L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 giugno 2022

e 20 - Afghanistan - Gli Stati Uniti stanno implementando la nuova Strategia nel paese PAURA&TERRORE attraverso i mercenari dell'Isis e le STRAGI DEI CIVILI. L'avevamo detto! Moschee e scuole e non solo

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Afghanistan, attacco tempio sikh a Kabul: almeno 3 morti

Scontri a fuoco e un'autobomba, uccisi gli assalitori
18 Giugno 2022

Almeno tre persone sono morte e altre sette sono rimaste ferite a Kabul, nelle esplosioni e nelle sparatorie in un tempio sikh di Kabul. Lo hanno fatto sapere i talebani. L’attacco non è stato ancora rivendicato. Uomini armati hanno attaccato il tempio, dando il via a uno scontro con i combattenti talebani. Poi un’autobomba è stata fatta esplodere fuori dal tempio, senza provocare vittime. Infine gli assalitori hanno lanciato un ordigno, che ha causato un incendio. L’operazione di polizia si è conclusa quando l’ultimo assalitore è stato ucciso.

L'atlantismo e il suo suicidio politico nel mondo multipolare, la guerra igiene del mondo l'ha partorito a Pietroburgo

Soglie e giochi pericolosi
di Paolo Bartolini
16 giugno 2022

È ben noto, a chi si interessa di filosofia, che il linguaggio permette agli umani di analizzare e scomporre il continuum della vita in azione. Per gli altri animali, spesso molto intelligenti, non si dà il problema di frazionare il processo, di studiarlo e orientarlo secondo un progetto. Nel continuum della guerra in Ucraina il gesto di Putin (l'operazione speciale con invasione di uno stato sovrano) può essere messo a fuoco e portato in figura. Prima di esso, tuttavia, abbiamo anni di conflitto nel Donbass, interferenze occidentali in funzione antirussa, astio di una parte non piccola del popolo ucraino contro i russi (storicamente comprensibile) e tanto altro. Oggi la competizione tra gruppi e interessi capitalistici diversi, insieme alla sfida monetaria lanciata dai paesi asiatici al dollaro, aggiunge complessità alla rete delle innumerevoli concause. Fondamentale, per districarci, è sapere come applicare il taglio analitico che consente di esercitare la facoltà del giudizio e l'azione politica. L'esercizio richiede di cogliere l'evento di soglia che riconfigura il continuum permettendoci di agire senza cadere in schieramenti grotteschi e nelle solite polarizzazioni.

Quale sia la soglia a me pare chiaro: l'egemonia USA è in declino e siamo alle porte di un mondo multipolare. Dico "alle porte" perché, se non c'è un riconoscimento consapevole di questa transizione ormai inarrestabile, solo la guerra si darà come scenario da qui a vent'anni (e saremo prigionieri dell'ennesimo bipolarismo freddo/caldo). Tutto questo in direzione di un in-evitabile scontro finale tra Stati Uniti e Cina. Ora, a me sembra che per uscirne dobbiamo compiere un passo fondamentale: acconsentire al processo di svuotamento del potere dell'alleanza atlantica, ma non banalmente in favore delle superpotenze emergenti, piuttosto in vista di un patto di pace ed equilibrio (qui faccio la parafrasi di un'espressione dell'amico Romano Madera) internazionale. Dobbiamo porre al centro della negoziazione tra Russia e Ucraina il fatto che mettere fine a questa guerra terribile significhi ridefinire responsabilità e diritti dei popoli a livello mondiale. Soprattutto bisogna tassare fortemente i grandi capitali e ridurre massicciamente l'influsso della finanza, delle multinazionali, dei mass media e dell'industria bellica nella nostra vita e nella gestione dei beni comuni. Il taglio va fatto mettendo in discussione il tecno-capitalismo nelle sue declinazioni a stelle e strisce, russa, cinese ecc. Tutto questo dando massima priorità alla lotta ai cambiamenti climatici e alle diseguaglianze sociali. Che l'Occidente, tramontando, promuova un mondo multipolare è indispensabile, purché quest'ultimo si liberi progressivamente da logiche di potenza e tornaconto che accomunano Biden, Putin, Draghi e le infinite "maschere di carattere" del nostro tempo. È in questa prospettiva che noi europei dobbiamo dichiarare concluso l'esperimento (nefasto) della NATO e ripensare alla radice l'architettura dell'Unione Europea. Come si vede nessuna complicità con Putin e con gli altri protagonisti, vicini e lontani, della crisi attuale. Costoro, infatti, sono pedine di un gioco pericoloso e truccato. Qui, senza buttare la scacchiera (che inevitabilmente è quello che è), si tratta di cominciare a cambiare le regole e il gioco stesso. Dagli scacchi alla dama, per dire. Tutto il resto non è all'altezza delle sfide che ci aspettano e aggraverà solo il caos sistemico, rallentando la rivoluzione culturale planetaria che l'umanità attende in vista di un superamento consapevole della civiltà dell'accumulazione economica.

L'abbaiare della Nato alle porte della Russia ha fatto scattare la difesa del principio dell'indivisibilità della sicurezza

La geopolitica di cappuccetto rosso
di Pierluigi Fagan
16 giugno 2022

Dopo un mese dall'avvenuto incontro, è stato reso pubblico parte del discorso fatto dal Papa ai direttori delle riviste della Compagnia di Gesù, relativamente alla guerra in Ucraina.

Il Papa ha ammonito a non ridurre i discorsi in merito, alla logica morale delle favole per bambini: “Sono […] contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi”. Perfino il Papa e stante l’udienza privata con persone con forte condivisione della stessa immagine di mondo, ha dovuto scusarsi a priori e ribadire che ciò non comportava un suo essere a favore di Putin. Riferiva solo che un “saggio” capo di Stato, incontrato due mesi prima l’inizio del conflitto, gli aveva esternato la preoccupazione per quell’andare ad “abbaiare” della NATO ai confini dello spazio russo dove vigeva una mentalità imperiale. Tale mentalità a presidio di quello spazio non avrebbe mai permesso che altre potenze (ovvero l’altro impero secondo la logica concettuale che così categorizza questo argomento) si avvicinasse troppo da presso. Ne sarebbe scaturita una guerra, come poi è accaduto.

Qui va ricordato ai tanti cappuccetti rossi con cui condividiamo la vita associata che non solo quell’abbaiare si riferiva alle questioni dell’allargamento della NATO (questione in realtà di secondo piano) o al ritiro unilaterale degli americani dal trattato sui missili a corto raggio (che poi sono quelli tipici del teatro europeo), ma anche a due fatti delle cronache internazionali passati per lo più sotto silenzio anche nelle recenti ricostruzioni degli antefatti.

Il primo si riferiva alle elezioni in Bielorussia del 2020, seguite da moti di piazza sul modello rivoluzioni colorate contro Lukashenko, elezioni il cui risultato non venne riconosciuto dall’Occidente. A riguardo è bene specificare sia che tali elezioni erano ovviamente prive di ogni minimo crisma di correttezza formale e che il reale valore dell’opposizione era semplicemente non quantificabile. Infine, che i moti di piazza avranno avuto come in molti altri casi omologhi ragioni a supporto, salvo che è sempre molto improbabile giustificarli solo in base alle loro apparenti ragioni naturali.

Dire che il popolo bielorusso si è rivoltato in massa contro l’oppressore autocratico è pari a dire che era tutto regolare e le rivolte furono sobillate dall’esterno interessato. Favolistica, appunto. In realtà, c’era dell’uno come dell’altro. Certo però che quanto “all’altro” intervenire da fuori nelle contraddizioni interne l’unico alleato occidentale dei russi per puntare all’ennesimo “regime change”, va segnalato.

Così va segnalato che appena due mesi prima dell’inizio del conflitto, proprio il tempo dell’incontro tra il Papa ed il misterioso capo di Stato, scoppia una ennesima rivolta dal basso in Kazakistan, la pancia centro-asiatica dello spazio russo. È da anni, direi forse almeno due decenni, che gli americani sono molto interessati allo spazio centro-asiatico. Ricordo che la mitica Condoleezza Rice, ex Segretario di Stato dell’amministrazione Bush jr, aveva una specifica specializzazione di studio su questa area post-sovietica e continuo è stato l’armeggiare americano per cercare di penetrare geo-economicamente l’area. Anche qui saltiamo l’analisi a grana fine delle ragioni della rivolta, come al solito c’era del concreto e dell’artefatto. Sta il fatto che dal potere kazako viene invocata la clausola di aiuto della piccola NATO a centro russo e truppe CSTO intervengono per sedare il conflitto. I russi dichiarano che secondo loro informazioni, chiara è la presenza di mani estere interessate a destabilizzare l’alleato. Siamo ai primi di gennaio di quest’anno.

Da metà dicembre dell’anno appena concluso, i russi avevano inviato una richiesta di urgente confronto (con USA e NATO) su una decina di punti caldi, una richiesta di tavolo di discussione. Della piattaforma faceva parte sia la richiesta lunare di rivedere la presenza NATO negli ex paesi Patto di Varsavia, sia le più realistiche questioni relative ai posizionamenti dei missili a corto raggio e la distanza geografica di rispetto tra le aree in cui la NATO faceva le sue esercitazioni ed i confini dello spazio russo. Soprattutto, faceva perno la questione dell’entrata dell’Ucraina nella NATO che, dopo i fatti bielorussi e kazaki, assumeva una rilevanza speciale. Gli USA accettano di intavolare dei pre-colloqui a Ginevra (e mentre iniziano i colloqui scoppia l’affare kazako), ma non ne esce niente che possa invertire processi già ampiamente e lungamente in atto. Blinken dopo ma soprattutto Biden, dicono che sulla questione Ucraina-NATO non c’è proprio nulla da discutere coi russi, non è questione che li riguardi (?).

Segnalo un articolo di RAI News24 che il 9 gennaio, già riferiva di quanto uscito sul NYT ovvero di un corposo lavorio americano di preparazione di sanzioni ed ostracismi condivise con gli alleati, qualora i russi avessero varcato i confini ucraini. Era già tutto noto e noto a tutti gli attori del dramma a cosa si stesse andando incontro, ufficialmente da almeno due mesi prima del 24 febbraio, il che significa da molto prima. Gli unici ignari erano i cappuccetti rossi della pubblica opinione nostrana che ai tempi dormivano sogni beati.

Iniziammo proprio il 24 febbraio scorso la nostra serie di post di accompagno alla lettura degli eventi del conflitto ucraino e il titolo del primo era, appunto: “Se non te ne occupi, poi ti preoccupi” a dire che l’improvviso risveglio di attenzione delle opinioni pubbliche, era tanto tardivo quanto irrazionalmente emotivo. Quell’emotività sobillata dagli eventi e dal modo con cui sono portati al proscenio informativo di massa, subito regolata dalla dicotomia “aggressore-aggredito” ovvero isolare un fatto dalla sua storia pregressa e dal contesto ed invocare la pubblica e più che sdegnata sanzione morale corale. Utile anche ad imporre il ragionamento dicotomico ovvero l'applicazione a sproposito del principio del terzo escluso (della serie logica applicata a vanvera, un classico del discorso pubblico nostrano).

Questo è lo stato di quella che continuiamo con estesa falsa coscienza a chiamare “democrazia liberale”, gente che non sa nulla di ciò che deve interpretare, figuriamoci poi giudicare, chiamata ad esprimersi emotivamente su fatti di cui si ignorano cause, ragioni, attori, strategie, contesti, fini ultimi.

La democrazia dei cappuccetti rossi che per scappare dal lupo, finiscono in braccio alla nonna dalle larghe fauci dentate che non vede l’ora di farne boccone.

In fondo, la morale della favola aveva una sua saggezza originaria: attenzione a ritenere le nonne salvezza dalle minacce del lupo cattivo. L’unica salvezza è non essere più bambini, crescere, discernere, conoscere prima di giudicare. Ma tanto è inutile, sono due secoli che questa favola viene narrata e le nostre società rimangono piene di bambini smarriti, l’importante è non crescere, non prendersi responsabilità ed infine, sentirsi pure nel giusto del giudizio morale frettoloso e sdegnato.

Meglio vomitare il proprio sdegno per ciò che pensiamo esser fuori di noi, sia mai incontrassimo uno specchio e fossimo costretti a renderci conto che il vero oggetto di sdegno dovrebbe esser la nostra minorità in cui ci piace perdurare per mancanza di adulta dignità.


La moneta fiscale può essere usata per cambiare Euroimbecilandia ma può servire come paracadute per l'Italexit

Perché la Moneta Fiscale
di Marco Cattaneo
11 giugno 2022

Perché il Progetto Moneta Fiscale deve essere al centro del dibattito politico ? perché è in grado di risolvere le disfunzioni della moneta unica europea e di trasformare l’Eurozona in un’area di sviluppo economico condiviso e solidale.

Moneta Fiscale è qualsiasi titolo o attività che possa essere utilizzato per compensare obbligazioni finanziarie dovute al settore pubblico. È quindi un diritto a uno sconto fiscale, e può essere scambiato (con controparti che lo accettino su base volontaria) per ottenere beni, servizi o un corrispettivo finanziario. Il settore pubblico nazionale si impegna ad accettarlo in compensazione (come sopra definita) ma non ad effettuare pagamenti in cash.

Per comprendere la logica del Progetto va in primo luogo sgombrato il campo da alcune affermazioni insensate che purtroppo ancora orientano (per fortuna meno che in passato) il dibattito economico. In particolare, si sente tuttora dire che il deficit e il debito del settore pubblico sono “gravami” per l’economia.

L’affermazione è sbagliata, per la ragione fondamentale che il deficit è l’eccesso della spesa del settore pubblico rispetto al prelievo fiscale. Questo eccesso di spesa si tramuta INEVITABILMENTE in un saldo positivo a disposizione del settore privato. Se il pubblico spende più di quanto tassa, il privato riceve più di quanto paga: incrementa quindi i suoi redditi e i suoi risparmi.

Il deficit pubblico PUO’ rappresentare un problema ma SOLO in presenza di una di queste due situazioni: l’immissione di potere d’acquisto nell’economia crea (a) livelli di inflazione indesiderata, OPPURE (b) scompensi nei saldi commerciali esteri (il potere d’acquisto immesso dal settore pubblico defluisce all’estero).

L’Italia ha adottato feroci politiche di austerità nonostante NON soffrisse di nessuna di queste due situazioni: l’inflazione fino al 2021 è stata inferiore alle medie dell’Eurozona nonché ai target BCE; la NIIP (Net International Investment Position) è positiva; i saldi commerciali con l’estero sono stati, dal 2014 al 2021, eccedentari per 40-60 miliardi annui.

In tutti questi anni, quindi, maggiori deficit pubblici avrebbero ARRICCHITO il paese. Avrebbero messo a disposizione del settore privato nazionale capacità di spesa senza alzare l’inflazione a livelli indesiderati (anzi, casomai l’avrebbero avvicinata ai target BCE) e senza scompensi nei conti esteri.

Quanto al debito pubblico, un paese che emette la sua moneta non ha bisogno di emettere debito per finanziare il deficit. Spende, semplicemente, accreditando le controparti tramite i suoi conti correnti presso l’istituto di emissione.

In questo modo immette risparmio finanziario nell’economia. L’emissione di debito pubblico è un servizio offerto al settore privato per impiegare, in un investimento a basso rendimento ma privo di rischio, il risparmio stesso. Non ha però una necessità logica; è un evento successivo, potrebbe anche non aver luogo.

La gravissima disfunzione dell’euro consiste proprio nell’aver spossessato gli Stati dalla possibilità di effettuare spesa pubblica netta senza passare tramite il collocamento di debito presso i mercati finanziari; e di averli costretti ad emettere debito in una moneta di cui nessuno Stato ha il controllo.

Gli Stati hanno quindi dovuto utilizzare, come canale di finanziamento dei deficit, un debito che incorpora un rischio di default che in circostanze normali (emissione di moneta sovrana) non sarebbe esistito.

Disfunzione pesantissima, che impedisce, in varie circostanze, agli Stati di effettuare politiche di sostegno all’economia. Ne segue il rischio – già sperimentato in passato – di aggravare in modo disastroso situazioni di difficoltà che adeguate politiche anticicliche avrebbero consentito di superare rapidamente.

La UE stessa ha modificato la sua attitudine rispetto a quanto avvenuto durante la crisi dei debiti sovrani (2011-3), quando si chiedeva agli Stati in difficoltà di attuare contemporaneamente riforme economiche e di ridurre i deficit pubblici. Le politiche di “consolidamento fiscale” hanno invece pesantemente aggravato la crisi, provocando cadute di PIL e accrescendo, in luogo di diminuire, il rapporto tra debito pubblico e PIL medesimo.

Oggi invece i Piani Nazionali di Resilienza e Ripresa (PNRR) non prescrivono riforme “e” austerità”, ma riforme “insieme a” politiche espansive.

Il problema è che la dimensione dei piani UE, spesso definita “immensa”, “ciclopica”, “oceanica” e via iperboleggiando, è in realtà modestissima.

I mezzi disponibili per l’Italia vengono stimati in circa 200 miliardi. Di questi, tuttavia, 120 sono finanziamenti e incidono sul deficit: non rappresentano quindi soldi in più immessi nell’economia ma solo una fonte di approvvigionamento alternativa rispetto ai titoli di Stato.

Gli altri 80 miliardi, cosiddetti “grants” o “contributi a fondo perduto”, a fondo perduto in realtà non sono, in quanto dovranno essere compensati da futuri versamenti o tasse. Almeno temporaneamente, danno comunque un beneficio: ma insufficiente, tenuto conto che verranno resi disponibili nell’arco di 4-5 anni.

Draghi stesso sa che il PNRR è insufficiente, e infatti in più occasioni ha affermato che il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) non potrà essere riattivato in forma invariata. Ma le posizioni degli Stati membri sono antitetiche. I mediterranei vogliono un PSC più flessibile ed espansivo; i paesi del Nord ne chiedono il ripristino in termini invariati, se non più rigidi.

I paesi del Nord temono che un eccesso di debito pubblico di altri Stati membri possa dar luogo a eventi di default o alla spaccatura della moneta unica. Non accettano però un’illimitata e incondizionata garanzia da parte della BCE.

Il compromesso politicamente perseguibile consiste nel mantenere l’impegno alla riduzione del rapporto debito pubblico / PIL degli Stati, tenuto conto però che il debito pubblico di riferimento NON include la Moneta Fiscale.

La Moneta Fiscale potrà quindi essere utilizzata per attuare le politiche espansive necessarie al raggiungimento e al mantenimento del pieno impiego delle risorse produttive del paese.

La Moneta Fiscale non comporta impegni di pagamento da parte dello Stato emittente, che quindi non potrà mai essere forzato dai mercati finanziari ad andare in default. L’impegno di accettazione (per compensare obblighi finanziari verso lo Stato emittente stesso) potrà sempre essere onorato.

Un’eventuale “indisciplina” di uno Stato (eccesso di emissione di Moneta Fiscale) al massimo depaupererà il valore della Moneta Fiscale di quello Stato, perché circoleranno più titoli di quanti se ne riesca a utilizzare nelle scadenze prestabilite. Ma questa eventualità (peraltro del tutto improbabile) non avrà un riflesso sull’assetto generale dell’eurosistema né forzerà BCE o altri a intervenire per preservarne la stabilità. Resterà un problema interno allo Stato in questione.

La Moneta Fiscale potrà essere utilizzata sia per finanziare interventi di spesa pubblica (pubblico impiego, spesa sociale, investimenti, sostegno ai redditi) che per ridurre il carico fiscale effettivo (senza necessariamente ridurre tasse o imposte, bensì erogando Moneta Fiscale al contribuente).

La Moneta Fiscale può inoltre essere utilizzata come mitigante dell’inflazione, ritornata a essere un problema in seguito al dissesto delle catene di fornitura di materie prime e componenti, prodotto dalla ripartenza post Covid e aggravato poi dalla crisi ucraina.

Erogazioni di Moneta Fiscale agli utilizzatori di energia, carburanti, prodotti alimentari allevierebbero grandemente i problemi che oggi affliggono imprese e consumatori (e soprattutto le fasce sociali disagiate).

Una parte delle erogazioni di Moneta Fiscale potrà inoltre essere effettuata a beneficio dei datori di lavoro, riducendo il peso effettivo del cuneo fiscale. Le produzioni italiane diventeranno così più competitive, evitando che parte dell’effetto espansivo del Progetto si disperda in peggioramento dei saldi esteri.

Non occorre che BCE, UE o Stati membri forniscano garanzie addizionali. Si saranno create le condizioni per ridurre, gradualmente ma costantemente, il peso del debito a rischio di default rispetto a un PIL finalmente in crescita stabile. La constatazione che le disfunzioni del sistema sono state finalmente risolte è adeguata per rassicurare i detentori del debito che il sistema è diventato, finalmente, stabile e affidabile.

Il progetto Moneta Fiscale è stato criticato da alcuni commentatori in quanto, si afferma, non c’è certezza che l’espansione economica prodotta dalla disponibilità di maggior potere d’acquisto produca PIL e quindi gettito fiscale lordo in misura corrispondente agli sconti fiscali, via via che questi diventano utilizzabili.

Il motivo è che l’effetto espansivo è governato dai cosiddetti “moltiplicatori fiscali”, sulla cui dimensione (come su qualsiasi manovra di politica economica) a priori si possono formulare ragionevoli ipotesi, non previsioni precise al centesimo.

Va però chiarito: non occorre che questa equivalenza perfetta si verifichi, perché un eventuale ammanco potrà facilmente essere compensato incrementando gradualmente nel tempo le emissioni di Moneta Fiscale.

Ad esempio, la formulazione originaria del Progetto prevede che gli sconti fiscali che diventano via via utilizzabili (con un differimento temporale di due anni rispetto all’emissione) arrivino gradualmente a 100 miliardi di euro annui.

Gli incassi totali lordi del settore pubblico italiano sono dell’ordine di 800, e saliranno con l’espansione del PIL nominale. Emettere qualcosa più di 100 nell’anno in cui 100 di sconti fiscali vengono utilizzati significa che continuerà a esistere un’enorme differenza tra Moneta Fiscale in circolazione e incassi lordi del settore pubblico. Il rischio che le emissioni di Moneta Fiscale raggiungono livelli tali da svilirne il valore è in pratica infinitesimale.

La Moneta Fiscale non è un meccanismo per rompere l’euro. Risolvendone le disfunzioni ne garantisce in effetti la continuità, oggi periodicamente revocata in dubbio.

Non è uno strumento sostitutivo, ma integrativo dell’euro. Il Progetto prevede che la circolazione di Moneta Fiscale in Italia raggiunga qualche centinaio di miliardi, mentre il valore totale delle attività finanziarie detenute dal settore privato nazionale è dell’ordine di 5.000 circa.

Il Progetto Moneta Fiscale è un passaggio cardine per rimettere in carreggiata l’economia italiana e l’assetto dell’Eurozona; per far riprendere al nostro continente la strada di uno sviluppo economico armonico, solidale, inclusivo, rispettoso della coesione sociale.

Non li facciamo più intelligenti di quello che dimostrano, sono un'accozzaglia di azzeccagarbugli. Lo spread sarà la tomba di Euroimbecilandia o in una maniera o nell'altra

Caduta libera con applauso
di Andrea Zhok
11 giugno 2022

L’altro giorno la sig.ra Lagarde ha annunciato un ritocco al rialzo dei tassi della BCE, a suo dire per fronteggiare l’inflazione; oggi il panico si è impossessato delle borse europee, lo spread è ai massimi dal 2014, e i titoli bancari sono in profondo rosso.

Ora, il punto è: persino la sig.ra Lagarde, nonostante abbia fatto carriera a colpi di performance come quelle epistolari a Sarkozy (“usami come ritieni più opportuno”), persino lei, dicevo, non può ignorare che un’inflazione esogena, cioè dovuta non al surriscaldamento dell’economia (crescita incontrollata dei salari, ecc.), ma ad un incremento dei costi di approvvigionamento delle materie prime, NON può essere tenuta sotto controllo alzando il tasso di interesse a cui le banche ottengono (e forniscono) capitali. Si tratta di un caso fotocopia della studiatissima crisi petrolifera degli anni ’70, solo che allora si trattava in qualche modo di una sorpresa, mentre adesso stiamo adottando le stesse politiche insensate che sono diventate un caso di scuola.

Dopo la batosta subprime e la batosta Covid (entrambi i danni, è bene sottolinearlo, creati da specifiche attività di politica economica: non è il Covid ad aver dichiarato il lockdown, ma i governi occidentali), dopo questi due massacri economici e sociali, l’economia stava appena faticosamente recuperando parte del terreno perso. Ma ecco che con perfetta scelta di tempo i vertici del potere economico europeo, dopo due ganci alle costole sferrano un diretto in piena faccia all’economia che sarebbero chiamati a tutelare, spezzando i legami che ci permettevano di avere energia (Russia) e manifattura (Cina) a prezzi bassi. (Sì, certo, chi potrebbe negare che era assolutamente necessario reagire proprio così; noi mai e poi mai come europei e occidentali potremmo tollerare un’ingiustizia su questo pianeta, non ci sono precedenti: “Orsù prodi raddrizzatori di torti, gettiamo il cuore oltre l’ostacolo e, costi quel che costi, facciamo la cosa giusta!!”).

Naturalmente un allentamento della dipendenza da Russia e Cina poteva avere perfettamente il suo senso come intervento strategico, di graduale sostituzione delle dipendenze, ma qui non c’è niente del genere: tutta la trascurabile differenza tra lanciarsi con un paracadute o senza.

Da ultimo, mentre l’economia europea barcolla (e quella italiana più di tutti), la presidentessa della BCE interviene con un grazioso sgambetto, alzando i tassi e dichiarando finita la stagione del “credito facile”. (E stendiamo un pietoso velo sugli interventi di greenwashing, che invece di trattare seriamente alcunché sul piano ambientale, pianificano lo smantellamento dell’industria automobilistica europea.)

Ora, l’unica cosa che deve essere chiara a tutti è che parlare qui di “errori” o di “valutazioni soggettive” è completamente privo di senso. Questi sanno perfettamente cosa stanno facendo, sanno quali saranno le conseguenze, e per qualche motivo queste conseguenze, per quanto spaventose per il 90% della popolazione, gli stanno perfettamente bene.

Se escludiamo come motivazione il sadismo (che però, dopo aver visto all’opera il ministro Speranza, rivaluterei come possibile movente politico), la questione diventa: “A chi giova?”

Non è una risposta facile da dare, perché i perdenti in questo scenario sono assai più facili da trovare dei vincenti. E tuttavia azzarderei due linee di risposta.

In primo luogo, questa situazione giova sul piano geopolitico agli Stati Uniti d’America, che in capo ad un decennio si ritrovano un’Europa che da competitore temibile si riduce a cane da compagnia: fornitore di beni industriali intermedi e mercato di sbocco (per le minoranze ancora capaci di comprare), ma totalmente impossibilitata a svolgere più qualunque ruolo autonomo.

E in seconda istanza, questa situazione giova sul piano dello schietto potere economico ai grandi detentori di liquidità privata, fondi di investimento e speculativi, che ridurranno sì momentaneamente gli interessi erogati ai propri clienti (sfiga, pagheranno quelli che contano sulla pensione privata), ma che nel medio periodo si approprieranno ulteriormente e massivamente di asset reali, di attività, capannoni, ditte, terreni, immobili, miniere, tutte cose che in questa fase storica consentiranno al capitale liquido (per essenza virtuale, meramente potenziale, di principio fittizio) di scendere in terra e diventare titolo di proprietà inscalfibile.

E per metterci il fiocco, se consideriamo che gli hub della finanza mondiale gravitano intorno al mondo anglosassone (New York e Londra), e che lo stesso vale per i maggiori gruppi finanziari (Blackrock, Vanguard, ecc.), possiamo apprezzare come tutto si tenga in modo finanche elegante.

E grazie ai servigi di una stampa a libro paga tutto ciò difficilmente arriverà alle coscienze della maggioranza, che continuerà a lodare il polso fermo nella gestione della pandemia e il governo dei competenti e la saggia tecnocrazia europea (“meno male che c’è Draghi, pensa che sarebbe successo se non ci fosse lui a difenderci.”)

Il nucleare mandato in soffitta dalle energie rinnovabili

17 Giugno 2022 
Il nuovo nucleare di qualsiasi tipo che non riesce più a competere con le rinnovabili

Le osservazioni sull'energia nucleare statunitense, e non solo, di Amory Lovins, professore di ingegneria civile e ambientale all'Università di Stanford e guru delle rinnovabili e dell'efficienza energetica.


“Nel mercato attuale dell’energia non vedo come il nucleare di nuova costruzione, di qualsiasi tipo o dimensione, possa competere con le fonti rinnovabili non sovvenzionate, il cui costo energetico livellato in molti Paesi è sceso prima a 30, poi a 20 e ora a 10 dollari per megawattora”.

È un po’ questo il nocciolo della questione sull’opportunità e convenienza di ricorrere al nucleare, sottolineato da Amory Lovins, professore aggiunto di ingegneria civile e ambientale all’Università di Stanford e vero e proprio guru in materia, in un’intervista concessa a Stephanie Cooke di Energy Intelligence.

Riassumiamo qui alcuni dei passaggi più significativi di una lunga intervista, partendo da un tema molto dibattuto al momento, sia per questioni ambientali che geo-strategiche, cioè quello di allungare la vita utile delle centrali nucleari esistenti, che secondo alcuni accademici potrebbe toccare e superare gli 80 anni.

Vita utile delle centrali atomiche


I due reattori più longevi al mondo, uno in Svizzera e uno negli Usa, hanno 53 anni, quindi il limite di 80 anni e oltre è solo teorico attualmente, ha detto Lovins, sottolineando che negli Usa la Nuclear Regulatory Commission (NRC) ha appena sospeso le precedenti estensioni di licenza da 60 a 80 anni e riesaminerà i “programmi di gestione dell’invecchiamento“.

“Nel 2022, contereste su un’auto del 1942, per quanto mantenuta e rinnovata con perizia? Un reattore può funzionare in modo affidabile ed economico per 60 anni? Le 40 unità statunitensi chiuse entro la metà del 2021, il 30% del totale delle connessioni alla rete nucleare, avevano una media di 22 anni, e solo otto avevano raggiunto i 40 anni; le sei chiuse nel 2016-20 hanno una media di 46 anni, ma erano autorizzate per 60; e molti, se non la maggior parte dei reattori in funzione, costano più di quanto possano guadagnare in mercati competitivi”, ha detto il docente di Stanford.

Amory Lovins – Università di Stanford

Parlando della punta di diamante della tecnologia nucleare civile statunitense, rappresentata dal reattore di terza generazione plus AP1000, nel futuro più o meno lontano in cui si riuscisse a costruire una nuova centrale, le fonti rinnovabili saranno ancora più economiche e ridurranno di molto il costo di dispacciamento nucleare, che è di 20-40 $/MWh, secondo Lovins.

Alternative nucleari

Anche le alternative alle centrali tradizionali di cui si parla di più, come i reattori modulari di piccole dimensioni (SMR) o i reattori ad acqua leggera (LWR) non potrebbero essere redditizie, ha aggiunto Lovins, secondo cui le loro scarse prospettive di competere in termini di costi operativi dopo il 2050 non possono giustificare i loro enormi investimenti attuali.

“Nessun dato empirico standard trova il nucleare di nuova costruzione competitivo con le fonti rinnovabili non sovvenzionate. Ma probabilmente il nucleare diventa ancora meno competitivo se contiamo i costi di integrazione nella rete, che tendono ad essere maggiori per le grandi centrali termiche, perché le loro interruzioni forzate sono generalmente più grandi, più lunghe, più brusche e molto meno prevedibili di quelle delle rinnovabili variabili”, ha spiegato l’ingegnere dell’università californiana.

Costo livellato

Lovins prende poi di petto le affermazioni di un recente rapporto del MIT, scritto da Koroush Shirvan, secondo cui, a meno di 5 grammi di anidride carbonica equivalente per kWh, un AP1000 con un costo livellato dell’energia (Lcoe) di 80-120 $/MWh può competere con l’energia solare/eolica.

I modelli del MIT possono sostenere che un ipotetico nucleare da 80-120 dollari/MWh sia competitivo col solare e l’eolico soltanto sul presupposto che le rinnovabili siano poco affidabili. Lo fanno cioè limitando o omettendo la maggior parte dei 10 tipi di risorse di bilanciamento della rete prive di carbonio, che formano un portafoglio così ampio che il tipo più costoso, l’accumulo di scala utility, è raramente necessario (vedi Qual è il migliore abbinamento fra impianti rinnovabili utility scale e batterie?).

“Le proiezioni di Shirvan sui bassi costi dell’AP1000 presuppongono una produttività di costruzione raddoppiata, una velocità di costruzione quasi da record, curve di apprendimento non osservate nella realtà, ordini di almeno 10 unità per avere i cali di costo ipotizzati, un costo del capitale del 4-8% senza alcun premio per il rischio nucleare apparente e contratti di acquisto di energia elettrica (PPA) lunghi decenni, oppure una nuova regolamentazione equivalente delle utility”, ha detto Lovins.

Nucleare, dannoso per il clima

Lungi dal rappresentare una risorsa importanza per il clima, le nuove centrali nucleari peggiorano il cambiamento climatico, perché costano molto di più, probabilmente un ordine di grandezza in più, rispetto ad altri concorrenti senza emissioni di carbonio, quindi risparmiano proporzionalmente meno carbonio per dollaro, e lo fanno più lentamente.

“Perché pagare di più per soluzioni climatiche meno efficaci? Più siamo preoccupati per il clima, più è fondamentale acquistare opzioni rapide, economiche e sicure, non lente, costose e speculative”, ha detto il docente.

Basi economiche e tempi di costruzione

Gli investitori e i proprietari hanno rifiutato la costruzione di nuovi impianti nucleari perché non c’erano le basi economiche. Così, nel biennio 2001-20, nel mondo sono stati aperti tre reattori in meno rispetto a quelli che sono stati chiusi.

Per contro, le rinnovabili hanno già conquistato circa il 95% del mercato mondiale per le aggiunte nette di capacità, contro meno dell’1% del nucleare, e in sette degli ultimi 13 anni, meno dello 0%, ha ricordato Lovins.

Il fotovoltaico e l’eolico sono le fonti di energia di massa più economiche in oltre il 91% del mondo e in aumento, secondo BloombergNEF, con un LCOE da tre a otto volte inferiore a quello del nucleare, secondo Lazard, o da 5 a 13 volte inferiore a quello del nucleare, secondo BloombergNEF. Quest’ultima stima inoltre che il nuovo nucleare sia da due a tre volte più costoso per kWh del nuovo solare e dell’eolico.

Senza contare che, secondo il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico riunito dall’Onu (Ipcc], il lato della domanda, cioè dell’efficienza energetica nei consumi, può fornire il 40-70% della decarbonizzazione globale.

Sul tema dei tempi di costruzione del nucleare, dal 1970 nessun reattore sulla Terra ha mai raggiunto la connessione alla rete in meno di quattro anni e spesso i tempi si dilatano fino a 8 o addirittura 10-12 anni, secondo l’ingegnere.

Intermittenza o variabilità?

Sulla questione della “intermittenza” delle rinnovabili, il docente di Stanford ritiene che questo aggettivo sarebbe meglio applicarlo alle fonti di energia a carico di base (baseload) e che le rinnovabili sono meglio descritte come “variabili”. Nessun generatore, infatti, è attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni su 365, ma le loro caratteristiche di interruzione differiscono.

“Le fonti rinnovabili sono generalmente dispacciabili, ad eccezione del fotovoltaico e dell’eolico, la cui produzione varia in base alle condizioni atmosferiche e alla rotazione della Terra. Ma queste variazioni, che Shirvan definisce ‘imprevedibili’, sono molto prevedibili, spesso più della domanda di energia elettrica, rendendo ad esempio l’energia eolica della Danimarca orientale disponibile nelle aste orarie del giorno prima, proprio come la capacità termoelettrica”, ha spiegato.

“Al contrario, le interruzioni forzate delle grandi centrali termiche possono perdere un GW in millisecondi, spesso per settimane o mesi, e tipicamente senza preavviso, comportamenti propriamente detti ‘intermittenti’. Le variazioni dei progetti e dei portafogli fotovoltaici ed eolici ben progettati tendono a essere più lievi, brevi e molto più prevedibili, per cui è meglio chiamarle ‘variabili’”, ha dichiarato.

Il cambio di paradigma delle reti elettriche

Nella vecchia concezione delle reti elettriche, era la domanda di elettricità a condurre le danze e l’offerta doveva adeguarsi con un’attenta programmazione centralizzata.

Adesso è l’offerta di elettricità rinnovabile a fare da guida, a “comandare”, ed è la domanda a doversi adattare, sempre con un’attenta programmazione, ma che è regolata in maniera più decentralizzata da automatismi algoritmici, segnali di prezzo e comunicazioni continua fra i partecipanti al sistema.

“Un generatore non serve un carico; piuttosto, tutti i generatori servono la rete, che serve tutti i carichi. Ai clienti interessa la puntualità statistica delle risorse totali, non delle singole unità. In un’epoca in cui i generatori erano meno affidabili della rete, abbiamo costruito la rete in modo da sostenere le unità termiche guaste con quelle funzionanti. Oggi, allo stesso modo, ma spesso a costi inferiori, la rete può usare la produzione fotovoltaica o eolica come sistema di back-up reciproco, o può usare altre fonti rinnovabili in altri luoghi, o la risposta alla domanda, lo stoccaggio, elettrico, chimico o termico, oppure altre risorse come la cogenerazione industriale”, ha spiegato il professore.

Conclusioni

La produzione globale di energia elettrica da combustibili fossili ha raggiunto il suo picco nel 2019 e, per un caso fortuito, nel 2021, ma le energie rinnovabili possono già soddisfare, o lo faranno a breve, l’ulteriore crescita della domanda, ha detto il docente.

La transizione energetica potrebbe essere ancora più rapida e meno costosa se anche le risorse dal lato della domanda fossero sistematicamente messe in competizione o confrontate con quelle dal lato dell’offerta, soprattutto perché la progettazione integrativa rende i risparmi elettrici più ampi e meno costosi, spesso con rendimenti crescenti.

Il Rinascimento nucleare di cui tanto si parla non ha risparmiato carbonio, ma il suo costo di oltre 40 miliardi di dollari negli Usa avrebbe potuto sortire risparmi molto maggiori se fosse stato investito in efficienza energetica e fonti rinnovabili, ha concluso Lovins.

Ai mercenari l'Ucraina offre soldi ma soprattutto morte

Mercenari addio



La questione dei mercenari in Ucraina è sempre stata abbastanza oscura, talvolta esaltata fino a credere che ve ne fossero fino 50 mila, talaltra silenziata perché vi si potevano scorgere le tracce della complicità della Nato, con i nazisti di Kiev Oggi però la situazione sempre più difficile dell’esercito ucraino ha bloccato gli arrivi e crescono invece le partenze nonostante l’aumento stratosferico degli ingaggi: presumibilmente se molti di questi soldati di ventura non fossero intrappolati nel Donbass sarebbero in gran parte scappati via. Il ministero della Difesa russo che fin dal primo momento ha cercato di avere una visione chiara e completa della situazione ha dato ieri e delle cifre realistiche sul numero di mercenari, sulla loro provenienza, sul numero di quelli che sono rientrati in patria e su quelli che sono rimasti uccisi. Nessuna meraviglia che la maggior parte di essi provenga da Polonia, Canada e Stati Uniti, il padrone con suoi servi preferiti, ma ecco un piccolo schema degli “arrivi e delle partenze”, nonché della permanenza definitiva in terra ucraina.

Polonia 1831 e 378 morti e 272 ripartiti

Canada 601, 162 morti e 169 ripartiti

Usa 530, 214 morti, 227 ripartiti

Romania 504, 102 morti e 98 ripartiti

Regno Unito 422, 191 morti e 95 ripartiti

Georgia ( ma comprendente tutta la Transcaucasia) 355, 120 morti e 90 ripartiti

Medio oriente 200 di cui 80 uccisi e 66 ripartiti

Da altre fonti è noto che dalla Germania sono arrivati 99 mercenari di cui 33 sono morti e 34 sono ritornati in patria.

Ci sono ancora mercenari da un’altra sessantina di nazioni, ma si tratta al massimo di poche di decine di persone per ciascuna di esse. ll ministero della difesa russo ha calcolato un totale complessivo di 6956 persone di cui 1956 sono morte (tra cui pare anche una cifra tra 11 e 20 italiani) mentre 1779 sono tornate nei Paesi di origine. Poi ci sono i prigionieri come per esempio i due inglesi e il marocchino che sono stati condannati a morte ( come peraltro previsto dal diritto internazionale) probabilmente proprio per indure i governi ad uscire allo scoperto, ma su questo non ci sono numeri perché è evidente sono situazioni che influenzeranno le trattative di pace . E’ abbastanza evidente che almeno per quanto riguarda l’occidente molti mercenari sono in gran parte personale della Nato fatti passare come soldati di ventura. Il fatto stesso che sui caduti non si dica assolutamente nulla nei paesi di provenienza , mentre generalmente i mercenari attirano molta attenzione, fa pensare che ci sia il segreto militare. e che dunque in alcuni paesi come l’Italia i governi abbiano mentito al Parlamento e ai cittadini ponendosi di fatto in uno stato di guerra non dichiarata di cui poi sarà la gente a fare le spese.

VOI parlamentari state tradendo gli italiani che vi hanno votato sostenendo Mario Draghi, lo stregone maledetto

17 Giugno 2022 14:50
Andrea Zhok - "Cassandra Crossing": c'è ancora qualche parlamentare con un briciolo di coscienza?


Draghi non è italiano, se non per accidente di nascita.

Draghi è l'uomo della Nato in Italia.

Dopo i colloqui della nuova "Trojka" (Fra, Ger, Ita) in Ucraina è sempre più chiaro che, nonostante tutti i membri dell'UE siano inclini ad accontentare gli americani, l'unico che intende farlo costi quel che costi è l'Italia.

La gravità di ciò che si sta profilando nell'avere al governo del paese un luogotenente estero è inaudita.

Il "nostro" presidente del consiglio è perfettamente disposto a sacrificare in toto il paese di cui dovrebbe fare gli interessi, la sua economia, i suoi cittadini e il suo futuro. Senza un tentennamento.

Che lo faccia per tornaconto, per incoscienza, o perché ha un piano per il Belpaese come luogo di villeggiatura per i pensionati americani stufi della Florida, poco importa.

L'uomo, da quando si è insediato, prima con la strategia pandemica dettata dalla FDA, ed ora rispetto al conflitto russo-ucraino, agisce come un agente straniero.

Se tra i parlamentari che gli hanno consentito finora di navigare c'è qualcuno che ha ancora un briciolo di coscienza che vada a di là delle proprie sorti personali, deve staccare a spina ora, immediatamente.

Chi non agisce ora, chi, potendolo, non ferma il treno che si sta portando via l'intero paese verso il suo "Cassandra Crossing", si assume la responsabilità del disastro che sta per arrivare (e le scuse staranno a zero).

18 giugno 2022 - L'intervento di Putin al Forum economico di San Pietroburgo

18 giugno 2022 - News della settimana (17 giu 2022)

Ormai la Bce non fa più notizia, mentre la Fed è partita in quarta

BCE FED BANCHE CENTRALI… MANICOMIO!

Scritto il  alle 09:08 da icebergfinanza

CRISI FINANZIARIA: PSICOPATICI IN AZIONE! - icebergfinanza

C’è ben poco da scrivere oggi, viviamo in un manicomio, sia a livello politico che a livello economico finanziario, le banche centrali ieri protagoniste, prima la BCE, poi in serata la Fed…

La Bce annuncia un nuovo scudo europeo per evitare la ”frammentazione”, faranno qualunque cosa e credete loro, sarà abbastanza?

Ci sono solo 2 possibilità, o i mercati sono pieni di idioti, fessi, gente che non capisce nulla o i furbi, hanno il dominio.

In molti hanno fatto un sacco di soldi in questi giorni comprando i nostri titoli di Stato a sconto, a prezzi di saldo, ma la BCE, ieri, non ha detto nulla di diverso di quello che aveva detto giovedi, il manichino Lagarde, lo scudo sarebbe arrivato comunque.

Hanno vinto i furbi, hanno perso i fessi come sempre!

Vi facciamo vedere cosa avevamo suggerito a inizio anno, sullo spread in OUTLOOK 2022.

Questo è la previsione alla fine del 2021, lassù in cima in epoca non sospetta, 252 sullo spread, potete cliccare sull’immagine per ingrandire…

252,3 era il massimo previsto a fine 2021 dalla cinematica e 252,7 è stato il massimo!

Credetemi, non finirò mai di sbalordirmi di come l’econofisica ha sequestrato i mercati, onore al merito al lavoro del nostro Puntosella, spettacolare!

252,7… e pensare che Puntosella aveva proposto la sua esperienza e la sua competenza ad alcune importanti realtà italiane, tutte nessuna esclusa, hanno sorriso con sufficienza!

Ma torniamo a noi e allo scudo BCE!

Non mi interessa raccontarvi come funzionera e se funzionera, quello che mi interessa farvi notare è questo…

“Nel mio compito attuale molto lavoro avviene sulla base di aspettative di azioni future”, ha spiegato. “Le crisi arrivano sempre in fasi di profonda incertezza, perché non sono mai le stesse e con l’incertezza devi avere coraggio. Il coraggio di agire anche quando non hai tutte le informazioni e il coraggio di cambiare, quando i fatti diventano chiari”.

“Le crisi – secondo Lagarde – richiedono decisioni audaci e menti flessibili, ma non possono autorizzare qualunque azione. Bisogna attenersi ai mandati ricevuti. E ti devi attenere non solo alla lettera, ma allo spirito del mandato”. Secondo la presidente Bce, questo richiede anche “compassione verso il pubblico che servi”. “E l’umiltà – ha ripetuto – di saper cambiare rotta quando necessario”.

Il mandato? Mancano dati? Non hai informazioni? Ma per favore!

Ma veniamo alla Fed, era dal 1994 che non si registrava un simile aumento, hanno bisogno di alzarli il più possibile, sanno che il prossimo giro finiranno sotto il livello dello zero come in Giappone, come in Europa.

Il dollaro ieri è tornato vicino ai minimi annuali, pronto a correre verso la parità!

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Iniziamo dalla prima dichiarazione del Fomc…

L’attività economica complessiva sembra essersi ripresa dopo il rallentamento nel primo trimestre.

Ripresa dove, ma li leggono i dati loro, qui il Gdo now della Fed di Atlanta…

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A zero anche il 2° trimestre!

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L’inflazione ha accelerato e i consumi hanno faticato a tenere il passo con l’inflazione. Le vendite al dettaglio negative per 0,3% e al netto dell’inflazione, sono diminuite dell’1,2%.

Ma non è finita qui. Powell ha suggerito che il mercato immobiliare si sta ”ammorbidendo”!

Si con i tassi a 30 anni esplosi sopra il 6%!

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Sembra tutto, come sempre, sembra essersi ripresa la crescita, sembra essere resistente il mercato immobiliare, ovvero come sempre condizionale.

Sembra qualunque cosa, ma non hanno in coraggio di dire che sanno che l’America è in recessione, figurarsi se lo dicono quando Biden deve affrontare le elezioni di midterm, non possono, stanno alzando i tassi il più in fretta possibile perchè sanno che servono almeno 4/5 punti di spazio al ribasso in una recessione!

Fed Raises Rates Half a Point as It Tries to Tame Inflation - The New York Times

Nel frattempo la Russia taglia il gas a Germania e Italia, in America il numero 2 Freemont nella produzione di gas ha annunciato che il completamento di tutte le riparazioni necessarie per ripristinare la produzione dopo un incendio e il ritorno alle operazioni complete dell’impianto non è previsto fino alla fine del 2022.

Il gas europeo è esploso  del 16% mentre quello americano è crollato in soli 30 minuti del 17%, brutte notizie visto che abbiamo puntato sull’America per avere gas.

Macron suggerisce che l’Ucraina prima o poi dovrà sedersi intorno a un tavolo, le ultime elezioni non sono andate bene, c’è aria di tempesta nell’economia, sarà un autunno di fuoco e un inverno glaciale!

Nell’ultima settimana abbiamo suggerito più volte di fare attenzione, i soliti noti si sono scatenati. Ora numerosi supporti di breve sono stati abbattuti. Si scende ancora, poi ci sarà una reazione… l’ultima prima della tempesta estiva!

Come suggerito questa è l’ultima occasione per rientrare al porto prima della tempesta estiva, a tutti coloro che in questi mesi si sono rivolti a noi per una consulenza è il momento di tirare i remi in barca per l’azionario.

Ricordo a tutti coloro che avessero bisogno, che ICEBERGFINANZA è anche consulenza a 360 gradi, in mezzo a questa tempesta perfetta.


https://icebergfinanza.finanza.com/2022/06/16/bce-fed-banche-centrali-manicomio/