L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 maggio 2022

Pechino e Mosca (attraverso la sua Banca centrale) portano aiuto a Washington per limitare i danni dell'inflazione

La silenziosa guerra valutaria della Cina sta garantendo fine a quella sul campo?

14 Maggio 2022 - 13:00

Pechino continua a svalutare lo yuan, sottotraccia. E gli Usa benedicono la mossa come rapido ed efficace contributo al raffreddamento dell’inflazione. Per questo il Pentagono ha approcciato Mosca?


Il 12 maggio, il mondo ha riacceso i riflettori su Hong Kong per l’arresto del cardinale Zen, leader religioso ma anche politico della protesta pro-democrazia nell’ex colonia britannica. Subito rilasciato, l’accusa nei suoi confronti è parsa però un monito chiaro: chiunque interferisca negli affari interni della Cina, mettendone a rischio la sicurezza, entra nel mirino. Sullo sfondo, una cartolina di Taiwan si stagliava simbolicamente nitida.

Ma il 12 maggio a Hong Kong è successo dell’altro. E non è da escludere che i due eventi siano collegati fra loro. Per la prima volta dal 2019, la Hong Kong Monetary Authority è intervenuta per sostenere la valuta locale, il dollaro. Per l’esattezza, 1,59 miliardi di Hong Kong dollars acquistati per tamponare la deriva innescata da rialzo dei tassi della Fed e modesto intervento di sostegno espansivo nella madrepatria cinese. Nulla che lasci prevedere il più volte ventilato abbandono del peg con la valuta statunitense, di fatto scudo agli attacchi speculativi e garanzia di status di hub finanziario riconosciuto in tutto il mondo. Ma questa volta potrebbe dipanarsi una matassa differente dal passato, poiché le recenti vendite fanno capo a fughe di capitali che, appunto, basano la loro ragione d’essere sul combinato di approccio dei due giganti: una Fed falco e una Pechino che vede la propria crescita minacciata dalle restrizioni da Covid e pare voler prendere tempo. E riflettere.

Insomma, qualcuno lascia intendere che oltre al chiaro segnale politico contenuto nell’arresto del cardinale Zen, vi sia stata la volontà di far coincidere il timing della mossa - destinata a creare scalpore internazionale - per evitare che i mercati si allarmassero troppo per quel primo, forzato intervento di sostegno. E il fatto che l’alto prelato sia stato rilasciato dopo poche ore, pare offrire una conferma del classico effetto tempesta in un bicchiere d’acqua. Ma ecco che questo grafico

Andamento a 5 giorni del cross fra yuan cinese e dollaro Usa Fonte: Bloomberg

ci mostra come il mondo delle valute stia silenziosamente muovendosi sottotraccia. L’ultima volta che lo yuan cinese ha segnato un drawdown del 3% a livello settimanale sul dollaro fu nel 2015, in pieno processo svalutativo e di stimolo dell’economia del Dragone. Da inizio anno siamo a un -7%, quindi meno della metà delle svalutazioni del 2015-2016 e 2018-2020. Ma proprio questo delta sembra garantire ulteriore ribasso in arrivo. Quantomeno, stando allo spread fra yuan onshore e offshore, tipico proxy - in caso di divaricazione - di pressione della valuta per abbandonare la nazione verso altri lidi.

Perché è importante questa dinamica? E perché la Cina, a parte un paio di interventi del National Team, pare totalmente indifferente alle continue performance negative del mercato azionario, a sua volte giustificate dalla poca propensione di chi investe ad accettare supinamente e senza reagire le continue intrusioni di regolamentazione del governo in ampi e differenti settori di economia e società, dall’istruzione a Internet, dalla supply chain alimentare ai servizi di trasporto e consegna privati? Questo secondo grafico

Correlazione fra ratio CSI-300 e rendimento del decennale cinese con l’andamento di cambio dello yuan Fonte: Bloomberg

mostra infatti plasticamente questa dinamica, correlando la ratio fra CSI-300 (l’indice benchmark) e rendimento del bond decennale cinese proprio con l’andamento spot dello yuan. Perché Pechino ha bisogno silenziosamente di portare quel 7% di svalutazione nel range storico del 12-15%. Insomma, guerra valutaria sottotraccia. Ma benedetta. Perché a fronte dell’ultimo dato CPI dell’8,3%, Washington vuole che la Cina svaluti. Perché questo rappresenta un attivo contributo proprio al raffreddamento dell’inflazione negli Usa.

Insomma, i due giganti in guerra continuano a reggersi uno con l’altro come due ubriachi che cercano in qualche modo di tornare a casa. Vasi comunicanti, equilibri che sottendono la tenuta del sistema. E che, nel contesto attuale, potrebbero aver spinto il Pentagono ad alzare il telefono e chiamare il Cremlino, al fine di raggiungere un cessate il fuoco che vedrà Mosca uscire con l’orgoglio intatto da un eventuale principio di processo negoziale. I continui sbandamenti del presidente ucraino, fra aperture e ultimi rigurgiti di nazionalismo bellicista, parlano chiaro: Washington sta per imporre la legge del male minore a Kiev, consapevole che quella cinese appare l’unica mediazione possibile.

E che, nel contempo, proprio l’operatività valutaria di Pechino rappresenta la prima, più rapida ed efficace scorciatoia per ottenere il risultato più importante. Mostrare al mondo come il trend dei prezzi abbia raggiunto il suo picco, rendendo così meno stridente il profilo di una Fed che cominci a rimangiarsi le promesse di normalizzazione, potendo così priorizzare la lotta alla recessione in arrivo attraverso nuovo stimolo. Di fatto, la guerra valutaria incruenta sta non solo scalzando quella armata sul campo e aprendo scenari di dialogo ma anche creando i presupposti di una pax del Qe che potrebbe far presto tacere i cannoni e far ripartire le stamperie delle Banche centrali. Lo shock c’è stato, ora occorre sedarlo.

Ma un sistema basato sulla ciclicità esiziale di emergenze sempre più estreme è destinato, prima o poi, a saltare. O veder trionfare un solo soggetto. Quella sarà la vera guerra, lo scontro fra due mondi. Uno dei quali - quello sino-russo-indiano - esce da questa guerra asimmetrica con un nuovo impianto di backing valutario legato alle commodities. Viene da chiedersi quale sia il ruolo dell’Europa in questa enorme centrifuga diplomatica di tensioni messasi in funzione, se non quello di chi garantisce uno sponda alle manovre altrui. Come fanno i pali durante i furti. I quali, si sa, devono allertare i complici dell’arrivo della polizia. E per questo, spesso sono i primi (e gli unici) a essere arrestati. Attenzione, perché la spartizione è in atto, il Risiko reale è iniziato. E l’Ue pare ancora impegnata a discutere di un embargo sul petrolio e sul gas che suona già asincrono. E anacronistico.

L'inflazione "transitoria" non è più transitoria, e questo lo sapevamo TUTTI. Adesso arriva la RECESSIONE e lo sappiamo TUTTI. Quello che NON sappiamo è di quanto, di certo sarà lunga

Powell vede più "dolore" davanti, ammette che "l'atterraggio morbido" è "fuori dal controllo della Fed"

DI TYLER DURDEN
VENERDÌ 13 MAGGIO 2022 - 10:02

Il presidente della Fed Powell è saltato direttamente dalla "negazione" all'"accettazione" nel suo viaggio attraverso il dolore per la morte dell'inflazione "transitoria"?


Parlando a MarketPlace Radio questa sera, Powell ha detto che la banca centrale ha sia gli strumenti che la determinazione per ridurre la rapida inflazione, anche se ha riconosciuto che il percorso verso aumenti dei prezzi più bassi potrebbe essere doloroso.

Powell: Quindi potete vedere che l'inflazione è semplicemente troppo alta qui negli Stati Uniti. E a proposito, lo stesso in tutto il mondo, in realtà, le economie globali di tutto il mondo sono state colpite da una serie di shock inflazionistici e, più o meno, sono appena tornato da una serie di incontri con banchieri centrali di tutto il mondo, e stiamo tutti affrontando lo stesso tipo di problemi e il pubblico sta affrontando lo stesso tipo di problemi.

Ryssdal: Peggio qui, però, peggio qui, per essere chiari, giusto?

Powell: Alcuni posti peggiori, alcuni posti migliori. Stiamo affrontando sfide diverse, ma poi di nuovo la nostra economia è più completamente ripresa, potrebbero essere appena dietro di noi nel tempo. Ma cosa direi a quella persona? Quindi direi che comprendiamo e apprezziamo pienamente quanto sia dolorosa l'inflazione, e che abbiamo gli strumenti e la determinazione per ridurla al 2%, e che lo faremo. Dirò anche che il processo per ridurre l'inflazione al 2% includerà anche un po 'di dolore, ma alla fine la cosa più dolorosa sarebbe se non dovessimo affrontarlo e l'inflazione dovesse trincerarsi nell'economia ad alti livelli, e sappiamo com'è. E queste sono solo le persone che perdono il valore del loro stipendio a causa dell'alta inflazione e, alla fine, dovremmo passare attraverso una recessione molto più profonda. E quindi dobbiamo davvero evitarlo.

Mentre molti si sono allontanati dal presser della Fed della scorsa settimana credendo che Powell avesse tolto 75 punti base "dal tavolo", alcuni potrebbero sostenere che i suoi commenti durante l'intervista di stasera lo hanno semplicemente rimesso sul tavolo...

Powell: "Se le cose arrivano meglio di quanto ci aspettiamo, allora siamo pronti a fare di meno, se arrivano peggio di quando ci aspettiamo, allora siamo pronti a fare di più".

Ryssdal: Permettetemi di essere chiaro, 75 punti base sono "pronti a fare di più?"

Powell: Quello che hai visto è che hai visto questo comitato adattarsi ai dati in arrivo e alle prospettive in evoluzione. Ed è quello che continueremo a fare.

Poi ha versato acqua fredda sull'idea di un "atterraggio morbido" che così tanti raccoglitori di asset e rastrellatori di commissioni sono costanti dicendo agli investitori è probabile:

"Ci sono eventi enormi, eventi geopolitici in corso in tutto il mondo, che giocheranno un ruolo molto importante nell'economia nel prossimo anno o giù di lì", ha detto Powell giovedì.

"Quindi la domanda se possiamo eseguire un atterraggio morbido o meno, può effettivamente dipendere da fattori che non controlliamo".

Inoltre Powell fa chiarezza sul suo epico fallimento dell'inflazione "transitoria":

Ho detto, e dirò di nuovo che, sai, se avessi avuto il senno di poi perfetto saresti tornato indietro e probabilmente sarebbe stato meglio per noi aumentare i tassi un po 'prima. Non sono sicuro di quanta differenza avrebbe fatto, ma dobbiamo prendere decisioni in tempo reale, in base a ciò che sappiamo allora, e abbiamo fatto il meglio che potevamo.

Ora vediamo chiaramente il quadro e siamo determinati a utilizzare i nostri strumenti per riportarci alla stabilità dei prezzi.

Divertente! Sembra che ricordiamo un gruppo di dickweed digitali che urlavano che questo era tutt'altro che transitorio nel maggio 2021

I futures azionari statunitensi sono in calo su questa notizia...


Sembra che Powell voglia davvero controllare l'inflazione facendo crollare le azioni ... e se ne dubitate, continuate a leggere:

Ryssdal: Ho bisogno che tu rotoli con me su quest'ultimo. Abbiamo un piccolo gioco che giochiamo nello show. Si intitola "Cosa pensa Jay Powell in cinque parole o meno?" E chiedo ai nostri relatori del venerdì pomeriggio, quando abbiamo un grande argomento di politica monetaria, dico: "OK, cosa sta pensando Jay Powell in cinque parole o meno?" E non sarei in grado di perdonarmi se, seduto di fronte a Jay Powell, non chiedessi a Jay Powell cosa pensa Jay Powell in cinque parole o meno. Dovrei dirvi che l'ho fatto con Obama e lui l'ha fatto saltare. Andò avanti per un minuto. Quindi, nessuna pressione.

Powell: Cinque parole o meno. Andrò con quello che sto davvero pensando è: "riportare l'inflazione sotto controllo".

Ryssdal: Oh, amico. Boom.

"Boom" appunto!

E poi Powell lo ha portato a '11' evocando Volcker ...

Ryssdal: Hai parlato un po' di Paul Volcker all'ultimo incontro, e hai già parlato di lui. Hai detto che lo conoscevi un po ', ma la cosa che ti ha davvero colpito di lui è che ha sempre fatto ciò che ha visto essere la cosa giusta, in tempi economici probabilmente più difficili di quelli che hai in questo momento. La mia domanda è: quanto sei sicuro che quello che stai facendo ora sia la cosa giusta?

Powell: Sì. Quindi questo è un buon punto. Ammiro Paul Volcker. Penso che tutti ammirino Paul Volcker ora. Quindi non devo essere individuato in alcun modo per ammirarlo, sai. Era un vero grande funzionario pubblico e una persona. E il punto era che faceva quello che pensava fosse la cosa giusta, ed era pronto ad essere impopolare per questo, perché stava guardando al medio e lungo termine, beh, per il paese. E non ne ho, sai, penso che sia una buona cosa da tenere a mente mentre fai lavori di servizio pubblico, è non pensare a ciò che è popolare, fare ciò che pensi sia giusto e lasciare che tutto il resto si prenda cura di se stesso. Lo prendo come un principio generale. Non ne fornisce alcuno, non fa luce sulla situazione attuale. Dobbiamo fare una valutazione di quale sia la cosa giusta da fare nella situazione attuale. Sappiamo che quello che Paul Volcker ha fatto era giusto nella sua situazione, ed è qualcosa del genere che potrebbe rivelarsi proprio qui. Ma non credo che lo sappiamo. Penso che abbiamo molto da imparare su come sarà il percorso da seguire.

Siamo abbastanza sicuri che nessuno stia "scontando" una mossa dei tassi alla Volcker (o che la Fed sia in grado di sopportare la concomitante carneficina del mercato azionario).

"Il momento migliore per prepararsi a un incidente è prima dell'incidente. Il più grande incidente nella storia del mondo sta arrivando. La buona notizia è che il momento migliore per diventare ricchi è durante un incidente. La cattiva notizia è che il prossimo incidente sarà lungo".

Il più grande incidente della storia sta arrivando? Kiyosaki dice così...

DI TYLER DURDEN
VENERDÌ 13 MAGGIO 2022 - 14:43


Robert Kiyosaki ha recentemente twittato: "Il momento migliore per prepararsi a un incidente è prima dell'incidente. Il più grande incidente nella storia del mondo sta arrivando. La buona notizia è che il momento migliore per diventare ricchi è durante un incidente. La cattiva notizia è che il prossimo incidente sarà lungo".

Kiyosaki è solo iperbolico o gli investitori dovrebbero prepararsi al peggio?

È importante sottolineare che ho ricevuto il commento di Kiyosaki in un'e-mail che ho potuto scoprire di più semplicemente facendo clic sul link per ottenere un rapporto "gratuito".

Posso farti risparmiare tempo e future e-mail di spam, dicendoti che Kiyosaki avrà ragione.

Eventualmente.

Tuttavia, il problema, come sempre, è il "tempismo".

Come discusso in precedenza, andare a incassare troppo presto può essere dannoso per il tuo risultato finanziario come il crash stesso.

Negli ultimi dieci anni, ho incontrato numerose persone che "sono andate in contanti" nel 2008 prima del crollo. Si sentivano sicuri delle loro azioni in quel momento. Tuttavia, quella "fiducia" ha lasciato il posto a un "bias di conferma" dopo che il mercato ha toccato il fondo nel 2009. Sono rimasti convinti che il "mercato ribassista" non fosse ancora finito e hanno cercato informazioni di conferma.

Di conseguenza, sono rimasti in contanti. Il costo di "sedersi" su un anticipo di mercato è evidente.

Mentre il mercato si trasformava da "ribassista" a "rialzista", molte persone sono rimaste in contanti preoccupate di aver perso l'opportunità di entrare. Anche quando c'erano discreti pullback, la "paura di sbagliare" superava la necessità di investire capitale.


L'e-mail che ho ricevuto ha rilevato:

"Se un tale disastro potrebbe essere in divenire, i tuoi beni sono a rischio e questo richiede la tua attenzione immediata! E se credi che ora non sia il momento di proteggere te stesso e la tua famiglia, quando sarà?"

Iniziamo con quest'ultima frase.

Il più grande incidente della storia sta arrivando

Come ho detto, Kiyosaki ha ragione. Il più grande crollo nella storia del mondo sta arrivando, e sarà dovuto alla più potente forza finanziaria nei mercati finanziari – inversioni medie. Il grafico sottostante mostra la deviazione dell'indice S&P 500 corretto per l'inflazione (utilizzando i dati Shiller) dal suo trend di crescita esponenziale.

Si noti che il mercato è tornato o oltre il suo trend di crescita esponenziale in ogni caso, senza eccezioni.



(Di solito, quando si tracciano i prezzi del mercato azionario a lungo termine, si utilizza una scala di registro per ridurre al minimo l'impatto di grandi numeri nel complesso. Tuttavia, in questo caso, ciò non è appropriato in quanto esaminiamo le deviazioni storiche dal trend di crescita sottostante.)

È importante sottolineare che questa volta non è diverso. C'è sempre stata qualche "cosa nuova" che ha suscitato interesse speculativo. Negli ultimi 500 anni, ci sono state bolle speculative che coinvolgono di tutto, dai bulbi di tulipano alle ferrovie, dal settore immobiliare alla tecnologia, dai mercati emergenti (5 volte) alle automobili, alle materie prime e ai bitcoin.


Jeremy Grantham ha pubblicato il seguente grafico di 40 anni di bolle dei prezzi nei mercati. Durante la fase di inflazione, ogni periodo è stato razionalizzato come "questa volta è diverso".


Ancora una volta, ogni bolla finanziaria, indipendentemente dai driver sottostanti, aveva diverse cose in comune:
  1. Enormi quantità di interesse speculativo da parte degli investitori al dettaglio
  2. Una convinzione sincera "questa volta è stato diverso": e,
  3. Un finale tragico che ha devastato le fortune finanziarie.
Questa volta probabilmente non è diverso.

Il tempismo è tutto

Quindi, sì, un incidente sta arrivando.

Tuttavia, il problema è il "quando".

Un incidente potrebbe arrivare in qualsiasi momento, il mese prossimo, l'anno prossimo o un altro decennio.

Nel frattempo, come notato, sedersi in contanti o in qualche altra attività che sottoperforma enormemente l'inflazione o il mercato impedisce il progresso nel raggiungimento dei tuoi obiettivi finanziari.

In particolare, i crash richiedono un evento che cambia la psicologia degli investitori dalla "Paura di perdere" alla "Paura di essere dentro". Come notato in precedenza, è qui che l'attuale mancanza di liquidità diventa estremamente problematica.

Il mercato azionario è una funzione di acquirenti e venditori che accettano una transazione a un prezzo specifico. O meglio, "per ogni venditore, ci deve essere un acquirente".

Questo è un punto importante. Ogni transazione sul mercato richiede sia un acquirente che un venditore, con l'unico fattore di differenziazione che è al prezzo in cui si verifica la transazione. Quando la vendita inizia sul serio, gli acquirenti svaniranno e i prezzi scenderanno più in basso. Ecco perché la correzione nel marzo 2020 è stata così rapida. C'erano davvero persone disposte a comprare da venditori in preda al panico. Erano solo il 35% in meno rispetto al picco precedente.

Cosa potrebbe causare un tale cambiamento nella psicologia?

Nessuno lo sa. Tuttavia, storicamente parlando, gli arresti anomali sono sempre il risultato di pochi problemi.
  1. Un evento inaspettato, esogencoso che cambia le prospettive economiche (Crisi Geopolitica, Guerra, Pandemia)
  2. Un rapido aumento dei tassi di interesse.
  3. Un'improvvisa impennata dell'inflazione.
  4. Eventi legati al credito che incidono sul sistema finanziario (fallimenti, pignoramenti immobiliari, inadempienze)
  5. Evento monetario (crisi valutaria)
Quasi ogni crisi finanziaria nella storia si riduce in definitiva a uno di questi cinque fattori e principalmente a un evento legato al credito. È importante sottolineare che l'evento è sempre inaspettato. Questo è ciò che causa il rapido cambiamento del sentimento da "avidità" a "paura".

Prepararsi per l'incidente

Come investitori, non dovremmo mai scontare il "rischio" nell'ipotesi che qualche forza, come la Fed, lo abbia eliminato.

Ogni epoca di speculazione porta avanti una serie di teorie progettate per giustificare la speculazione, e gli slogan speculativi sono facilmente afferrabili. Il termine "nuova era" era lo slogan per il periodo 1927-1929. Eravamo in una nuova era in cui le vecchie leggi economiche erano sospese." – Dr. Benjamin Anderson – Economia e benessere pubblico

Quindi, sappiamo due cose con certezza:
  • Robert Kiosaki avrà ragione sul prossimo incidente; e
  • Non abbiamo idea di quando accadrà.
Fortunatamente, possiamo intraprendere determinate azioni per proteggere i portafogli da un crash senza sacrificare gli obiettivi finanziari. Tuttavia, tali azioni non sono "gratuite" di costo.

  1. Dimensionare correttamente le posizioni di portafoglio per mitigare il rischio di posizioni concentrate.
  2. Ribilanciamento del portafoglio alllocations
  3. Prendi profitti da posizioni estremamente ipercomprate ed estese.
  4. Vendi ritardatari
  5. Quando non sei sicuro di cosa fare, non fare nulla. Il contante è una grande copertura contro il rischio.
  6. Non ignorare il valore delle obbligazioni in un portafoglio.
  7. Cerca asset non correlati per mitigare il rischio.
Come notato, c'è un "costo". L'aggiunta di qualsiasi strategia a un portafoglio per mitigare o diversificare il rischio creerà una sottoperformance rispetto a un indice di riferimento interamente azionario.

Tuttavia, come investitori, il nostro compito non è quello di battere qualche indice di riferimento casuale, ma di assicurarci che i nostri investimenti soddisfino solo due obiettivi:
  1. Superare il tasso di inflazione
  2. Soddisfare il tasso di rendimento richiesto per raggiungere i nostri obiettivi finanziari a lungo termine.
Qualsiasi obiettivo che superi questi due obiettivi richiede un impegno di aumento del rischio e, in ultima analisi, aumenta le perdite.

Quindi, se hai paura del prossimo incidente, clicca qui per un RAPPORTO GRATUITO.

Ok, in realtà non ne ho uno.

Tuttavia, puoi certamente intraprendere alcune azioni oggi per mitigare il rischio di perdite catastrofiche domani.

Sri Lanka, dove i manifestanti arrabbiati per l'impennata dei prezzi delle materie prime di tutti i giorni, compreso il cibo, hanno bruciato le case appartenenti a 38 politici mentre il paese colpito dalla crisi precipitava ulteriormente nel caos, con il governo che ordina alle truppe di "sparare a vista".

Le rivolte per il cibo in Sri Lanka diventano mortali mentre i manifestanti picchiano la polizia, bruciano le case dei politici

Tyler Durden's Photo
DI TYLER DURDEN
VENERDÌ 13 MAGGIO 2022 - 22:40

Due mesi fa, abbiamo notato il primo incidente della primavera araba 2.0 quando, a causa dell'impennata dei prezzi del cibo, dell'energia (e di tutto il resto), migliaia di iracheni arrabbiati sono scesi in strada per protestareInutile dire che le loro lamentele non hanno avuto molta trazione, e nel frattempo i prezzi dei prodotti alimentari sono solo esplosi a nuovi massimi record, superando di gran lunga i livelli raggiunti nel 2011 quando le rivolte contro, avete indovinato, i prezzi del cibo hanno rovesciato la maggior parte dei regimi politici MENA (non senza il sostegno della CIA).

E mentre i prezzi del cibo continuano a salire, le proteste in tutte le nazioni povere continuano ad aumentare, e giovedì le proteste sono scoppiate in Iran portando ad almeno 22 arresti, dopo che il governo ha tagliato i sussidi per il cibo, mandando i prezzi attraverso il tetto mentre le autorità si preparavano a ulteriori disordini nelle settimane successive, riferisce Fox News.

Nei video condivisi sui social media, i manifestanti possono essere visti marciare attraverso Dezful e Mahshahr nella provincia sud-occidentale del Khezestan, cantando "Morte a Khamenei! Morte a Raisi!" riferendosi al presidente iraniano Ebrahim Raisi ha promesso di creare posti di lavoro, revocare le sanzioni e salvare l'economia.

I media statali iraniani non hanno affrontato pubblicamente le proteste, ma sono state coperte dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, un gruppo di opposizione. Il filmato condiviso dal CNRI mostra i manifestanti che danno fuoco a una base militare Basij a Jooneghan, una città nel distretto centrale della contea di Jooneghan.

"Ogni tanto vediamo questo tipo di proteste in Iran. Ogni volta è sotto una premessa diversa – il prezzo delle uova, il prezzo del gas, il prezzo del pane, ma il messaggio di sottolineatura che è supportato dagli slogan ascoltati durante le manifestazioni è lo stesso; stanno protestando contro l'intero regime brutale", ha detto in una dichiarazione Lisa Daftari, esperta di Iran e caporedattore del Foreign Desk.

"È anche evidente nel fatto che queste proteste non sono più contenute solo a Teheran, la capitale, e in altre aree urbane. Stiamo assistendo a proteste in tutto il paese nelle aree urbane e rurali e in tutta la vasta e diversificata popolazione iraniana".

Daftari ha ragione, e non solo per quanto riguarda l'Iran (e l'Iraq), ma anche lo Sri Lanka, dove i manifestanti arrabbiati per l'impennata dei prezzi delle materie prime di tutti i giorni, compreso il cibo, hanno bruciato le case appartenenti a 38 politici mentre il paese colpito dalla crisi precipitava ulteriormente nel caos, con il governo che ordina alle truppe di "sparare a vista".

La polizia della nazione insulare ha detto martedì che oltre alle case distrutte, altre 75 sono state danneggiate mentre gli srilankesi arrabbiati continuano a sfidare un coprifuoco a livello nazionale per protestare contro quella che dicono essere la cattiva gestione da parte del governo della peggiore crisi economica del paese dal 1948.

Il Ministero della Difesa martedì ha ordinato alle truppe di sparare a chiunque venga trovato a danneggiare proprietà statali o ad aggredire funzionari, dopo che la violenza ha lasciato almeno nove persone morte da lunedì, secondo la CNNnon è chiaro se tutte le morti fossero direttamente correlate alle proteste. Più di 200 persone sono rimaste ferite.

La nazione di 22 milioni di persone è alle prese con una crisi economica devastante, con i prezzi dei beni di uso quotidiano alle stelle, e ci sono state diffuse carenze di elettricità per settimane. Da marzo, migliaia di manifestanti antigovernativi sono scesi in piazza, chiedendo che il governo si dimettesse.

I militari hanno dovuto salvare il primo ministro uscente del paese Mahinda Rajapaksa in un'operazione prima dell'alba di martedì, ore dopo le sue dimissioni a seguito di scontri tra manifestanti filo-governativi e anti-governativi. I militari sono stati chiamati dopo che i manifestanti hanno cercato due volte di violare il complesso di residenza privata Temple Trees del Primo Ministro durante la notte, ha detto una fonte di sicurezza di alto livello alla CNN.

Le dimissioni di Rajapaksa sono arrivate dopo che le riprese televisive in diretta di lunedì hanno mostrato sostenitori del governo, armati di bastoni, picchiare i manifestanti in diverse località della capitale e abbattere e bruciare le loro tende. Decine di case sono state incendiate in tutto il paese tra le violenze, secondo i testimoni con cui la CNN ha parlato.

Truppe armate sono state schierate per disperdere i manifestanti, secondo il team della CNN sul terreno, mentre le riprese video hanno mostrato la polizia sparare gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

Non è chiaro se il coprifuoco e le dimissioni del primo ministro saranno sufficienti a tenere sotto controllo la situazione sempre più instabile del paese.

Molti manifestanti dicono che il loro obiettivo finale è quello di costringere il presidente Gotabaya Rajapaksa – il fratello del primo ministro – a dimettersi, cosa che finora non ha mostrato alcun segno di fare.

* * *

Tornando agli stessi prezzi alimentari in aumento che tendono ad avere un impatto piuttosto mortale e destabilizzante sulle nazioni per lo più povere del mondo, quelle che non hanno una rete di sicurezza sociale, Goldman ha recentemente pubblicato un Q & A sull'inflazione alimentare globale (disponibile per gli abbonati professionali nel solito posto), in cui la banca guarda alle conseguenze della crisi alimentare globale che sta solo peggiorando di giorno in giorno. Di seguito estraiamo diverse sezioni dal Q&A:

Q. Quanto è grande lo shock per i prezzi alimentari globali?

R. Abbastanza grande ma non senza precedenti, e meno grande dello shock per i prezzi dell'energia.

Il nostro indice GSCI Agricoltura e allevamento è aumentato del 17% nell'ultimo anno e del 75% dall'inizio della pandemia (Figura 1, LHS). Queste mosse sono simili a quelle del 2008 e del 2012, ma meno grandi dell'attuale aumento dei prezzi dell'energia. Il nostro indice GSCI Energy è aumentato del 70% nell'ultimo anno e del 110% dall'inizio della pandemia. Le materie prime agricole hanno visto guadagni di prezzo più netti rispetto alle materie prime per il bestiame con aumenti dell'indice GSCI Agriculture del 21% nell'ultimo anno e del 90% dall'inizio del 2020 (Figura 1, RHS). I prezzi del grano sono aumentati in modo particolarmente netto dal 2020H2 a causa delle condizioni meteorologiche sfavorevoli e dei maggiori costi di input.

Q. In che modo la guerra in Ucraina sta influenzando i prezzi alimentari globali e quali sono le prospettive?

R. Le interruzioni dell'approvvigionamento legate alla guerra hanno contribuito all'aumento dei prezzi del grano e dei semi oleosi. I nostri strateghi delle materie prime si aspettano che i prezzi del grano aumentino fino al 15% nei prossimi mesi, con un rischio al rialzo per il prossimo anno.

La guerra in Ucraina ha gravemente interrotto le spedizioni di cereali e semi oleosi dalla regione. L'attività combinata di trasporto di rinfuse secche nei porti di Russia e Ucraina è diminuita del 50% rispetto alla media del 2021 (Figura 2, LHS). La guerra rischia anche di deprimere la produzione futura interrompendo la semina primaverile ucraina di mais e semi solari e l'essiccazione del grano. Russia e Ucraina insieme rappresentano rispettivamente il 13% e l'8% della produzione globale di grano e semi oleosi (Figura 2, RHS), con i paesi CEEMEA che si affidano in particolare alle importazioni alimentari dalla regione. Di conseguenza, i futures sul grano e sui semi oleosi sono aumentati rispettivamente del 30% e del 25% dall'invasione, da livelli già elevati.

Sebbene la regione svolga un ruolo importante nella produzione alimentare globale, la quota della Russia nella produzione globale di energia è ancora più alta. Questo aiuta a spiegare perché i prezzi dell'energia sono generalmente aumentati più dall'invasione rispetto ai prezzi dei prodotti alimentari.

Q. Come si confronta il colpo dei prezzi alimentari più alti al potere d'acquisto dei consumatori tra le economie?

Un. Il contributo di alimenti e bevande all'inflazione CPI complessiva anno su anno è il più grande nel CEEMEA (7,1 punti percentuali, media ponderata per il PPA), seguito dall'America Latina (2,8 punti percentuali). I contributi sono meno consistenti nei mercati emergenti asiatici, esclusa la Cina (2,3 punti percentuali), i mercati emergenti (0,8 punti percentuali) e la Cina (-0,5 punti percentuali).

Il contributo alimentare all'inflazione è maggiore nei mercati emergenti rispetto ai mercati emergenti, sebbene non sia senza precedenti per l'America latina e l'Asia emergente (esclusa la Cina). Sebbene meno elevato rispetto ai ME, l'attuale contributo alimentare dm di 0,8 pp è il più alto mai registrato, risalente al 1996 (Figura 3, LHS).

Per paese, il contributo alimentare è il più grande in Turchia (23pp) e Russia (4pp), ma negativo in Cina a -0.5pp (Figura 3, RHS). Il contributo molto grande in Turchia riflette il forte deprezzamento della valuta, la dipendenza dalle importazioni di cereali, semi oleosi e oli dalla Russia e dall'Ucraina e la siccità. Il grande contributo alimentare in Russia riflette in parte la recente domanda innescata dalla guerra dall'accaparramento di cibo non deperibile. Infine, la deflazione alimentare in Cina riflette l'eccesso di offerta di maiali.

* * *

Q. Quali sono le principali implicazioni dell'elevata inflazione alimentare per i mercati finanziari?

A. Pressione al rialzo sui tassi ufficiali dei mercati emergenti ed effetti negativi sui mercati del credito e dei cambi nelle economie di frontiera che affrontano forti deterioramenti delle ragioni di scambio "solo alimentari".

Ulteriori aumenti dei prezzi alimentari probabilmente eserciterebbero una pressione al rialzo sui tassi di riferimento globali e in particolare sui tassi di riferimento dei mercati emergenti, dati i livelli di inflazione già molto elevati e le aspettative di inflazione spesso meno ben ancorate. L'impatto sui tassi ufficiali dei DM dovrebbe essere più contenuto e ridotto, sebbene i prezzi dei prodotti alimentari influenzino anche le aspettative di inflazione a breve termine dei DM.

L'elevata inflazione alimentare può anche avere effetti negativi sui mercati del credito e dei cambi nelle economie di frontiera che affrontano forti deterioramenti delle ragioni di scambio. Le ragioni di scambio "solo alimentari" sono peggiorate in circa l'80% dei mercati emergenti quest'anno. Utilizzando i dati su queste ragioni di scambio, le ponderazioni dell'IPC alimentare e i saldi fiscali, i nostri strateghi dei mercati emergenti concludono che i mercati del credito sovrano di frontiera in Egitto, Ghana, Tunisia e Marocco sono particolarmente vulnerabili agli shock dell'inflazione alimentare. L'aumento dell'inflazione alimentare può anche contribuire ai disordini sociopolitici nei paesi a basso reddito, come avviene attualmente in Sri Lanka.

Maggiori informazioni nel rapporto completo disponibile per i sub professionisti.

https://www.zerohedge.com/markets/food-riots-sri-lanka-turn-deadly-protesters-beat-police-burn-down-politicians-houses?utm_source=&utm_medium=email&utm_campaign=664

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Inflazione, aumento dei tassi, recessione. In piena STAGFLAZIONE

Assai caracollanti listini
Mix esplosivo: inflazione, tassi, recessione... e guerra

13 maggio 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Ci siamo: la situazione è perfettamente ingarbugliata. La prossima azione speculativa sui mercati avrà motivazioni geopolitiche, ovviamente ben dissimulate: i bersagli sono tanti, tutti pronti ad essere abbattuti con violenza: in Europa, negli Usa, in Asia.

Le condizioni sono ideali: l'inflazione corrode i rendimenti ed il capitale, i tassi di interesse salgono e si incassano le prime perdite sugli investimenti in portafoglio, l'economia rallenta e si temono dividendi magri. Le famiglie sono preoccupate, le imprese sempre più incerte, i governi tentennano.

Le Banche centrali si orientano verso politiche monetarie restrittive, come se dovessero contrastare una economia surriscaldata, aumentando i tassi e riducendo la liquidità, mentre per contrastare la dinamica alle stelle dei prezzi all'importazione delle materie prime e dell'energia non c'è niente da fare. Solo il collasso della domanda induce i cartelli dei venditori e coloro che investono sui mercati all'ingrosso a più miti consigli.

Nel frattempo, le economia rallentano e c'è chi abbandona gli investimenti in euro per portarsi sul dollaro, per approfittare dei tassi di interesse già in rialzo, e così l'euro e lo yen si svalutano. Tutto si complica.

Ma anche a Wall Street le cose non vanno affatto bene, e questo aumenta la confusione.

La speculazione ha pazienza: cuoce a fuoco lento gli investitori, li innervosisce per settimane. Anche per mesi.

Il colpo lo si assesta spesso d'estate, quando gli scambi sono rarefatti. Basta ricordare l'ultima crisi del 2008, con il fallimento della Lehman Brothers dichiarato a settembre. Ma era già tutta l'estate che chi poteva liberarsi dei titoli tossici, quelli che avevano come sottostante i mutui sub-prime, si dava da fare.

E non serve neppure che a saltare debba essere sempre un "pezzo da 90": talora si attacca un comparto, quello immobiliare o quello tecnologico, oppure si prende di mira il debito pubblico di un gruppo di Paesi.

Si deve creare inquietudine ed incertezza: si cavalcano dunque con cura le prospettive economiche, finanziarie e politiche negative per ammorbidire le certezze e far aumentare la preferenza per la liquidità.

E si approfitta della alta inflazione in corso, che ha messo le banche centrali sulla difensiva: alzando i tassi e riducendo la liquidità creano le condizioni per un riaggiustamento. Non solo non c'è più tanto denaro in giro per coprirsi dalle perdite, ma soprattutto costa molto più caro tenere in piedi posizioni a leva.

Quando ci sono tanti elementi concomitanti che virano in negativo, come sta accadendo da fine febbraio scorso, quando è iniziata la guerra in Ucraina, ad ogni brutta notizia si assesta un piccolo colpo ai listini: poca roba, ma sono le manovre di preparazione. E si tasta la reazione dei piccoli, e soprattutto degli istituzionali.

Perché se saranno in tanti a perdere, i piccoli, ci saranno quelli capaci di guadagnare: "si compra da chi piange e si vende a chi ride!". Serve dunque una sorta di complicità occulta di coloro che faranno man bassa nel momento in cui si dà la botta ai listini, vendendo allo scoperto.

La guerra in Ucraina ha creato soprattutto in Europa le condizioni psicologiche giuste di allarme generale, di preoccupazione se non di angoscia tra gli investitori.

In America tutto potrebbe capovolgersi se alle elezioni di mid-term, a novembre, i Democratici dovessero perdere la maggioranza al Congresso.

Se la guerra in Ucraina non cessa, il 2023 potrebbe essere un anno drammatico.

Tutto è pronto per assestare un colpo durissimo.

Mix esplosivo: inflazione, tassi, recessione... e guerra

Assai caracollanti Listini

(Foto: gregorylee | 123RF)

Gli Stati Uniti difendono in Ucraina la loro posizione dominante da cui traggono benessere a discapito dei restanti altri. La guerra alla Russia serve per sconfiggerla e poi iniziare le altre per mantenere sempre lo status quo, la Cina prossima antagonista, se riuscisse a battere la Federazione Russa

Il grande conflitto per il regolamento del mondo (Asia)
di Pierluigi Fagan
9 maggio 2022

Le forme associate di vita umana che possiamo chiamare “società” se lette al loro interno, “stati” se dal lato esterno, hanno sempre avuto scambi tra loro a tre raggi: breve, medio, lungo. Sebbene la retorica della globalizzazione abbia dato una superficiale impressione che le distanze e quindi la geografia, non contassero più, la realtà misurata (che a volte o spesso è diversa da quella percepita se non si approfondisce l’analisi e si prendono acriticamente per buone le “narrazioni”) dice diversamente.

Tranne pochissime eccezioni, ogni stato dei poco meno di 200 che abitano il mondo, in termini di classifica dei primi tre partner per export o import, segnano quasi sempre stati partner vicini, confinanti. Non c’è solo una “ragione della distanza” di mera geografia, ci sono anche ragioni storico-culturali che tuttavia ribadiscono che la diversità tra simili è minore che con i dissimili e poiché lo scambio è tra umani, tale ragione conta.

Come vedo e con piacere, molti stanno comprendendo che l’attuale conflitto russo-ucraino con partecipazione sponsorizzante USA che ha trascinato il sistema NATO nella tenzone, è un di cui di un conflitto più ampio. Tale conflitto più ampio non ha ancora preso forma di “guerra”, ma potrebbe prenderla. Se da una lettura già più ampia ma non debitamente informata strategicamente, può sembrare che la catena causativa vada dall’Ucraina vs Russia al coinvolgimento per interesse di USA che trascina l’Europa e tenta di dividere il mondo nel rassicurante formato “democrazie vs autocrazie” per ri-bipolarizzare il confitto sistemico secondo le vecchie regole sperimentate nella guerra fredda, la lettura credo strategicamente più corretta è quella inversa. Il primo shareholders del mondo, gli USA che detengono il 25% del Pil mondiale col solo 4,5% della loro popolazione, parte proprio dal problema mondo per poi conseguirne la necessità di difendere la condizioni di possibilità che permettono la loro posizione dominante. In questa più ampia inquadratura, il competitor degli americani è la Cina.

Ma la Cina fa parte al contempo di due fronti: quello asiatico dove risiede il 60% della popolazione mondiale, quello multipolare che somma altre a potenze di vario grado asiatiche, altre arabe, africane, sudamericane. Di questo secondo fronte di portatori di interesse (stakeholders), la Russia è l’unica ad esser relativamente competitiva con gli USA, in termini di forza militare (dato l'ultimo livello che è quello atomico). Ne conseguono le dichiarazioni fatte dagli stessi americani già a fine febbraio, pochi giorni dagli inizi dei recenti “eventi”, sulla necessità di dare ai russi, in Ucraina, il loro Vietnam. O come ha ribadito il capo del Pentagono Lloyd Austin il 25 aprile: vogliamo indebolire la Russia per evitare altre guerre. Il che andrebbe strategicamente tradotto in “vogliamo indebolire la Russia per vincere prima di iniziarle, nuove guerre”. Che il Grande Confitto per i nuovi Regolamenti del Mondo preveda nuove guerre, a questo punto, è certo.

Gli USA sono stati coinvolti in vari tipi di conflitto armato per 227 anni dei 245 della loro breve storia con circa 124 scontri armati (è la strategia del Nuovo Nazismo portata avanti da Leo Strauss di cui le oligarchie statunitensi sono impregnate). È una questione antropologica della loro forma di vita associata. È la società più competitiva al mondo per le interrelazioni interne (tra individui, etnie, classi sociali, aziende, politici, saperi etc.), da cui consegue l’attitudine ad esserlo anche all’esterno. Viepiù ottengono dall’esterno, viepiù riescono a moderare il conflitto interno altrimenti dilaniante. Per gli USA, quel 25% di Pil mondiale che tenderanno ad avere sempre meno secondo l’unanimità delle analisi, è da ritenersi “vitale”. Viepiù dovesse diminuire in breve tempo e poiché invece minaccia di diminuire in breve tempo, anche perché in termini sistemici c’è un “effetto soglia” che ad un certo punto non produce una contrazione lineare ma a “salto” (per una serie di ragioni che qui non possiamo approfondire), ne consegue la “necessità” di prevedere nuove guerre e quindi di indebolire l’unico vero competitor militare.

Così il fronte multipolare deve esser privato della sua punta armata più problematica, la Russia. Motivo per il quale il “resto del mondo”, come abbiamo analizzato nei due pronunciamenti ONU recenti, non ha partecipato al coro di condanna dell’atto russo. Viepiù in termini di sanzioni. Non certo perché questo non sia obiettivamente problematico per tutti i conviventi planetari, ma perché giocoforza condividono con la Russia un interesse di livello strategico superiore.

E veniamo al motivo del post. Il post serviva solo a fotografare una situazione, la situazione asiatica che per gli USA è la strategicamente più problematica poiché lì, oltre concentrarsi la gran parte dell’umanità, si va a concentrare e sempre più di andrà a concentrare la sfida del gioco di potenza economica che è il principale. Le guerre e la forza armata servono per conquistare e difendere condizioni di possibilità (i regolamenti) eminentemente economiche, sebbene ci sia chi legge il mondo con metafisiche imperiali o di antropo-civiltà o altre cose che, pur importanti, non dettano la prima logica delle intenzioni degli attori di potenza contemporanei.

Eccovi, quindi, la situazione asiatica fotografata per i semplici due assi del “a quale posto della classifica di partnership”, la Cina è per i principali stati Asia-Pacifico, per legami di import ed export, da chi sono obbligati/interessati a comprare e vendere per alimentare la propria ricchezza della nazione. Ci limiteremo all’Asia maggiore.

La Cina è il primo partner per l’import necessario alle economie di: Vietnam, Thailandia, Taiwan, Singapore, Pakistan, Nuova Zelanda, Malesia, Indonesia, India, Giappone, Filippine, Corea del Sud, Bangladesh, Australia. Più tutti quelli più piccoli o meno importanti dove il risultato, invariabilmente, non cambia. In molti casi, la percentuale di importazioni dalla Cina ha un peso intorno al 20% ed il secondo partner è molto distanziato in termini di peso. La Cina sembra un “fornitore indispensabile ed insostituibile” e lo è invariabilmente anche per paesi non altrimenti definibili “amici” come l’India o il Giappone, per non parlare dei due anglosassoni.

Tolte le Filippine in cui la Cina è quarta, l’India in cui è terza, Pakistan e Vietnam in cui è seconda, la Cina è anche prima come partner per l’esportazione degli stessi paesi-economie.

Come gli USA pensino di far fronte a questa inestricabilità del sistema asiatico che è il sistema maggiore di cui la Cina è solo in sistema minore, non si sa.

Gli analisti geopolitici tendono a volte a sottovalutare la ragione economica per quanto siano in genere “realisti”. Quelli di Relazioni Internazionali, incorrono meno nella sottovalutazione ma purtroppo sono molto più ideologici dei primi, il che offusca la vista. La Yellen (FED) nella sua recente conferenza all’Atlantic Council, ha lanciato l’idea del friend-shoring ovvero “invitare” le aziende ed i capitali del sistema occidentale oggi ricompattato proprio nella guerra in Ucraina, a smantellare le “catene del valore” che hanno passaggi in Cina, trasferendole in paesi amici sempre asiatici (per via del necessario contenimento del costo del lavoro). Operazione assai problematica e non si capisce bene in vista di cosa.

A dire che non solo molti osservatori non stanno capendo come gli USA potranno perseguire la strategia di attrito verso la Cina, ma non capiscono neanche come ciò sarà eventualmente possibile. Isolare o tendere ad isolare la Cina dal sistema asiatico pare francamente impossibile. Che molti paesi asiatici, proprio perché ne dipendono strutturalmente sul piano economico, pensino di bilanciarsi con gli USA per “protezione” militare ci sta. Che però, ciò sia la premessa per una strategia americana vincente per gli USA rispetto al problema strategico più generale, non consegue.

Dovremmo quindi tornare in analisi sull’argomento per capire meglio se c’è una vera e propria strategia (che sicuramente c’è), quale sia (e qui le cose si complicano), che affetti avrà (e qui ci sono molti dubbi). Le conversioni logiche tra dominio economico e dominio geopolitico non sono facili anche perché ormai sono anni se non decenni che intere generazioni di analisti si sono specializzati nell’un campo o nell’altro e quindi non sono in grado di far ragionamenti bi-logici. Vale per chi le strategie le legge, ma anche per chi le fa. E vale anche per i gruppi di interesse che dovrebbero convergere in quelle strategie.


Euroimbecilandia, un'accozzaglia di stati riuniti intorno al Progetto Criminale dell'Euro, acefala, senza prospettive ne strategie tesa sola a commerciare, quando ci riesce, a succhiare sangue ai più deboli

E l'Europa?
di Pierluigi Fagan
10 maggio 2022

Fotografia a più livelli della condizione europea. Macron, che ha ancora la presidenza europea fino a giugno, si è liberato del silenzio elettorale ed ha presentato diverse novità nel discorso di ieri sul futuro dell’Europa.

Poco tempo fa, segnalai l’uscita di Letta in favore di un allargamento delle convenzioni europee a paesi come la Georgia, l’Ucraina e la Moldova ed i balcanici occidentali, progetto già presentato da Michel poco tempo prima. Attualmente, l’adesione dell’Ucraina all’UE, superata la marmellata idealista buona per le conferenze stampa, dovrebbe fare i conti con procedure che semplicemente durano decenni. Altresì, pur essendoci la volontà espansiva di coinvolgere queste periferie per lo più orientali, non è affatto detto, anzi è certo il contrario, che questi candidati abbiamo semplicemente i requisiti minimi per equipararsi al plotone dei 27. Che fare? Ecco allora l’idea di associarli con uno statuto limitato, meno integrativo in senso ampio, ma idoneo per condividere alcuni interessi.

Uno di questi interessi potrebbe anche essere il dotarsi di territori friend-shoring, per usare il nuovo concetto lanciato dalla ex presidente della FED ora Segretario al Tesoro, Janet Yellen. Il re-shoring è il reimportare produzioni ad attività economiche delocalizzate dove condizioni legali e costo del lavoro era più favorevole al tempo della globalizzazione ormai archiviata, per lo più Asia ed in specie Cina. Il nuovo ordine di Washington che vuole ri-bipolarizzare il mondo (democrazie vs autocrazie) chiama ora a separare queste catene del valore visto che gli amici di ieri diventano i nemici di oggi e soprattutto domani. I friend-shoring allora, sono paesi dove permane il vantaggio giuridico, fiscale e normativo (ad esempio le Filippine per gli USA dove stanno per eleggere il figlio di Marcos), ma che rimangono amici ovvero di area contigua il sistema occidentale. Quale miglior occasione allora di andare incontro alla volontà di associazione di queste periferie europee orientali associandole in sistema che dà qualche chiave ma non tutte quelle del mazzo? Tra l’altro, poiché sarebbe cosa da fare ex-novo, salterebbe i complicati processi di tipica burocrazia bruxellese.

Se questa volontà sembra chiara in direzione di quantità del sistema europeo, si nota un altro movimento che si pone il problema della qualità. S’è capito che l’UE è una costruzione tipica da periodo congiunturale scambiato per “fine della storia” quando s’era pensato definitivo ed eterno il dominio della filosofia del mercato come ordinatore. Qualche vincolo, qualche regola, il resto lo avrebbe fatto il mercato, questa è l’essenza del progetto unionista. S’è però scoperto col tempo che: a) la storia non era finita; b) c’erano masse migratorie ai bordi meridionali del sub-continente da trattare in qualche modo; c) il mercato di per sé non aveva affatto assorbito ed aiutato a superare i postumi della crisi del 2008-9, anzi li aveva resi endemici; d) arrivava una cosa sconosciuta come la “pandemia” a cui il sistema europeo semplicemente non ha risposto se non facendo pasticci contrattuali nell’acquisto dei vaccini e senza null’altro in termini di politica sanitaria; e) si sono firmati comuni impegni di grande onore in termini di politiche climatiche, ma poi nulla è conseguito come sempre accade quando una unione di principio economico deve trattare problemi di altra natura; f) infine, è poi arrivata addirittura la guerra imponendo logica geopolitica che non è quella economica.

La guerra ha posto molteplici domande come la consistenza militare europea, la sua stessa assurda disorganizzazione in termini di presunta “unione”, la condizione di totale subordinazione a gli USA, le varie asimmetrie di politica energetica (nonché la totale assurdità di egoismi nazionali tipo norvegesi ed olandesi sul price cap sulle materie prime fossili il cui prezzo è fuori logica e controllo e tra l’altro ben prima della guerra che sull’argomento c’entra poco o nulla), la varietà di interessi da una parte e repulsioni nei confronti della Russia dall'altra. Insomma, l’Unione ad una dimensione è un soggetto cieco, sordo, muto e sostanzialmente paralizzato quando la complessità del mondo pone domande non previste dal copione della misera filosofia del mercato. Che fare, anche qui?

Ecco allora che Draghi lancia l’idea di rivedere i trattati, trenta anni dopo Maastricht ci starebbe pure come logica. L’idea è quella di rivedere la regola dell’unanimità di voto. Si ricordi che Maastricht venne convenuto tra soli 12 paesi di cui uno, il Regno Unito, s’è poi dissociato. Con la logica “più siamo più ci divertiamo” tipica di chi vuole fare commerci ed affari, da 12 siamo passati a 28, poi 27 anche sotto dettato americano che voleva si riassorbissero gli ex Patto di Varsavia (e conseguente allargamento NATO). Così ieri Macron, liberato dalla sospensione elettorale, ha fatto sentire la sua voce: dobbiamo snellire i processi decisionali rompendo il vincolo di unanimità in favore di quello di maggioranza. Maggioranza semplice o qualificata? Con obbligo di sottomettersi da parte dei perdenti e come semplice ratifica di chi ci sta e chi non ci sta a fare x o y, secondo logica di equilibri e maggioranze variabili per progetti ad hoc? Che ne vien fuori e cosa ne facciamo allora del concetto di “unione” che diventerebbe spazio comune di possibilità per diverse unioni? Non si sa ancora, ovvio, se ne discuterà.

In chiusura, segnalo che sempre Macron ha espresso una più chiara volontà o forse solo una convinta speranza, di portare la faccenda ucraina ad una chiusura a breve. Da più parti in Europa si comincia a manifestare una opinione di élite (qui da noi De Benedetti, Delrio, lo stesso Letta sembra essersi tolto l’elmetto) sul fatto che gli interessi europei ed americani non coincidono del tutto, soprattutto sui tempi. Chissà se va in questa direzione il discorso dimesso, contenuto ed altrettanto diplomatico di Putin alla parata del 9 maggio in cui gli anglosassoni avevano ardentemente sperato di sentirgli pronunciare la dichiarazione di guerra. Putin ha continuato invece a circoscrivere il conflitto. Oggi Draghi va da Biden e chissà se tra un sorrisone ed una pacca sulla spalla, non porterà avanti la linea sicuramente concordata con Macron e forse Scholz per cui prima o poi si dovrà pur far la pace. Onorevole per tutti ha specificato Macron il quale, come notato ieri da Caracciolo, pare faccia lunghe telefonate quotidiane con Putin.

A questo punto, abbiamo scandinavi ed europei dell’est allineati agli USA che vorrebbero chiudere la partita bellica il più tardi possibile (e non a caso Svezia, Finlandia, Danimarca, i tre baltici, Polonia, Cechia, Romania, Bulgaria, Croazia e Slovenia, Malta, si sono già dichiarate fortemente contrarie anche all’ipotesi di cambio dei trattati e delle regole di voto), ed europei dell’ovest che vorrebbero chiudere la partita ucraina il prima possibile, come forse Putin stesso. Zelensky sa che le armi per raggiungere le migliori posizioni negoziali vengono dagli USA ed UK, ma sa anche che i soldi per la ricostruzione (su cui insiste molto di recente) e la stessa apertura al club UE dipendono dagli europei dell’ovest.

Da notare la profonda crisi ontologica tedesca. Perde il North Stream, armi sì armi no, sfiora l’incidente diplomatico con Kiev, divergenze di coalizione, reinventarsi un futuro visto che la nazione disarmata dedita alla globalizzazione non è più sostenibile (e del business con la Cina che si fa?), per ruolo al fianco della Francia ma con tutta la sua rete storica di contatto dall’altra parte (scandinavi ed europei dell’est), impossibilitata a rinunciare al gas russo (dopo aver perso enormi porzioni di business), tonfo SPD alle recenti elezioni Schleswig-Holstein, Scholz pare abbia perso 12 punti di consenso da quando è stato eletto, i tedeschi stessi paiono tripartiti in fette simili tra chi pensa che rispetto alla crisi Ucraina va bene cosa è stato fatto, bisognava fare di più, bisognava fare di meno ed tener più conto degli interessi verso la Russia (sondaggio Ard), il futuro economico prima certezza assoluta e perno della religione tedesca è diventato improvvisamente nuvoloso.

Germania spaccata, Europa spaccata, Occidente divergente (e qualche segnale di perplessità anche negli USA che quanto a "spaccature" non è secondo a nessuno), Zelensky ne approfitta per giocare su due tavoli ma stando attento a non perdere su entrambi, Putin forse spera si rompa il monoblocco occidentale ma chissà in quali tempi, tutto molto aggrovigliato ma anche dinamico.

Si trattò di azioni volutamente naziste se è vero che numerosi prigionieri ricevettero, sulla propria pelle, lo stampiglio della svastica o della parola “SEPR” (separatista) inciso con lame roventi sul petto o sulle natiche

Gli orrori neonazisti in Ucraina e la guerra senza fine della Nato
di Barbara Spinelli
6 maggio 2022

Man mano che passano i giorni, i neonazisti che combattono a fianco delle truppe regolari ucraine, e in particolare quelli asserragliati nell’acciaieria Azovstal, sono chiamati con nomi più benevoli: vengono presentati come eroici partigiani, difensori ultimi dell’indipendenza ucraina. Zelensky che inizialmente voleva liberarsi dei neonazisti oggi dipende dalla loro resistenza e li elogia. La loro genealogia viene sistematicamente occultata e anche i giornalisti inviati tendono a sorvolare, ricordando raramente che nel Donbass questa maledetta guerra non è nata nel 2022 ma nel 2014, seminando in otto anni 14.000 morti. Oppure si dice che il battaglione Azov è una scheggia impazzita, certo pericolosa ma non diversa da roba tipo Forza Nuova in Italia.

Invece il battaglione Azov è tutt’altra cosa: è un reggimento inserito strutturalmente nella Guardia Nazionale ricostituita nel 2014 dopo i tumulti di Euromaidan e ha legami organici con i servizi (Sbu, succedaneo ucraino del sovietico Kgb). Così come sono tutt’altro che schegge le formazioni neonaziste o i partiti vicini al battaglione: Right Sector (Settore di Destra), Bratstvo, National Druzhina, la formazione C14, il partito Svoboda oggi in declino, e vari drappelli militarizzati.

Sono i partiti su cui Washington e la Nato puntarono durante la rivoluzione colorata di Euromaidan, perché Kiev rompesse con Mosca. Sono strategicamente cruciali perché la guerra per procura Usa-Nato-Mosca continui senza scadenza. Se davvero fosse una guerra locale tra Kiev e Mosca, il segretario della Nato Stoltenberg non avrebbe respinto con tanta iattanza la rinuncia alla Crimea, prospettata qualche ora prima da Zelensky come primo passo verso una tregua.

Oleksiy Arestovych è stato dirigente di primo piano di Bratsvo ed è uno dei consiglieri politici di Zelensky: attore anch’egli, esperto in propaganda, è maggiore nell’esercito ed entrò nei servizi segreti nel 1990. Nel 2014 si unì alla guerra contro i separatisti filorussi delle repubbliche di Donec’k e Luhans’k, partecipando a 33 missioni militari. Il massimo del successo, come blogger, lo raggiunse quando presidente era Porošenko, che più si adoperò per legittimare le destre russofobe e neonaziste inserendole nel sistema militare e amministrativo. Quando Zelensky vinse alle urne, Arestovych fu nominato suo consigliere speciale e portavoce del Gruppo di Contatto Trilaterale di Minsk, creato nel 2014 per negoziare con Mosca sul Donbass. Del Gruppo facevano parte Russia, Ucraina e Osce (l’Organizzazione Onu per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).

Nel 2015, è all’Osce che la Fondazione per lo Studio della Democrazia (associazione civile russa) invia un rapporto sulle violenze perpetrate dai servizi del Sbu e da paramilitari neo-nazi non solo contro i militanti separatisti ma anche contro i russofoni non-combattenti del Donbass catturati assieme ai combattenti. Il rapporto cita e amplia un primo resoconto, pubblicato il 24 novembre 2014. Nel secondo si menzionano elettrocuzioni, torture con bastoni di ferro e coltelli, waterboarding (simulazioni di annegamento impiegate dagli Usa in Afghanistan, Iraq e a Guantanamo), soffocazione con sacchi di plastica, torture dell’unghia, strangolamenti tramite la garrota (detta anche “garrota banderista” in omaggio a Stepan Bandera, collaboratore dei nazisti nelle guerre hitleriane, eroe nazionale per l’estrema destra e occasionalmente anche per i governi ucraini).

In altri casi i prigionieri venivano sospinti a forza su campi minati o stritolati da carri armati. A ciò ci aggiungano la frantumazione di ossa, le temperature gelide delle prigioni, la sottrazione di cibo, la somministrazione di psicotropi letali. Lo Stato lasciò impuniti tali torture e trattamenti inumani, proibiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Si trattò di azioni volutamente naziste se è vero che numerosi prigionieri ricevettero, sulla propria pelle, lo stampiglio della svastica o della parola “SEPR” (separatista) inciso con lame roventi sul petto o sulle natiche. La Costituzione ucraina, nell’articolo 37, proibisce l’esistenza di gruppi paramilitari nei partiti e nelle istituzioni pubbliche.

Torture e violenze simili sono evocate anche in documenti successivi, tra cui quello dell’associazione ucraina “Successful Guards” (14 settembre 2018). Il rapporto enumera le atrocità che vedono coinvolti partiti di estrema destra come National Druzhina, Bratstvo, Right Sector, e in particolare il gruppo C14, noto per aver stretto con numerose amministrazioni distrettuali – Kiev compresa – un Memorandum di Partnership e Cooperazione. Il C14 è responsabile non solo di azioni violente nel Donbass ma di pogrom contro i rom e di violenze contro le annuali commemorazioni di eroi antinazisti russi come Anastasia Baburova e Stanislav Markelov. Nel Donbass il C14 compie spesso azioni che il SBU non può legalmente permettersi, scrive il rapporto. Il metodo è sempre quello: l’esercito o il SBU o i ministeri dell’Interno e dei Veterani affidano i prigionieri sospetti di collaborazione con Mosca ai propri bracci torturatori: battaglione Azov o C14.

Queste violenze andrebbero rievocate, nel giorno che commemora la vittoria sovietica del ’45 e quella che Mosca chiama “grande guerra patriottica”. La chiamano così anche i commentatori occidentali, per dissimulare il fatto che fu una vittoria che liberò dal nazismo l’Europa intera, con gli alleati occidentali, e che costò alla Russia almeno 30 milioni di morti.

Da tempo si relativizza, sino a farlo scomparire, il contributo decisivo dell’armata rossa alla liberazione europea. Il contributo viene obliterato, come non fosse mai esistito, perfino dal Parlamento europeo (memorabile una risoluzione del settembre 2019 che attribuisce solo al patto Ribbentrop-Stalin le colpe della guerra e non fa menzione della Resistenza russa).

Il riarmo e l’allargamento a Est della Nato, uniti all’impudenza delle dimenticanze storiche e delle frasi di Stoltenberg, hanno creato tra Russia ed Europa un fossato quasi incolmabile, politico e anche culturale. A questo servono l’“abbaiare occidentale alle porte della Russia” denunciato dal Papa, l’oblio dello “spirito di Helsinki”, la russofobia in aumento. Sono misfatti che non giustificano la brutale aggressione russa del 24 febbraio, ma che certo l’hanno facilitata. Che spingeranno la Russia, per molto tempo, a prender congedo da un’Europa che sempre più crede di progredire confondendo i propri interessi con quelli statunitensi.