB, Rainer Dulger e Rainer Hoffmann hanno scritto che

Un embargo del gas veloce porterebbe alla perdita di produzione, a chiusure, all’ulteriore de-industrializzazione e perdite occupazionali nel lungo termine in Germania.

L’economia in Germania è già in stagflazione. A fronte di una crescita trimestrale del PIL attesa negativa per il secondo dato consecutivo, l’inflazione è salita a marzo al 7,3%. Secondo industriali e sindacati, con l’embargo su petrolio e gas rischia di arrivare alla doppia cifra. E per i tedeschi sarebbe la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale.

Economia tedesca in recessione

L’embargo su petrolio e gas dalla Russia è l’arma finale con cui l’Unione Europea tenterà di fermare la guerra in Ucraina. Finché il continente continuerà ad importare energia da Mosca, questa incasserà 850 milioni di euro al giorno. In pratica, i nostri consumi energetici stanno finanziando l’aggressione dell’Ucraina. Il problema è che non esistono alternative a breve disponibili, specie per il gas. La Germania ha siglato un accordo decennale con il Qatar per rimpiazzare le importazioni russe, ma l’idea di azzerarle entro pochi mesi non appare realistica.

Il governo tedesco ha tagliato le stime di crescita del PIL da +4,6% a +1,8% per quest’anno. Verosimile che dovrà ulteriormente rivederle al ribasso. Per la Germania è un momento difficile da tutti i punti di vista. La fine dell’era Merkel ha coinciso con la sconfessione della politica estera seguita dall’ex cancelliera. Berlino ha dovuto rinnegare i piani su North Stream 2, il gasdotto russo che attraversa il Mare del Nord e che era stato completato nell'autunno scorso, restando solamente in attesa delle autorizzazioni tedesche.

La stagflazione pone fine all'eccezione tedesca

Lo stop a gas e petrolio dalla Russia minaccia l’economia tedesca più di ogni altra. Nel decennio prima della pandemia, la Germania si era messa in mostra per la sua capacità di crescere in mezzo a un panorama desolante in Europa. La stagflazione rischia di fermare la locomotiva d’Europa più di ogni altra economia. Non a caso la posizione del governo era stata molto prudente in queste settimane. Il cancelliere Olaf Scholz ha battuto i pugni nelle sedi internazionali contro l’ipotesi di un embargo energetico, trovandosi d’accordo con il vice Robert Habeck, che come la Baerbock è esponente dei Verdi. Ma le pressioni americane si fanno sempre più forti e alla fine Berlino si trova costretta a cedere.

Una situazione allarmante, anche perché la Germania non dispone ancora neppure dei rigassificatori necessari per trasformazione il gas dopo che sarà giunto sulle navi in forma liquida. Soprattutto, combattere la stagflazione è difficile, specie per un’area monetaria composta da 19 stati. Il necessario rialzo dei tassi BCE finirà con l’aggravare la recessione dell’economia. In alternativa, l’inazione della BCE farebbe esplodere i prezzi al consumo, innescando una spirale inflazione-salari-inflazione. Non è così che Scholz avrebbe voluto debuttare come cancelliere.

La televisione si basa sulla pubblicità, facebook si basa sulla pubblicità, Netflix vuol far quadrare i conti con la pubblicità. Tutto è pubblicità è attraverso questa che si vuole far ingoiare alla gente le peggio porcherie della società di mercato

Crollo delle azioni Netflix non isolato, arriva dopo Facebook: ecco cosa succede ai giganti del web
Azioni Netflix in picchiata dopo i conti dell'ultima trimestrale. Anche Facebook sta avendo un pessimo 2022. Giganti del web in affanno.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 22 Aprile 2022 alle ore 06:45


Le azioni Netflix sono precipitate in borsa questo mercoledì, sprofondando in una sola seduta di oltre il 35% e scendendo a una capitalizzazione complessiva di 100 miliardi di dollari. A questi prezzi, perdono i due terzi rispetto all'apice toccato nell'ottobre scorso a più di 690 dollari per azione. Il colosso dello streaming ha accusato il colpo dopo avere pubblicato i dati relativi alla prima trimestrale dell’anno, dalla quale è emerso un calo di 200.000 abbonati rispetto all'ultimo trimestre del 2021. La società puntava ad aumentarli di 2,5 milioni, mentre paventa un ulteriore calo di 2 milioni di abbonati per il trimestre in corso. In conseguenza dei dati negativi, il fondo Pershing Square di Bill Ackman ha liquidato ieri l’intera partecipazione in Netflix da 1,1 miliardi di dollari, comunicando di avere riportando perdite per 430 milioni a seguito del crollo azionario.

Ad avere influito negativamente è stato il dato della Russia, paese da cui Netflix è uscito a seguito della guerra in Ucraina e dove vi erano 700.000 abbonati. Ma anche nelle due Americhe si è registrato un calo di 1 milione di abbonati. Pertanto, i nuovi sottoscrittori non sono riusciti più a compensare le cancellazioni. La società mette nel mirino anche la condivisione delle password da parte degli abbonati con amici e parenti. In teoria, è possibile guardare i contenuti in streaming da più dispositivi all’interno dello stesso nucleo familiare. In realtà, si stima che circa 100 milioni su 221,6 milioni di iscritti condividano la password con terzi.

Per rimediare a questi dati negativi, Netflix vorrebbe contrastare le condivisioni o renderle possibili in maniera limitata attraverso un abbonamento specifico. Ma starebbe prendendo in considerazione anche un’ipotesi finora esclusa: un abbonamento apposito per visualizzare i contenuti in streaming con un po’ di pubblicità. In pratica, se gli utenti fanno i furbi, li si obbliga a guardare gli spot. In questo modo, le perdite sarebbero compensate dai maggiori introiti.

Boom azioni Netflix con il Covid

Durante la pandemia, le azioni Netflix erano state tra le principali beneficiarie. Costretti a casa, centinaia di milioni di persone avevano trascorso il tempo guardando la TV e abbonandosi al colosso per seguire diverse serie. L’allentamento delle restrizioni ha evidentemente invertito il trend. Tuttavia, il caso non è isolato. Agli inizi di febbraio, nel mirino del mercato erano finite le azioni Meta (ex Facebook) dopo i dati deludenti dell’ultimo trimestre del 2021. In una sola seduta, arrivarono a perdere il 23%, mandando in fumo 200 miliardi di dollari. Era accaduto che gli utenti attivi giornalieri erano risultati in calo per la prima volta nella storia del social da 1,930 a 1,929 miliardi.

Sembra che i principali giganti del web abbiano raggiunto il picco. La concorrenza inizia a frenarne la crescita. Social come TikTok stanno portando via utenti a Meta tra i giovanissimi, mentre negli USA servizi on demand come Hulu offrono cataloghi ricchi a prezzi contenuti. Tuttavia, dietro a queste cifre potrebbe celarsi qualcos’altro di più strutturale. L’economia occidentale sta rallentando dopo il rimbalzo seguito alla fase acuta della pandemia. Con la guerra i prezzi delle materie prime sono esplose e i consumatori devono spendere di più per pagare le bollette. Non è che abbiano iniziato a tagliare le spese “superflue” per far quadrare i bilanci? Se così, le azioni Netflix sconterebbero uno scenario più pesante di quanto crediamo.

Pesa anche il rialzo dei tassi

E Facebook? In fondo, crisi o non crisi sui social ci si va lo stesso, essendo “gratis”. A parte quanto accennato sopra, c’è anche un problema di monetizzazione degli utenti, che deriva dagli investimenti pubblicitari. Con le impostazioni sulla privacy più rigorose a tutela degli iscritti, la società sta avendo maggiori difficoltà a raggiungere questi ultimi con messaggi personalizzati. Infatti, l’audience massimo potenziale nel primo trimestre è sceso a 2,109 miliardi da 2,276 miliardi di persone.

Infine, c’è il rialzo dei tassi. Dopo lunghissimi anni di denaro a basso costo, a causa dell’alta inflazione le principali banche centrali stanno cambiando impostazione di politica monetaria. Senonché i tassi a zero o negativi avevano foraggiato gli acquisti di azioni in borsa, specialmente di quelle dei giganti del web. Probabile che adesso stiano pagando più di altre per l’aumento del costo del denaro. Se così fosse, saremmo solo agli inizi di un calo ben più marcato e superiore alla media del mercato. D’altra parte, sarà la concorrenza a creare i maggiori problemi nel lungo periodo. Finora avevamo dato per assodato l’assenza di alternative dirette a social come Facebook, così come ad oggi non ne vediamo all'orizzonte per Amazon. Ma il mercato s’ingegna e non resta mai uguale a sé stesso.

"Abbiamo detto che la Nato è un'alleanza difensiva, ma questo è falso. E' difensiva quando vuol essere difensiva, ma negli ultimi 30 anni è stata un'alleanza anche aggressiva che ha violato la legalità internazionale"

Ucraina, De Luca: "Nato in ultimi 30 anni ha violato legalità internazionale"
22 aprile 2022 | 15.49

Il presidente della Regione Campania: "È stata alleanza aggressiva a Belgrado, in Iraq, in Afghanistan. Mistificazione parlare di autodeterminazione dei popoli"

(Fotogramma)

"Abbiamo detto che la Nato è un'alleanza difensiva, ma questo è falso. E' difensiva quando vuol essere difensiva, ma negli ultimi 30 anni è stata un'alleanza anche aggressiva che ha violato la legalità internazionale". Lo ha detto il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, parlando della guerra in Ucraina nel corso della sua diretta Facebook del venerdì.

"La Nato - ha ricordato De Luca - ha bombardato per due mesi Belgrado senza alcuna autorizzazione dell'Onu per una decisione autonoma, a cui ha partecipato per la verità anche il Governo italiano di allora, senza avere l'autorizzazione del Parlamento. E' un'alleanza difensiva a corrente alternata. Sono innumerevoli le iniziative militari prese dalla Nato in totale illegalità internazionale: la guerra contro la Libia, l'uccisione di Gheddafi, la seconda invasione dell'Iraq. Ho ricevuto ieri a Napoli l'ambasciatore cinese, che era presente all'Onu quando il Segretario di Stato americano Powell fece vedere una provetta con del materiale bianco dentro come prova dell'esistenza di armi chimiche e armi di sterminio di massa in Iraq. Era un falso costruito dalla Cia e dall'America e sulla base di questo falso è stato invaso l'Iraq e abbiamo avuto centinaia di migliaia di morti. Così per l'Afghanistan, l'invasione è avvenuta in un contesto di totale illegalità internazionale. Quando si immagina di avere tutta la frontiera occidentale della Russia occupata da Paesi della Nato si deve comprendere che questo crea uno squilibrio fra potenze".

Secondo De Luca "anche dire di voler rispettare l'autodeterminazione dei popoli e l'integrità territoriale è un'altra mistificazione. Gli Stati Uniti non hanno rispettato l'autodeterminazione dei popoli e abbiamo casi infiniti in questi 50 anni. E' una balla dire che ognuno è libero di autodeterminarsi, ci sono equilibri di potere nel mondo che vanno considerati perché se mi metti a Cuba i missili nucleari a 200 miglia dal confine americano è evidente che l'America ha il diritto di difendersi e fare il blocco navale. Ma questo vale per tutti, non solo per l'America. Gli Stati Uniti sono intervenuti quando hanno ritenuto inaccettabile che ci fossero Paesi democratici in Sud America. In Cile nel 1973 seguivo per radio il massacro della democrazia cilena e la morte di Salvador Allende con un fucile in mano perché la democrazia cilena non era tollerabile da parte della Cia. Abbiamo avuto decine di migliaia di desaparecidos in Argentina e l'insediamento di governi dittatoriali infami. Dunque, quando diciamo autodeterminazione dei popoli - ha affermato De Luca - stiamo mistificando la realtà".
"Difendiamo democrazia contro dittatura? E' falso""Negli ultimi 9 mesi l'unico elemento cambiato nella scena internazionale - ha sottolineato il governatore campano - è che a settembre l'Ucraina ha avviato il percorso per entrare nella Nato. Abbiamo detto che l'Ucraina era un Paese libero, che poteva entrare quando e come voleva nella Nato. Abbiamo sostenuto che in Ucraina si sta difendendo la democrazia contro l'autocrazia e la dittatura. Questo è falso". "In Ucraina sta avvenendo un conflitto regionale fra Ucraina e Russia - ha aggiunto De Luca - che gli Stati Uniti d'America sono riusciti a trasformare in una guerra quasi mondiale. Difendiamo la democrazia? Zelensky è stato eletto democraticamente, ma 4 anni prima di Zelensky c'era stato un altro presidente ucraino eletto democraticamente, che dopo 2 anni è stato fatto fuori con un colpo di Stato con grandi movimenti di massa nel sud del Paese. Ancora oggi in Ucraina il capo dell'opposizione è ammanettato e imprigionato perché è a capo di un partito di 43 parlamentari che non la pensa come il Governo ucraino. Non stiamo difendendo i principi della democrazia liberale. Se il principio che vogliamo affermare è che dobbiamo combattere tutti i regimi non democratici formalmente, allora - ha concluso - dobbiamo interrompere i rapporti con i due terzi del mondo, perché i Paesi liberal-democratici sono una minoranza".

Il NUOVO NAZISMO si è impadronito dell'Occidente e si basa sulla Russofobia. Gli insulti del Presidente degli Stati Uniti al Presidente della Federazione Russa sono l'apice evidente mentre il clero televisivo, il Circo mediatico martella quotidianamente per indottrinare mettendo su menzogne su menzogne per supportare la sua narrazione con la finalità di indicare che i russi sono cattivi, cattivissimi e l'Occidente buono, buonissimo

Ebbene sì, sono nazisti, e allora?
Quando anche i tecnocrati esibiscono la svastica
di Piotr


Ospito questo terzo contributo di Piotr sulla guerra russo-ucraina che l'autore aveva intitolato "Verso il lato oscuro di Krypton". Dal momento che Superman è il personaggio dei Marvel che amo di meno, avevo pensato di cambiare il titolo in "Verso il lato oscuro di Gotham", ma poi mi è venuto in mente 1) che Gotham non ha un lato oscuro perché è tutta oscura, 2) che il tema è troppo inquietante perché si pensi di alleggerirlo con un titolo fumettistico, per cui ho preferito un titolo più "contenutistico" che meglio aderisce alle tesi dell'articolo. Ho ritenuto opportuno premettere questa spiegazione perché il lettore non resti spiazzato dalla frase con cui Piotr conclude il suo testo (Carlo Formenti).

* * * *

«Lassù sulle montagne bandiera nera:
è morto un partigiano nel far la guerra.
È morto un partigiano nel far la guerra,
un altro italiano va sotto terra.

Laggiù sotto terra trova un alpino,
caduto nella Russia con il Cervino.
Ma prima di morire ha ancor pregato:
che Dio maledica quell'alleato!
Che Dio maledica chi ci ha tradito
lasciandoci sul Don e poi è fuggito.
Tedeschi traditori, l'alpino è morto
ma un altro combattente oggi è risorto.

Combatte il partigiano la sua battaglia:
Tedeschi e fascisti, fuori d'Italia!
Tedeschi e fascisti, fuori d'Italia!
Gridiamo a tutta forza: Pietà l'è morta!»

Così nel 1944 il comandante partigiano Nuto Revelli trasformò il dolente canto degli alpini “Sul ponte di Perati bandiera nera”, che il regime fascista aveva proibito perché “disfattista”.

Per il partigiano Revelli, l'alpino mandato a morire in Russia dal regime fascista resuscitava come combattente per la libertà.

Oggi la fantasia dei nostri governanti procede invece all'incontrario. Il giorno della battaglia di Nikolajewka, il 26 gennaio, è diventato per legge la “Giornata Nazionale degli Alpini”. Siamo in pieno revisionismo. La proposta di questa legge aveva come primi firmatari due esponenti della Lega. In modo evidente si vuole esaltare, seppur tramite un episodio di disperato eroismo durante la sua rovinosa sconfitta, l'aggressione nazifascista all'Unione Sovietica.

Cancel Russia! Questa è la parola d'ordine. Cancel Dostoevskij! Cancel Ciaikovskij! E i Russi se ne rendono perfettamente conto. Non solo l'appoggio a Putin è salito all'85%, ma durante i negoziati di Istanbul la preoccupazione che serpeggiava tra i Russi era che si accettassero condizioni che non garantissero la sicurezza della Madre Russia.

I nostri media ovviamente queste cose non le dicono. Probabilmente nemmeno le sanno, occupati come sono a leggere le veline di Kiev e di Washington. Ma è preoccupante che i governi europei non se ne rendano conto. La situazione invece è chiarissima. Al di là della specifica questione del Donbass, la Russia non può permettere che un enorme stato sia utilizzato come testa d'ariete contro di essa. La Russia non può permettere che siano installati missili nucleari a 5/10 minuti di volo da Mosca. Ma non se lo può permettere nemmeno l'Europa e non se lo può permettere il mondo intero, perché missili strategici così vicini all'avversario in mano a pazzi furiosi che da 20 anni prevedono la possibilità del first strike vuol dire probabilità di guerra termonucleare [1]. Quindi la Russia, che finora ha mobilitato in Ucraina solo il 3% dei suoi soldati, vincerà questa guerra dovesse mobilitare il restante 97%, perché per lei è una questione di vita o di morte. Lo farà con o senza Putin. E' elementare capirlo. Il punto in discussione non è questo. Il punto è: la vincerà contro Zelensky o contro la Nato?

Cioè: la Nato entrerà in guerra contro la Russia?

La domanda che segue è questa: a cosa serve il crescendo di provocazioni e false flag?

E' raccapricciante che tutti i giorni ci chiedano di idolatrare i nazisti del battaglione Azov [2]. Ieri questi squadristi stra-armati e addestrati dalla Nato, hanno affermato che a Mariupol i Russi hanno usato non meglio specificate “sostanze chimiche”. In molti avevamo avvertito che questa accusa sarebbe stata prima o poi utilizzata (la prossima sarà simile o riguarderà fosse comuni o bambini uccisi per divertimento, ce ne è tutto un repertorio collaudato, basta leggere tra le righe quello che dice Zelensky). È un copione trito e ritrito, già visto ad esempio due volte in Siria, la prima volta sbugiardato dal MIT di Boston, la seconda dal reporter di guerra inglese Robert Fisk.

Questa volta ci pensa il Pentagono stesso, a cui fa eco, e questo è interessante, Foggy Bottom: “U.S. cannot confirm use of chemical weapons in Ukraine” [3].

Io la leggo così: ancora una volta i realisti al Pentagono gettano acqua sul fuoco. La novità è che stavolta anche Washington sembra preoccuparsi di dove può portare l'isteria di Kiev (e di alleati come la Polonia e i Paesi baltici). Un conto è se questa isteria permette di inviare in ucraina vecchi carri armati, vecchi sistemi d'arma come gli S-300, vecchi Mig di epoca sovietica che non cambiano di una virgola l'andamento della guerra (di fatto è un doppio affare: politico perché fanno vedere che l'Occidente si dà da fare, economico perché smaltirli in patria costerebbe molto, ma se vengono distrutti in Ucraina dai Russi ai contribuenti non costa nulla – costa solo qualche soldato e qualche civile in più morto, ma chi se ne frega). Un altro conto è dare inizio a una guerra paneuropea col rischio di esservi trascinati dentro.

Se per ora quindi scartiamo l'ipotesi che questa escalation verbale debba preludere a una drammatica escalation militare della Nato, cerchiamo di capire perché l'Occidente ripete sempre, alla nausea lo stesso copione di patenti provocazioni e fake news.

1a ipotesi: si vuole influenzare l'opinione pubblica russa. Improbabile (o comunque è idiota pensarlo). I Russi già si fidavano poco degli occidentali (paradossalmente se ne fidava più il Cremlino del russo medio [4]) e adesso il loro disprezzo è pressoché totale. Tra l'altro se devono credere alla propaganda di guerra, credono alla loro. Al contrario di noi conoscono, sicuramente enfatizzate ma reali, le testimonianze sulle atrocità perpetrate dai comandanti e dai miliziani nazionalisti ucraini sui civili e sui soldati ucraini stessi. Sanno, o per lo meno credono, che i loro ragazzi non commettono atrocità gratuite. In più hanno visto i filmati della fucilazione dei loro ragazzi prigionieri e hanno visto le foto di alcuni di loro che appaiono sgozzati. In più hanno visto i filmati dei loro ragazzi prigionieri torturati. In più hanno letto l'invito di autorità ucraine a castrare i prigionieri di guerra russi perché “non uomini, ma scarafaggi” [5]. In più sanno che questo è il modo di operare e il linguaggio dei nazisti, perché li conoscono fin troppo bene. E questi filmati e queste notizie sono state fatte circolare proprio dagli ucro-nazisti per esasperare il conflitto e impedire ogni prospettiva di pace.

2a ipotesi: vogliono influenzare l'opinione pubblica occidentale. Questo è certo. Da una parte sanno che zombificandoci completamente potremmo accettare un'eventuale, benché per adesso non probabile, intervento diretto in guerra (se a Washington il partito realista dovesse cedere, perché ai “crazy freaks in Washington”, un'Europa parzialmente in fiamme per qualche mese, potrebbe non dispiacere). In secondo luogo immaginano che essendo noi stati da loro puntigliosamente forgiati a esseri “diversamente intellettivi”, queste notizie ci rinsaldano in un crescente odio viscerale e di lunga durata per la Russia, cosa che, come vedremo, è necessaria. Negli Stati Uniti questo sentimento è ormai diffusissimo, ma in Italia molto di meno e quindi abbiamo bisogno di essere “educati” ulteriormente.

Ma c'è anche un altro motivo, anzi un meta-motivo che non ha a che fare col volgo ma con i governi, con i decisori e quindi è anche più interessante: verificare chi è disposto a fare atto di sudditanza proclamando di credere a cose che sa invece essere falsità patenti.

Dei morti di Bucha si sa solo che sono morti. Si scoprono fosse comuni, ma ancora non è uscito un testimone dei massacri. Possibile che i Russi così attenti evidentemente a tenere tutto nascosto (cosa difficile in una città minuscola) poi prima di ritirarsi ordinatamente lasciano in giro decine di cadaveri a cielo aperto che possono essere addirittura identificati da un satellite? Loro, gli inventori dello Sputnik non sanno che ci sono i satelliti? Nascondono un po' di morti e un po' ne lasciano in giro anche se per due giorni nessuno se ne accorge? Perché li hanno uccisi e come li hanno uccisi? Tutto può essere ma occorre un'inchiesta. Zelensky aveva detto che voleva un esame dei fatti all'ONU. Anche i Russi lo vogliono. Ma gli UK si oppongono. Secondo Mosca potrebbe saltar fuori che i morti (tutti i morti?) di Bucha erano “collaborazionisti dei Russi” uccisi dai nazi e dalla polizia segreta (la famigerata SBU [6]). Dicono che stanno emergendo prove a sostegno di questa ipotesi, Ci sarebbero intercettazioni, ci sarebbero filmati e foto in cui i cadaveri hanno le mani legate e al braccio il nastro bianco che i Russi hanno chiesto ai civili di indossare per poter girare tranquillamente. E che lo potessero fare lo ha ammesso anche il sindaco, Anatoly Fedoruk, quello che ha parlato di “vittoria ucraina” e per due giorni non si è accorto che dietro al municipio c'era un viale pieno di cadaveri. Di fatto si sa solo che laggiù ci sono molti morti. E gli interrogativi aumentano. E dubbi ne hanno anche politici ucraini all'opposizione.

Del bombardamento di Kramatorsk invece non si parla più. Da che è risultato chiaro che è stato compiuto dagli ucraini, si è messa la sordina. Nessuno che chiede un'inchiesta o che va a farla. Quei morti non sono più importanti.

Ieri, allora, in sostituzione, i nostri media ci hanno chiesto di assoggettarci ai nazisti del battaglione Azov, glorificando non solo, come al solito, il loro “eroismo”, ma anche accettando la loro credibilità riguardo le affermazioni sull'uso di “sostanze chimiche” (uso fatto dai Russi in una città etnicamente russa e piena di truppe russe). Più realisti del re, dato che il re, come si è visto, ha espresso dei dubbi.

Ma tant'è. Ormai siamo in pieno “mood” antirusso e vanno bene anche le svastiche. Allo stesso modo, la Giornata degli Alpini non chiede di ricordare per disapprovarla l'aggressione nazifascista, men che meno chiede di onorare l'alpino morto che risorge come partigiano, ma ci incita a magnificare, questa è la sostanza, l'eroismo “contro i Russi” per «far prevalere i valori della Civiltà e dei popoli d'Occidente sulla barbarie dei territori orientali» (copyright Giorgio Napolitano, 1941).

E' sconcertante questo ripetersi della Storia: così come dopo circa ottant'anni Sarajevo è ritornata al centro di guerre europee, oggi dopo circa ottant'anni lo è di nuovo il Fronte Orientale con tutta la retorica che rigurgita dai nostri tempi più bui.

Io sono costernato. Non so voi. Io, figlio di partigiano, con la madre militante nel CNLAI, con uno zio torturato dai fascisti, con un cugino arrestato a diciannove anni dalla Gestapo e morto a venti in campo di concentramento in Germania, io che il giorno del mio quattordicesimo compleanno sono stato portato dai miei a visitare il campo di Mauthausen perché “dovevo capire”, io sono costernato e disgustato.

Tuttavia questo ennesimo atto di revisionismo storico e di sdoganamento del nazifascismo mi chiarisce meglio ciò che ci attende.

Questa guerra o si trasformerà nell'olocausto nucleare o, come succede a tutte le guerre, finirà.

Quando una guerra finisce si firma un trattato di pace e tra le ex parti nemiche iniziano proficui scambi economici o addirittura esse si alleano. Ma in questo caso non sarà così. Il conflitto durerà anni e anni, perché è epocale. Il confronto anglo-olandese (penultima crisi sistemica) durò dal 1652 al 1784, e si svolse in quattro guerre. Il conflitto USA/UK-Germania (ultima crisi sistemica) durò dal 1914 al 1945 e si svolse in due fasi (prima e seconda guerra mondiale). Il conflitto attuale Est-Ovest (crisi sistemica in corso) è iniziato con le guerre nei Balcani e finora conta oltre a quelle, le guerre in Cecenia, in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen (più una serie di colpi di stato, riusciti o falliti, mascherati da “rivoluzioni colorate”, dalla Lituania fino a Hong Kong, dove operarono anche diversi nazisti ucraini). Se anche gli Usa daranno il permesso a Kiev di trattare veramente con Mosca e si arriverà a una pace o a una tregua, il conflitto Est-Ovest rimarrà aperto. Ci sono mille modi e mille luoghi per continuarlo.

Il mondo sarà sempre di più spaccato in due, perché questo è il progetto degli Stati Uniti, progetto a questo punto fatto proprio anche dalla Russia: da una parte noi, l'Occidente (con Giappone, Australia e Nuova Zelanda), cioè il 16% della popolazione mondiale, la sedicente “comunità internazionale”, che pretende di assoggettare il rimanente 84%, dall'altro l'84% degli umani che non vogliono più essere assoggettati da noi e quindi saranno qualificati come nazioni incivili, autoritarie, canaglia, illiberali, insomma: selvagge.

Noi, che dell'intera galassia siamo i campioni insuperabili nelle guerre di ogni tipo e nell'oppressione coloniale o economica degli altri popoli e siamo i leader mondiali nella produzione seriale di menzogne, una più spudorata dell'altra, ancora una volta ci dovremo sobbarcare il «fardello dell'uomo bianco» (Kipling) e portare col ferro e col fuoco la civiltà nel mondo.

In the process, l'Europa, ostaggio del “destino manifesto” statunitense e del suo sogno che questo iniziato con le Torri Gemelle sia ancora “a new American century”, questa Europa, dicevamo, si suiciderà. Fine della civiltà europea, fine del suo pensiero, fine dei suoi valori (una parte sopravviverà grazie ai “barbari”).

Se continueremo per questa strada il futuro, infatti, non è difficile da prevedere. Una sintesi a braccio? Eccola, è all'insegna della concentrazione e centralizzazione di capitali e del trasferimento di enormi quote di ricchezza, dalla società verso il colosso finanziario dai piedi d'argilla. In termini più ampi, assisteremo al tentativo degli Stati Uniti di scaricare sull'Europa l'entropia là prodotta dai processi di accumulazione.

0. Entreremo in un prolungato periodo di stag-flazione, stagnazione con inflazione, cosa che la dottrina economica non prevede ma che succede. Successe negli anni Settanta del secolo scorso. E succederà tra poco. La prima volta perché si cercava di attuare politiche anticicliche per contrastare una crisi che invece era sistemica, politiche che entravano in collisione con la nuova strategia di accumulazione che andava nella direzione della finanziarizzazione. Questa volta, al contrario, per soccorrere la finanziarizzazione stessa e permetterne una “demolizione controllata” che favorisca luoghi e casi, e per rilanciare l'economia reale (cioè il suo profitto), sempre in alcuni luoghi e in alcuni casi. La stag-flazione degli anni Settanta del XX secolo fu il preludio alla globalizzazione-finanziarizzazione, quella degli anni Venti del XXI secolo sarà il preludio alla deglobalizzazione-definanziarizzazione.

1. Decine di migliaia di piccole e medie imprese falliranno. Alcune saranno assorbite dal grande capitale che a sua volta si riorganizzerà.

2. Tra i pochi settori industriali in espansione spiccheranno quelli collegati all'industria delle armi. Lo stesso varrà per la ricerca.

3. Il settore turistico verrà devastato.

4. Il settore culturale sarà lo spettro di se stesso.

5. L'agricoltura arrancherà. La scarsità di gas, ad esempio, penalizzerà la produzione dei fertilizzanti (negli UK la CF Industries Holdings ha deciso di chiudere fino a data da destinarsi i suoi stabilimenti di Teesside e Cheshire, dove 600 persone producono il 40% dei fertilizzanti usati nel Regno Unito). Le nostre esportazioni agricole crolleranno, strette tra la chiusura degli sbocchi a Est e l'aggressiva invasione dell'agribusiness statunitense (il Midwest non è meno strategico di Wall Street). Gli USA metteranno un'ipoteca sulla possibilità stessa di nutrirsi degli Europei.

6. Decine di migliaia di mutui e di prestiti personali e aziendali non saranno redimibili. Un'enorme quantità di case, di negozi, di imprese, di risparmi, passerà alle banche. Di fatto il più semplice cittadino verrà trattato come un “oligarca russo”: gli verrà sequestrato tutto.

7. Molte imprese finanziarie collasseranno, assieme ai nostri risparmi. Altre, poche, trarranno invece grossi benefici. Impossibile ora sapere quanto dureranno nel tempo.

8. Scordiamoci il welfare, la protezione sociale se non nella forma di moderne “poor laws” (reddito di cittadinanza et similia), scordiamoci la sanità pubblica, la scuola pubblica, i trasporti pubblici. Scordiamoci l'acqua pubblica e i servizi essenziali pubblici. Sarà tutto progressivamente privatizzato, de facto o de jure, per salvare, anche con questo, alcuni grossi grumi di capitale sovraccumulato e potere finanziario a rischio.

9. L'aspettativa di vita diminuirà, ma l'età pensionabile no (in Italia è la furbata della Fornero: l'adeguamento è a senso unico). Di fatto il sistema pensionistico passerà progressivamente e velocemente, de facto o de jure, in mani private.

10. La percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà (già oggi allarmante) incrementerà in modo drammatico.

11. La criminalità aumenterà.

12. Ci sarà un'impennata di conflitti etnico-culturali, o pseudo tali, tra italiani ed immigrati e tra immigrati.

13. I problemi ecologici peggioreranno.

14. I conflitti sociali saranno repressi sistematicamente, non sarà tollerato nessun reale dissenso, la sorveglianza di massa, il “panopticon” sociale, avrà un raggio illimitato, le libertà di pensiero e di espressione saranno di fatto un ricordo remoto. Dimenticatevi di come si è vissuto finora.

Insomma: avete in mente la nostra Costituzione nata dalla Resistenza? Sì? Ebbene, scordatevela. Succede anche in Germania e in Giappone dove stanno per riarmarsi fino ai denti, in diretto conflitto con le loro Carte fondamentali. E' un mondo intero che si sta rovesciando. Già lo vedevamo nei partiti di sinistra che, come ha sintetizzato l'economista statunitense Michael Hudson, hanno ormai come unico compito quello di «tradire i propri patti costitutivi».

Chi, come me è cresciuto col boom economico, con le lotte operaie e studentesche, con l'idea di poter trasformare in meglio il mondo (tutte cose collegate) è, già ora, in pieno trauma. Per capire e cercare di agire occorre un riposizionamento gestaltico. E' assolutamente necessario, ma è difficile e soprattutto è scomodo perché quasi sempre impone di separare il nostro essere sociale dalla nostra coscienza di classe, nel senso ampio della nostra percezione delle cose politiche e storiche.

Conosco la mia generazione. Aveva già scelto da che parte stare in questa guerra prima ancora che scoppiasse, prima ancora che ne avesse sentore. Si era già predisposta da sola al lavaggio del cervello della propaganda dei media con l'elmetto: la mia generazione sta dalla parte della sua gioventù passata, dei suoi sogni e delle sue speranze sfiorite, tutte cose che erano garantite dall'ombrello dell'egemonia statunitense; tutte, anche l'antimperialismo old fashion, persino un certo comunismo. Non è un paradosso paragonare la resistenza ucraina contro i Russi a quella vietnamita contro gli Americani. Vuol dire non capire un cazzo, ma non è un paradosso. Se vogliamo è una forma di narcisismo senile, è l'effetto di un Viagra culturale. Sicuramente è un ostacolo insormontabile al riposizionamento gestaltico che, solo, ci potrebbe fare agire per fermare questo governo e questa Europa che corrono verso il baratro e pretendere per prima cosa un patto globale di disarmo.

Stiamo entrando nell'era post-contemporanea.

Per diversi aspetti mi sorprende: non pensavo che il fascismo tecnocratico, quello previsto da Pier Paolo Pasolini, quello non «umanisticamente retorico» ma «americanamente pragmatico» il cui fine è «la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo», si sarebbe avvalso del fascismo con la svastica. Ma evidentemente avevo una visione troppo teorica del fascismo tecnocratico. Anche il grande Pasolini lo inquadrava nell'epoca del suo sviluppo. Ma nell'epoca della sua crisi e del suo tentativo di rigenerarsi, le cose sono atrocemente cambiate.

Stiamo viaggiando verso il lato oscuro di Krypton.

Note
[1] E' l'American Nuclear Posture approvata da Bush jr e mantenuta dalle amministrazioni seguenti:
[2] Fino solo a un anno fa i nazisti ucraini non godevano di una buonissima stampa negli USA: https://time.com/5926750/azov-far-right-movement-facebook/
Non solo, ma nel giugno del 2016 la House of Representatives aveva approvato un emendamento bipartisan al Defense Appropriations Act che alla Sezione 10009, recita “Prohibits funds provided by this bill from being used to provide arms, training, or other assistance to the Azov Battalion”. Votazione festeggiata in questo modo da uno dei promotori, John Conyers: “Sono grato che la House of Representatives abbia approvato all'unanimità i miei emendamenti ieri sera per garantire che i nostri militari non addestrino membri del ripugnante battaglione neonazista Azov, insieme alle altre mie misure per tenere fuori da queste regioni instabili i MANPAD pericolosi e facilmente trafficabili”. In altre parole gli USA stanno agendo in totale spregio alle loro stesse leggi:
[4] Infatti il Cremlino è pieno di cosiddetti “integrazionisti atlantici” che ora, visto che l'integrazione con l'Occidente è fallita, rischiano l'epurazione (si veda il caso di Dmitry Peskov, il portavoce di Putin).
[6] “I dati accumulati dal primo rapporto della Foundation for Democracy Studies forniscono elementi per concludere che la tortura e il trattamento disumano inflitti dalle Forze di sicurezza dell'Ucraina (SBU), dalle forze armate ucraine, dalla Guardia nazionale e da altre formazioni all'interno del ministero dell'Interno dell'Ucraina, così come i gruppi armati illegali, come Settore Destro, non solo hanno continuato, ma stanno aumentando di scala e stanno diventando sistematici”. (2° rapporto OCSE “War crimes of the armed forces and security forces of Ukraine: torture and inhumane treatment” https://www.osce.org/files/f/documents/e/7/233896.pdf).
Questo per quanto riguarda la “lotta per la democrazia”.